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mercoledì 30 gennaio 2019

La propaganda «anti-sette» è stata pensata per nascondere la cattiva reputazione degli psicologi?

Secondo un sondaggio diffuso in Ottobre del 2017, il 70% degli italiani considera inutile andare dallo psicologo. Un dato, questo, alquanto sbalorditivo se si considera che la professione di psicologo è una realtà consolidata e ratificata dallo Stato italiano da trent’anni ormai, con l’istituzione dell’Ordine di riferimento grazie all’iniziativa parlamentare del senatore Adriano Ossicini, il quale seppe conseguire un ambizioso obiettivo malgrado le molte polemiche e dopo quindici anni di battaglie e di contestazioni ricevute persino dai suoi colleghi.

Nondimeno, si sa che nei confronti della categoria gli italiani sono sempre stati piuttosto diffidenti o, comunque, poco orientati a ricorrere alle loro proposte. Le ragioni di tale forma mentis non sono state ancora spiegate esaurientemente, ma si potrebbe ipotizzare che la popolazione dello Stivale ha ancora una prevalenza di cultura popolare che conferisce una generale tendenza verso soluzioni di senso comune o verso prassi etnicamente consolidate ritenute prevalentemente valide e pertanto difficilmente messe in discussione.

In quest’ottica, si potrebbe comprendere come mai la legge Ossicini promulgata nel febbraio del 1989 sia stata vista dagli italiani come una sorta di imposizione di un’istituzione non particolarmente richiesta né desiderabile. Di certo, se a tutt’oggi oltre tre quinti della popolazione non desiderano o non ritengono di alcuna utilità farsi visitare da uno psicologo, a quel tempo forse nemmeno conoscevano l’esistenza della figura dello «strizzacervelli» o potevano averne sentito parlare a mo’ di «americanata» (come usava dire a quel tempo).

Non a caso riscosse enorme popolarità un film di Hollywood proprio con quel titolo, «Lo strizzacervelli» (1988) con Dan Aykroyd e Walter Matthau, per non parlare degli innumerevoli tentativi fallimentari di curare il commissario Dreyfus nell’esilarante serie dell’ispettore Clouseau («La Pantera Rosa»), acclamatissima in Italia per tutti gli anni ’70 e ’80 ed oltre.


Nei sei lustri che ci separano da allora, malgrado qua e si notino ancora un po’ di sfiducia e di cautela, non si può certo dire che lo scenario non sia mutato per il meglio.

Stando alle statistiche dell’Ente Nazionale di Previdenza ed Assistenza della categoria (ENPAP), al 31 dicembre 2016 vi erano in Italia fra i cinquanta e i sessantamila psicologi. In questo articolo si legge che nel nostro paese sono attivi 156 (centocinquantasei) psicologi ogni centomila abitanti, solo ottanta dei quali però ritenuti effettivamente praticanti perché iscritti al sindacato. Comunque, anche escludendo i non tesserati, la cifra rimane elevata se paragonata alla Francia in cui i praticanti sarebbero ottantaquattro ogni centomila abitanti oppure alla Germania in cui se ne conterebbero centonove.

Sempre secondo l’ENPAP, soltanto un terzo degli psicologi attivi raggiungerebbe i ventimila Euro annui o poco meno, mentre più di quindicimila psicologi non raggiungono i cinquemila Euro annui. Cifre, queste, che sembrerebbero collimare con il dato della domanda «di mercato» carente. Tant’è che, malgrado l’abbondanza numerica, il totale delle prestazioni erogate sarebbe molto inferiore rispetto (ad esempio) alla Francia, dove ben il 33% della popolazione si è rivolto almeno una volta ad uno psicologo per ricevere assistenza.

Infatti, secondo Avvenire sui cinquantacinquemila psicologi attivi, migliaia sono gli immatricolati ai corsi di laurea, ma solo uno su quattro
eserciterà realmente la professione; eppure: «i corsi di laurea in Psicologia negli ultimi 20 anni si sono moltiplicati, resta un'aspettativa molto elevata di laurearsi e poi esercitare la professione di psicologo, ma in realtà, i dati statistici in nostro possesso ci dicono che solo un laureato ogni 4 si avvierà alla professione di psicologo».

Il problema della reputazione, però resta sempre attuale. Infatti, benché (sempre stando al succitato articolo di Avvenire, e quindi alle dichiarazioni del vicepresidente ENPAP), il fatturato annuo della categoria sia in crescita, ciò nonostante persino i loro portavoce sentono ancora la necessità di intervenire sulla percezione della figura professionale dello psicologo da parte della popolazione generale: «Abbiamo svolto una ricerca di mercato nel 2015 rilevando con diverse metodologie il sentiment di circa 1000 fra cittadini e opinion leader, ne emerge un orientamento positivo». Sfortunatamente, l’indagine che ha decretato il dato (riferito all’inizio di questo post) del 70% degli italiani poco inclini a rivolgersi a uno psicologo è successivo a queste dichiarazioni, che i più puntigliosi detrattori non mancherebbero di definire generiche o scarsamente dettagliate.

Ma veniamo ora alla relazione perlomeno concettuale fra la becera propaganda «anti-sette» e la cattiva reputazione di cui risente la categoria degli psicologi.

Nel già citato articolo di «thevision.com» (curiosamente condiviso, qualche settimana fa, proprio dalla psicologa Lorita Tinelli), si legge: «Se in Italia una percentuale così estesa di persone considera lo psicologo alla stregua di un ciarlatano che intende soltanto rubare i soldi ad alcuni disperati creduloni in difficoltà, è perché domina un’ignoranza diffusa sul mondo della psicologia e della psicanalisi che nutre una forte presunzione di base, figlia di tutti i pregiudizi».

È quasi sorprendente rilevare come questi concetti sfavoreli, facenti parte della comune considerazione della gente rispetto agli psicologi, siano quasi sovrapponibili alle accuse rivolte proprio dagli esponenti «anti-sette» nei confronti dei nuovi movimenti religiosi!

In particolar modo – fatto che, di per sé, ha davvero dello sbalorditivo – sono proprio certi psicologi facenti parte del fronte militante contro i presunti «culti distruttivi» o «abusanti» a formulare direttamente o anche a sostenere indirettamente gli attacchi nei confronti di gruppi religiosi o para-religiosi «alternativi» (il nostro blog gronda delle dimostrazioni di astio e di ostilità da parte di costoro ai danni di congregazioni tutto sommato pacifiche e il più delle volte impegnate in attività benefiche).

Ci si domanda se questo manipolo di psicologi estremisti come Lorita Tinelli (referente della SAS o «Squadra Anti-Sette» del Ministero dell’Interno) e Luigi Corvaglia (membro del direttivo della controversa organizzazione europea FECRIS), Anna Maria Giannini (amicissima di don Aldo Buonaiuto e con lui fra i relatori dell’inquietante convegno di Roma del 9 novembre scorso), Elena Melis del GRIS di Rimini, Davide Baventore in Lombardia, Martina Poggioni (in quota AIVS) in Toscana e qualche altro sparso qua e là sul territorio, non finiscano per contribuire inavvertitamente a gettare discredito sulla categoria.

