Stemperiamo i toni necessariamente un po’ seriosi degli ultimi tempi (d’altronde, ci sarebbe davvero poco di che stare allegri) e tuffiamoci per un momento fra gli aspetti più ridicoli che il panorama «anti-sette» ci offre.
Lo facciamo con il nostro Epaminonda, che di satira s’intende, e che è incappato in un articolo semplicemente arlecchinesco, firmato da un laureando di nome Andrea Ferrario e pubblicato da una rivista edita addirittura dalla Scuola di Giornalismo dell’Università Cattolica di Milano (sic!).
Satira amara, comunque, perché dell'approssimazione e della superficialità degli «anti-sette» si potrebbe e si dovrebbe parlare in maniera ben più severa.
Questo blog si propone di promuovere un'informazione puntuale e ad ampia diffusione sulle notizie e i fatti concreti che riguardano il controverso mondo dei gruppi "anti-sette" e di tutti quei soggetti ed associazioni che portano avanti un attivo contrasto a movimenti spirituali e confessioni religiose.
Visualizzazione post con etichetta setta satanica. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta setta satanica. Mostra tutti i post
mercoledì 9 gennaio 2019
Bufale «anti-sette»: Roberta Grillo, il centro «Sicar» e il presunto «allarme satanismo»
Etichette:
andrea ferrario allarme,
antisette,
gris,
luca bernardo,
magzine,
occultismo,
roberta grillo,
satanismo,
setta satanica,
sicar,
università cattolica milano
lunedì 19 novembre 2018
La «Squadra Anti-Sette» e il caso di Imane Laloua: le nostre ipotesi confermate
Appena qualche giorno dopo la pubblicazione del nostro precedente post in cui abbiamo dato conto del discutibile operato della «Squadra Anti-Sette»(o SAS, la «polizia religiosa» del Ministero dell’Interno), si è presentata spontaneamente una riprova di quanto andavamo sostenendo.
Il caso di specie è quello (tragico) di Imane Laloua, una giovane donna di origine marocchina scomparsa dalla sua casa di Prato nel 2003, i cui resti scarnificati sono stati ritrovati solo tre anni più tardi in un’area di servizio dell’autostrada A1, ma la scoperta che l’identità di quei brandelli fosse da ricondurre alla povera Imane è avvenuta solo dodici anni più tardi e nei media si è letto come la SAS di Firenze abbia ipotizzato che si sia trattato di un assassinio da parte di una «setta satanica».
Il 13 novembre scorso, infatti, la trasmissione di RAI 3 «Chi l’ha visto?» ha rimandato in onda un appello che venne rivolto ancora un anno fa dalla madre di Imane, che (non ancora consapevole che il ritrovamento di quei resti umani sarebbe stato poi attribuito alla figlia) non si era mai rassegnata all’idea di non poter più rivederla.
In poco più di un minuto e mezzo, la signora porta alla luce la negligenza di chi avrebbe forse dovuto occuparsi della sua vicenda con un approccio differente:
«Mia figlia non è stata cercata», dice la madre della scomparsa Imane mostrando peraltro, nel suo immenso dolore, una straordinaria dignità: difficile comunuque mettere in discussione tale sua affermazione, fatta quattordici anni dopo la sparizione di sua figlia da casa.
E di nuovo, riferendosi alle indagini e precisando di averne visionato il fascicolo, soggiunge:
Tutti indizi che sembrano confermare quanto scrivevamo nel nostro post precedente:
«Forse questi poliziotti, con un caso ancora irrisolto dopo quindici anni dalla sparizione della povera Imane, fuorviati da tesi ideologiche troppo aleatorie per potersi amalgamare con dei compiti investigativi concreti e scientifici, stanno cercando in ogni modo di non perdere la faccia avvalorando le loro ipotesi?»
La pista investigativa del marito, pregiudicato e coinvolto in affari di droga, sembra essere stata trascurata; per lo meno, non ve ne è stata alcuna menzione quando ragionevolmente ci si aspetterebbe che sia la prima strada da percorrere per scoprire cosa fosse accaduto alla povera Imane.
Forse che il can can mediatico sulla presunta «setta religiosa» assassina è soltanto una cortina fumogena del tutto funzionale a far perdere le tracce delle negligenze commesse?
