Quando si tratta di seminare allarmismo e mettere in cattiva luce una
certa comunità religiosa o spirituale o addirittura la fede stessa
professata da quella comunità, certi giornalisti a caccia di «contenuti»
non si fanno riguardo, e soprattutto non sottopongono le proprie
informazioni ad adeguata verifica. L’abbiamo documentato e denunciato
ripetutamente dalle pagine del nostro blog, basta consultare la sezione
«Media e giornalisti anti-sette» di questa pagina.
Quando
però qualcuno cerca di mettere in luce una prospettiva differente sulla
narrazione resa dal mass media scandalistico di turno, la sua voce
viene sistematicamente tacitata.
Così succede di volta in volta
con il nostro Mario Casini, così succede a molti altri, per lo più
devoti di questo o quel gruppo spirituale «non convenzionale».
Restituiamo
così la voce ad una di queste persone che ha cercato di rivolgere la
propria protesta (peraltro pacata e rispettosa, oltre che puntuale e ben
documentata), senza nemmeno ricevere una risposta, ad una giornalista di Mediaset, tale Roberta Rei,
che aveva voluto infangare la sua comunità religiosa. Malgrado diversi tentativi di contattarla, la «iena» si è sempre negata.
La lettera,
che pubblichiamo integralmente, è stata scritta non da un
rappresentante ufficiale della Congregazione Cristiana dei Testimoni di
Geova, ma da un privato cittadino: un Testimone di Geova profondamente
convinto della propria fede e sufficientemente coraggioso da cimentarsi
in un dialogo a viso aperto e a carte scoperte.
La vicenda cui si
fa riferimento è quella della signora Grazia Di Nicola; del suo caso (e
delle preziose «fake news» che ne sono scaturite) abbiamo dato conto in
questo post.
Questo blog si propone di promuovere un'informazione puntuale e ad ampia diffusione sulle notizie e i fatti concreti che riguardano il controverso mondo dei gruppi "anti-sette" e di tutti quei soggetti ed associazioni che portano avanti un attivo contrasto a movimenti spirituali e confessioni religiose.
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giovedì 25 aprile 2019
sabato 1 dicembre 2018
Genesi di un militante «anti-sette»: Lorita Tinelli e… una vendetta d’amore?
La figura di Lorita Tinelli, psicologa «anti-sette» del CeSAP, emerge di frequente nei vari post del nostro blog che trattano delle diverse ingiustizie commesse dai militanti contro i movimenti spirituali «non tradizionali». Di fatto, e come lei stessa ama raccontare ai mass media, l’attività lavorativa della Tinelli negli ultimi vent’anni è stata per la gran parte ipotecata dalla propaganda contro tutti i gruppi religiosi minoritari, con particolare attenzione ai Testimoni di Geova. Con l’andar del tempo, il CeSAP è poi diventato parte di un piccolo gruppo di associazioni italiane (che solo pochi giornalisti hanno il coraggio di descrivere per ciò che sono e fanno veramente) entrate nell’orbita della controversa FECRIS (un’organizzazione europea votata al contrasto continuo e intollerante verso la religiosità non convenzionale, finanziata dal governo francese) e divenute dalla fine del 2006 collaboratori della «polizia religiosa» SAS (la «Squadra Anti-Sette» del Ministero dell’Interno).
In molti si sono domandati la ragione di tanto astio da parte di Lorita Tinelli: un odio tanto costante e inflessibile da venire declinato quasi giornalmente in dichiarazioni ed articoli denigratori pubblicati sui suoi siti Internet, sui mass media di mezzo paese, su Facebook, in eventi pubblici, ecc.: mai una parola di riguardo, di rispetto, di comprensione, di curiosità genuina per le diverse rappresentazioni del divino o ricerche della spiritualità personale, mai un sincero apprezzamento per gli sforzi delle diverse congregazioni di integrarsi con la società o di contribuire ad un miglioramento delle comunità in cui si sono insediate. C’è spazio solo per testimonianze di apostati inviperiti, storie allarmanti (ma dalla dubbia attendibilità) che sovente vengono del tutto ridimensionate, accuse infamanti, recriminazioni e quant’altro.
Come giunge una psicologa, laureatasi appena pochi anni prima, ad autoproclamarsi «esperta» di «sette» tanto da fondare e dirigere un «centro studi» come il CeSAP focalizzato sin dai suoi primordi sul contrasto ai nuovi movimenti religiosi? Di fatto, tale «specializzazione» per Lorita Tinelli è addirittura precedente alla fondazione della sua associazione «anti-sette», se si considera che già nel 1998, per l’Editrice Vaticana, aveva dato alle stampe un libro con l’inequivocabile titolo «Tecniche di persuasione tra i Testimoni di Geova».
Dunque per Lorita Tinelli è stato assai breve il passo fra la laurea e l’attività di militante contro i «culti distruttivi» o «culti abusanti», come lei ama definire le nuove religioni riconosciute tali da esperti accademici di mezzo mondo o anche da interi governi nazionali (eclatante il caso della Soka Gakkai, confessione religiosa dotata di un’intesa addirittura con il governo di un paese a stragrande maggioranza cattolica come il nostro, ma «setta criminale» secondo i più facinorosi sostenitori e collaboratori del CeSAP, amici della psicologa pugliese, come Toni Occhiello).
In una parola: perché?
Troviamo la risposta nel quarto libro dell’Eneide, verso 412 («Malvagio Amore, che cosa gli animi mortali non spingi a fare!»), a cui risaliamo partendo da una traccia che ci lasciò in un commento, più di un anno fa, un utente del nostro blog:
Di tale indizio avevamo avuto un primo riscontro da persone che avevano conosciuto la Tinelli da studente universitaria, ma una conferma piena, rotonda e assolutamente autorevole ce l’ha fornita la stessa psicologa qualche giorno fa in un’intervista andata «in onda» su una radio online amatoriale. Ecco l’estratto:
E chi può essere «una persona carissima» che Lorita conosceva «molto bene (…) nelle sue passioni, nei suoi interessi, e anche nelle sue fragilità»? Forse un familiare, ma difficilmente non se ne saprebbe nulla dopo vent’anni di intensa attività «anti-sette». L’unica ipotesi plausibile è quella dell’amicizia profonda, oppure… della relazione amorosa. Questo conferma completamente l’indiscrezione.
In parole povere: Lorita Tinelli aveva un fidanzato di cui era molto innamorata, il quale ha deciso di lasciarla e di rompere la propria relazione per seguire un gruppo religioso.
Quale gruppo religioso? Basta vedere chi ha cominciato sin da subito ad attaccare la psicologa pugliese ancora prima di fondare il CeSAP, astutamente coinvolgendo chi poteva avere il massimo interesse nel sostenerla (un certo clero intransigente) e da lì in poi trasformando assieme ai suoi collaboratori in una sorta di business la propaganda «anti-sette»: i Testimoni di Geova.
Da quel periodo in poi, come lei stessa racconta nell’intervista di qualche giorno fa, Lorita Tinelli è stata indottrinata contro le nuove religiosità da un altro psicologo che in quei tempi era noto, oltre che per l’etilismo, anche per le sue discutibili tecniche di spionaggio ai danni dei gruppi religiosi minoritari da lui ritenuti «pericolosi», Maurizio Antonello, morto suicida a quarantanove anni nel maggio del 2003. Il collega della Tinelli deve avere avuto gioco facile nel predisporla all’odio verso i nuovi movimenti religiosi, considerando il momento di travaglio emotivo di lei, sul quale molto probabilmente egli deve aver anche fatto leva.
In breve tempo, la psicologa Lorita Tinelli si inventa «esperta» di «sette», accampando un mirabolante curriculum, pur non avendo una preparazione accademica seria e concreta in materia di religione o di sociologia ma per lo più un’imbottitura di informazioni «anti-sette» dovute alla frequentazione con il collega Antonello esponente dell’ARIS Veneto, associazione definitivamente cessata da alcuni anni ma anch’essa collegata alla FECRIS nell’ultimo periodo della sua attività.
Ciò rende ancora più speciose, artefatte e strumentali affermazioni come la seguente, in cui la Tinelli tenta di presentarsi come una «studiosa» tollerante ed equilibrata:
Un asserto tanto più inverosimile se paragonato al curriculum discriminatorio e persecutorio evidenziato non solo nel nostro blog, ma anche nelle dichiarazioni di altri studiosi ed ex collaboratori della psicologa «anti-sette».
Lo stesso vale per la presunta qualifica di «esperta» di fenomeni religiosi, mai realmente dimostrata tale a meno che non si debba dare credito a trasmissioni televisive scandalistiche o alla carta patinata stracolma di gossip.
Eppure Lorita Tinelli sostiene di utilizzare sempre il «metodo scientifico»:
Non è chiaro a cosa si riferisca qui Lorita Tinelli, ma basti ricordare (uno su tutti) il clamoroso esempio di superficialità messo in mostra dalla psicologa «anti-sette» in occasione del suo webinar di aprile scorso che ha realmente rasentato la pseudoscienza.
La verità nuda e cruda ci dice invece di un livore profondo, motivato da tutt’altro che un’ispirazione umanistica, caso mai da una ragione certo comprensibile, ma comunque strettamente personale: una delusione d’amore.
Una causa accettabile per un odio tanto viscerale?
Come si può considerare attendibile una presunta studiosa/ricercatrice mossa dal risentimento, quando si esprime su un soggetto così delicato come la scelta religiosa? Come può la magistratura dare credito ad una persona che valuta come negativa l'adesione a taluni movimenti religiosi solo perché un antico fidanzato l'ha lasciata per una scelta religiosa che li ha allontanati? Quanto può dirsi imparziale e onesta una persona che dopo tutti questi anni sta ancora inseguendo la propria vendetta?
In molti si sono domandati la ragione di tanto astio da parte di Lorita Tinelli: un odio tanto costante e inflessibile da venire declinato quasi giornalmente in dichiarazioni ed articoli denigratori pubblicati sui suoi siti Internet, sui mass media di mezzo paese, su Facebook, in eventi pubblici, ecc.: mai una parola di riguardo, di rispetto, di comprensione, di curiosità genuina per le diverse rappresentazioni del divino o ricerche della spiritualità personale, mai un sincero apprezzamento per gli sforzi delle diverse congregazioni di integrarsi con la società o di contribuire ad un miglioramento delle comunità in cui si sono insediate. C’è spazio solo per testimonianze di apostati inviperiti, storie allarmanti (ma dalla dubbia attendibilità) che sovente vengono del tutto ridimensionate, accuse infamanti, recriminazioni e quant’altro.
Come giunge una psicologa, laureatasi appena pochi anni prima, ad autoproclamarsi «esperta» di «sette» tanto da fondare e dirigere un «centro studi» come il CeSAP focalizzato sin dai suoi primordi sul contrasto ai nuovi movimenti religiosi? Di fatto, tale «specializzazione» per Lorita Tinelli è addirittura precedente alla fondazione della sua associazione «anti-sette», se si considera che già nel 1998, per l’Editrice Vaticana, aveva dato alle stampe un libro con l’inequivocabile titolo «Tecniche di persuasione tra i Testimoni di Geova».