Soffrendo un cospicuo affollamento di colleghi (e quindi un’inevitabile concorrenza) e dovendo pure loro sbarcare il lunario, in un mercato difficilissimo (come è quello del benessere e della salute) anche perché subissato da una miriade di proposte (si pensi solo alla feroce polemica, tuttora rovente, contro i «counselor»), nella costante necessità di procurarsi del lavoro che a volte stenta ad arrivare, sembra che certi «strizzacervelli» preferiscano accanirsi non solo contro «life coach» e simili, ma anche contro leader religiosi, guru e figure di tutt’altro genere (e che in qualche caso non hanno proprio nulla a che vedere con loro: eclatante l’esempio di «Un Punto Macrobiotico») e mettere in moto una vera e propria macchina del fango ai danni di figure rappresentative o di interi movimenti.

Una tattica atavica, descritta già fra il I e il II secolo d.C. allorché Plutarco raccontava di come un adulatore di Alessandro Magno di nome Medio «raccomandava di attaccare e mordere senza paura con calunnie sostenendo che, se anche la vittima fosse riuscita a sanare la ferita, sarebbe comunque rimasta la cicatrice».

Insomma, certi intransigenti ed intolleranti critici di presunte «sette religiose» (le quali, il più delle volte, si rivelano aggregati di persone normalissime che cercano faticosamente di professare un proprio credo o di seguire una filosofia comune) cercano di spostare la diffidenza incrostatasi nei confronti della loro categoria appioppandola ad altri.

Un discorso simile si potrebbe senz’altro fare per una figura come il già citato don Aldo Buonaiuto, prete cattolico dall’operato palesemente inquisitorio le cui vicende giudiziarie del passato sono scomparse da Internet. Ma di questo abbiamo già parlato e ci si potrà nuovamente occupare in altro post.

Tornando invece agli psicologi ed alla mordace, roboante campagna mediatica di un’infinitesima percentuale di loro contro la spiritualità alternativa, il vero quesito che rimane ad ora irrisolto è: giova davvero tutto questo odio?

lunedì 21 gennaio 2019

Michele Nardi, magistrato «anti-sette», sotto accusa per corruzione

Abbiamo appreso dai media nazionali nei giorni scorsi che Michele Nardi, magistrato pavese di 52 anni di ruolo a Roma dal 2012, è stato arrestato (assieme al giudice Antonio Savasta) nell’ambito di un’inchiesta condotta dal tribunale di Lecce perché – secondo l’accusa – si sarebbe accaparrato denaro e benefici personali «millantando credito presso i giudici del Tribunale di Trani»; fra le altre cose, si sarebbe fatto consegnare «quale prezzo della propria mediazione con il pretesto di dover comprare il favore dei giudici» vari vantaggi fra cui «un viaggio a Dubai del valore di 10mila euro», la ristrutturazione di un suo immobile a Roma «per un importo pari a circa 120-130mila Euro (…), un Rolex Daytona (…) costato 34mila 500 euro» oltre a «due diamanti ciascuno del valore di 27mila euro». Infine, «secondo le indagini il pm [Nardi] avrebbe tentato di farsi consegnare complessivi due milioni di Euro».

Va precisato che l’indagine è in pieno svolgimento e, malgrado l’arresto a scopo cautelare, va sottolineato che Nardi potrebbe venire scagionato e va quindi ritenuto innocente fino a prova contraria per questa recentissima serie di accuse che gli vengono rivolte. Diverso invece il discorso circa l’imputazione di calunnia per la quale, in maggio 2016, era stato condannato a Catanzaro.

Tuttavia, mentre attendiamo che gli sviluppi dell’inchiesta attuale facciano luce sulla vicenda ed accertino la verità dei fatti, ricordiamo quale è stato sin qui l’apporto di Michele Nardi alla campagna ideologica dei militanti contro i nuovi movimenti religiosi in favore del ripristino del reato di plagio, al fianco di personaggi controversi come don Aldo Buonaiuto.

Tale campagna, come è ampiamente documentato nel nostro blog, mira a instillare nella società un allarmismo generalizzato a proposito di presunte «sette religiose» che si nasconderebbero dietro l’angolo pronte ad ogni sorta di agguato e rappresenterebbero un pericolo per l’intero paese:


Questo intervento è tratto dalla puntata del 28 aprile 2012 della trasmissione «Vade Retro» di David Murgia che va in onda sull’emittente cattolica «TV 2000». Qui vediamo Michele Nardi proprio accanto al prete inquisitore:


Michele Nardi, già sostituto procuratore a Roma, è infatti personaggio largamente apprezzato dagli «anti-sette» che spesso lo hanno invitato ai loro convegni e presentato come «grande magistrato» ed illustre rappresentante delle istituzioni.

Qui un post dell’avvocatessa Giovanna Balestrino del GRIS datato 20 maggio 2017 che esemplifica bene tale nostro asserto:


Sorvolando sul veniale «dà» senza accento, focalizziamo invece certe dichiarazioni ricorrenti da parte del pubblico ministero Nardi in occasione di conferenze e incontri «anti-sette».

Il sodalizio contro i nuovi movimenti religiosi è forte in particolare con il GRIS. Qui la partecipazione ad un convegno regionale nel novembre del 2012 a dare manforte a Giuseppe Bisetto e allo stesso David Murgia già citato prima:


Spicca fra i concetti veicolati la linea di supporto al ripristino del «reato di plagio» (alias «manipolazione mentale»), un tamburo che gli «anti-sette» non smettono mai di battere. Si osservi a tal proposito questa frase, riportata dai media a margine del corso «Esorcismo e preghiera di liberazione» organizzato proprio dal GRIS presso l’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum di Roma:

La manipolazione mentale è un’attività complessa che tende ad azzerare il libero arbitrio della persona, per sottometterla alle volontà dei capi.


Dichiarazioni, queste, che si sovrappongono specularmente ad altri interventi di Michele Nardi, come questo desunto dalla medesima trasmissione di «TV 2000» citata prima:


Ciò che balza particolarmente all’occhio è la somiglianza fra queste accuse, genericamente rivolte dal magistrato a delle non meglio precisate «sette», e le imputazioni che oggidì gli stanno venendo rivolte dal giudice per le indagini preliminari di Lecce, che così l’ha definito:

Una persona senza scrupoli che utilizza il lavoro di magistrato (e i rapporti che ne derivano) per spremere quante più utilità possibili; è sconcertante, tenuto conto che si tratta di un magistrato, come per lui sia normale millantare di poter “accomodare” i processi.