Ascoltiamo ancora qualche secondo dell’accorato appello della madre di Imane:
Come spiega poi il presentatore, è solo a seguito dell’intervista mandata in onda dalla trasmissione di RAI 3 l'anno scorso che la procura ha ripreso in esame il suo caso e ha scoperto, dopo gli opportuni confronti, che quei resti umani trovati una dozzina di anni prima (e rimasti per tutto quel tempo in una cella frigorifera) appartenevano alla scomparsa Imane Laloua.
A quanto pare, nessuno aveva indagato seriamente sulla scomparsa di una ventiduenne di origine marocchina: è stato più facile strombazzare il solito allarme «sette religiose» per lasciare la questione agli «esperti» della SAS e dare a vedere che ci stessero lavorando, così da giustificare l’esistenza di un’unità di polizia la cui costituzionalità è stata a più riprese messa in discussione.
Risultato: quindici anni di dolore struggente e irreparabile per una madre e un ignominioso disonore per la Polizia di Stato, un’istituzione della Repubblica.
A quale scopo i contribuenti pagano questa squadra in divisa dai dubbi intenti? Per sfoderare ipotesi insulse o quanto meno scarsamente fondate nel tentativo di coprire dell'inefficienza?
Il caso di specie è quello (tragico) di Imane Laloua, una giovane donna di origine marocchina scomparsa dalla sua casa di Prato nel 2003, i cui resti scarnificati sono stati ritrovati solo tre anni più tardi in un’area di servizio dell’autostrada A1, ma la scoperta che l’identità di quei brandelli fosse da ricondurre alla povera Imane è avvenuta solo dodici anni più tardi e nei media si è letto come la SAS di Firenze abbia ipotizzato che si sia trattato di un assassinio da parte di una «setta satanica».
Il 13 novembre scorso, infatti, la trasmissione di RAI 3 «Chi l’ha visto?» ha rimandato in onda un appello che venne rivolto ancora un anno fa dalla madre di Imane, che (non ancora consapevole che il ritrovamento di quei resti umani sarebbe stato poi attribuito alla figlia) non si era mai rassegnata all’idea di non poter più rivederla.
In poco più di un minuto e mezzo, la signora porta alla luce la negligenza di chi avrebbe forse dovuto occuparsi della sua vicenda con un approccio differente:
«Mia figlia non è stata cercata», dice la madre della scomparsa Imane mostrando peraltro, nel suo immenso dolore, una straordinaria dignità: difficile comunuque mettere in discussione tale sua affermazione, fatta quattordici anni dopo la sparizione di sua figlia da casa.
E di nuovo, riferendosi alle indagini e precisando di averne visionato il fascicolo, soggiunge:
Tutti indizi che sembrano confermare quanto scrivevamo nel nostro post precedente:
«Forse questi poliziotti, con un caso ancora irrisolto dopo quindici anni dalla sparizione della povera Imane, fuorviati da tesi ideologiche troppo aleatorie per potersi amalgamare con dei compiti investigativi concreti e scientifici, stanno cercando in ogni modo di non perdere la faccia avvalorando le loro ipotesi?»
La pista investigativa del marito, pregiudicato e coinvolto in affari di droga, sembra essere stata trascurata; per lo meno, non ve ne è stata alcuna menzione quando ragionevolmente ci si aspetterebbe che sia la prima strada da percorrere per scoprire cosa fosse accaduto alla povera Imane.
Forse che il can can mediatico sulla presunta «setta religiosa» assassina è soltanto una cortina fumogena del tutto funzionale a far perdere le tracce delle negligenze commesse?
Ascoltiamo ancora qualche secondo dell’accorato appello della madre di Imane:
Come spiega poi il presentatore, è solo a seguito dell’intervista mandata in onda dalla trasmissione di RAI 3 l'anno scorso che la procura ha ripreso in esame il suo caso e ha scoperto, dopo gli opportuni confronti, che quei resti umani trovati una dozzina di anni prima (e rimasti per tutto quel tempo in una cella frigorifera) appartenevano alla scomparsa Imane Laloua.