Dunque per Lorita Tinelli è stato assai breve il passo fra la laurea e l’attività di militante contro i «culti distruttivi» o «culti abusanti», come lei ama definire le nuove religioni riconosciute tali da esperti accademici di mezzo mondo o anche da interi governi nazionali (eclatante il caso della Soka Gakkai, confessione religiosa dotata di un’intesa addirittura con il governo di un paese a stragrande maggioranza cattolica come il nostro, ma «setta criminale» secondo i più facinorosi sostenitori e collaboratori del CeSAP, amici della psicologa pugliese, come Toni Occhiello).
In una parola: perché?
Troviamo la risposta nel quarto libro dell’Eneide, verso 412 («Malvagio Amore, che cosa gli animi mortali non spingi a fare!»), a cui risaliamo partendo da una traccia che ci lasciò in un commento, più di un anno fa, un utente del nostro blog:
Di tale indizio avevamo avuto un primo riscontro da persone che avevano conosciuto la Tinelli da studente universitaria, ma una conferma piena, rotonda e assolutamente autorevole ce l’ha fornita la stessa psicologa qualche giorno fa in un’intervista andata «in onda» su una radio online amatoriale. Ecco l’estratto:
Quando studiavo ancora all’università avevo una persona carissima che ha iniziato a frequentare un gruppo chiuso, un gruppo totalitario. Io conoscevo molto bene questa persona nelle sue passioni, nei suoi interessi, e anche nelle sue fragilità. E sono state queste il punto diciamo d’ingresso in questa nuova esperienza. Ho visto questa persona nel giro di pochissimo tempo cambiare completamente…
E chi può essere «una persona carissima» che Lorita conosceva «molto bene (…) nelle sue passioni, nei suoi interessi, e anche nelle sue fragilità»? Forse un familiare, ma difficilmente non se ne saprebbe nulla dopo vent’anni di intensa attività «anti-sette». L’unica ipotesi plausibile è quella dell’amicizia profonda, oppure… della relazione amorosa. Questo conferma completamente l’indiscrezione.
In parole povere: Lorita Tinelli aveva un fidanzato di cui era molto innamorata, il quale ha deciso di lasciarla e di rompere la propria relazione per seguire un gruppo religioso.
Quale gruppo religioso? Basta vedere chi ha cominciato sin da subito ad attaccare la psicologa pugliese ancora prima di fondare il CeSAP, astutamente coinvolgendo chi poteva avere il massimo interesse nel sostenerla (un certo clero intransigente) e da lì in poi trasformando assieme ai suoi collaboratori in una sorta di business la propaganda «anti-sette»: i Testimoni di Geova.
Da quel periodo in poi, come lei stessa racconta nell’intervista di qualche giorno fa, Lorita Tinelli è stata indottrinata contro le nuove religiosità da un altro psicologo che in quei tempi era noto, oltre che per l’etilismo, anche per le sue discutibili tecniche di spionaggio ai danni dei gruppi religiosi minoritari da lui ritenuti «pericolosi», Maurizio Antonello, morto suicida a quarantanove anni nel maggio del 2003. Il collega della Tinelli deve avere avuto gioco facile nel predisporla all’odio verso i nuovi movimenti religiosi, considerando il momento di travaglio emotivo di lei, sul quale molto probabilmente egli deve aver anche fatto leva.
In breve tempo, la psicologa Lorita Tinelli si inventa «esperta» di «sette», accampando un mirabolante curriculum, pur non avendo una preparazione accademica seria e concreta in materia di religione o di sociologia ma per lo più un’imbottitura di informazioni «anti-sette» dovute alla frequentazione con il collega Antonello esponente dell’ARIS Veneto, associazione definitivamente cessata da alcuni anni ma anch’essa collegata alla FECRIS nell’ultimo periodo della sua attività.
Ciò rende ancora più speciose, artefatte e strumentali affermazioni come la seguente, in cui la Tinelli tenta di presentarsi come una «studiosa» tollerante ed equilibrata:
Un asserto tanto più inverosimile se paragonato al curriculum discriminatorio e persecutorio evidenziato non solo nel nostro blog, ma anche nelle dichiarazioni di altri studiosi ed ex collaboratori della psicologa «anti-sette».
Lo stesso vale per la presunta qualifica di «esperta» di fenomeni religiosi, mai realmente dimostrata tale a meno che non si debba dare credito a trasmissioni televisive scandalistiche o alla carta patinata stracolma di gossip.
Eppure Lorita Tinelli sostiene di utilizzare sempre il «metodo scientifico»:
Non è chiaro a cosa si riferisca qui Lorita Tinelli, ma basti ricordare (uno su tutti) il clamoroso esempio di superficialità messo in mostra dalla psicologa «anti-sette» in occasione del suo webinar di aprile scorso che ha realmente rasentato la pseudoscienza.
La verità nuda e cruda ci dice invece di un livore profondo, motivato da tutt’altro che un’ispirazione umanistica, caso mai da una ragione certo comprensibile, ma comunque strettamente personale: una delusione d’amore.
Una causa accettabile per un odio tanto viscerale?
Come si può considerare attendibile una presunta studiosa/ricercatrice mossa dal risentimento, quando si esprime su un soggetto così delicato come la scelta religiosa? Come può la magistratura dare credito ad una persona che valuta come negativa l'adesione a taluni movimenti religiosi solo perché un antico fidanzato l'ha lasciata per una scelta religiosa che li ha allontanati? Quanto può dirsi imparziale e onesta una persona che dopo tutti questi anni sta ancora inseguendo la propria vendetta?
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giovedì 27 settembre 2018
Business «anti-sette» e intolleranza religiosa: come sfruttare le dicerie per costruirsi un’immagine
Alla fine di aprile scorso, a Milazzo (Messina), è stato presentato pubblicamente un video contro i Testimoni di Geova prodotto da un’aspirante giornalista diciannovenne (fra un mese), tale Sofia Mezzasalma, nata nella capitale ma residente sin da piccola nella città teatro della storica battaglia fra Romani e Cartaginesi.
Il video si intitola «Nel nome di Geova», dura poco meno di 59 minuti e contiene sostanzialmente le solite dicerie in stile «peste e corna» ed alcune «testimonianze» di ex fedeli, ovviamente cariche delle peggiori accuse e condite con storie strappalacrime e riferite da soggetti per la maggior parte occultati al fine di nascondere l’identità degli accusatori.
Si parla di individui che (alcuni per molti anni) hanno creduto e insegnato i testi sacri dei Testimoni di Geova, poi hanno cambiato idea e, pieni di livore e di astio, hanno cominciato a gettare fango addosso a coloro che fino a poco prima chiamavano «fratelli».
Non è strano; al contrario, è un fenomeno tanto peculiare e iterativo che è stato oggetto di studi da parte di esperti di religione, i quali hanno scandagliato le opportunità offerte dagli «ex membri» di rendere dei resoconti attendibili, scoprendo che un tale caso è alquanto raro se non impossibile.
Questo stralcio è desunto da un saggio dal titolo «Le dimensioni sociali del settarismo» scritto per Clarendon Press (Oxford) nel 1990 dal prof. Bryan Ronald Wilson (1926-2004), un insigne sociologo inglese già presidente della Società Internazionale di Sociologia della Religione.
È talmente vero che i racconti struggenti degli apostati sono da esaminare con estrema cautela, che persino Sofia Mezzasalma, posta di fronte ad alcuni dubbi di attendibilità da parte (addirittura!) di un detrattore dei Testimoni di Geova, a proposito di alcune affermazioni riproposte nel suo «documentario», risponde così:
E infatti, sono emblematici i primi fotogrammi del sedicente «documentario»:
«Non ho elementi sufficienti per dichiarare quella storia veritiera», però la include nel suo video che poi reclamizza sfruttando TV locali, Internet e Facebook. Forse per venderlo al miglior offerente, all’insegna del business «anti-sette» di cui abbiamo più volte denunciato la malevola prassi?
«La storia della signora sembrerebbe abbastanza coerente» (dichiara candidamente Sofia Mezzasalma), però viene adoperata per suffragare una linea ideologica atta a demonizzare un’intera minoranza religiosa composta da decine e decine di migliaia di persone!
Tutto questo dice davvero molto sulla «serietà» del lavoro svolto dalla Mezzasalma.
E sulla stessa falsariga, troviamo l’immancabile «contributo» della psicologa «anti-sette» Lorita Tinelli del CeSAP (referente italiana della controversa associazione europea FECRIS), una delle principali detrattrici dei Testimoni di Geova sul territorio italiano, sempre pronta a diffondere «notizie» odiose o dicerie contro di loro pescate qua e là per la rete o fra i suoi contatti.
Dice la Tinelli che nell'ambito di un movimento religioso (da lei solitamente definito «culto distruttivo») come il Geovismo «si comanda, si dirige, si gestisce la vita del singolo inividuo».
Una frase che ci ricorda molto un argomento che avevamo trattato in un precedente post nel quale abbiamo dimostrato come l’ideologia «anti-sette» si possa applicare anche alle religioni tradizionali come il Cattolicesimo ed altre. Basterebbe adattare l’asserto di Lorita Tinelli contro i Testimoni di Geova, riportato nel video qui sopra, a questo post di Giovanna Balestrino del GRIS:
Come si è già detto nel succitato post, non troviamo affatto alcunché di criticabile nel fervore religioso di Giovanna Balestrino e nella sua fede nella parola di Dio.
Al contrario, troviamo una forte somiglianza con il fideismo sul quale si fondano le credenze dei Testimoni di Geova, secondo cui la Bibbia non è un semplice libro religioso che «parla di Dio», ma un libro mediante il quale «Dio stesso parla»: è «la parola di Dio» (seconda lettera a Timoteo, capitolo 3, versetti 16-17); fideismo già profondamente denigrato proprio dalla psicologa pugliese Lorita Tinelli.
I Testimoni di Geova fanno notare come la locuzione «ispirata da Dio», secondo un dizionario biblico, sia la traduzione del termine greco «θεόπνευστος» («theòpneustos», letteralmente «alitato da Dio») e compaia nella Sacra Bibbia una sola volta, identificando chiaramente Dio come fonte prima ed autore unico delle Sacre Scritture. Per questa ragione i Geovisti aspirano a regolare la propria vita secondo gli insegnamenti che ivi sono esposti.
Quando si diventa Testimone di Geova, si è pienamente consapevoli delle regole cui si sceglie di sottostare; regole che la Congregazione professa quale emanazione della volontà di Dio espressa nelle sue Scritture e indi divulgata dai dirigenti dell’organizzazione.
Nei confronti di coloro che cambiano idea e si dissociano o intraprendono una condotta che li porta ad essere espulsi, i Testimoni di Geova applicano ciò che si legge sempre nella traduzione della Bibbia edita della CEI (prima lettera ai Corinzi, capitolo 5, versetti 11 e 13):
Liberamente si diventa Testimoni di Geova, liberamente si può cessare di esserlo, liberamente si può tornare a far parte della congregazione, liberamente si può scegliere di abbandonarla per sempre. In molti lo fanno, alcuni tornano, altri prendono strade diverse. Ma solo una minuscola percentuale di loro si lacera le vesti correndo in lacrime a vomitare la propria «storia» tragica a qualche TV. Perché allora i media strombazzano solo (o per lo più) le versioni di costoro?