E ancora:

una personalità spregiudicata e pericolosa (...) capace di creare documenti falsi per inquinare le prove

Impossibile non rimanere un po’ interdetti mettendo a paragone tale grave valutazione, espressa dal magistrato di Lecce a carico del suo collega in forza a Roma, con il giudizio parimenti severo formulato dal teleschermo proprio da Nardi nei confronti delle ipotetiche «sette» o del «maligno»:


Tornando poi al filone calabrese dell’indagine, si apprende dalla stampa che sono sotto la lente d’ingrandimento  addirittura i possibili legami fra Michele Nardi e la massoneria!

(…) risulta documentato il tentativo di Nardi di contattare il giudice del processo al fine di ottenere la positiva definizione della sua vicenda processuale facendo ricorso a conoscenze attive in ambito massonico, ambiente di cui egli stesso fa parte

Sbalorditivo: è proprio quel genere di ambiente che il GRIS, a suon di convegni e pubblicazioni uno dopo l’altra, ha fatto bersaglio dei più inflessibili anatemi, come ci ricorda la succitata Giovanna Balestrino nel maggio di due anni fa:


O come si può constatare dalla seguente locandina di quello stesso periodo (maggio 2017) che annuncia una conferenza in provincia di Agrigento:


Attendiamo fiduciosi che la giustizia (umana e divina) faccia il proprio corso.

mercoledì 9 gennaio 2019

Bufale «anti-sette»: Roberta Grillo, il centro «Sicar» e il presunto «allarme satanismo»

Stemperiamo i toni necessariamente un po’ seriosi degli ultimi tempi (d’altronde, ci sarebbe davvero poco di che stare allegri) e tuffiamoci per un momento fra gli aspetti più ridicoli che il panorama «anti-sette» ci offre.

Lo facciamo con il nostro Epaminonda, che di satira s’intende, e che è incappato in un articolo semplicemente arlecchinesco, firmato da un laureando di nome Andrea Ferrario e pubblicato da una rivista edita addirittura dalla Scuola di Giornalismo dell’Università Cattolica di Milano (sic!).

Satira amara, comunque, perché dell'approssimazione e della superficialità degli «anti-sette» si potrebbe e si dovrebbe parlare in maniera ben più severa.



venerdì 12 ottobre 2018

Incoerenza o provocazione? Gli «anti-sette» hanno la coda di paglia?

Dalle pagine di questo blog abbiamo notato e messo in luce molte volte come – da un lato – gli esponenti «anti-sette» di CeSAP, FAVIS, AIVS e GRIS (per non parlare della loro capofila europea FECRIS e della «polizia religiosa» di cui sono consulenti, la «Squadra Anti-Sette» del Ministero dell’Interno, meglio nota come SAS) spesso si lancino in affermazioni di nobili principi o in un’apparente difesa dei valori della convivenza civile o della legalità. Principi e valori che, però, sovente sono i primi a infrangere con le loro offese, le loro intimidazioni, le loro canzonature, le loro false accuse, le loro denigrazioni strumentali e le loro allucinatorie delazioni. È questo un fenomeno tanto ricorrente che abbiamo dedicato un’intera pagina di riepilogo (che teniamo costantemente aggiornata) ai post della categoria Contraddizioni e incoerenza.

I loro tentativi di offuscare la libertà religiosa mettendo alla gogna i piccoli gruppi spirituali e le confessioni minoritarie definendoli «sette religiose», «culti distruttivi» o «culti abusanti» per ghettizzarle e sottoporle a un vero e proprio «stigma» tramite campagne mediatiche e propaganda continua, sono ormai un fatto noto di cui sempre più gente viene a conoscenza e che costoro nemmeno tentano più di negare.

Forse per provocazione o forse nel disperato tentativo di coprire i propri reali intenti, assistiamo a post come il seguente, condiviso alcuni giorni fa da Sonia Ghinelli di FAVIS:


Il post consente di visualizzare questo video:


Ci domandiamo: non è forse questo il massimo in fatto di ipocrisia? Proprio una esponente «anti-sette», che (anche perché non impegnata in altra occupazione o professione che possa dirsi utile alla società) fa della promozione e trasmissione dell’odio online la sua attività principale, condivide un tale video? Proprio Sonia Ghinelli, che dal suo discutibile profilo anonimo Ethan Garbo Saint Germain, di giorno in giorno diffonde «notizie» o comunicati per lo più tendenziosi che mirano a generare allarmismo nella gente e a spaventare le persone?

Perché questo video non lo ha condiviso proprio con i suoi amici militanti «anti-sette» che conducono le medesime attività spesso facilmente riconoscibili come «hate speech»?

Non ci risulta infatti che Sonia Ghinelli sia mai intervenuta per ricondurre nei ranghi del senso civico i suoi colleghi di AIVS, nemmeno nei momenti di maggiore espressione online di odio nei confronti di confessioni religiose, minoranze etniche, o intere nazionalità per mezzo di false «notizie» allarmanti.

Non ci risulta nemmeno che Sonia Ghinelli sia intervenuta per fare osservazione alla sua collega e amica di sempre Lorita Tinelli in una delle innumerevoli occasioni in cui ha pronunciato uno dei suoi anatemi generalizzati contro le fantomatiche «sette».

Non è dunque giunto il momento di lavare i panni sporchi in casa propria, invece di aggiungere un po’ di lustrini all’abito e girarlo al rovescio per nasconderne le macchie?

lunedì 1 ottobre 2018

Gli «anti-sette» e le loro invettive contro la religione Cattolica e contro Dio

Da questo blog si è già dimostrato in numerose occasioni (ad esempio qui, qui e qui), come le diverse cellule dei militanti «anti-sette» italiani abbiano orientamenti ideologici e religiosi diametralmente opposti fra loro, eppure collaborino per generare allarmismo contro i «culti alternativi», mettendo palesemente in mostra la propria contraddittorietà.

Così è infatti per il fronte ateo rappresentato da FAVIS e CeSAP (con la sua propaggine AIVS) e della loro organizzazione europea di riferimento, la controversa FECRIS: queste sigle spesso collaborano con la frangia degli estremisti pseudo-cattolici «anti-sette» del GRIS di cui fa parte don Aldo Buonaiuto; trait d’union fra i due schieramenti, la «polizia religiosa» del Ministero dell’Interno meglio nota come «Squadra Anti-Sette» o SAS.

In questo post esaminiamo a quali livelli riesca a spingersi la propaganda più propriamente antireligiosa, la cui somiglianza con la propaganda «anti-sette» è alquanto stretta e rasenta l’uguaglianza.