A quanto pare, nessuno aveva indagato seriamente sulla scomparsa di una ventiduenne di origine marocchina: è stato più facile strombazzare il solito allarme «sette religiose» per lasciare la questione agli «esperti» della SAS e dare a vedere che ci stessero lavorando, così da giustificare l’esistenza di un’unità di polizia la cui costituzionalità è stata a più riprese messa in discussione.
Risultato: quindici anni di dolore struggente e irreparabile per una madre e un ignominioso disonore per la Polizia di Stato, un’istituzione della Repubblica.
A quale scopo i contribuenti pagano questa squadra in divisa dai dubbi intenti? Per sfoderare ipotesi insulse o quanto meno scarsamente fondate nel tentativo di coprire dell'inefficienza?
sabato 10 novembre 2018
Le assurdità e l’indifferenza della «Squadra Anti-Sette»: il caso di Imane Laloua
Nel nostro blog si è più volte parlato della «polizia religiosa» SAS (la «Squadra Anti-Sette» del Ministero dell’Interno) e del modo come viene strumentalizzata dagli esponenti «anti-sette» per fini quanto meno discutibili. Così è stato – solo per citare qualche esempio in ordine sparso – nei tristi casi di «Arkeon», degli inesistenti «Angeli di Sodoma» e di Mario Pianesi con «Un Punto Macrobiotico» (tuttora in pieno svolgimento).
Tant’è che questa strana unità di polizia è stata oggetto di ben tre interrogazioni parlamentari (prima, seconda e terza).
Nei giorni scorsi i «megafoni» mediatici, sempre affamati di contenuti (possibilmente sensazionalistici o scandalistici), hanno diffuso non tanto delle «notizie», ma delle ipotesi, riguardanti l’orribile morte di una giovane donna di Prato di origine marocchina, sparita nel nulla in giugno 2003, le cui ossa scarnificate furono ritrovate tre anni dopo da un camionista nei pressi di un’area di sosta sull’autostrada A1. Ben dodici anni più tardi, cioè solo qualche giorno fa, tramite l’esame del DNA la procura di Firenze ha accertato che quei resti umani appartenevano proprio a Imane Laloua. E questa è sostanzialmente l’unico dato di fatto che si possa considerare una notizia.
La prima stranezza che balza all’occhio è la tempistica: dodici anni per raccogliere e rendere pubblico l’esito di un esame del DNA. Dovrà pur esservi una spiegazione, ma gli articoli che strombazzano la «notizia» con titoloni ad effetto come «Uccisa e fatta a pezzi da una setta», «Imane (…) ammazzata da una setta satanica» e «L'ombra della setta satanica sulla morte di Imane» ben si guardano dallo svolgere un serio lavoro giornalistico ed approfondire un aspetto di tanto evidente rilievo.
Al contrario, danno per assodato un elemento (ossia il supposto colpevole, una presunta «setta satanica») che, invece, è solamente un’ipotesi, e nemmeno particolarmente plausibile.
Infatti, ben distanziato dal titolone roboante, tutti gli articoli riportano:
o anche:
Qualche prova o elemento concreto in tal senso? Nessuno: solo congetture, in parte basate sul ritrovamento di un diario scritto da una sedicenne di Prato e risalente al 2004, in cui (sembra, stando a un articolo de «Il Tirreno») la giovane vagheggiava di cimiteri profanati e di un rito sacrificale ai danni di una vittima prelevata in strada. Racconti che, tuttavia, la ragazza precisò essere solo frutto della sua fantasia.
In poche parole, è lo stesso procedere deduttivo e indiziario che si è ben visto mettere in atto a don Aldo Buonaiuto (consulente della SAS) nel già citato caso dei presunti «Angeli di Sodoma»: basta leggere gli stralci della relazione del prete inquisitore e metterli a confronto con la realtà dei fatti, per capire a quali scioccanti mistificazioni ci si può trovare di fronte.
Ma non è tutto, vi è anche un’incongruenza nella datazione.
Sì, perché sebbene già agli inizi del 2005 si rumoreggiasse dell’eventualità che una qualche forza di polizia venisse specificamente ed espressamente deputata ad occuparsi di «sette religiose», di fatto l’istituzione concreta della SAS risale ai primi di novembre del 2006 e si deve ad una circolare emanata dall’allora capo della polizia Giovanni De Gennaro:
Ma se la SAS è ufficialmente partita in novembre 2006, non si capisce come sia possibile che:
La «Squadra Anti-Sette» quindi era già in attività prima di essere istituita?