E se dei «giornalisti» come «Le Iene» (o dei giovani aspiranti tali come Sofia Mezzasalma) vengono a conoscenza di presunti illeciti o reati gravi come abusi su minori e simili, perché non li denunciano loro stessi? Forse perché si tratta di storie che «sembrano abbastanza coerenti» (cfr. post sopra riportato) ma costoro non dispongono di «elementi sufficienti per dichiararle veritiere» ossia perché, detto più semplicemente, sono racconti del tutto autoreferenziali e senza prove? E se non denunciano loro, perché pretendono che debbano farlo altri nell’incertezza sulla veridicità di quelle «testimonianze»?
In definitiva, considerando da un lato lo scarso approfondimento delle questioni teologiche e dottrinali afferenti alla pratica religiosa dei Testimoni di Geova e dall’altro la superficialità nel ritenere attendibili certe «testimonianze» senza verificarle adeguatamente, il lavoro di Sofia Mezzasalma sembra più un maldestro, tendenzioso tentativo di sfruttare una campagna mediatica già esistente (quella dettata dall’ideologia estremista «anti-sette») per darsi un tono, per crearsi un audience o più semplicemente per guadagnare popolarità e (magari) anche del denaro.
Il solito business «anti-sette»?
[Modifica del 02/10/2018 - la fotografia precedente è stata rimossa]
Ci scusiamo con i lettori e con Sofia Mezzasalma per aver inizialmente utilizzato una fotografia sbagliata (peraltro diffusa da lei stessa tramite il proprio profilo Facebook) che abbiamo provveduto a rimpiazzare tempestivamente, non appena siamo stati resi edotti dell'errore.
Il video si intitola «Nel nome di Geova», dura poco meno di 59 minuti e contiene sostanzialmente le solite dicerie in stile «peste e corna» ed alcune «testimonianze» di ex fedeli, ovviamente cariche delle peggiori accuse e condite con storie strappalacrime e riferite da soggetti per la maggior parte occultati al fine di nascondere l’identità degli accusatori.
Si parla di individui che (alcuni per molti anni) hanno creduto e insegnato i testi sacri dei Testimoni di Geova, poi hanno cambiato idea e, pieni di livore e di astio, hanno cominciato a gettare fango addosso a coloro che fino a poco prima chiamavano «fratelli».
Non è strano; al contrario, è un fenomeno tanto peculiare e iterativo che è stato oggetto di studi da parte di esperti di religione, i quali hanno scandagliato le opportunità offerte dagli «ex membri» di rendere dei resoconti attendibili, scoprendo che un tale caso è alquanto raro se non impossibile.
«Il membro deluso, e l’apostata, in particolare, sono informatori le cui prove devono essere utilizzate con circospezione. L’apostata ha generalmente bisogno di giustificare se stesso. Cerca di ricostruire il suo passato, di scusare le sue affiliazioni precedenti e di biasimare coloro che erano stati i suoi colleghi più prossimi. Non è dunque raro che impari a fabbricarsi una “storia di atrocità” per spiegare come — attraverso la manipolazione, l’inganno, la coercizione o le frodi — è stato prima condotto ad aderire, quindi gli è stato impedito di abbandonare un’organizzazione che oggi disapprova e condanna. Gli apostati, le cui narrazioni sono sensazionalizzate dalla stampa, cercano talora di trarre profitto dalle loro esperienze vendendo i loro racconti ai giornali o pubblicando libri.»
Questo stralcio è desunto da un saggio dal titolo «Le dimensioni sociali del settarismo» scritto per Clarendon Press (Oxford) nel 1990 dal prof. Bryan Ronald Wilson (1926-2004), un insigne sociologo inglese già presidente della Società Internazionale di Sociologia della Religione.
È talmente vero che i racconti struggenti degli apostati sono da esaminare con estrema cautela, che persino Sofia Mezzasalma, posta di fronte ad alcuni dubbi di attendibilità da parte (addirittura!) di un detrattore dei Testimoni di Geova, a proposito di alcune affermazioni riproposte nel suo «documentario», risponde così:
E infatti, sono emblematici i primi fotogrammi del sedicente «documentario»:
«Non ho elementi sufficienti per dichiarare quella storia veritiera», però la include nel suo video che poi reclamizza sfruttando TV locali, Internet e Facebook. Forse per venderlo al miglior offerente, all’insegna del business «anti-sette» di cui abbiamo più volte denunciato la malevola prassi?
«La storia della signora sembrerebbe abbastanza coerente» (dichiara candidamente Sofia Mezzasalma), però viene adoperata per suffragare una linea ideologica atta a demonizzare un’intera minoranza religiosa composta da decine e decine di migliaia di persone!
Tutto questo dice davvero molto sulla «serietà» del lavoro svolto dalla Mezzasalma.
E sulla stessa falsariga, troviamo l’immancabile «contributo» della psicologa «anti-sette» Lorita Tinelli del CeSAP (referente italiana della controversa associazione europea FECRIS), una delle principali detrattrici dei Testimoni di Geova sul territorio italiano, sempre pronta a diffondere «notizie» odiose o dicerie contro di loro pescate qua e là per la rete o fra i suoi contatti.
Dice la Tinelli che nell'ambito di un movimento religioso (da lei solitamente definito «culto distruttivo») come il Geovismo «si comanda, si dirige, si gestisce la vita del singolo inividuo».
Una frase che ci ricorda molto un argomento che avevamo trattato in un precedente post nel quale abbiamo dimostrato come l’ideologia «anti-sette» si possa applicare anche alle religioni tradizionali come il Cattolicesimo ed altre. Basterebbe adattare l’asserto di Lorita Tinelli contro i Testimoni di Geova, riportato nel video qui sopra, a questo post di Giovanna Balestrino del GRIS:
Come si è già detto nel succitato post, non troviamo affatto alcunché di criticabile nel fervore religioso di Giovanna Balestrino e nella sua fede nella parola di Dio.
Al contrario, troviamo una forte somiglianza con il fideismo sul quale si fondano le credenze dei Testimoni di Geova, secondo cui la Bibbia non è un semplice libro religioso che «parla di Dio», ma un libro mediante il quale «Dio stesso parla»: è «la parola di Dio» (seconda lettera a Timoteo, capitolo 3, versetti 16-17); fideismo già profondamente denigrato proprio dalla psicologa pugliese Lorita Tinelli.
«Tutta la Scrittura, ispirata da Dio, è anche utile per insegnare, convincere, correggere ed educare nella giustizia, perché l’uomo di Dio sia completo e ben preparato per ogni opera buona.»
I Testimoni di Geova fanno notare come la locuzione «ispirata da Dio», secondo un dizionario biblico, sia la traduzione del termine greco «θεόπνευστος» («theòpneustos», letteralmente «alitato da Dio») e compaia nella Sacra Bibbia una sola volta, identificando chiaramente Dio come fonte prima ed autore unico delle Sacre Scritture. Per questa ragione i Geovisti aspirano a regolare la propria vita secondo gli insegnamenti che ivi sono esposti.
Quando si diventa Testimone di Geova, si è pienamente consapevoli delle regole cui si sceglie di sottostare; regole che la Congregazione professa quale emanazione della volontà di Dio espressa nelle sue Scritture e indi divulgata dai dirigenti dell’organizzazione.
Nei confronti di coloro che cambiano idea e si dissociano o intraprendono una condotta che li porta ad essere espulsi, i Testimoni di Geova applicano ciò che si legge sempre nella traduzione della Bibbia edita della CEI (prima lettera ai Corinzi, capitolo 5, versetti 11 e 13):
«Vi ho scritto di non mescolarvi con chi si dice fratello, ed è impudico o avaro o idolàtra o maldicente o ubriacone o ladro; con questi tali non dovete neanche mangiare insieme. (...) Togliete il malvagio di mezzo a voi!»
Liberamente si diventa Testimoni di Geova, liberamente si può cessare di esserlo, liberamente si può tornare a far parte della congregazione, liberamente si può scegliere di abbandonarla per sempre. In molti lo fanno, alcuni tornano, altri prendono strade diverse. Ma solo una minuscola percentuale di loro si lacera le vesti correndo in lacrime a vomitare la propria «storia» tragica a qualche TV. Perché allora i media strombazzano solo (o per lo più) le versioni di costoro?
E se dei «giornalisti» come «Le Iene» (o dei giovani aspiranti tali come Sofia Mezzasalma) vengono a conoscenza di presunti illeciti o reati gravi come abusi su minori e simili, perché non li denunciano loro stessi? Forse perché si tratta di storie che «sembrano abbastanza coerenti» (cfr. post sopra riportato) ma costoro non dispongono di «elementi sufficienti per dichiararle veritiere» ossia perché, detto più semplicemente, sono racconti del tutto autoreferenziali e senza prove? E se non denunciano loro, perché pretendono che debbano farlo altri nell’incertezza sulla veridicità di quelle «testimonianze»?
In definitiva, considerando da un lato lo scarso approfondimento delle questioni teologiche e dottrinali afferenti alla pratica religiosa dei Testimoni di Geova e dall’altro la superficialità nel ritenere attendibili certe «testimonianze» senza verificarle adeguatamente, il lavoro di Sofia Mezzasalma sembra più un maldestro, tendenzioso tentativo di sfruttare una campagna mediatica già esistente (quella dettata dall’ideologia estremista «anti-sette») per darsi un tono, per crearsi un audience o più semplicemente per guadagnare popolarità e (magari) anche del denaro.
Il solito business «anti-sette»?
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martedì 14 agosto 2018
Fake news «anti-sette»: il caso Di Nicola e le bugie contro i Testimoni di Geova
La Congregazione Cristiana dei Testimoni di Geova è senz’altro fra i bersagli preferiti della propaganda allarmistica «anti-sette» non solo (come si potrebbe facilmente dedurre) fra gli estremisti cattolici (o meglio, pseudo-cattolici come i militanti del GRIS) apparentemente animati da una sorta di «timore della concorrenza» del tutto fuori luogo, ma altrettanto da parte di esponenti di associazioni laiche ed apertamente antireligiose come Lorita Tinelli e Luigi Corvaglia del CeSAP, o Maurizio Alessandrini e Sonia Ghinelli del FAVIS, o ancora Toni Occhiello di AIVS. Peraltro, sia CeSAP sia FAVIS si dichiarano referenti della polizia religiosa «SAS» e rappresentano in Italia la FECRIS, controversa organizzazione europea che combatte la spiritualità non convenzionale.
Così, nei confronti dei Testimoni di Geova vi è sovente un fuoco incrociato e di origine trasversale, mascherato da motivazioni speciose e artificiosamente «di pubblica utilità» (cliché frequente presso gli «anti-sette»), che tuttavia è per lo più dovuto alla larga diffusione di questo movimento religioso e alle cospicue nuove adesioni che esso raccoglie.
