Visualizzazione post con etichetta odio. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta odio. Mostra tutti i post

giovedì 24 gennaio 2019

Business «anti-sette»: ecco come Carmine Gazzanni e Flavia Piccinni lucrano sull’odio

Carmine Gazzanni e Flavia Piccinni, giornalisti «anti-sette» recentemente autori del libro «Nella Setta» che stanno pubblicizzando accanitamente su tutti i media del paese inclusa Internet, non hanno mai confutato i nostri rilievi a proposito del loro movente economico. Al contrario, con attacchi personali piuttosto che spiegazioni hanno mostrato di non avere argomenti per negare quella che noi abbiamo riscontrato essere l’evidenza dei fatti e abbiamo quindi raccontato come tale, peraltro a partire da ben prima che il loro libro vedesse la luce.

Beninteso, non c’è nulla di male nello svolgere un’attività professionale a scopo di lucro. E ci mancherebbe! Ciò che stona (e che finisce per far trasparire una certa malafede) è l’intento dissimulato. Ovvero: di fatto è un’operazione commerciale in piena regola, però viene condita con leziose dichiarazioni di intenti di natura assistenziale o culturale o addirittura di utilità sociale.

Una «minestra perfetta» come quella già vista appena un anno prima per la soubrette «anti-sette» Michelle Hunziker: stesso obiettivo (il denaro), stesse modalità (la creazione di un nemico immaginario da propinare al popolo credulone seminando allarmismo e infamando chi aiuta davvero la gente o chi non ha altre colpe se non portare avanti un propria fede diversa da quella della maggioranza).

Operazione di marketing, quella architettata dalla showgirl svizzera, che dev’essere stata presa ad esempio proprio da Carmine Gazzanni e Flavia Piccinni: infatti, a chi ha osservato con attenzione l’exploit mediatico «anti-sette» della Hunziker dell’autunno 2017 non è sfuggito che il suo periodo di onnipresenza sui media nazionali le ha fatto da viatico per l’ingaggio a cinque zeri al festival di Sanremo e per quello successivo a «Striscia la Notizia». Quindi, se i proventi del libro pubblicato ai danni della pranoterapeuta che l’aveva accolta molti anni prima presunta non saranno stati granché, i veri soldi li ha poi guadagnati grazie al clamore destato per mezzo di quel lancio editoriale.

In maniera tutt’altro che dissimile, ai loro amici giornalisti che li intervistano Carmine Gazzanni e Flavia Piccinni mostrano la facciata di chi vorrebbe farsi paladino degli indifesi e portabandiera di un cambiamento normativo (è la solita, vexata quaestio del ripristino del «reato di plagio» di fascista memoria, alias «manipolazione mentale»):


Fatta la tara alle fesserie giuridiche e all’allarmismo gratuito (anzi, a pagamento), quello che rimane sono esultanze come questa:


Ma Gazzanni e Piccinni sapranno sicuramente spiegarci come i «diritti cinematografici e televisivi già venduti» si traducano in un beneficio per le presunte «vittime» di ipotetici «culti abusanti», oltre che per le loro tasche.

Si veda anche questo post che festeggia le vendite del libro:



Per non parlare delle molteplici affermazioni di giubilo sulla notorietà acquisita, dalla quale ovviamente si traggono ulteriori vantaggi economici e che, evidentemente, rappresenta il loro vero obiettivo commerciale: la popolarità mediatica nel loro settore vale oro; Gazzanni e Piccinni questo lo sanno molto bene. E sfruttano la situazione, anche se la loro facciata vorrebbe essere di tutt’altro genere.

Ecco qui un altro esempio, solo uno sui numerosi:


Provino ora a smentirci, Carmine Gazzanni e Flavia Piccinni, quando sosteniamo che lucrano sull’odio.

Finora, a distanza di mesi, di repliche argomentate nemmeno l’ombra.

Forse che non siamo affatto in errore?

sabato 1 dicembre 2018

Genesi di un militante «anti-sette»: Lorita Tinelli e… una vendetta d’amore?

La figura di Lorita Tinelli, psicologa «anti-sette» del CeSAP, emerge di frequente nei vari post del nostro blog che trattano delle diverse ingiustizie commesse dai militanti contro i movimenti spirituali «non tradizionali». Di fatto, e come lei stessa ama raccontare ai mass media, l’attività lavorativa della Tinelli negli ultimi vent’anni è stata per la gran parte ipotecata dalla propaganda contro tutti i gruppi religiosi minoritari, con particolare attenzione ai Testimoni di Geova. Con l’andar del tempo, il CeSAP è poi diventato parte di un piccolo gruppo di associazioni italiane (che solo pochi giornalisti hanno il coraggio di descrivere per ciò che sono e fanno veramente) entrate nell’orbita della controversa FECRIS (un’organizzazione europea votata al contrasto continuo e intollerante verso la religiosità non convenzionale, finanziata dal governo francese) e divenute dalla fine del 2006 collaboratori della «polizia religiosa» SAS (la «Squadra Anti-Sette» del Ministero dell’Interno).