Come molte volte s’è documentato, dalle sue pagine Facebook ufficiali AIVS (il gruppo «anti-sette» guidato dall’ex cineasta mancato Toni Occhiello) compie una continua opera di irrisione e denigrazione nei confronti di talune realtà religiose non tradizionali; per lo più si tratta del movimento di cui aveva egli stesso fatto parte per sette lustri, ma non solo: nella sconfinata Internet c’è spazio per prendere di mira anche altri movimenti spirituali, e persino le religioni maggioritarie. Come in questo caso:


Qui Toni Occhiello (riteniamo sia ancora lui a parlare per conto di AIVS) coglie l’occasione di un articolo di «wired.it» che – in poche parole – critica profondamente le credenze e le pratiche cristiane che ruotano intorno a Medjugorje (cittadina situata in Bosnia Erzegovina), riducendole a un mero fenomeno commerciale e irridendo la religione cattolica.

A nulla vale un indignato, focoso ma senz’altro accorato commento di protesta di una utente la quale ringrazia Dio per aver partecipato a dei pellegrinaggi di Medjugorje e fornisce vari spunti per una confutazione del pezzo di «wired.it». Il commento è piuttosto facondo ed esordisce così:


La replica di Toni Occhiello è di fatto un tentativo di evitare le critiche (forse perché a corto di argomentazioni valide?), scantonando, senza entrare nel merito (si noti come cerca di dare a intendere, ma non dichiara apertamente, che la utente indignata sia carente nelle proprie facoltà intellettive):


Tergiversando e lavandosi le mani per le offese arrecate ai fedeli di Medjugorje, AIVS lascia spazio a chi invece critica e accusa in modo tutt’altro che pudibondo:


Si noti l’uso della parola «setta», ovviamente mirato ad offendere e dileggiare, nel caso di specie rivolta nei confronti di un movimento di preghiera e adorazione precipuamente cattolico.

Che in Medjugorje vi siano degli aspetti discutibili (o che comunque meriterebbero approfondimenti e studi) sotto il profilo scientifico ed economico, è fuor di dubbio, specialmente se si affronta il tema con un atteggiamento rispettoso e obiettivo. Ma qui – come nel caso di Lorita Tinelli e delle sue invettive contro le credenze religiose che (a suo dire) non hanno «una base teorica e ideologica sostenibile» – ciò che viene criticata è la dottrina stessa, la professione stessa di fede; fatto di per sé gravissimo e distintivo di un militante o di un estremista, piuttosto che di uno studioso serio o di un critico equilibrato.

In altri termini, secondo costoro non si dovrebbe essere liberi di credere alle apparizioni della beata Vergine Maria a meno di non voler essere ritenuti dei minorati mentali. Tutto ciò non è solo oltraggioso, è anche illegittimo ed anticostituzionale.

D’altro canto è esattamente l’accusa che a più riprese viene mossa proprio agli «anti-sette» di AIVS, quella di voler provare a vincere il confronto dialettico offendendo l’interlocutore. Ecco un esempio pescato da un post altro ma contemporaneo al precedente (18 settembre):


Ma vediamo a cosa conducono ideologie estremiste come quella di AIVS: non solo al razzismo nei confronti di minoranze etniche come Rom e Sinti o di interi paesi come il Giappone, ma anche all’intolleranza rispetto a fenomeni religiosi maggioritari.

Vedasi per esempio un accanito sostenitore del CeSAP, notoriamente amico di Lorita Tinelli, un artigiano pugliese di nome Cosimino Placido:


O un altro affiliato al CeSAP, un certo Dino Potenza, responsabile di una caduca associazione «anti-sette» del passato denominata «AssoTutor» (ancora in essere sulla carta ma di fatto inattiva da pochi mesi dopo la sua nascita, almeno per quanto attiene alla lotta contro i «culti distruttivi»):


È proprio da questo genere di ideologia che con breve passo si giunge ad affermazioni estremiste come la seguente, solo per fare esempio:


Ogni commento è superfluo; ci limitiamo a domandarci se non sia, questo, davvero «estremismo» o, come si usa dire oggidì, «radicalismo», nella fattispecie radicalismo antireligioso.

Quale giovamento, dunque, porta alla nostra società l’operato degli «anti-sette»?

Quale contributo alla pace nel mondo e al rispetto reciproco?

giovedì 30 agosto 2018

Gli «anti-sette» visti con gli occhi degli «anti-sette»: Lorita Tinelli vs Giovanna Balestrino

Potrebbe un esponente «anti-sette» essere severamente criticato ed ideologicamente demolito da un altro esponente «anti-sette»?

Potrebbe un’organizzazione «anti-sette» come il cattolico GRIS («Gruppo di Ricerca e Informazione Socio-Religiosa») ritrovarsi ad essere profondamente contrapposto, sul piano dialettico, a un’associazione «anti-sette» come il CeSAP (il «Centro Studi sugli Abusi Psicologici»), corrispondente italiana della controversa FECRIS e referente della «Squadra Anti-Sette» (SAS) del ministero dell’interno?

Potrebbe, eccome. Anzi: può.

Ne diamo dimostrazione qui, con una breve ma significativa presentazione di prove multimediali, tornando ad attingere dalla sbalorditiva esposizione pseudo-scientifica fornita da Lorita Tinelli nel suo webinar del 18 aprile scorso, della quale non finiremo mai di essere riconoscenti alla psicologa pugliese perché si è rivelata fonte pressoché inesauribile di prove concrete della superficialità, banalità e scempiaggine ravvisata nell’operato degli estremisti antireligiosi.

Lorita Tinelli del CeSAP sostiene che una «culto distruttivo» o una «setta» abbia questa principale caratteristica:


Si era già trattato in dettaglio in un post precedente dell’inquietante inconsistenza di un siffatto discorso in tema di fideismo.

Ora andiamo oltre ed esploriamo quali conseguenze sconvolgenti può avere un tanto superficiale procedere dialettico.


Giovanna Balestrino (prima da destra nella foto), da quasi venticinque anni affermata avvocatessa del foro di Alessandria e fervente cattolica nonché rappresentante di zona del GRIS, racconta così di una toccante esperienza che l’ha condotta al matrimonio:


Proviamo ad analizzarlo in dettaglio, concetto per concetto.

Nello stralcio che evidenziamo qui di seguito, non si ravvisa forse una «adesione totale» ai dettami del gruppo (tanto, nella fattispecie, da determinare se protrarre o meno una convivenza pre-matrimoniale)?


E in questo successivo passaggio, non si ravvisa forse di nuovo un «atteggiamento fideistico» e (di nuovo) una «adesione totale» alla «parola del leader»?

Addirittura un «leader» solamente intermedio dato che si tratta di un sacerdote come molti altri, seppur nella ieratica cornice di un luogo come Medjugorje?


Importante precisazione: a noi curatori del presente blog – che religiosi siamo assai (anche se di estrazioni spirituali e dottrinali nettamente differenti) – pare non vi sia alcunché di biasimevole in una tanto fervida espressione di fede; al contrario, la riteniamo lodevole non tanto perché si colloca in un tempo di profonda crisi della Chiesa Cattolica, ma piuttosto per la profonda coerenza con gli ideali e con la morale afferenti al proprio credo. Poco importa che si possa pensarla in maniera diametralmente opposta: costei ha tutto il diritto di professare simili credenze (mentre ribadiamo la nostra assoluta disapprovazione per le sue inquisitorie attività di contrasto ai nuovi movimenti religiosi, che riteniamo non solo lesiva dei diritti altrui, ma anche del tutto contraria ai principi fondanti del cristianesimo).