Ce lo conferma lo stesso GRIS in una «ricerca» di cui apprendiamo da un post su Facebook pubblicato in aprile 2017 da una psicologa (Ornella Minuzzo, di cui abbiamo parlato proprio ieri) che ne pubblicizza l’ideologia:
Peraltro, la psicologa Ornella Minuzzo sembra non sapere nemmeno che il GRIS ha cambiato la propria denominazione a inizio anni 2000, adottando quella di «Gruppo di Ricerca e Informazione Socio-Religiosa», un po’ meno estremista e accademicamente discutibile rispetto all’originaria «Gruppo di Ricerca e Informazione sulle Sette». Ma forse è il caso di soprassedere e di procedere con il tema in questione.
La stima espressa dal GRIS è infatti al ribasso, se paragonata alla cifra recentemente fornita dalla rappresentanza nazionale dei Testimoni di Geova alla RAI, ossia 250.000 fedeli in Italia contro gli 8.500.000 in tutto il mondo.
Ciò detto, le strategie messe in atto dagli «anti-sette» per denigrare ed ostacolare questa minoranza religiosa, ormai da decenni radicata ed integrata nella società civile italiana, sono press’a poco le medesime che vengono impiegate contro tutti gli altri movimenti, anche i più esigui in numero: allarmismo, istigazione alla paura e all’odio, storie più o meno verosimili di ex membri (ovviamente inviperiti e ansiosi di rivalsa) opportunamente ricamate per renderle il più possibile melodrammatiche o strappalacrime, ecc.
Una delle ultime di queste «notizie» (o pseudo-tali) in ordine cronologico è un caso di contrasti familiari che, mentre è stato presentato dai media come una «tragedia provocata dalla setta», ad un più attento esame della situazione si rivela essere uno dei numerosi casi da rubricare alla voce «danni dovuti alla propaganda ‘anti-sette’».
Andiamo con ordine e presentiamo brevemente i fatti, avvenuti fra il 21 e il 30 giugno scorsi.
Con il solito tam-tam mediatico di «notizie» che rimpallano da una testata all’altra e da un sito web all’altro (con gli inevitabili commenti indignati di chi nemmeno legge attentamente i testi), ecco che il «mostro» viene sbattuto in prima pagina per l’ennesima volta:
Frasi forti, che fanno leva su sentimenti profondi, radicati ed antichi come l’amore filiale e la sacralità del focolare: «colpevole di aver scelto di vivere», «i Testimoni di Geova la volevano morta», «una setta che sacrifica vite».
Sorvoliamo pure sull’eventuale valenza criminale di affermazioni tanto evidentemente diffamatorie, perché la malignità di un tale «giornalismo» e la pochezza di siffatte argomentazioni si rivela in tutta la sua meschinità appena un giorno più tardi, quando le figlie di Grazia Di Nicola (la signora la cui «storia» viene raccontata in quegli articoli) invocano il diritto di replica e scrivono ai media per fornire la loro versione dei fatti:
Ma non è tutto. I più maligni potrebbero infatti sostenere che quella replica sia stata indotta, oppure costruita, o che non sia veritiera, o chissà quali altre costruzioni mentali.
Al contrario, seppure a denti stretti e in mezzo ad altre stucchevoli recriminazioni e sbalorditive provocazioni, la conferma che si tratta della mera verità arriva niente meno che dalla signora Grazia Di Nicola (nota: interpretiamo la parola «affebrati», a noi sconosciuta, come qualcosa di simile a «infervorati» oppure «febbricitanti, comunque riteniamo il senso sia «sconvolti»):
Al di là degli ovvi tentativi di attenuare la gravità della propria condotta, ci troviamo di fronte a una madre che ha sostanzialmente cacciato di casa le proprie figlie perché non volevano abiurare la fede che invece lei e il marito avevano scelto di abbandonare dopo averla praticata essi stessi per anni e dopo averla trasmessa a loro. Una sorta di paradosso!
Addirittura, questi genitori non solo hanno esasperato le loro figlie fino a condurle alla triste decisione di andarsene di casa perché discriminate da coloro che dovevano amarle ed accettare le loro scelte, ma addirittura hanno tramutato la loro storia di conflitto familiare in uno «scoop» mediatico che ha segnato (forse irrimediabilmente?) le vite di tutti loro.
È questo il modello genitoriale proposto dagli psicologi «anti-sette»?
Al di là della retorica del nostro quesito, forse è proprio così: infatti, se si legge con attenzione il commento della Di Nicola, si comprende ancora meglio la delinquenziale falsità delle «fake news» propagate dagli «anti-sette»:
Quindi vi erano «discussioni» già da tempo.
Quindi vi era la percezione di un (presunto) «pericolo» nel fatto di far parte dei TdG.
Tant’è che «si era arrivati a una mancanza di rispetto reciproco», esito che non può certo darsi solo a seguito di un fatto isolato come quello su cui s’imperniano gli articoli.
Va da sé che l’episodio della trasfusione di sangue può solo essere l’ultimo di una concatenazione di eventi che hanno condotto questa sventurata famiglia al contrasto e al litigio, fino alla perdita del rispetto reciproco e addirittura all’odio.
Una tanto grave animosità, una tanto forte conflittualità fra persone dello stesso sangue può forse scaturire da un singolo accadimento, peraltro avvenuto due anni e mezzo prima di questi articoli (gennaio 2016)?
Noi non lo crediamo possibile, e d’altronde la Di Nicola ha già dimostrato con le sue stesse parole (a seguito della replica delle figlie) di non essere del tutto attendibile nelle proprie dichiarazioni.
Crediamo invece che la casalinga di Colliano (SA), dopo aver fortemente insistito con il marito (Franco Scaglione) per portarlo ad abbracciare la fede nei Testimoni di Geova nel 2008 (lo racconta lei stessa nelle dichiarazioni rese alla stampa), abbia in seguito dovuto subire delle pressioni da parte sua. Crediamo che proprio a causa di tale dissenso sia caduta, trascinata dal marito, nella rete di qualche «anti-sette» e si sia imbevuta delle loro tesi propagandistiche, abbia quindi recepito i soliti «consigli» (come quelli di cui si parla proprio nel post sulla psicologa Ornella Minuzzo) mirati a tentare di dissuadere le figlie dalla loro fede. «Consigli» di natura intollerante che ovviamente dividono e separano, piuttosto che armonizzare.
Certo, quelle che abbiamo espresso nel paragrafo antecedente sono solo nostre deduzioni, e tale resta il loro valore.
Ma vi è un altro elemento che vorremmo addurre a supporto delle nostre argomentazioni: la tempistica. Grazia Di Nicola ha cominciato a raccontare alla stampa la propria «storia» già in ottobre del 2016, con un exploit sui media locali del salernitano. Proprio a quel periodo risalgono i suoi contatti con Lorita Tinelli del CeSAP e Sonia Ghinelli del FAVIS. In marzo del 2017, quindi ben oltre un anno prima dell’ondata mediatica a cui abbiamo assistito nel giugno scorso, la Di Nicola ha addirittura tentato di imbastire una petizione online al Presidente della Repubblica:
Dunque perché tornare ancora alla ribalta qualche settimana fa? Perché esacerbare una storia già tanto triste, al punto da suscitare la reazione delle sue figlie che fino a quel momento avevano mantenuto un rispettoso silenzio persino davanti alle cattiverie strombazzate dalla madre ai quattro venti sul loro conto e sul conto della loro congregazione? A che pro?
Ma ciò che lascia ancor più sgomenti è la falsità stessa dell’argomentazione su cui è imperniato il cancan di quegli ultimi articoli, ossia: è una menzogna che le figlie abbiano abbandonato la madre a seguito della trasfusione, e a specificarlo è proprio la casalinga di Colliano (SA) in questa intervista del 19 ottobre 2016, di cui proponiamo qui di seguito un breve stralcio.
La Di Nicola ha spiegato in dettaglio come abbia lei per prima deciso di abbandonare i Testimoni di Geova diversi mesi dopo l’episodio della trasfusione, per il semplice fatto che non voleva più accettare quella fede e le pratiche religiose ad essa collegate. Una scelta innegabilmente legittima e indiscutibile, ma perché ha voluto obbligare altri a seguirla?
Ci domandiamo come si possa tanto candidamente sorprendersi per il disappunto delle proprie figlie quando, dopo anni di adesione ad un credo, di punto in bianco si va in TV a dirne peste e corna mettendo in piazza fatti privati e questioni familiari che si dovrebbero risolvere parlando con i propri cari. Forse qualcuno l’ha indotta a fare ciò? Magari proprio qualche «anti-sette»? Se la Di Nicola un giorno avrà l’onestà intellettuale di rivelarlo, allora sì che sarà stata fatta davvero chiarezza.
Ma non solo: il racconto della Di Nicola, fra l’altro, dimostra la falsità delle storie allarmistiche sulle trasfusioni di sangue, nelle quali viene sempre sistematicamente omesso il fatto che al Testimone di Geova viene prestata assistenza qualificata dalla congregazione affinché si individui una terapia alternativa sotto l’opportuna supervisione medica.
Ci domandiamo dunque: era davvero necessario rovinare la propria famiglia, in conseguenza della propria scelta di abbandonare una data fede?
Probabilmente no; ma se anche non era necessario, è stato consequenziale alle attività tipiche degli «anti-sette».
E pensare che solo pochi anni fa la signora Grazia Di Nicola diffondeva messaggi come questo:
Ecco, quindi, un’ennesima dimostrazione di come la propaganda «anti-sette» sconvolge intere famiglie, semina allarmismo e genera divisione e conflittualità.
Così, nei confronti dei Testimoni di Geova vi è sovente un fuoco incrociato e di origine trasversale, mascherato da motivazioni speciose e artificiosamente «di pubblica utilità» (cliché frequente presso gli «anti-sette»), che tuttavia è per lo più dovuto alla larga diffusione di questo movimento religioso e alle cospicue nuove adesioni che esso raccoglie.
Ce lo conferma lo stesso GRIS in una «ricerca» di cui apprendiamo da un post su Facebook pubblicato in aprile 2017 da una psicologa (Ornella Minuzzo, di cui abbiamo parlato proprio ieri) che ne pubblicizza l’ideologia:
Peraltro, la psicologa Ornella Minuzzo sembra non sapere nemmeno che il GRIS ha cambiato la propria denominazione a inizio anni 2000, adottando quella di «Gruppo di Ricerca e Informazione Socio-Religiosa», un po’ meno estremista e accademicamente discutibile rispetto all’originaria «Gruppo di Ricerca e Informazione sulle Sette». Ma forse è il caso di soprassedere e di procedere con il tema in questione.
La stima espressa dal GRIS è infatti al ribasso, se paragonata alla cifra recentemente fornita dalla rappresentanza nazionale dei Testimoni di Geova alla RAI, ossia 250.000 fedeli in Italia contro gli 8.500.000 in tutto il mondo.
Ciò detto, le strategie messe in atto dagli «anti-sette» per denigrare ed ostacolare questa minoranza religiosa, ormai da decenni radicata ed integrata nella società civile italiana, sono press’a poco le medesime che vengono impiegate contro tutti gli altri movimenti, anche i più esigui in numero: allarmismo, istigazione alla paura e all’odio, storie più o meno verosimili di ex membri (ovviamente inviperiti e ansiosi di rivalsa) opportunamente ricamate per renderle il più possibile melodrammatiche o strappalacrime, ecc.