In molti si sono domandati la ragione di tanto astio da parte di Lorita Tinelli: un odio tanto costante e inflessibile da venire declinato quasi giornalmente in dichiarazioni ed articoli denigratori pubblicati sui suoi siti Internet, sui mass media di mezzo paese, su Facebook, in eventi pubblici, ecc.: mai una parola di riguardo, di rispetto, di comprensione, di curiosità genuina per le diverse rappresentazioni del divino o ricerche della spiritualità personale, mai un sincero apprezzamento per gli sforzi delle diverse congregazioni di integrarsi con la società o di contribuire ad un miglioramento delle comunità in cui si sono insediate. C’è spazio solo per testimonianze di apostati inviperiti, storie allarmanti (ma dalla dubbia attendibilità) che sovente vengono del tutto ridimensionate, accuse infamanti, recriminazioni e quant’altro.

Come giunge una psicologa, laureatasi appena pochi anni prima, ad autoproclamarsi «esperta» di «sette» tanto da fondare e dirigere un «centro studi» come il CeSAP focalizzato sin dai suoi primordi sul contrasto ai nuovi movimenti religiosi? Di fatto, tale «specializzazione» per Lorita Tinelli è addirittura precedente alla fondazione della sua associazione «anti-sette», se si considera che già nel 1998, per l’Editrice Vaticana, aveva dato alle stampe un libro con l’inequivocabile titolo «Tecniche di persuasione tra i Testimoni di Geova».

Dunque per Lorita Tinelli è stato assai breve il passo fra la laurea e l’attività di militante contro i «culti distruttivi» o «culti abusanti», come lei ama definire le nuove religioni riconosciute tali da esperti accademici di mezzo mondo o anche da interi governi nazionali (eclatante il caso della Soka Gakkai, confessione religiosa dotata di un’intesa addirittura con il governo di un paese a stragrande maggioranza cattolica come il nostro, ma «setta criminale» secondo i più facinorosi sostenitori e collaboratori del CeSAP, amici della psicologa pugliese, come Toni Occhiello).

In una parola: perché?

Troviamo la risposta nel quarto libro dell’Eneide, verso 412 («Malvagio Amore, che cosa gli animi mortali non spingi a fare!»), a cui risaliamo partendo da una traccia che ci lasciò in un commento, più di un anno fa, un utente del nostro blog:


Di tale indizio avevamo avuto un primo riscontro da persone che avevano conosciuto la Tinelli da studente universitaria, ma una conferma piena, rotonda e assolutamente autorevole ce l’ha fornita la stessa psicologa qualche giorno fa in un’intervista andata «in onda» su una radio online amatoriale. Ecco l’estratto:


Quando studiavo ancora all’università avevo una persona carissima che ha iniziato a frequentare un gruppo chiuso, un gruppo totalitario. Io conoscevo molto bene questa persona nelle sue passioni, nei suoi interessi, e anche nelle sue fragilità. E sono state queste il punto diciamo d’ingresso in questa nuova esperienza. Ho visto questa persona nel giro di pochissimo tempo cambiare completamente…

E chi può essere «una persona carissima» che Lorita conosceva «molto bene (…) nelle sue passioni, nei suoi interessi, e anche nelle sue fragilità»? Forse un familiare, ma difficilmente non se ne saprebbe nulla dopo vent’anni di intensa attività «anti-sette». L’unica ipotesi plausibile è quella dell’amicizia profonda, oppure… della relazione amorosa. Questo conferma completamente l’indiscrezione.

In parole povere: Lorita Tinelli aveva un fidanzato di cui era molto innamorata, il quale ha deciso di lasciarla e di rompere la propria relazione per seguire un gruppo religioso.

Quale gruppo religioso? Basta vedere chi ha cominciato sin da subito ad attaccare la psicologa pugliese ancora prima di fondare il CeSAP, astutamente coinvolgendo chi poteva avere il massimo interesse nel sostenerla (un certo clero intransigente) e da lì in poi trasformando assieme ai suoi collaboratori in una sorta di business la propaganda «anti-sette»: i Testimoni di Geova.

Da quel periodo in poi, come lei stessa racconta nell’intervista di qualche giorno fa, Lorita Tinelli è stata indottrinata contro le nuove religiosità da un altro psicologo che in quei tempi era noto, oltre che per l’etilismo, anche per le sue discutibili tecniche di spionaggio ai danni dei gruppi religiosi minoritari da lui ritenuti «pericolosi», Maurizio Antonello, morto suicida a quarantanove anni nel maggio del 2003. Il collega della Tinelli deve avere avuto gioco facile nel predisporla all’odio verso i nuovi movimenti religiosi, considerando il momento di travaglio emotivo di lei, sul quale molto probabilmente egli deve aver anche fatto leva.