Eppure, secondo Lorita Tinelli del CeSAP, quell’intenso ardore religioso deve essere schernito e deriso.

E altrettanto vale per affermazioni come questa, che dalla spiritualità quasi straborda nella poesia:


Ed ecco come risponderebbe la cattolicissima avvocatessa a chi vorrebbe trovare argomentazioni «scientifiche» per convincere i credenti di una data fede dell’inutilità del loro credo (si noti che asserzioni simili vengono adoperate anche contro chi recita orazioni buddiste):


Questo il parere della esponente «anti-sette» Giovanna Balestrino, quest’altro invece quanto dichiara l’«anti-sette» Lorita Tinelli:


Insomma, le credenze del tale o talaltro gruppo religioso preso di mira dalla psicologa «anti-sette» Lorita Tinelli devono essere considerate prive di «una base teorica e ideologica sostenibile», tanto da concludere: «come si fa a credere a cose di questo genere?».

Non si può credere in questo genere di cose, «a meno che» (sembra voler insinuare la Tinelli) «non si sia mentalmente labili». Tant’è che la fondatrice del CeSAP, referente della «Squadra Anti-Sette» della Polizia di Stato, addirittura dà a intendere che tale «disturbo mentale» che porta a «credere a cose di questo genere» serpeggi persino fra «soggetti socialmente adattati» che praticano «lavori di un certo livello».

Di nuovo, non stiamo esagerando, sono letteralmente parole sue:


Di fatto, la Tinelli si sta addirittura permettendo di discriminare, in maniera alquanto sprezzante, i fedeli di religioni e movimenti religiosi, etichettando questi ultimi come «culti distruttivi», persino sindacando sulla loro estrazione sociale o sui loro ruoli professionali.

Sembra quasi che stia parlando dell’avvocatessa di Nizza Monferrato e della sua nota e rispettata famiglia, la cui forte connotazione cattolica è presente (come è peraltro ovvio dedurre) in ogni aspetto della loro esistenza.


Questo discorso non ci pare solo di un’ovvietà e di una banalità tali da risultare pressoché disarmante se proferito da una psicologa la cui autorevolezza viene spesso citata ad esempio da media nazionali. No: ci sembra anche di una superficialità e di una tendenziosità allarmanti: incita alla discriminazione su basi del tutto inesistenti.

Si badi bene che la psicologa «anti-culto» critica, dileggia e discrimina non solo per ciò che (secondo lei) fanno gli appartenenti ai movimenti religiosi, ma anche per ciò in cui credono. Parrà cosa da poco, ma è invece di una gravità preoccupante: una psicologa (peraltro priva di qualifiche accademiche in materia religiosa) si permette di sindacare su ciò in cui gli altri credono, pubblicando poi ai quattro venti le sue opinioni. Ciò è illegittimo, senza il minimo dubbio.

E, come si è qui dimostrato, risulta in una discriminazione «anti-sette» che potrebbe specularmente venire applicata ad un esponente «anti-sette» del GRIS come Giovanna Balestrino.

martedì 14 agosto 2018

Fake news «anti-sette»: il caso Di Nicola e le bugie contro i Testimoni di Geova

La Congregazione Cristiana dei Testimoni di Geova è senz’altro fra i bersagli preferiti della propaganda allarmistica «anti-sette» non solo (come si potrebbe facilmente dedurre) fra gli estremisti cattolici (o meglio, pseudo-cattolici come i militanti del GRIS) apparentemente animati da una sorta di «timore della concorrenza» del tutto fuori luogo, ma altrettanto da parte di esponenti di associazioni laiche ed apertamente antireligiose come Lorita Tinelli e Luigi Corvaglia del CeSAP, o Maurizio Alessandrini e Sonia Ghinelli del FAVIS, o ancora Toni Occhiello di AIVS. Peraltro, sia CeSAP sia FAVIS si dichiarano referenti della polizia religiosa «SAS» e rappresentano in Italia la FECRIS, controversa organizzazione europea che combatte la spiritualità non convenzionale.

Così, nei confronti dei Testimoni di Geova vi è sovente un fuoco incrociato e di origine trasversale, mascherato da motivazioni speciose e artificiosamente «di pubblica utilità» (cliché frequente presso gli «anti-sette»), che tuttavia è per lo più dovuto alla larga diffusione di questo movimento religioso e alle cospicue nuove adesioni che esso raccoglie.

Ce lo conferma lo stesso GRIS in una «ricerca» di cui apprendiamo da un post su Facebook pubblicato in aprile 2017 da una psicologa (Ornella Minuzzo, di cui abbiamo parlato proprio ieri) che ne pubblicizza l’ideologia:


Peraltro, la psicologa Ornella Minuzzo sembra non sapere nemmeno che il GRIS ha cambiato la propria denominazione a inizio anni 2000, adottando quella di «Gruppo di Ricerca e Informazione Socio-Religiosa», un po’ meno estremista e accademicamente discutibile rispetto all’originaria «Gruppo di Ricerca e Informazione sulle Sette». Ma forse è il caso di soprassedere e di procedere con il tema in questione.

La stima espressa dal GRIS è infatti al ribasso, se paragonata alla cifra recentemente fornita dalla rappresentanza nazionale dei Testimoni di Geova alla RAI, ossia 250.000 fedeli in Italia contro gli 8.500.000 in tutto il mondo.

Ciò detto, le strategie messe in atto dagli «anti-sette» per denigrare ed ostacolare questa minoranza religiosa, ormai da decenni radicata ed integrata nella società civile italiana, sono press’a poco le medesime che vengono impiegate contro tutti gli altri movimenti, anche i più esigui in numero: allarmismo, istigazione alla paura e all’odio, storie più o meno verosimili di ex membri (ovviamente inviperiti e ansiosi di rivalsa) opportunamente ricamate per renderle il più possibile melodrammatiche o strappalacrime, ecc.

Una delle ultime di queste «notizie» (o pseudo-tali) in ordine cronologico è un caso di contrasti familiari che, mentre è stato presentato dai media come una «tragedia provocata dalla setta», ad un più attento esame della situazione si rivela essere uno dei numerosi casi da rubricare alla voce «danni dovuti alla propaganda ‘anti-sette’».

Andiamo con ordine e presentiamo brevemente i fatti, avvenuti fra il 21 e il 30 giugno scorsi.

Con il solito tam-tam mediatico di «notizie» che rimpallano da una testata all’altra e da un sito web all’altro (con gli inevitabili commenti indignati di chi nemmeno legge attentamente i testi), ecco che il «mostro» viene sbattuto in prima pagina per l’ennesima volta:


Frasi forti, che fanno leva su sentimenti profondi, radicati ed antichi come l’amore filiale e la sacralità del focolare: «colpevole di aver scelto di vivere», «i Testimoni di Geova la volevano morta», «una setta che sacrifica vite».