Una delle ultime di queste «notizie» (o pseudo-tali) in ordine cronologico è un caso di contrasti familiari che, mentre è stato presentato dai media come una «tragedia provocata dalla setta», ad un più attento esame della situazione si rivela essere uno dei numerosi casi da rubricare alla voce «danni dovuti alla propaganda ‘anti-sette’».
Andiamo con ordine e presentiamo brevemente i fatti, avvenuti fra il 21 e il 30 giugno scorsi.
Con il solito tam-tam mediatico di «notizie» che rimpallano da una testata all’altra e da un sito web all’altro (con gli inevitabili commenti indignati di chi nemmeno legge attentamente i testi), ecco che il «mostro» viene sbattuto in prima pagina per l’ennesima volta:
Frasi forti, che fanno leva su sentimenti profondi, radicati ed antichi come l’amore filiale e la sacralità del focolare: «colpevole di aver scelto di vivere», «i Testimoni di Geova la volevano morta», «una setta che sacrifica vite».
Sorvoliamo pure sull’eventuale valenza criminale di affermazioni tanto evidentemente diffamatorie, perché la malignità di un tale «giornalismo» e la pochezza di siffatte argomentazioni si rivela in tutta la sua meschinità appena un giorno più tardi, quando le figlie di Grazia Di Nicola (la signora la cui «storia» viene raccontata in quegli articoli) invocano il diritto di replica e scrivono ai media per fornire la loro versione dei fatti:
Siamo le tre figlie di Grazia Di Nicola.Siamo rimaste sconcertate dalle informazioni false che abbiamo letto sui giornali; tra l’altro nessun giornalista della vostra redazione si è degnato di contattarci per ascoltare anche la nostra versione dei fatti.Non vogliamo perdere tempo a correggere tutte le informazioni errate incluse nell’articolo; quello che ci preme precisare è che noi abbiamo sempre rispettato -- e rispettiamo -- nostra madre, a prescindere dalle decisioni che ha preso in campo religioso. Il motivo per cui oggi non abitiamo più con nostra madre non è perché l’abbiamo ripudiata. Non ci sogneremmo mai una cosa del genere. In realtà è stata lei a cacciare via di casa una di noi e a indurre le altre due a scappare via. Ci dispiace che i nostri genitori stiano strumentalizzando la situazione per mettere in cattiva luce la nostra religione.Giovanna, Annunziata e Francesca ScaglioneSi rimane a dir poco allibiti (se non disgustati) di fronte al fatto che dei giornalisti abbiano l’ardire di pubblicare dei titoli tanto cruenti senza nemmeno prendersi la briga di verificare i fatti. Ma purtroppo saremmo alquanto ingenui se ignorassimo il fatto che negli ultimi tempi (e soprattutto quando si parla di movimenti religiosi) questa è la regola, piuttosto che l’eccezione.
Ma non è tutto. I più maligni potrebbero infatti sostenere che quella replica sia stata indotta, oppure costruita, o che non sia veritiera, o chissà quali altre costruzioni mentali.
Al contrario, seppure a denti stretti e in mezzo ad altre stucchevoli recriminazioni e sbalorditive provocazioni, la conferma che si tratta della mera verità arriva niente meno che dalla signora Grazia Di Nicola (nota: interpretiamo la parola «affebrati», a noi sconosciuta, come qualcosa di simile a «infervorati» oppure «febbricitanti, comunque riteniamo il senso sia «sconvolti»):
Al di là degli ovvi tentativi di attenuare la gravità della propria condotta, ci troviamo di fronte a una madre che ha sostanzialmente cacciato di casa le proprie figlie perché non volevano abiurare la fede che invece lei e il marito avevano scelto di abbandonare dopo averla praticata essi stessi per anni e dopo averla trasmessa a loro. Una sorta di paradosso!
Addirittura, questi genitori non solo hanno esasperato le loro figlie fino a condurle alla triste decisione di andarsene di casa perché discriminate da coloro che dovevano amarle ed accettare le loro scelte, ma addirittura hanno tramutato la loro storia di conflitto familiare in uno «scoop» mediatico che ha segnato (forse irrimediabilmente?) le vite di tutti loro.
È questo il modello genitoriale proposto dagli psicologi «anti-sette»?
Al di là della retorica del nostro quesito, forse è proprio così: infatti, se si legge con attenzione il commento della Di Nicola, si comprende ancora meglio la delinquenziale falsità delle «fake news» propagate dagli «anti-sette»:
Quindi vi erano «discussioni» già da tempo.
Quindi vi era la percezione di un (presunto) «pericolo» nel fatto di far parte dei TdG.
Tant’è che «si era arrivati a una mancanza di rispetto reciproco», esito che non può certo darsi solo a seguito di un fatto isolato come quello su cui s’imperniano gli articoli.
Va da sé che l’episodio della trasfusione di sangue può solo essere l’ultimo di una concatenazione di eventi che hanno condotto questa sventurata famiglia al contrasto e al litigio, fino alla perdita del rispetto reciproco e addirittura all’odio.
Una tanto grave animosità, una tanto forte conflittualità fra persone dello stesso sangue può forse scaturire da un singolo accadimento, peraltro avvenuto due anni e mezzo prima di questi articoli (gennaio 2016)?
Noi non lo crediamo possibile, e d’altronde la Di Nicola ha già dimostrato con le sue stesse parole (a seguito della replica delle figlie) di non essere del tutto attendibile nelle proprie dichiarazioni.
Crediamo invece che la casalinga di Colliano (SA), dopo aver fortemente insistito con il marito (Franco Scaglione) per portarlo ad abbracciare la fede nei Testimoni di Geova nel 2008 (lo racconta lei stessa nelle dichiarazioni rese alla stampa), abbia in seguito dovuto subire delle pressioni da parte sua. Crediamo che proprio a causa di tale dissenso sia caduta, trascinata dal marito, nella rete di qualche «anti-sette» e si sia imbevuta delle loro tesi propagandistiche, abbia quindi recepito i soliti «consigli» (come quelli di cui si parla proprio nel post sulla psicologa Ornella Minuzzo) mirati a tentare di dissuadere le figlie dalla loro fede. «Consigli» di natura intollerante che ovviamente dividono e separano, piuttosto che armonizzare.
Certo, quelle che abbiamo espresso nel paragrafo antecedente sono solo nostre deduzioni, e tale resta il loro valore.
Ma vi è un altro elemento che vorremmo addurre a supporto delle nostre argomentazioni: la tempistica. Grazia Di Nicola ha cominciato a raccontare alla stampa la propria «storia» già in ottobre del 2016, con un exploit sui media locali del salernitano. Proprio a quel periodo risalgono i suoi contatti con Lorita Tinelli del CeSAP e Sonia Ghinelli del FAVIS. In marzo del 2017, quindi ben oltre un anno prima dell’ondata mediatica a cui abbiamo assistito nel giugno scorso, la Di Nicola ha addirittura tentato di imbastire una petizione online al Presidente della Repubblica:
Dunque perché tornare ancora alla ribalta qualche settimana fa? Perché esacerbare una storia già tanto triste, al punto da suscitare la reazione delle sue figlie che fino a quel momento avevano mantenuto un rispettoso silenzio persino davanti alle cattiverie strombazzate dalla madre ai quattro venti sul loro conto e sul conto della loro congregazione? A che pro?
Ma ciò che lascia ancor più sgomenti è la falsità stessa dell’argomentazione su cui è imperniato il cancan di quegli ultimi articoli, ossia: è una menzogna che le figlie abbiano abbandonato la madre a seguito della trasfusione, e a specificarlo è proprio la casalinga di Colliano (SA) in questa intervista del 19 ottobre 2016, di cui proponiamo qui di seguito un breve stralcio.
La Di Nicola ha spiegato in dettaglio come abbia lei per prima deciso di abbandonare i Testimoni di Geova diversi mesi dopo l’episodio della trasfusione, per il semplice fatto che non voleva più accettare quella fede e le pratiche religiose ad essa collegate. Una scelta innegabilmente legittima e indiscutibile, ma perché ha voluto obbligare altri a seguirla?
Ci domandiamo come si possa tanto candidamente sorprendersi per il disappunto delle proprie figlie quando, dopo anni di adesione ad un credo, di punto in bianco si va in TV a dirne peste e corna mettendo in piazza fatti privati e questioni familiari che si dovrebbero risolvere parlando con i propri cari. Forse qualcuno l’ha indotta a fare ciò? Magari proprio qualche «anti-sette»? Se la Di Nicola un giorno avrà l’onestà intellettuale di rivelarlo, allora sì che sarà stata fatta davvero chiarezza.
Ma non solo: il racconto della Di Nicola, fra l’altro, dimostra la falsità delle storie allarmistiche sulle trasfusioni di sangue, nelle quali viene sempre sistematicamente omesso il fatto che al Testimone di Geova viene prestata assistenza qualificata dalla congregazione affinché si individui una terapia alternativa sotto l’opportuna supervisione medica.
Ci domandiamo dunque: era davvero necessario rovinare la propria famiglia, in conseguenza della propria scelta di abbandonare una data fede?
Probabilmente no; ma se anche non era necessario, è stato consequenziale alle attività tipiche degli «anti-sette».
E pensare che solo pochi anni fa la signora Grazia Di Nicola diffondeva messaggi come questo:
Ecco, quindi, un’ennesima dimostrazione di come la propaganda «anti-sette» sconvolge intere famiglie, semina allarmismo e genera divisione e conflittualità.
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lunedì 2 luglio 2018
Gli «anti-sette» ostacolano e attaccano ogni forma di religiosità e spiritualità?
Esordiamo stavolta con una nota moderatamente umoristica, traendo spunto da un post pubblicato qualche tempo fa da una «anti-sette» militante contro i Testimoni di Geova, Immacolata Iannone, figura già citata in precedenza nel nostro blog, (qui e qui) che, dopo essere stata «pizzicata» a mettere qua e là qualche «Mi piace» un po’ «piccante», ha pensato bene di cambiare nome al profilo e ora si fa chiamare «Immacolata Luce»:
Quale illuminata saggezza dispensa l’amicissima di Lorita Tinelli…
Sì, proprio Lorita Tinelli, la psicologa pugliese fra i principali esponenti «anti-sette» attivi nel controverso scenario italiano della lotta senza quartiere ai nuovi movimenti religiosi .
La Iannone non sembra tenere conto delle «condivisioni» favorite dai suoi amici «anti-sette» oltre che da lei stessa: «lamentele» contro questo o quel gruppo spirituale, «problemi» attribuiti al tale o talaltro guru, «paura» dei movimenti religiosi strumentalmente apostrofati come «culti distruttivi», «giudizio» continuo e del tutto opinabile delle tendenze e delle credenze «non convenzionali» da costoro considerate «dannose».
Di quale «immondizia» stava parlando, dunque, Immacolata Iannone nel suo post del 13 aprile scorso?
Forse stava parlando degli attacchi alle congregazioni di radice cristiana da opera proprio della sua amica del CeSAP?