In breve tempo, la psicologa Lorita Tinelli si inventa «esperta» di «sette», accampando un mirabolante curriculum, pur non avendo una preparazione accademica seria e concreta in materia di religione o di sociologia ma per lo più un’imbottitura di informazioni «anti-sette» dovute alla frequentazione con il collega Antonello esponente dell’ARIS Veneto, associazione definitivamente cessata da alcuni anni ma anch’essa collegata alla FECRIS nell’ultimo periodo della sua attività.

Ciò rende ancora più speciose, artefatte e strumentali affermazioni come la seguente, in cui la Tinelli tenta di presentarsi come una «studiosa» tollerante ed equilibrata:


Un asserto tanto più inverosimile se paragonato al curriculum discriminatorio e persecutorio evidenziato non solo nel nostro blog, ma anche nelle dichiarazioni di altri studiosi ed ex collaboratori della psicologa «anti-sette».

Lo stesso vale per la presunta qualifica di «esperta» di fenomeni religiosi, mai realmente dimostrata tale a meno che non si debba dare credito a trasmissioni televisive scandalistiche o alla carta patinata stracolma di gossip.

Eppure Lorita Tinelli sostiene di utilizzare sempre il «metodo scientifico»:


Non è chiaro a cosa si riferisca qui Lorita Tinelli, ma basti ricordare (uno su tutti) il clamoroso esempio di superficialità messo in mostra dalla psicologa «anti-sette» in occasione del suo webinar di aprile scorso che ha realmente rasentato la pseudoscienza.

La verità nuda e cruda ci dice invece di un livore profondo, motivato da tutt’altro che un’ispirazione umanistica, caso mai da una ragione certo comprensibile, ma comunque strettamente personale: una delusione d’amore.

Una causa accettabile per un odio tanto viscerale?

Come si può considerare attendibile una presunta studiosa/ricercatrice mossa dal risentimento, quando si esprime su un soggetto così delicato come la scelta religiosa? Come può la magistratura dare credito ad una persona che valuta come negativa l'adesione a taluni movimenti religiosi solo perché un antico fidanzato l'ha lasciata per una scelta religiosa che li ha allontanati? Quanto può dirsi imparziale e onesta una persona che dopo tutti questi anni sta ancora inseguendo la propria vendetta?

martedì 16 ottobre 2018

Propaganda «anti-sette» e istigazione all’odio: il caso di Salvatore D’Apolito

La scorsa settimana sui giornali e le pagine Internet di mezza Italia è stato raccontato il caso di Salvatore D’Apolito, artigiano piastrellista originario della provincia di Foggia ma residente a Villasanta (Monza e Brianza), che il 27 settembre scorso a Negrone di Scanzorosciate (Bergamo) ha tentato di uccidere la moglie, Flora Agazzi, esplodendo diversi colpi di pistola e ferendola gravemente. Questo atto sanguinario, inclusa la sua premeditazione, è stato confessato interamente presso il comando dei Carabinieri di Bergamo una decina di giorni più tardi. D’Apolito si sarebbe dovuto incontrare con la Agazzi in tribunale all’inizio di ottobre per la causa di separazione: i due erano sposati oramai solo formalmente, poiché sul loro matrimonio, durato 28 anni, era di fatto calato il sipario.


Questo video è tratto dall’intervista esclusiva, rilasciata da D’Apolito appena prima di andare a costituirsi in caserma e confessare il suo reato, trasmessa il 10 ottobre scorso da RAI Tre a «Chi l’ha visto?». Il colloquio con il giornalista, svoltosi in strada in presenza dell’avvocato di D’Apolito, si conclude con un pianto di disperazione.


Con tutto il rispetto per il dolore di Salvatore D’Apolito e per le turbe che possono averlo condotto a un gesto tanto sconsiderato, senza cinismo ma piuttosto con spassionata obiettività, si potrebbero interpretare quel pianto apparentemente liberatore come una sorta di «lacrime di coccodrillo» e quella pubblica confessione come una mossa tattica messa in atto per affiancare la sua costituzione volontaria presso le forze dell’ordine, così da rendere credibile il suo presunto pentimento e – con l’occasione – additare terze persone (completamente estranee a una vicenda del tutto privata) come colpevoli dei loro contrasti. Un’accusa/scusa che, peraltro, non reggerebbe neanche al più elementare esame della questione.


Leggendo gli articoli che sono stati via via pubblicati dai media sul caso, quello che fa specie non è tanto che Salvatore D’Apolito cerchi di giustificare il proprio crimine, ma piuttosto il fatto che (scandalosamente) i giornalisti diano spazio alla sua scenata senza evidenziare quanto siano inaccettabili le scuse di un uomo divenuto un criminale e i suoi tentativi di incolpare qualcun altro. In contesti diversi, dove non fosse stata coinvolta una presunta «setta», non avrebbero invece tuonato contro «l’ennesimo femminicidio»? Non avrebbero forse chiamato in cause associazioni come Doppia Difesa, pubblicizzandone l’ipotetica utilità in casi di «violenza di genere» come questo?