O forse questi poliziotti, con un caso ancora irrisolto dopo quindici anni dalla sparizione della povera Imane, fuorviati da ideologie troppo aleatorie per potersi amalgamare con dei compiti investigativi concreti e scientifici, stanno cercando in ogni modo di non perdere la faccia avvalorando le loro ipotesi? Chissà, solo gli addetti ai lavori potrebbero rispondere a questa domanda.
D’altronde, proprio in questi giorni si assiste ad un evidente tentativo della SAS di porsi sotto le luci della ribalta: ieri a Roma ad un convegno presso l’Università LUMSA in presenza addirittura del Ministro dell’Interno Matteo Salvini, il 22 ottobre scorso a «Prima dell’Alba» su RAI Tre, qualche settimana fa ancora sui media per il caso di Mario Pianesi. Forse si prospetta la necessità di richiedere risorse e di dare a vedere che si sia prodotto qualche risultato?
Tant’è che fra i titoloni dei «megafoni» mediatici si legge: «Risolto il giallo sulla scomparsa di Imane Laloua». Risolto? E come? Con un’ipotesi traballante, forse?
Insomma, tornando al caso reale della giovane marocchina mutilata, da qualunque punto la si guardi, è lampante che l’asserto «ammazzata da una setta» è a dir poco pretestuoso, se non addirittura destituito di qualunque fondamento.
Piuttosto, era stata battuta la pista (ben più logica ed immediata) del marito della giovane?
Ripartiamo infatti dal giorno in cui la 22enne Imane sparisce nel nulla, nel settembre 2003:
Quindi Imane era sposata con un uomo che si capisce fosse un pregiudicato continuamente coinvolto in affari di droga. Quali indagini sono state svolte per accertare eventuali responsabilità del marito? Possibile che non sapesse proprio nulla delle frequentazioni della moglie, che potrebbero averla trascinata in quella fatale tragedia?
È stata presa nella dovuta considerazione la versione resa dalla madre? Oppure il suo immenso dolore è stato completamente ignorato per privilegiare una «ipotesi» ben più «vendibile» in termini mediatici? Possibile che dei rappresentanti delle istituzioni mostrino una tale indifferenza?
Ci auguriamo che la magistratura possa accertare sul serio la verità dei fatti e rendere giustizia a una donna che ha perso la figlia a causa di un crimine efferato.
Ci auguriamo inoltre che gli inquirenti valutino con estrema attenzione tutti gli elementi a disposizione, senza lasciarsi trascinare dalle fake news «anti-sette».
Tant’è che questa strana unità di polizia è stata oggetto di ben tre interrogazioni parlamentari (prima, seconda e terza).
Nei giorni scorsi i «megafoni» mediatici, sempre affamati di contenuti (possibilmente sensazionalistici o scandalistici), hanno diffuso non tanto delle «notizie», ma delle ipotesi, riguardanti l’orribile morte di una giovane donna di Prato di origine marocchina, sparita nel nulla in giugno 2003, le cui ossa scarnificate furono ritrovate tre anni dopo da un camionista nei pressi di un’area di sosta sull’autostrada A1. Ben dodici anni più tardi, cioè solo qualche giorno fa, tramite l’esame del DNA la procura di Firenze ha accertato che quei resti umani appartenevano proprio a Imane Laloua. E questa è sostanzialmente l’unico dato di fatto che si possa considerare una notizia.
La prima stranezza che balza all’occhio è la tempistica: dodici anni per raccogliere e rendere pubblico l’esito di un esame del DNA. Dovrà pur esservi una spiegazione, ma gli articoli che strombazzano la «notizia» con titoloni ad effetto come «Uccisa e fatta a pezzi da una setta», «Imane (…) ammazzata da una setta satanica» e «L'ombra della setta satanica sulla morte di Imane» ben si guardano dallo svolgere un serio lavoro giornalistico ed approfondire un aspetto di tanto evidente rilievo.
Al contrario, danno per assodato un elemento (ossia il supposto colpevole, una presunta «setta satanica») che, invece, è solamente un’ipotesi, e nemmeno particolarmente plausibile.