Come in questo articolo tratto dal sito istituzionale del «centro studi» pugliese:
O in quest’altro, di maggio 2006 ma tuttora disponibile online, nel quale vengono presi di mira nuovamente gli Avventisti, i Testimoni di Geova e i cosiddetti «culti millenaristi» (tanto per appioppare etichette prêt-à-porter che diventano un vero e proprio «stigma»):
Stessa identica linea espressa in quest’altro articolo, di due anni successivo (2008) in cui nel mirino sono, oltre agli Avventisti e ai Testimoni di Geova, anche i Battisti, i Metodisti e altre confessioni religiose; il tutto con le solite tinte torve da pericolo imminente:
Chissà che invece la Iannone non avesse in mente gli attacchi di Tinelli e amici all’Opus Dei:
Si noti come l’articolo viene indicizzato nella categoria «controllo mentale e plagio». La solita, controversa e ormai ampiamente screditata teoria del «lavaggio del cervello».
Ancora una volta, sorprendentemente, la «colpa» di questo gruppo religioso di minoranza sembra essere il suo successo e il fatto che raccoglie sempre più consensi fra la gente. Che delitto…
Stesso identico trattamento riservato a due gruppi confessionali completamente differenti fra loro sotto ogni aspetto (Scientology e Islam), ma curiosamente presi di mira assieme dai militanti «anti-sette» di AIVS con un post (datato 19 aprile scorso) dal tenore peraltro piuttosto «complottista»:
C’è spazio addirittura per i massaggi giapponesi Shiatsu, contro cui un’altra amicissima di Lorita Tinelli spara a zero, in maniera peraltro un po’ sconclusionata e senza la benché minima qualifica per poter esprimere giudizi tanto categorici:
Tornando ai Testimoni di Geova, bersaglio favorito della Iannone, non manca un attacco da parte del GRIS e della sua rappresentante piemontese Giovanna Balestrino che sconfina nell’iperbolico:
Secondo costoro, la Congregazione Cristiana dei Testimoni di Geova non sarebbe cristiana. Audace è il minimo che si possa dire; puerile sarebbe forse un vocabolo più adatto.
In definitiva, risulta lampante da questi esempi (che si sommano ai numerosi altrove riportati nel presente blog) che gli «anti-sette» infamano indiscriminatamente «movimenti religiosi alternativi» e confessioni religiose «tradizionali», gruppi meno conosciuti o meno radicati tanto quanto pratiche non convenzionali come i massaggi orientali. Di tutta l’erba un fascio, purché si possa fare sensazione e istigare avversione.
Cui prodest? Ne abbiamo parlato ampiamente: il movente è il lucro.
Sì, perché costoro da questa opera costante di delazione guadagnano. In molti casi guadagnano denaro, in altri casi hanno un ritorno di immagine o anche solo di notorietà cui non potrebbero aspirare altrimenti.
Ecco la condotta degli «anti-sette»: quanto lecita sia, lo lasciamo giudicare al lettore.
Quale illuminata saggezza dispensa l’amicissima di Lorita Tinelli…
Sì, proprio Lorita Tinelli, la psicologa pugliese fra i principali esponenti «anti-sette» attivi nel controverso scenario italiano della lotta senza quartiere ai nuovi movimenti religiosi .
La Iannone non sembra tenere conto delle «condivisioni» favorite dai suoi amici «anti-sette» oltre che da lei stessa: «lamentele» contro questo o quel gruppo spirituale, «problemi» attribuiti al tale o talaltro guru, «paura» dei movimenti religiosi strumentalmente apostrofati come «culti distruttivi», «giudizio» continuo e del tutto opinabile delle tendenze e delle credenze «non convenzionali» da costoro considerate «dannose».
Di quale «immondizia» stava parlando, dunque, Immacolata Iannone nel suo post del 13 aprile scorso?
Forse stava parlando degli attacchi alle congregazioni di radice cristiana da opera proprio della sua amica del CeSAP?
Come in questo articolo tratto dal sito istituzionale del «centro studi» pugliese:
O in quest’altro, di maggio 2006 ma tuttora disponibile online, nel quale vengono presi di mira nuovamente gli Avventisti, i Testimoni di Geova e i cosiddetti «culti millenaristi» (tanto per appioppare etichette prêt-à-porter che diventano un vero e proprio «stigma»):
Stessa identica linea espressa in quest’altro articolo, di due anni successivo (2008) in cui nel mirino sono, oltre agli Avventisti e ai Testimoni di Geova, anche i Battisti, i Metodisti e altre confessioni religiose; il tutto con le solite tinte torve da pericolo imminente:
Chissà che invece la Iannone non avesse in mente gli attacchi di Tinelli e amici all’Opus Dei:
Si noti come l’articolo viene indicizzato nella categoria «controllo mentale e plagio». La solita, controversa e ormai ampiamente screditata teoria del «lavaggio del cervello».
Ancora una volta, sorprendentemente, la «colpa» di questo gruppo religioso di minoranza sembra essere il suo successo e il fatto che raccoglie sempre più consensi fra la gente. Che delitto…
Stesso identico trattamento riservato a due gruppi confessionali completamente differenti fra loro sotto ogni aspetto (Scientology e Islam), ma curiosamente presi di mira assieme dai militanti «anti-sette» di AIVS con un post (datato 19 aprile scorso) dal tenore peraltro piuttosto «complottista»:
C’è spazio addirittura per i massaggi giapponesi Shiatsu, contro cui un’altra amicissima di Lorita Tinelli spara a zero, in maniera peraltro un po’ sconclusionata e senza la benché minima qualifica per poter esprimere giudizi tanto categorici:
Tornando ai Testimoni di Geova, bersaglio favorito della Iannone, non manca un attacco da parte del GRIS e della sua rappresentante piemontese Giovanna Balestrino che sconfina nell’iperbolico:
Secondo costoro, la Congregazione Cristiana dei Testimoni di Geova non sarebbe cristiana. Audace è il minimo che si possa dire; puerile sarebbe forse un vocabolo più adatto.
In definitiva, risulta lampante da questi esempi (che si sommano ai numerosi altrove riportati nel presente blog) che gli «anti-sette» infamano indiscriminatamente «movimenti religiosi alternativi» e confessioni religiose «tradizionali», gruppi meno conosciuti o meno radicati tanto quanto pratiche non convenzionali come i massaggi orientali. Di tutta l’erba un fascio, purché si possa fare sensazione e istigare avversione.
Cui prodest? Ne abbiamo parlato ampiamente: il movente è il lucro.
Sì, perché costoro da questa opera costante di delazione guadagnano. In molti casi guadagnano denaro, in altri casi hanno un ritorno di immagine o anche solo di notorietà cui non potrebbero aspirare altrimenti.
Ecco la condotta degli «anti-sette»: quanto lecita sia, lo lasciamo giudicare al lettore.
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lunedì 5 marzo 2018
Le «fake news» e la manipolazione mentale degli «anti-sette» a «Presa Diretta»
[Post aggiornato il 17 Marzo 2018]
Trasmissione che è già stata da più parti contestata, con dovizia di particolari e di argomentazioni scientifiche, oltre che da noi, dall’organizzazione buddista Soka Gakkai, dal blog indipendente di Alessandro Reda (studioso di libertà religiosa) e dalla prof.ssa Raffaella Di Marzio.
Quella puntata di «Presa Diretta» con il servizio di Raffaella Pusceddu fornisce inoltre diversi spunti per descrivere il carattere della «manipolazione mentale» messa in atto nei confronti del vasto pubblico proprio dagli stessi «anti-sette» (e dei loro «assistenti-megafono», ovvero per l’appunto i giornalisti). Tale manipolazione ha l’obiettivo di far passare una certa interpretazione di fatti spacciandola per ovvia o logica (quando tale non è affatto), o anche di sottintendere una data spiegazione per talune circostanze e situazioni. Il tutto, ovviamente, ai danni dei tanto detestati gruppi spirituali di minoranza da loro etichettati come «culti distruttivi».
D’altronde, l’operato degli «anti-sette» si palesa anche mediante la generazione di vere e proprie «fake news», come quella che segnaliamo qui di seguito, facilitata e in parte derivante proprio da quel genere di propaganda.
Nella fattispecie: una porzione della trasmissione «Presa Diretta» (da 1h03m26s a 1h17m19s - a breve metteremo a disposizione il video) ha preso di mira la Congregazione Cristiana dei Testimoni di Geova.
Vediamo come viene commentato da uno dei vari gruppi Facebook contro i Testimoni di Geova, collegati agli attivisti «anti-sette» ed ispirati alla mezza dozzina dei loro ideologi militanti (don Aldo Buonaiuto, Lorita Tinelli e Luigi Corvaglia, Sonia Ghinelli e Maurizio Alessandrini, Patrizia Santovecchi, Giovanni Ristuccia):
Il fumetto, però, è un falso bello e buono.
Ecco, infatti, cosa aveva invece affermato Alberto Troisi, l’addetto stampa dei Testimoni di Geova (cfr. da 1h05m44s a 1h07m04s; qui un estratto del video):
La breve sequenza appena successiva porta un'ulteriore testimonianza dalla quale si può comprendere qual è la posizione dei Testimoni di Geova sul punto:
Ma tornando alla dichiarazione dell'addetto stampa Troisi, eccone la trascrizione:
(Troisi) «Allora, è vero: chi entra a far parte della comunità dei Testimoni di Geova col passo del battesimo, sa che ci sono delle regole da rispettare; ecco perché – le dicevo prima – dev’essere consapevole di quello che sta facendo. D’altra parte la persona che commette una trasgressione, se vogliamo chiamarla così, non viene automaticamente allontanata dalla comunità. Una persona viene allontanata dalla comunità quando questo… questo problema, questa trasgressione, viene praticata in maniera impenitente. (…)»
(Pusceddu) «Quindi non c’è la chiusura, ad esempio bisogna evitare i familiari, vengono interrotti i rapporti con i familiari…»
(Troisi) «Allora: i rapporti che s’interrompono con la comunità sono quelli di natura spirituale. È vero che nel momento in cui una persona che è un mio familiare in qualche modo tradisce i suoi principi che sono anche i miei, io comincio a tenerlo un po’ più lontano. (…) »
(Pusceddu) «Anche se è un familiare, dice…»
(Troisi) «Invece i normali rapporti familiari soprattutto quelli che avvengono in casa, quindi tra moglie e marito, il marito se ne va e la moglie rimane una testimone o viceversa, quelli rimangono, o i figli, quelli rimangono.»
Condivisibile o non condivisibile che sia la posizione di questo rappresentante dei TdG, come si può ben vedere, è inconfutabile che il senso della risposta di Troisi è stato completamente stravolto e travisato con un «taglia e cuci» alquanto malizioso. Questa è «informazione tendenziosa», se non pura e semplice disinformazione.
Ed è naturale che produca i risultati evidentemente voluti, come queste manifestazioni di ostilità e di odio che si notano nei commenti in calce al post:
Non è strano: questi commenti sono basati sul post, non sulle parole vere e proprie dell’esponente TdG.
E non solo quel post «anti-sette» non è stato smentito o rettificato. Al contrario, ne è stata realizzata una versione ulteriormente offensiva che dileggia impunemente il rappresentante di una minoranza religiosa:
Qui il falso «bello e buono» diventa un falso «brutto e cattivo», potremmo dire con una punta di ironia per stemperare dei toni tanto deprimenti (e preoccupanti).