Tentare di uccidere la propria consorte è un reato grave, ma se la donna è «colpevole» di aver aderito ad un movimento religioso non tradizionale (astutamente e perfidamente etichettato «setta») allora la si può anche punire attentando alla sua vita, e il criminale viene pure commiserato perché soffriva di turbe mentali e di solitudine «per colpa della setta».

Non si parla, invece, del fatto che la ex moglie pretendeva gli alimenti e che questo era esattamente l’oggetto della causa che si sarebbe celebrata in tribunale qualche giorno dopo il tentato omicidio.

Quando poi il giornalista della RAI fa notare a D'Apolito che il movimento di cui sta parlando non sembra affatto essere una «setta satanica» come lui va sostenendo, la sua risposta è questa:


Una proposizione, quella di Salvatore D’Apolito, che ci ricorda inevitabilmente le chiassose affermazioni degli «anti-sette» di AIVS.

Avendo già documentato in precedenza in maniera più che esauriente il modo in cui gli «anti-sette» fomentano l’odio e generano allarmismo per lo più ingiustificato, dileggiano e offendono i gruppi spirituali, minacciano e intimidiscono chi rende noto il loro discutibile operato, non approfondiremo nel presente post tale tematica, dandola per assodata. D’altronde, è sufficiente leggere un po’ di altri post di questo blog per constatare il fenomeno vagliandone l’abbondante documentazione (è possibile utilizzare la casella di ricerca sulla destra inserendo parole chiave quali «odio», «intolleranza», «stigma», «razzismo», «fake», ecc., oppure scorrere le pagine di riepilogo nel menù in alto, a partire dalla pagina «Notizie e aggiornamenti» che elenca tutti i post).

Assistiamo invece, in questo torbido caso di tentato omicidio, all’esito che quella veemente propaganda potrebbe aver avuto nell’influenzare un uomo sconvolto dalla rottura del suo matrimonio e turbato dall’impellente necessità di trovare un capro espiatorio per le sue angosce. Ecco infatti come lo descrive il suo avvocato:


Che vi possa essere un coinvolgimento diretto di AIVS nella genesi di questa vicenda di cronaca nera sarebbe ovviamente pretta supposizione, tuttavia vi sono alcuni fatti. Il primo, alquanto significativo, è che a nemmeno 48 ore dalla trasmissione di RAI Tre, l’associazione «anti-sette» presieduta da Toni Occhiello (conterraneo di Salvatore D’Apolito) si è affrettata non solo a pubblicare alcuni post per commentare l’accaduto (senza nemmeno una parola per condannare il tentato omicidio di una donna!) e per rafforzare le speciose motivazioni addotte dal reo confesso, ma anche (addirittura) a inviare una lettera alla RAI per ribadire le proprie accuse nei confronti della confessione religiosa presa di mira dal (quasi) assassino della ex moglie.


Per inciso, è davvero singolare la richiesta di soddisfare un loro presunto «diritto di contro informazione»: a quale legge farebbero riferimento? E perché si sentono tanto riguardati dal caso da dover essere interpellati? Forse conoscevano il soggetto?

Non solo: nella lettera alla RAI, il vicepresidente di AIVSFrancesco Brunori (alias «Italo»), fornisce un indizio ancora più cospicuo del fatto che AIVS possa avere direttamente o indirettamente fomentato in Salvatore D’Apolito quell’odio antireligioso, tanto immotivato quanto strumentale, che lo ha poi indotto a premeditare e compiere un tentato omicidio incolpandone infine (pubblicamente!) una comunità religiosa pacifica e ben integrata nella società italiana.

Proviamo a riguardare questo stralcio:


Nel seguente passaggio della lettera di AIVS, Francesco Brunori tenta di dimostrare la presunta veridicità delle parole di Salvatore D’Apolito riprendendo una delle solite argomentazioni addotte da AIVS ai danni della confessione religiosa in questione:


Si noti, fra l’altro, come sia lampante che D’Apolito sta cercando di snocciolare qualcosa che deve aver memorizzato in precedenza, quasi come se avesse preparato quella specifica argomentazione per l’intervista. In tal caso, dove ha reperito quelle «informazioni» tendenziose?

Da qualunque parte la si osservi, la situazione in cui versa Salvatore D’Apolito è evidentemente drammatica. Risulta evidente dal suo comportamento, dal suo aspetto e dai segnali che chiaramente si colgono dal suo discorso. Del resto, lo conferma anche il suo legale:


Se non si fosse reso responsabile di un crimine premeditato, potrebbe muovere a compassione.

Purtroppo, però, l’individuo la cui giustificazione dichiarata («È colpa di quella setta se ho sparato alla mia ex moglie») AIVS sta cercando di sostenere ed avvalorare è palesemente uno squilibrato.

Proprio questo fatto apre un ulteriore, inquietante interrogativo.