Sorvoliamo pure sull’eventuale valenza criminale di affermazioni tanto evidentemente diffamatorie, perché la malignità di un tale «giornalismo» e la pochezza di siffatte argomentazioni si rivela in tutta la sua meschinità appena un giorno più tardi, quando le figlie di Grazia Di Nicola (la signora la cui «storia» viene raccontata in quegli articoli) invocano il diritto di replica e scrivono ai media per fornire la loro versione dei fatti:
Siamo le tre figlie di Grazia Di Nicola.Siamo rimaste sconcertate dalle informazioni false che abbiamo letto sui giornali; tra l’altro nessun giornalista della vostra redazione si è degnato di contattarci per ascoltare anche la nostra versione dei fatti.Non vogliamo perdere tempo a correggere tutte le informazioni errate incluse nell’articolo; quello che ci preme precisare è che noi abbiamo sempre rispettato -- e rispettiamo -- nostra madre, a prescindere dalle decisioni che ha preso in campo religioso. Il motivo per cui oggi non abitiamo più con nostra madre non è perché l’abbiamo ripudiata. Non ci sogneremmo mai una cosa del genere. In realtà è stata lei a cacciare via di casa una di noi e a indurre le altre due a scappare via. Ci dispiace che i nostri genitori stiano strumentalizzando la situazione per mettere in cattiva luce la nostra religione.Giovanna, Annunziata e Francesca Scaglione
Si rimane a dir poco allibiti (se non disgustati) di fronte al fatto che dei giornalisti abbiano l’ardire di pubblicare dei titoli tanto cruenti senza nemmeno prendersi la briga di verificare i fatti. Ma purtroppo saremmo alquanto ingenui se ignorassimo il fatto che negli ultimi tempi (e soprattutto quando si parla di movimenti religiosi) questa è la regola, piuttosto che l’eccezione.

Ma non è tutto. I più maligni potrebbero infatti sostenere che quella replica sia stata indotta, oppure costruita, o che non sia veritiera, o chissà quali altre costruzioni mentali.

Al contrario, seppure a denti stretti e in mezzo ad altre stucchevoli recriminazioni e sbalorditive provocazioni, la conferma che si tratta della mera verità arriva niente meno che dalla signora Grazia Di Nicola (nota: interpretiamo la parola «affebrati», a noi sconosciuta, come qualcosa di simile a «infervorati» oppure «febbricitanti, comunque riteniamo il senso sia «sconvolti»):


Al di là degli ovvi tentativi di attenuare la gravità della propria condotta, ci troviamo di fronte a una madre che ha sostanzialmente cacciato di casa le proprie figlie perché non volevano abiurare la fede che invece lei e il marito avevano scelto di abbandonare dopo averla praticata essi stessi per anni e dopo averla trasmessa a loro. Una sorta di paradosso!

Addirittura, questi genitori non solo hanno esasperato le loro figlie fino a condurle alla triste decisione di andarsene di casa perché discriminate da coloro che dovevano amarle ed accettare le loro scelte, ma addirittura hanno tramutato la loro storia di conflitto familiare in uno «scoop» mediatico che ha segnato (forse irrimediabilmente?) le vite di tutti loro.

È questo il modello genitoriale proposto dagli psicologi «anti-sette»?

Al di là della retorica del nostro quesito, forse è proprio così: infatti, se si legge con attenzione il commento della Di Nicola, si comprende ancora meglio la delinquenziale falsità delle «fake news» propagate dagli «anti-sette»:


Quindi vi erano «discussioni» già da tempo.

Quindi vi era la percezione di un (presunto) «pericolo» nel fatto di far parte dei TdG.

Tant’è che «si era arrivati a una mancanza di rispetto reciproco», esito che non può certo darsi solo a seguito di un fatto isolato come quello su cui s’imperniano gli articoli.

Va da sé che l’episodio della trasfusione di sangue può solo essere l’ultimo di una concatenazione di eventi che hanno condotto questa sventurata famiglia al contrasto e al litigio, fino alla perdita del rispetto reciproco e addirittura all’odio.

Una tanto grave animosità, una tanto forte conflittualità fra persone dello stesso sangue può forse scaturire da un singolo accadimento, peraltro avvenuto due anni e mezzo prima di questi articoli (gennaio 2016)?

Noi non lo crediamo possibile, e d’altronde la Di Nicola ha già dimostrato con le sue stesse parole (a seguito della replica delle figlie) di non essere del tutto attendibile nelle proprie dichiarazioni.

Crediamo invece che la casalinga di Colliano (SA), dopo aver fortemente insistito con il marito (Franco Scaglione) per portarlo ad abbracciare la fede nei Testimoni di Geova nel 2008 (lo racconta lei stessa nelle dichiarazioni rese alla stampa), abbia in seguito dovuto subire delle pressioni da parte sua. Crediamo che proprio a causa di tale dissenso sia caduta, trascinata dal marito, nella rete di qualche «anti-sette» e si sia imbevuta delle loro tesi propagandistiche, abbia quindi recepito i soliti «consigli» (come quelli di cui si parla proprio nel post sulla psicologa Ornella Minuzzo) mirati a tentare di dissuadere le figlie dalla loro fede. «Consigli» di natura intollerante che ovviamente dividono e separano, piuttosto che armonizzare.

Certo, quelle che abbiamo espresso nel paragrafo antecedente sono solo nostre deduzioni, e tale resta il loro valore.

Ma vi è un altro elemento che vorremmo addurre a supporto delle nostre argomentazioni: la tempistica. Grazia Di Nicola ha cominciato a raccontare alla stampa la propria «storia» già in ottobre del 2016, con un exploit sui media locali del salernitano. Proprio a quel periodo risalgono i suoi contatti con Lorita Tinelli del CeSAP e Sonia Ghinelli del FAVIS. In marzo del 2017, quindi ben oltre un anno prima dell’ondata mediatica a cui abbiamo assistito nel giugno scorso, la Di Nicola ha addirittura tentato di imbastire una petizione online al Presidente della Repubblica:


Dunque perché tornare ancora alla ribalta qualche settimana fa? Perché esacerbare una storia già tanto triste, al punto da suscitare la reazione delle sue figlie che fino a quel momento avevano mantenuto un rispettoso silenzio persino davanti alle cattiverie strombazzate dalla madre ai quattro venti sul loro conto e sul conto della loro congregazione? A che pro?

Ma ciò che lascia ancor più sgomenti è la falsità stessa dell’argomentazione su cui è imperniato il cancan di quegli ultimi articoli, ossia: è una menzogna che le figlie abbiano abbandonato la madre a seguito della trasfusione, e a specificarlo è proprio la casalinga di Colliano (SA) in questa intervista del 19 ottobre 2016, di cui proponiamo qui di seguito un breve stralcio.