Una siffatta trasmissione, d’altro canto, produce giudizi sommari come questo espresso sempre quel giorno da Pier Paolo Caselli, un pubblico sostenitore del CeSAP (alias Lugi Corvaglia e Lorita Tinelli):
I fedeli dei movimenti religiosi o delle correnti filosofiche «alternative» come Damanhur o Arkeon sono quindi «gentaglia»: a quando delle leggi repressive per impedirne il libero pensiero e autorizzarne la deportazione?
Questo modo di «fare informazione» tanto caro agli «anti-sette», altro non è se non la creazione e propagazione di «fake news» e, come s’è visto, generano intolleranza.
giovedì 8 febbraio 2018
Quello degli «anti-sette» è un business? Perché chiedono soldi?
Un post che desideriamo analizzare in dettaglio in quanto estremamente esemplificativo dell’operato, assai discutibile e tendenzioso, degli esponenti «anti-sette». Il post in questione è questo, pubblicato il 4 Febbraio scorso sulla pagina Facebook di AIVS, a nostro avviso (ma non lo si può dare per certo) da Toni Occhiello (l'immagine seguente è in versione ridotta, ma viene sezionata e resa leggibile subito dopo):
Il post esordisce con una asserzione di sapore «complottistico», priva di elementi concreti e soprattutto allusiva rispetto a persone di cui non vengono fatti nomi e cognomi ma la cui identità viene data per sottintesa:
Da una tanto fumosa premessa si passa quindi al solito «buoni e cattivi» con una punta di vittimismo rispetto alla fantomatica «lobby» dalla quale Occhiello e i suoi compari di CeSAP e FAVIS starebbero subendo «calunnie e intimidazioni». Spontaneo domandarsi come mai l’ex regista foggiano non si fa scrupoli nel dileggiare e infamare il movimento religioso di cui ha fatto parte per tanti anni con parole forti e cariche di odio e poi si lagna di un blog come il nostro in cui non facciamo altro che riferire e documentare fatti, peraltro con una certa pacatezza.
Ma ecco a cosa mira realmente la lamentela di AIVS:
Al denaro: Occhiello sta chiedendo soldi, questo è l’obiettivo del suo post, il cui successo è ben evidenziato dalla quantità (scarsità) di «Mi piace», commenti e condivisioni.
E l’obiettivo risulta ancora più chiaro dall’unico commento presente sul post, che è della stessa AIVS e incita senza mezzi termini all’iscrizione (onerosa, € 20,00):
Non sarà una gran somma, ma sono sempre soldi e questo non è affatto l’unico post in cui Occhiello sollecita iscrizioni.
Al contrario, l’attività di AIVS assume anche maggiormente l’aspetto di un insolito, grottesco business se si nota che nell’ultimo periodo Occhiello ha lanciato una campagna di inserzioni, sempre su Facebook, per pubblicizzare i propri post che veicolano odio e allarme contro i movimenti religiosi:
E ancora:
Questo modus operandi non è affatto limitato al bellicoso Toni Occhiello e ai suoi due o tre livorosi collaboratori. Tutt’altro.
Basta guardare l’annuncio che campeggia imponente nella pagina principale del sito del CeSAP di Luigi Corvaglia e Lorita Tinelli, ben studiato sotto il profilo pubblicitario dato che tocca il sempre sensibile tasto della benevolenza:
Per non parlare di uno dei principali militanti contro i Testimoni di Geova, Rocco Politi, anch’egli (tanto per cambiare) un apostata che ha lasciato il movimento dopo una vita di frequentazione e partecipazione convinta. Nel suo caso, addirittura si presenta come il «liberatore» del popolo tanto oppresso dai pericolosissimi «culti distruttivi», con tanto di titoloni a caratteri cubitali:
Addirittura questo «simil-esorcista» parla di «vittime di fanatismi»: ma quale fanatismo? Forse il suo stesso?
Ma ecco subito svelato, anche nel suo caso, a cosa punta tanta concitazione e animosità:
Forse che gli «anti-sette», in fondo, fanno ciò che fanno per profitto personale?
Dove e come vengono spesi i soldi che vengono loro versati da eventuali donatori?
Interrogativi, questi, cui prima o poi dovrà pur essere data risposta.
Il post esordisce con una asserzione di sapore «complottistico», priva di elementi concreti e soprattutto allusiva rispetto a persone di cui non vengono fatti nomi e cognomi ma la cui identità viene data per sottintesa:
Da una tanto fumosa premessa si passa quindi al solito «buoni e cattivi» con una punta di vittimismo rispetto alla fantomatica «lobby» dalla quale Occhiello e i suoi compari di CeSAP e FAVIS starebbero subendo «calunnie e intimidazioni». Spontaneo domandarsi come mai l’ex regista foggiano non si fa scrupoli nel dileggiare e infamare il movimento religioso di cui ha fatto parte per tanti anni con parole forti e cariche di odio e poi si lagna di un blog come il nostro in cui non facciamo altro che riferire e documentare fatti, peraltro con una certa pacatezza.
Ma ecco a cosa mira realmente la lamentela di AIVS:
Al denaro: Occhiello sta chiedendo soldi, questo è l’obiettivo del suo post, il cui successo è ben evidenziato dalla quantità (scarsità) di «Mi piace», commenti e condivisioni.
E l’obiettivo risulta ancora più chiaro dall’unico commento presente sul post, che è della stessa AIVS e incita senza mezzi termini all’iscrizione (onerosa, € 20,00):
Non sarà una gran somma, ma sono sempre soldi e questo non è affatto l’unico post in cui Occhiello sollecita iscrizioni.
Al contrario, l’attività di AIVS assume anche maggiormente l’aspetto di un insolito, grottesco business se si nota che nell’ultimo periodo Occhiello ha lanciato una campagna di inserzioni, sempre su Facebook, per pubblicizzare i propri post che veicolano odio e allarme contro i movimenti religiosi:
E ancora:
Questo modus operandi non è affatto limitato al bellicoso Toni Occhiello e ai suoi due o tre livorosi collaboratori. Tutt’altro.
Basta guardare l’annuncio che campeggia imponente nella pagina principale del sito del CeSAP di Luigi Corvaglia e Lorita Tinelli, ben studiato sotto il profilo pubblicitario dato che tocca il sempre sensibile tasto della benevolenza:
Per non parlare di uno dei principali militanti contro i Testimoni di Geova, Rocco Politi, anch’egli (tanto per cambiare) un apostata che ha lasciato il movimento dopo una vita di frequentazione e partecipazione convinta. Nel suo caso, addirittura si presenta come il «liberatore» del popolo tanto oppresso dai pericolosissimi «culti distruttivi», con tanto di titoloni a caratteri cubitali:
Addirittura questo «simil-esorcista» parla di «vittime di fanatismi»: ma quale fanatismo? Forse il suo stesso?
Ma ecco subito svelato, anche nel suo caso, a cosa punta tanta concitazione e animosità:
Forse che gli «anti-sette», in fondo, fanno ciò che fanno per profitto personale?
Dove e come vengono spesi i soldi che vengono loro versati da eventuali donatori?
Interrogativi, questi, cui prima o poi dovrà pur essere data risposta.
sabato 9 dicembre 2017
Lorita Tinelli e il suo entourage: un deplorevole cliché di disinformazione anti-religiosa?
All’inizio di settembre scorso era stata notata, e riferita altrove sul web, una pseudo-notizia poi rivelatasi una bufala, riguardante Guerlin Butungu, un ventenne africano richiedente asilo resosi responsabile di alcuni drammatici e riprovevoli fatti di cronaca avvenuti a Rimini.
Lorita Tinelli del CeSAP non aveva perso l’occasione di riferire la chiacchiera di paese che più si confaceva alla sua costante campagna di avvelenamento dell’opinione pubblica, tanto da suscitare commenti sdegnati; uno su tutti, quello di un utente del sito Agenzia Radicale che l’ha definito «un deplorevole, deprimente, disarmante esempio di subdola propaganda mascherata con grande saccenteria da informazione qualificata».
Ecco il post in questione:
Stucchevole, se non addirittura viscida e maliziosa, la precisazione «se la notizia fosse vera» (a mo’ di «disclaimer») inserita e poi ribadita solamente per tutelarsi da eventuali minacce di tipo legale; ha tutta l’aria del «gettare il sasso e poi ritrarre la mano».
La ragione alla base di tale diceria contro i Testimoni di Geova, chiarita dapprima in un comunicato stampa della «Sala del Regno» di San Marino e successivamente confermato sui media, stava nel fatto che lo stupratore congolese aveva pubblicato alcune fotografie sul suo profilo Facebook che lo mostravano mentre partecipava a delle riunioni della congregazione. Si sta parlando di ritrovi aperti al pubblico e ai quali partecipavano decine o centinaia di altre persone che manifestavano interesse per la religione: sarebbe quasi come considerare un assassino un fervente cattolico perché si è scattato dei «selfie» in qualche cattedrale cui ha fatto visita o perché ha partecipato ad alcune lezioni di catechismo oppure frequentava assiduamente questo o quell’altro oratorio di paese.
In altri termini, elementi del tutto indiziari, ma assolutamente sufficienti a Lorita Tinelli anzitutto per determinare con malcelata certezza che Butungu era un Testimoni di Geova, e quindi per bollare velatamente l’intera categoria come una massa di delinquenti.
Trascorso un tempo ragionevole, abbiamo voluto fare una ricognizione della faccenda.
Nel frattempo, la giustizia ha fatto il suo corso; fortunatamente Butungu, riconosciuto dalla magistratura colpevole oltre ogni dubbio degli stupri, è stato condannato a 16 anni di carcere, scontati i quali verrà espulso dall’Italia (qui tutti i dettagli della notizia).
Ma nei confronti dei Testimoni di Geova ingiustamente coinvolti in una notizia tanto tragica, la Tinelli ha forse pubblicato delle scuse? Una chiosa? O anche solo un semplice, telegrafico aggiornamento? Macché, nulla di nulla.
Non essendo minimamente in grado di fare un sereno ma serio (e adulto) esame di coscienza, ha glissato completamente sulle infamanti accuse che ha rivolto nei riguardi di una minoranza religiosa pacifica.
Tuttavia, andando a cercare il post laddove era prima, ecco cosa si presenta all’utente:
Il post è stato rimosso.
Segno inequivocabile che Lorita Tinelli sa perfettamente di aver propalato una «bufala».
Lo ha fatto non solo consapevolmente, ma anche con il ben preciso intento di diffamare i Testimoni di Geova, gruppo religioso a lei particolarmente inviso (per varie ragioni, fra cui quella che ci racconta un utente in questo commento). Rimane il fatto che compie questo atto scellerato da una posizione di personaggio pubblico, mediante un «social network» e dunque coinvolgendo decine e decine di altre persone che leggono e commentano i suoi post.
Infatti, ecco come reagiscono alcuni dei facinorosi facenti parte del suo entourage:
Va da sé che la Tinelli fa tutt'altro che smorzare i toni.
Ed ecco cosa ne risulta:
Sarà forse per questo motivo, allora, che ultimamente Lorita Tinelli sta cercando di rifarsi una veste promuovendo (a nostro avviso, paradossalmente e speciosamente) eventi per il «dialogo interreligioso»?