A che tipo di individuo tentano di ricorrere gli «anti-sette» per creare i loro «casi» fasulli contro i nuovi movimenti religiosi ingiustamente denominati «setta» o «setta satanica»?

Teniamo presente che già fra gli amministratori della/e pagina/e Facebook di AIVS vi sono persone affette da disturbo mentale conclamato (non perché lo diciamo noi, ma perché lo dichiarano essi stessi pubblicamente):


Ci sarebbe altro da dire in proposito, ma non ci pare nemmeno giusto seguire il cattivo esempio di AIVS nel loro mettere in piazza fatti privati afferenti alla salute dei loro accoliti.

Abbiamo soltanto messo in luce l’immoralità di chi, pur di osteggiare i nuovi movimenti religiosi, sfrutta e strumentalizza vicende tumultuose e genera un’influenza negativa in soggetti già in difficoltà.

E nemmeno si tratta soltanto di immoralità: il profilo potrebbe essere anche ben più grave.

Sarebbe interessante che la magistratura esplorasse a fondo questo aspetto cui ora accenneremo, avendo in corso un’indagine penale.

Dice infatti la legge italiana ben riportata ed esemplificata dal sito «brocardi.it»:

«Chiunque pubblicamente istiga a commettere uno o più reati è punito, per il solo fatto dell'istigazione con la reclusione da uno a cinque anni, se trattasi di istigazione a commettere delitti.»

Per istigazione s’intende: «qualsiasi fatto diretto a suscitare o a rafforzare in altri il proposito criminoso di delinquere o di perpetrare i fatti illeciti indicati».

«La norma è posta a tutela dell'ordine pubblico, in particolare punendo quelle condotte che, pur non determinando la commissione di un reato specifico, provocano nella collettività inquietudine ed allarme sociale.»

Sottolinea infine l’enciclopedia Treccani:

«Una differenza notevole nel trattamento delle varie ipotesi di istigazione si ha nel caso in cui sia stato effettivamente commesso il reato ovvero uno dei reati istigati. Nel caso di pubblica istigazione, che costituisce un reato autonomo, l'istigatore dovrà rispondere anche di concorso nel delitto eventualmente commesso dall'istigato.»

Seguendo questa chiave di lettura, possiamo osservare un ulteriore paradosso: gli «anti-sette» da un lato accusano lo Stato di non tutelare i cittadini perché non interviene prontamente gettando in gattabuia tutti gli appartenenti ai gruppi (religiosi e non) che loro detestano, dall’altro lato si sentono al sicuro perché lo Stato non li ha mai perseguiti per istigazione all'odio, diffamazione, calunnia, ecc. Si potrebbe obiettare che lo Stato ha ben altri impegni da affrontare senza doversi occupare dei falsi allarmi degli «anti-sette» e che la loro istigazione all'odio trova già pieno appagamento grazie al seguito che ha: talvolta tra i giornalisti propensi al gossip e alle fake news, talvolta presso qualche magistrato dallo scarso zelo e dall’abbondante ansia di carriera, talvolta in qualche parlamentare spregiudicato disposto a qualunque cosa pur di racimolare voti. Fortunatamente, si può dire che solo una parte marginale dello Stato abbia disprezzato la Costituzione della Repubblica istituendo una «polizia religiosa» SAS (la «Squadra Anti-Sette» del Ministero dell’Interno), e che però, in linea di massima, sino ad oggi l’influenza reale esercitata dagli ideologi antireligiosi sia paragonabile a quella di un peto in mezzo a un fortunale.

In definitiva, c’è davvero da augurarsi che i responsabili di AIVS facciano un serio esame di coscienza a proposito di questo caso di tentato omicidio.

sabato 28 luglio 2018

Odio «anti-sette» e «hate speech»: cosa dicono le normative (europee e non)

Abbiamo sovente denunciato dalle pagine di questo blog l’opera costante e sistematica di offesa e discriminazione ai danni dei gruppi religiosi di minoranza da parte delle associazioni «anti-sette» come FAVIS, CeSAP e ultimamente soprattutto AIVS.

In molte occasioni abbiamo messo in luce come l’operato di AIVS (e degli esponenti «anti-sette» della loro rete) sia non solo evidentemente riprensibile sotto il profilo morale e deontologico e pure del buon senso, ma di frequente anche ai limiti del lecito quando non chiaramente delinquenziale.

Sovente i post su Facebook, gli articoli di giornale o le dichiarazioni rese in TV o via Internet dagli esponenti «anti-sette» assumono le caratteristiche di quello che nella normativa europea ed internazionale viene da tempo classificato come «hate speech», espressione inglese che in italiano vale per «discorso di odio» o «linguaggio di odio».

Volendo meglio esemplificare e dettagliare le ragioni per cui esprimiamo tali giudizi, prendiamo spunto da un’ottima sintesi della normativa in tema di «hate speech» pubblicata una decina di giorni fa da «Agenda Digitale» (una testata online con sede a Milano) e scritta dalla prof.ssa Maria Romana Allegri, docente di diritto pubblico, informazione e comunicazione presso l’università di Roma La Sapienza.