Infatti, ben distanziato dal titolone roboante, tutti gli articoli riportano:
«la squadra "anti-sette" della mobile di Firenze ipotizza che la donna fosse stata vittima di un rito satanico»
o anche:
«la squadra "anti-sette" della mobile di Firenze ipotizzò allora, e fa la stessa cosa anche oggi, che la vittima di quell'orrendo trattamento fosse stata prima assassinata durante un rito satanico»
Qualche prova o elemento concreto in tal senso? Nessuno: solo congetture, in parte basate sul ritrovamento di un diario scritto da una sedicenne di Prato e risalente al 2004, in cui (sembra, stando a un articolo de «Il Tirreno») la giovane vagheggiava di cimiteri profanati e di un rito sacrificale ai danni di una vittima prelevata in strada. Racconti che, tuttavia, la ragazza precisò essere solo frutto della sua fantasia.
In poche parole, è lo stesso procedere deduttivo e indiziario che si è ben visto mettere in atto a don Aldo Buonaiuto (consulente della SAS) nel già citato caso dei presunti «Angeli di Sodoma»: basta leggere gli stralci della relazione del prete inquisitore e metterli a confronto con la realtà dei fatti, per capire a quali scioccanti mistificazioni ci si può trovare di fronte.
Ma non è tutto, vi è anche un’incongruenza nella datazione.
Sì, perché sebbene già agli inizi del 2005 si rumoreggiasse dell’eventualità che una qualche forza di polizia venisse specificamente ed espressamente deputata ad occuparsi di «sette religiose», di fatto l’istituzione concreta della SAS risale ai primi di novembre del 2006 e si deve ad una circolare emanata dall’allora capo della polizia Giovanni De Gennaro:
Ma se la SAS è ufficialmente partita in novembre 2006, non si capisce come sia possibile che:
«[il] 21 giugno 2006 [data del ritrovamento dei resti della povera Imane] la squadra "anti-sette" della Mobile di Firenze ipotizzò che la vittima (…) fosse stata prima assassinata durante un rito satanico».
La «Squadra Anti-Sette» quindi era già in attività prima di essere istituita?
O forse questi poliziotti, con un caso ancora irrisolto dopo quindici anni dalla sparizione della povera Imane, fuorviati da ideologie troppo aleatorie per potersi amalgamare con dei compiti investigativi concreti e scientifici, stanno cercando in ogni modo di non perdere la faccia avvalorando le loro ipotesi? Chissà, solo gli addetti ai lavori potrebbero rispondere a questa domanda.
D’altronde, proprio in questi giorni si assiste ad un evidente tentativo della SAS di porsi sotto le luci della ribalta: ieri a Roma ad un convegno presso l’Università LUMSA in presenza addirittura del Ministro dell’Interno Matteo Salvini, il 22 ottobre scorso a «Prima dell’Alba» su RAI Tre, qualche settimana fa ancora sui media per il caso di Mario Pianesi. Forse si prospetta la necessità di richiedere risorse e di dare a vedere che si sia prodotto qualche risultato?
Tant’è che fra i titoloni dei «megafoni» mediatici si legge: «Risolto il giallo sulla scomparsa di Imane Laloua». Risolto? E come? Con un’ipotesi traballante, forse?
Insomma, tornando al caso reale della giovane marocchina mutilata, da qualunque punto la si guardi, è lampante che l’asserto «ammazzata da una setta» è a dir poco pretestuoso, se non addirittura destituito di qualunque fondamento.
Piuttosto, era stata battuta la pista (ben più logica ed immediata) del marito della giovane?
Ripartiamo infatti dal giorno in cui la 22enne Imane sparisce nel nulla, nel settembre 2003:
«Erano nella loro casa di Montecatini e litigarono perché Zoubida [la madre] non voleva che Imane raggiungesse il marito a Prato. Si erano sposati tre anni prima, ma lui spacciava droga e continuava a entrare e uscire dal carcere. Un paio di mesi dopo, quando la madre andò a cercarla a Prato, il marito disse di non saperne niente e Zoubida capì che era successo qualcosa di grave.»
Quindi Imane era sposata con un uomo che si capisce fosse un pregiudicato continuamente coinvolto in affari di droga. Quali indagini sono state svolte per accertare eventuali responsabilità del marito? Possibile che non sapesse proprio nulla delle frequentazioni della moglie, che potrebbero averla trascinata in quella fatale tragedia?