È a parole come «sterco», a minacce quali «cacciamoli tutti» o alle sconclusionate dietrologie dell’ultimo commento che si riferiva la Tinelli quando propagandava i «sentieri del dialogo interreligioso»?
Lorita Tinelli del CeSAP non aveva perso l’occasione di riferire la chiacchiera di paese che più si confaceva alla sua costante campagna di avvelenamento dell’opinione pubblica, tanto da suscitare commenti sdegnati; uno su tutti, quello di un utente del sito Agenzia Radicale che l’ha definito «un deplorevole, deprimente, disarmante esempio di subdola propaganda mascherata con grande saccenteria da informazione qualificata».
Ecco il post in questione:
Stucchevole, se non addirittura viscida e maliziosa, la precisazione «se la notizia fosse vera» (a mo’ di «disclaimer») inserita e poi ribadita solamente per tutelarsi da eventuali minacce di tipo legale; ha tutta l’aria del «gettare il sasso e poi ritrarre la mano».
La ragione alla base di tale diceria contro i Testimoni di Geova, chiarita dapprima in un comunicato stampa della «Sala del Regno» di San Marino e successivamente confermato sui media, stava nel fatto che lo stupratore congolese aveva pubblicato alcune fotografie sul suo profilo Facebook che lo mostravano mentre partecipava a delle riunioni della congregazione. Si sta parlando di ritrovi aperti al pubblico e ai quali partecipavano decine o centinaia di altre persone che manifestavano interesse per la religione: sarebbe quasi come considerare un assassino un fervente cattolico perché si è scattato dei «selfie» in qualche cattedrale cui ha fatto visita o perché ha partecipato ad alcune lezioni di catechismo oppure frequentava assiduamente questo o quell’altro oratorio di paese.
In altri termini, elementi del tutto indiziari, ma assolutamente sufficienti a Lorita Tinelli anzitutto per determinare con malcelata certezza che Butungu era un Testimoni di Geova, e quindi per bollare velatamente l’intera categoria come una massa di delinquenti.
Trascorso un tempo ragionevole, abbiamo voluto fare una ricognizione della faccenda.
Nel frattempo, la giustizia ha fatto il suo corso; fortunatamente Butungu, riconosciuto dalla magistratura colpevole oltre ogni dubbio degli stupri, è stato condannato a 16 anni di carcere, scontati i quali verrà espulso dall’Italia (qui tutti i dettagli della notizia).
Ma nei confronti dei Testimoni di Geova ingiustamente coinvolti in una notizia tanto tragica, la Tinelli ha forse pubblicato delle scuse? Una chiosa? O anche solo un semplice, telegrafico aggiornamento? Macché, nulla di nulla.
Non essendo minimamente in grado di fare un sereno ma serio (e adulto) esame di coscienza, ha glissato completamente sulle infamanti accuse che ha rivolto nei riguardi di una minoranza religiosa pacifica.
Tuttavia, andando a cercare il post laddove era prima, ecco cosa si presenta all’utente:
Il post è stato rimosso.
Segno inequivocabile che Lorita Tinelli sa perfettamente di aver propalato una «bufala».
Lo ha fatto non solo consapevolmente, ma anche con il ben preciso intento di diffamare i Testimoni di Geova, gruppo religioso a lei particolarmente inviso (per varie ragioni, fra cui quella che ci racconta un utente in questo commento). Rimane il fatto che compie questo atto scellerato da una posizione di personaggio pubblico, mediante un «social network» e dunque coinvolgendo decine e decine di altre persone che leggono e commentano i suoi post.
Infatti, ecco come reagiscono alcuni dei facinorosi facenti parte del suo entourage:
Va da sé che la Tinelli fa tutt'altro che smorzare i toni.
Ed ecco cosa ne risulta:
Sarà forse per questo motivo, allora, che ultimamente Lorita Tinelli sta cercando di rifarsi una veste promuovendo (a nostro avviso, paradossalmente e speciosamente) eventi per il «dialogo interreligioso»?
È a parole come «sterco», a minacce quali «cacciamoli tutti» o alle sconclusionate dietrologie dell’ultimo commento che si riferiva la Tinelli quando propagandava i «sentieri del dialogo interreligioso»?
sabato 28 ottobre 2017
Aggiornamento breve - Ancora sull’incoerenza degli «anti-sette»
Quasi una beffa: protagonista Mario Pierotti, vigile urbano un tempo in forza alla «ARIS Toscana», l’ormai defunta associazione «anti-sette» già alleata ed affiliata con FAVIS (ossia Sonia Ghinelli alias «Ethan Garbo Saint Germain», Maurizio Alessandrini e Patrizia Fungi) e con il CeSAP (Lorita Tinelli, Luigi Corvaglia).
Pare normale che pubblicizzi articoli contro i Testimoni di Geova.
Un po’ meno, forse, contro l’Opus Dei (emanazione di una religione di maggioranza), ma tutto sommato nell’ambiente «anti-sette» gli «addetti ai lavori» sanno che l’ARIS e il cattolicissimo GRIS non sempre sono state «gemellate»:
Quadra terribilmente meno, invece, che Pierotti condivida pubblicamente su Facebook una notizia dal forte sapore di «complottismo antivax», fenomeno sociale-mediatico degli ultimi tempi contro il quale gli «anti-sette» si scagliano violentemente e pressoché unilateralmente:
D’altronde, cercando meglio fra i «Like» e gli altri post pubblici di Pierotti su Facebook, emergono ulteriori conferme della sua inclinazione verso l’esoterismo:
Ecco il video di cui si parla:
Sarà proprio per questa singolare discrepanza del Pierotti rispetto all’ortodossia materialistica «anti-sette» che dell’ARIS non si è più sentito parlare? O sarà perché la storia di quell’associazione è costellata di contraddizioni e di abusi commessi ai danni di minoranze religiose?
Chissà… certo è che quando si osservano gli «anti-sette» con attenzione molti, troppi fatti non tornano.
Ecco, per esempio, un’altra amicissima e sostenitrice di Lorita Tinelli (CeSAP) e Sonia Ghinelli (FAVIS): l’accanita oppositrice dei Testimoni di Geova Imma Iannone («Imma» sta per Immacolata). Costei partecipa, fra l’altro, al gruppo Facebook «Controllo Mentale» gestito proprio dalla «premiata ditta» Tinelli e Ghinelli.
Nel post pubblico che mostriamo qui di seguito, la Iannone dà il «la» ad una serie di improperi nei confronti del «prete anti-sette» e referente della SAS («Squadra Anti-Sette»), Don Aldo Buonaiuto, già citato in questo blog:
Da notare i commenti di elevatissimo livello culturale (ci si passi l’ironia, per carità!) degli accoliti del gruppo anti-TdG e soprattutto, una volta in più, la coerenza degli «anti-sette»: accusano un prete cattolico di «perseguitare i diversi» ma loro, invece, fanno «opera di pubblica informazione» infangando un sacerdote, esattamente come fanno ogni giorno ai danni di un movimento religioso (i Testimoni di Geova) perché, da ex fedeli insoddisfatti (ovvero: apostati) possono solo dirne peste e corna.
D’altro canto è ben noto che le regole morali dei Testimoni di Geova proibiscono una certa lascivia sessuale. Sarà, allora, per dei «Like» come questo che la «dissonanza cognitiva» della Iannone l’ha portata ad abbandonare quella congregazione con tanto livore e desiderio di affogarla nel fango?
In effetti pare proprio di no, perché mentre a guidare il carro dei frizzi e lazzi osé (e degli squallidi doppi sensi) è sempre Sonia Ghinelli del FAVIS alias «Ethan Garbo Saint Germain», anche un altro esponente del braccio armato degli «anti-sette» mostra una certa predilezione per l’erotismo.
Parliamo qui di Bruno Zambon, poliziotto in forza alla Squadra Anti-Sette di Firenze (eccolo in una foto tratta da una sua esibizione pubblica in quanto bassista di un complesso di hard rock, genere musicale peraltro spesso associato al satanismo proprio dagli «anti-sette»):
Lasciamo giudicare il lettore:
Quale e quanta serietà professionale, quindi, contraddistingue gli «anti-sette»?
Pare normale che pubblicizzi articoli contro i Testimoni di Geova.
Un po’ meno, forse, contro l’Opus Dei (emanazione di una religione di maggioranza), ma tutto sommato nell’ambiente «anti-sette» gli «addetti ai lavori» sanno che l’ARIS e il cattolicissimo GRIS non sempre sono state «gemellate»:
Quadra terribilmente meno, invece, che Pierotti condivida pubblicamente su Facebook una notizia dal forte sapore di «complottismo antivax», fenomeno sociale-mediatico degli ultimi tempi contro il quale gli «anti-sette» si scagliano violentemente e pressoché unilateralmente:
D’altronde, cercando meglio fra i «Like» e gli altri post pubblici di Pierotti su Facebook, emergono ulteriori conferme della sua inclinazione verso l’esoterismo:
Ecco il video di cui si parla:
Sarà proprio per questa singolare discrepanza del Pierotti rispetto all’ortodossia materialistica «anti-sette» che dell’ARIS non si è più sentito parlare? O sarà perché la storia di quell’associazione è costellata di contraddizioni e di abusi commessi ai danni di minoranze religiose?
Chissà… certo è che quando si osservano gli «anti-sette» con attenzione molti, troppi fatti non tornano.
Ecco, per esempio, un’altra amicissima e sostenitrice di Lorita Tinelli (CeSAP) e Sonia Ghinelli (FAVIS): l’accanita oppositrice dei Testimoni di Geova Imma Iannone («Imma» sta per Immacolata). Costei partecipa, fra l’altro, al gruppo Facebook «Controllo Mentale» gestito proprio dalla «premiata ditta» Tinelli e Ghinelli.
Nel post pubblico che mostriamo qui di seguito, la Iannone dà il «la» ad una serie di improperi nei confronti del «prete anti-sette» e referente della SAS («Squadra Anti-Sette»), Don Aldo Buonaiuto, già citato in questo blog:
Da notare i commenti di elevatissimo livello culturale (ci si passi l’ironia, per carità!) degli accoliti del gruppo anti-TdG e soprattutto, una volta in più, la coerenza degli «anti-sette»: accusano un prete cattolico di «perseguitare i diversi» ma loro, invece, fanno «opera di pubblica informazione» infangando un sacerdote, esattamente come fanno ogni giorno ai danni di un movimento religioso (i Testimoni di Geova) perché, da ex fedeli insoddisfatti (ovvero: apostati) possono solo dirne peste e corna.
D’altro canto è ben noto che le regole morali dei Testimoni di Geova proibiscono una certa lascivia sessuale. Sarà, allora, per dei «Like» come questo che la «dissonanza cognitiva» della Iannone l’ha portata ad abbandonare quella congregazione con tanto livore e desiderio di affogarla nel fango?
Parliamo qui di Bruno Zambon, poliziotto in forza alla Squadra Anti-Sette di Firenze (eccolo in una foto tratta da una sua esibizione pubblica in quanto bassista di un complesso di hard rock, genere musicale peraltro spesso associato al satanismo proprio dagli «anti-sette»):
Lasciamo giudicare il lettore:
Quale e quanta serietà professionale, quindi, contraddistingue gli «anti-sette»?
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