Anzitutto occorre definire il significato legale del vocabolo «hate speech»: su questo fa fede una raccomandazione del Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa del 30 ottobre 1997, secondo la quale «nel termine “hate speech” si intende raccogliere tutte quelle forme di espressione che diffondano, incoraggino, promuovano o giustifichino il disprezzo razziale, la xenofobia, l’antisemitismo o altre forme di odio fondate sull’intolleranza, fra cui l’intolleranza espressa mediante un nazionalismo aggressivo e l’etnocentrismo, la discriminazione e l’ostilità nei confronti delle minoranze, dei migranti e delle persone di origine straniera».

Facilmente ci sovvengono esempi di tal genere, se pensiamo alle cattiverie anti-nipponiche di Toni Occhiello e dei suoi accoliti, o alle affermazioni evidentemente razziste nei confronti di Rom e Sinti.


Ma proseguiamo la nostra breve trattazione sulla normativa in vigore.

La definizione che abbiamo riportato appena prima è divenuta in seguito la base teorica per diversi altri provvedimenti di diritto internazionale. Si tenga conto che nel 1997 la situazione di Internet era alquanto differente da quella attuale, Facebook era ancora ben lontano dal lancio e la diffusione delle discussioni online era un fenomeno del tutto in embrione.

Alcuni anni più tardi, sebbene i «social network» fossero ancora solo marginalmente di utilizzo comune (ai tempi il più popolare era indubbiamente Myspace ma a partire dall’anno seguente sarebbe stato un po’ alla volta spazzato via dall’avvento di Facebook), tuttavia i forum e i gruppi di discussione erano una realtà ormai consolidata, mentre nei paesi più all’avanguardia erano di uso comune già da una decina d’anni.

In gennaio 2003 a Strasburgo vide così la luce la «Convenzione di Budapest sulla criminalità informatica»; con questa, gli Stati aderenti si obbligavano ad adottare sanzioni penali per punire la diffusione di materiale razzista e xenofobo attraverso i sistemi informatici, fra cui minacce e insulti, nonché la negazione, la minimizzazione, l’approvazione o la giustificazione di crimini di genocidio o di crimini contro l’umanità.

La Convenzione (firmata anche dall’Italia) afferma chiaramente che ogni firmatario ha il dovere di «adottare provvedimenti legislativi e di altro genere al fine di qualificare come illeciti di natura criminale (secondo i rispettivi ordinamenti), laddove commessi deliberatamente e senza giusta causa, le seguenti condotte: (…) insultare pubblicamente, per mezzo di un sistema computerizzato, (i) altre persone a causa della loro appartenenza ad un gruppo che si distingue per razza, colore, discendenza od origine etnica o nazionale, o per religione (…); oppure (ii) un gruppo di persone che si distingue per una qualunque di queste stesse caratteristiche».

D’altronde, il divieto di ingiusta discriminazione è un principio giuridicamente vincolante, sancito oggi dall’art. 21 della «Carta dei diritti fondamentali», secondo cui «è vietata qualsiasi forma di discriminazione fondata, in particolare, sul sesso, la razza, il colore della pelle o l’origine etnica o sociale, le caratteristiche genetiche, la lingua, la religione o le convinzioni personali, le opinioni politiche o di qualsiasi altra natura, l’appartenenza ad una minoranza nazionale, il patrimonio, la nascita, la disabilità, l’età o l’orientamento sessuale».

Si badi bene che fra le caratteristiche così tutelate dalla Carta dei diritti esistono anche le  «convinzioni personali», fatto assai lungimirante da parte dell’estensore di quel documento, poiché esclude a priori l’alibi (peraltro menzognero oltre che profondamente subdolo e maligno) secondo cui i «movimenti religiosi alternativi» non sarebbero da considerare «religioni propriamente dette» ma solo «gruppi di serie B»; alibi spesso accampato dagli «anti-sette».

Anche la direttiva 2000/43/CE del Consiglio d’Europa, del 29 giugno 2000, proclamava il principio della parità di trattamento fra le persone indipendentemente dalla razza e dall’origine etnica.

Similmente il Parlamento Europeo, con una risoluzione approvata il 14 marzo 2013, ha evidenziato l’esigenza di una revisione della decisione-quadro 2008/913/Gai, in modo da includervi anche le manifestazioni di antisemitismo, intolleranza religiosa, antiziganismo, omofobia e transfobia.

Tutto ciò si rende assolutamente necessario perché, come ben riassume la prof.ssa Allegri in un conciso passaggio del suo articolo: «È indiscutibile che l’ambiente digitale – e in particolare quello dei social network – abbia un potere di diffusione e di pubblicità dell’odio ben maggiore rispetto ai media tradizionali, così come lo è il fatto che l’odio, una volta immesso in Rete, abbia una notevole capacità di persistenza e di resistenza ai tentativi di occultamento dei messaggi offensivi».