La Di Nicola ha spiegato in dettaglio come abbia lei per prima deciso di abbandonare i Testimoni di Geova diversi mesi dopo l’episodio della trasfusione, per il semplice fatto che non voleva più accettare quella fede e le pratiche religiose ad essa collegate. Una scelta innegabilmente legittima e indiscutibile, ma perché ha voluto obbligare altri a seguirla?


Ci domandiamo come si possa tanto candidamente sorprendersi per il disappunto delle proprie figlie quando, dopo anni di adesione ad un credo, di punto in bianco si va in TV a dirne peste e corna mettendo in piazza fatti privati e questioni familiari che si dovrebbero risolvere parlando con i propri cari. Forse qualcuno l’ha indotta a fare ciò? Magari proprio qualche «anti-sette»? Se la Di Nicola un giorno avrà l’onestà intellettuale di rivelarlo, allora sì che sarà stata fatta davvero chiarezza.

Ma non solo: il racconto della Di Nicola, fra l’altro, dimostra la falsità delle storie allarmistiche sulle trasfusioni di sangue, nelle quali viene sempre sistematicamente omesso il fatto che al Testimone di Geova viene prestata assistenza qualificata dalla congregazione affinché si individui una terapia alternativa sotto l’opportuna supervisione medica.

Ci domandiamo dunque: era davvero necessario rovinare la propria famiglia, in conseguenza della propria scelta di abbandonare una data fede?

Probabilmente no; ma se anche non era necessario, è stato consequenziale alle attività tipiche degli «anti-sette».

E pensare che solo pochi anni fa la signora Grazia Di Nicola diffondeva messaggi come questo:


Ecco, quindi, un’ennesima dimostrazione di come la propaganda «anti-sette» sconvolge intere famiglie, semina allarmismo e genera divisione e conflittualità.

lunedì 13 agosto 2018

Gli «anti-sette» e l’illegalità: il «dossieraggio» e l’interferenza nella vita privata

di Mario Casini


Già in precedenza abbiamo documentato dei chiari indizi dell’attività di «dossieraggio» posta in essere da taluni esponenti «anti-sette», in particolare Toni Occhiello, esponente di AIVS, ultima nata fra le associazioni «anti-sette» italiane e spalleggiata da Lorita Tinelli del CeSAP (sigla che non solo si dichiara referente della polizia religiosa «SAS», ma è anche una consociata della FECRIS, la controversa ONG europea che combatte la spiritualità non convenzionale).

Quasi per caso, navigando qua e là al rientro dalle ferie, mi sono imbattuto in una breve serie di post pubblicati fra aprile e maggio 2017 sulla pagina Facebook di una collega proprio di Lorita Tinelli, la psicologa Ornella Minuzzo di Marostica (VI), già candidata vicesindaco del blasonato comune vicentino alle ultime elezioni:


Il post inneggia al GRIS, gruppo cattolico estremista presente nelle principali curie su tutto il territorio nazionale che combatte la religiosità «alternativa», e lo presenta come «unica associazione impegnata in questo campo» (addirittura), il che già di per sé denota un’evidente inesperienza nel settore dal momento che di organizzazioni di rilievo nazionale attive nel contrasto ai nuovi movimenti religiosi ve n’è almeno tre o quattro, e si conoscono reciprocamente.

Ma ecco l’esordio del post in questione, datato 15 maggio 2017:


La prima cosa che ho notato è – di nuovo – l’incursione del tutto indebita di una psicologa in un campo di conoscenze vasto e specialistico come quello della religione, della sociologia e della spiritualità, superficialmente impacchettato ed etichettato con la nomea stigmatizzante di «culti distruttivi», facile ghetto dialettico ben studiato per incasellare sin da subito intere comunità confessionali in un loculo nel quale possano essere più agevolmente prese di mira dalle tirate denigratorie. Inoltre – di nuovo, e malignamente – all’ambito della spiritualità viene associato il fumoso, vago concetto di «manipolazione mentale»; concetto che, come si è documentato precedentemente in questo blog, riporta a teorie ampiamente screditate (vedere qui e qui) in ambito accademico la cui citazione oramai, per gli «anti-sette», è diventata una sorta di autogol.

Proseguendo nella lettura e facendomi largo fra il coacervo dei soliti anatemi propagandistici, pregiudizi allarmistici e generalizzazioni superficiali, ho potuto scorgere una sezione – se possibile – ancora più inquietante perché mostra in maniera quanto mai evidente come l’ideologia «anti-sette» militante induca davvero all’ostilità nei confronti di coloro che possano essere in qualche maniera classificati come «sospetti» o «ambigui».

L’intero post di Ornella Minuzzo è piuttosto corposo ed articolato e meriterebbe senz’altro un approfondimento assieme agli altri tre della sequela, tuttavia in questo mio contributo vorrei concentrarmi solamente su un singolo aspetto e rimandare a più avanti la critica puntuale delle rimanenti sezioni, che da un lato sfiorano il grottesco per la loro incoerenza e dall’altro suscitano persino qualche sorriso (per quanto amaro).

Prendo quindi in considerazione questo interessante passo, di cui sottolineo qualche riga:


Proviamo a ripassare un momento il significato del vocabolo «dossieraggio» citando un dizionario autorevole: «attività di raccolta di informazioni riservate e scottanti su personaggi in vista, da usare in genere a fini di ricatto».

Si potrebbe questionare sulla finalità di ricatto, apparentemente non esplicitata nel post della Minuzzo, ma non la si potrebbe escludere dato che già lo spauracchio della querela può risultare relativamente intimidatorio, specie nei confronti di chi sta soltanto cercando di professare il proprio credo proclamandolo ampiamente e coinvolgendo più persone possibile.

Anche al netto dell’eventualità che il «personaggio» vittima della «raccolta di informazioni riservate e scottanti» sia particolarmente «in vista», rimane il fatto che la Minuzzo esorta a tenere traccia scritta ed accurata di quelle informazioni che afferiscono a tutti gli effetti ad ambiti personali e affatto privati.

Condotta, quella caldeggiata dalla psicologa vicentina, che ricorda anche un’altra fattispecie di reato descritta dal codice penale, la «interferenza illecita nella vita privata» (art. 615 bis), che così recita: «chiunque, mediante l'uso di strumenti di ripresa visiva o sonora, si procura indebitamente notizie o immagini attinenti alla vita privata svolgentesi nei luoghi indicati nell'articolo 614, è punito con la reclusione da sei mesi a quattro anni».

Il 615 bis prevede anche: «alla stessa pena soggiace, salvo che il fatto costituisca più grave reato, chi rivela o diffonde, mediante qualsiasi mezzo di informazione al pubblico, le notizie o le immagini ottenute nei modi indicati nella prima parte di questo articolo». Il che è esattamente quanto Ornella Minuzzo consiglia di fare a genitori e parenti di persone che abbiano fatto una scelta religiosa ritenuta «discutibile»: ossia passare le informazioni (personali e riservate) ai mass media così che si possa «informare» la massa su questioni del tutto private, con nomi e cognomi.