Persino l’UNESCO è dovuta intervenire, con un documento di settanta pagine, sulla medesima falsariga.

Va ricordato (sempre con prof.ssa Allegri) che «la Convenzione Europea per i Diritti Umani giustifica talune limitazioni della libertà di espressione, laddove necessarie allo sviluppo di una società democratica e vieta in via generale che l’esercizio di qualsiasi diritto possa tradursi nell’eccessiva compressione dei diritti altrui». In altri termini, è ovvio che non si può limitare il diritto di espressione, in nessun modo (come spesso tentano di fare gli «anti-sette»); le critiche ai movimenti religiosi non possono in alcun modo essere tacitate.

Ma il limite risulta ben chiaro nelle definizioni riportate prima e promulgate dalle istituzioni europee: quando si mettono assieme pagine, siti e gruppi Facebook dedicati a istigare all’odio, a violare la privacy, o a denigrare movimenti religiosi tanto quanto intere etnie (come sopra), allora il confine fra la libera espressione di un disagio personale e l’incitamento alla violenza è stato nettamente travalicato.

Sono dunque legittimati ad osteggiare in continuazione le minoranze religiose i facinorosi di AIVS o i sedicenti «esperti» di CeSAP e FAVIS, espressione della sigla europea FECRIS e referenti privilegiati della squadra «anti-sette» SAS?

È lecito che essi continuino incessantemente ad offenderle e a deriderle?

Stando alle normative qui presentate, la risposta a queste domande è un «no» risoluto.

domenica 3 giugno 2018

Gli «anti-sette» di AIVS e l’apologia della belligeranza e dell’odio

In alcuni post recenti abbiamo riferito del discutibile operato di AIVS e dei suoi militanti sotto vari aspetti (la privacy, le richieste di denaro, le minacce di azioni giudiziarie cadute nel vuoto e le incongruenze su quelle invece effettivamente intraprese, le infamie, le intimidazioni, ecc.

Abbiamo potuto constatare che mai una volta alcuno dei responsabili di AIVS ha messo in discussione in modo serio e coscienzioso le modalità d’azione della propria associazione o dei propri colleghi.

Al contrario, le uniche reazioni degne di nota sono state quelle contro coloro che (come noi, ma non solo, anche degli utenti stessi della loro comunità Facebook) hanno osato muovere delle critiche.

Adesso, di fronte agli eccessi ed all’intemperanza di una delle più facinorose attiviste di AIVS (quella Paola Moscatelli di cui parliamo in post precedenti),  che ha suscitato più d’una reazione avversa nei seguaci di Toni Occhiello, si è assistito all’ennesima difesa dell’indifendibile.

Ecco infatti cosa scrive il 23 maggio scorso Francesco Brunori alias Italo, amico di Occhiello e co-amministratore dei gruppi Facebook legati ad AIVS:


In altri termini, stando a quanto dichiara Brunori, pare che se si è iscritti ad AIVS e se ci si mette la propria faccia esponendo una propria testimonianza, allora ci si possa permettere di offendere, diffamare e violare la privacy altrui. Questo, almeno, sembrano voler dire le parole di Brunori.

Significativa infatti la risposta di un utente simpatizzante AIVS e facente parte della dozzina dei più astiosi:


Nonostante l’inevitabile il «disclaimer» di carattere prudenziale («ma non si può purtroppo»), l’affermazione rimane vagamente minacciosa e non si può non pensare a episodi in cui simili incidenti si sono poi verificati davvero (qui un esempio non particolarmente calzante ma indicativo).

D’altronde, il giorno stesso, anche il terzo esponente di AIVS,  il romano Luciano Madon si era espresso in un’ancora più esplicita apologia del comportamento della Moscatelli:


Quindi, se mai ve ne potesse essere dubbio, Madon è ben consapevole di avere tutta l’autorità e la capacità (tecnica e non) di eliminare i contenuti che sa bene essere ai limiti del lecito quando non palesemente illeciti. Ma non lo fa, per esplicita ripicca nei confronti del movimento religioso di cui faceva parte.

Tanto è vero che gli utenti di AIVS sono consapevoli della scorrettezza di quanto avviene nel loro stessi gruppo, che persino uno di loro, fra i più incattiviti nei confronti della religione che ha abbandonato, esprime però un’opinione nettamente divergente a quella apologetica di Madon richiamando a modo suo all’ordine la Moscatelli:


Sulla parte che abbiamo evidenziato non possiamo che convenire appieno con quanto scrive quell’utente.

La replica di Madon? Inutile riportarla, basti dire che è l’ennesima giustificazione, a discarico della Moscatelli, che ricalca quanto già affermato precedentemente da lui stesso e da Brunori.

Secondo loro, è corretto che la Moscatelli scriva cose come queste:


Sarebbero invece nel torto altri utenti che di fronte a simili affermazioni s’indignano e intervengono per cercare di farla ragionare:


Forse grazie agli episodi che abbiamo raccontato in precedenza, questa volta le due utenti controcorrente non sono state messe alla porta da Occhiello, Madon e Brunori.

Ma la correttezza, il rispetto e la morigeratezza – evidentemente – latitano in maniera deplorevole nel direttivo AIVS.

domenica 26 novembre 2017

«Conosco il meglio ed al peggior mi appiglio»: la cieca intolleranza degli «anti-sette»

Sono incappato per puro caso in un passo della Metamorfosi di Ovidio che esprime un concetto di elevato spessore, tanto da venire ripreso in seguito nel corso della storia della letteratura da molti altri autori, ultimo il Foscolo nella versione che ho usato qui nel titolo (Sonetti, 2;14).

Un concetto che sembra vestire alla perfezione l'incoerenza degli «anti-sette»: «Vedo ciò che è meglio e lo approvo pubblicamente, ma faccio ciò che è peggio».

Quante volte, infatti, gli «anti-sette» si spendono per il diritto di informazione o per la libertà di parola?

Eppure, fanno tentativi di ogni tipo per soffocare voci a loro contrarie, come la nostra.

Potrebbe essere mera incoerenza, ma forse è anche peggio: un po' malizia, e un po' stratagemma per mostrare di assumere un atteggiamento illuminato e tollerante, quando dietro le quinte essi odiano, tramano, strumentalizzano e istigano le forze dell'ordine contro delle minoranze pacifiche, fanno pressione sulle autorità per reprimere il libero pensiero, la libertà religiosa e il diritto di associazione.

Una frase proverbiale, quindi, che trovo quanto mai azzeccata per gli «anti-sette» di oggigiorno.

Trovo emblematico, ad esempio, un post pubblicato da Lorita Tinelli sulla sua pagina Facebook in Gennaio di quest’anno, a proposito delle «censure». Lo riporto integralmente:



Parole che appaiano sensate, ragionevoli, dettate da un’indole altruista e attiva nel sociale, quasi nobili. Appaiono.

Eppure, dietro affermazioni tanto «illuminate», vi è un livore profondo, un astio covato per anni e anni.

Per esempio, si noti in che modo la Tinelli e la Ghinelli (sempre dal suo controverso, falso profilo di nome «Ethan Garbo S. Germain») mostrano di aver già «condannato senza appello» Fiorella Tersilla Tanghetti un’imprenditrice che per anni è stata sottoposta a una pesantissima gogna mediatica in stile «anti-sette» salvo poi essere scagionata (proprio come nel caso Arkeon) da tutte le accuse relative al teorema del «culto distruttivo»:



Poco importa i tribunali hanno sentenziato che non vi era alcun «culto abusante», poco importa se la Tanghetti è stata completamente prosciolta dalle pesanti imputazioni di riduzione in schiavitù, violenza e sequestro di persona. Essendo stata invece colta in fallo per una questione fiscale (IVA non versata), allora secondo Tinelli e Ghinelli, deve «automaticamente» essere catalogata come «santona abusante» o «guru criminale» o chissà quale altra fantasiosa (o morbosa?) categoria del maligno.

Eppure, questo è ciò che ha sentenziato il tribunale:



Per la cronaca, dopo la condanna (l’unica) inerente all’IVA, la Tanghetti assieme ad altri imputati ha annunciato un ricorso presso Corte di Giustizia Europea.



Il commento della Ghinelli, poi, mette in mostra tutto l’acredine e il malanimo, alimentati dal pregiudizio, nei confronti di chi per anni ha dovuto subire la macchina del fango.

D’altronde, questo è solo un singolo commento, un singolo post, un singolo caso che abbiamo citato ad esempio.

Ma ve ne sono quasi ogni giorno, poiché quasi ogni giorno la Ghinelli e la Tinelli, dalle rispettive pagine Facebook e siti Internet, pubblicano e diffondono notizie pescate qua e là per la rete il cui unico ed esclusivo scopo è mettere in cattiva luce le persone citate in quegli articoli, farle passare per delinquenti, gettare su di loro il dubbio delle più atroci nefandezze: in altri termini, «sbattere il mostro in prima pagina». Oltretutto, quelle notizie non sono nemmeno sottoposte a verifica, quando non sono addirittura delle vere e proprie «bufale» come il post segnalato da un utente alcuni mesi fa (vedere qui e qui) contenente una notizia poi smentita.

Si potrebbe quasi definire una sorta di «stalking mediatico», anche perché la stragrande maggioranza di quei gruppi, movimenti e leader spirituali non ha mai nemmeno alzato un dito per attaccare o infastidire né Sonia Ghinelli né Lorita Tinelli, pertanto tutto quell’odio è indebito e immotivato.

La vera motivazione per tanta malignità, dunque, è assai più recondita e viene tenuta ben nascosta da costoro.