In parole povere, la psicologa pensa che se un papà e una mamma sono preoccupati – dopo aver visto in TV l’ennesima, roboante trasmissione in cui si grida all’allarme contro le «sette» – perché un loro figlio ha appena abbracciato la fede buddista Soka Gakkai (o ha deciso di trascorrere una settimana presso la comunità Damanhur, o sta leggendo libri di Osho Rajneesh o segue regolarmente degli incontri di Scientology), la soluzione sta nel fare in modo che loro si fingano gentili e amorevoli, spillino più informazioni possibile al ragazzo sul gruppo di cui fa parte, le tengano registrate per benino, corredino il tutto con qualche opuscolo o volantino della congregazione, confezionino per bene il «resoconto» facendosi aiutare dal GRIS o da qualche altra associazione «anti-sette», e alla fine corrano a spifferare l’intera storia a qualche giornalista per uno splendido «scoop».

Un rimedio collaudato? Chissà, forse per le tasche del giornalista e per la popolarità dell’esponente «anti-sette» di turno. Ma – io credo – non certo per la disarmonia di quella famiglia e per la conflittualità fra genitori e figli.

Lasciatemelo dire chiaro e tondo: queste metodologie da delatore non sono soltanto palesemente immorali, sono anche ai limiti del lecito (secondo i succitati riferimenti normativi) e sono un invito alla devastazione dei rapporti fra familiari. E di casi concreti in cui ciò è avvenuto ve n’è a iosa, purtroppo.

Mi auguro che la psicologa Ornella Minuzzo sia sufficientemente indaffarata nel risolvere i problemi psicologici della sua clientela, piuttosto che nell’istigare tumulti nelle famiglie di chi abbraccia una fede non tradizionale… proprio lei, che come candidata vicesindaco avrebbe assunto le deleghe alla cultura e ai servizi sociali!

martedì 31 luglio 2018

Gli «anti-sette» e l’estremismo pseudo-cattolico

«Ama il prossimo tuo come te stesso»: questa la via chiaramente indicata da Gesù Cristo a chi gli domandava cosa fare di buono per ottenere un domani la vita eterna, come ben illustra il Catechismo della Chiesa Cattolica e come, peraltro, è insegnato anche in altre realtà cristiane non cattoliche.

A quanto pare, vi è però certa parte della Chiesa, una sorta di «scheggia impazzita» una frangia che qui definiamo pseudo-cattolica, la quale non sembra voler aderire a quel basilare, fondamentale principio cardine dell’intera dottrina etica della religione mondiale maggioritaria. Non sembra volervi aderire, o forse vorrebbe aderirvi solo a fasi alterne o quando più fa comodo: se «il prossimo tuo» è un benpensante che s’incontra in chiesa la domenica, allora è degno del nostro amore; se invece è un signore in giacca e cravatta che, assieme ad un compagno, sta proclamando e predicando una dottrina cristiana di corrente diversa, allora non solo va odiato, ma non è neppure degno del nostro rispetto; anzi, va additato a guisa di cancro di questa società, va tenuto a distanza dai bambini, va segnalato come pericoloso; tutto sommato, bene fa il governo russo a dichiararlo «estremista».

L’evidente sarcasmo dell’enunciato appena esteso è forse un poco forte, ma giustificato: nel nostro blog abbiamo documentato (e continueremo a documentare) gli episodi di intolleranza e di incipiente (o concreta) discriminazione messi in atto dai militanti «anti-sette» (cattolici, o atei che siano, in tonaca o in uniforme oppure in abiti civili) in tutta la penisola.

E quest’oggi accendiamo i riflettori su un’altra esponente «anti-sette», già citata nella nostra pagina riepilogativa, Elena Melis del GRIS di Rimini.


Quarantaseienne, nata a Fidenza (PC) anche se di famiglia sarda, iscritta da Febbraio 2001 come psicoterapeuta all’albo degli psicologi di Cagliari, Elena Melis è attiva da diversi anni nel GRIS di Rimini e si è personalmente occupata di organizzare alcuni convegni all’insegna della più intransigente chiusura contro tutto ciò che non è la stretta ortodossia cattolica: teorie ufologiche, satanismo, movimenti religiosi alternativi, ecc.


Di nuovo, una psicologa invade del tutto indebitamente (in quanto priva di qualifiche concrete nell’ambito della sociologia, della teologia o della religione) il campo della spiritualità per lanciare sterili se non dannosi allarmi sociali, come questo di qualche mese fa:


Certo, è la solita propaganda «anti-sette» e questo è lampante dalle modalità con cui viene descritto e reclamizzato lo «scoop» (o presunto tale) dalla rivista milanese «cattolica senza aggettivi, cattolica e basta».

Quello che stona gravemente, più di una «stecca» di Andrea Bocelli, è il fatto che sia proprio una rivista dichiaratamente così «cattolica» a prestarsi ad una tanto superficiale, miope e dannosa campagna. Non si dimentichi l’origine del vocabolo stesso «cattolico» che sta a significare «universale».

Finché a parlare di «sette distruttive» che rappresentano «una vera emergenza sociale ed educativa» e «un fenomeno sempre più pericoloso» sono gruppi e militanti apertamente atei come quelli di CeSAP, FAVIS o AIVS, un qualche senso lo può avere: d’altronde, come si è visto più e più volte, costoro vorrebbero eliminare tutte le religioni. Ma se lo fanno dei cattolici come la Melis, membro del direttivo nazionale del GRIS, non si può non ravvisare una profonda ipocrisia.

Quanto è coerente invocare «aiuto alla chiesa che soffre» per «sostenere la chiesa cattolica oppressa e perseguitata in tutto il mondo», foraggiare chi lavora anni e anni per promuovere la «libertà religiosa» e poi covare nel proprio seno una scheggia impazzita che sistematicamente istiga odio verso le altre religioni e verso la spiritualità in generale?

Esponenti «cattolici» (o pseudo tali) come la qui descritta Melis, come Giuseppe Bisetto o come don Aldo Buonaiuto presentano delle inquietanti somiglianze con i loro predecessori che per secoli hanno denigrato e discriminato gli ebrei, salvo poi sostenere di essere contrari al nazismo e alla shoah. Come definire ciò se non con il termine ipocrisia, o colpevole e perniciosa ipocrisia?

Per converso, vediamo una manifestazione di reale coraggio e di profonda onestà intellettuale in minoranze gravemente perseguitate come la Chiesa di Dio Onnipotente (di cui abbiamo già accennato in questo nostro post):


C’è da augurarsi che la Chiesa metta in atto un’adeguata riforma per adeguare ogni suo organismo agli insegnamenti originari del Cristo.