È stata presa nella dovuta considerazione la versione resa dalla madre? Oppure il suo immenso dolore è stato completamente ignorato per privilegiare una «ipotesi» ben più «vendibile» in termini mediatici? Possibile che dei rappresentanti delle istituzioni mostrino una tale indifferenza?
Ci auguriamo che la magistratura possa accertare sul serio la verità dei fatti e rendere giustizia a una donna che ha perso la figlia a causa di un crimine efferato.
Ci auguriamo inoltre che gli inquirenti valutino con estrema attenzione tutti gli elementi a disposizione, senza lasciarsi trascinare dalle fake news «anti-sette».
Etichette:
aldo buonaiuto,
antisette,
fake news,
firenze,
imane laloua,
matteo salvini,
prato,
rai,
sas,
setta satanica,
sette religiose,
squadra anti sette
martedì 16 ottobre 2018
Propaganda «anti-sette» e istigazione all’odio: il caso di Salvatore D’Apolito
La scorsa settimana sui giornali e le pagine Internet di mezza Italia è stato raccontato il caso di Salvatore D’Apolito, artigiano piastrellista originario della provincia di Foggia ma residente a Villasanta (Monza e Brianza), che il 27 settembre scorso a Negrone di Scanzorosciate (Bergamo) ha tentato di uccidere la moglie, Flora Agazzi, esplodendo diversi colpi di pistola e ferendola gravemente. Questo atto sanguinario, inclusa la sua premeditazione, è stato confessato interamente presso il comando dei Carabinieri di Bergamo una decina di giorni più tardi. D’Apolito si sarebbe dovuto incontrare con la Agazzi in tribunale all’inizio di ottobre per la causa di separazione: i due erano sposati oramai solo formalmente, poiché sul loro matrimonio, durato 28 anni, era di fatto calato il sipario.
Questo video è tratto dall’intervista esclusiva, rilasciata da D’Apolito appena prima di andare a costituirsi in caserma e confessare il suo reato, trasmessa il 10 ottobre scorso da RAI Tre a «Chi l’ha visto?». Il colloquio con il giornalista, svoltosi in strada in presenza dell’avvocato di D’Apolito, si conclude con un pianto di disperazione.
Con tutto il rispetto per il dolore di Salvatore D’Apolito e per le turbe che possono averlo condotto a un gesto tanto sconsiderato, senza cinismo ma piuttosto con spassionata obiettività, si potrebbero interpretare quel pianto apparentemente liberatore come una sorta di «lacrime di coccodrillo» e quella pubblica confessione come una mossa tattica messa in atto per affiancare la sua costituzione volontaria presso le forze dell’ordine, così da rendere credibile il suo presunto pentimento e – con l’occasione – additare terze persone (completamente estranee a una vicenda del tutto privata) come colpevoli dei loro contrasti. Un’accusa/scusa che, peraltro, non reggerebbe neanche al più elementare esame della questione.
Leggendo gli articoli che sono stati via via pubblicati dai media sul caso, quello che fa specie non è tanto che Salvatore D’Apolito cerchi di giustificare il proprio crimine, ma piuttosto il fatto che (scandalosamente) i giornalisti diano spazio alla sua scenata senza evidenziare quanto siano inaccettabili le scuse di un uomo divenuto un criminale e i suoi tentativi di incolpare qualcun altro. In contesti diversi, dove non fosse stata coinvolta una presunta «setta», non avrebbero invece tuonato contro «l’ennesimo femminicidio»? Non avrebbero forse chiamato in cause associazioni come Doppia Difesa, pubblicizzandone l’ipotetica utilità in casi di «violenza di genere» come questo?
Tentare di uccidere la propria consorte è un reato grave, ma se la donna è «colpevole» di aver aderito ad un movimento religioso non tradizionale (astutamente e perfidamente etichettato «setta») allora la si può anche punire attentando alla sua vita, e il criminale viene pure commiserato perché soffriva di turbe mentali e di solitudine «per colpa della setta».
Non si parla, invece, del fatto che la ex moglie pretendeva gli alimenti e che questo era esattamente l’oggetto della causa che si sarebbe celebrata in tribunale qualche giorno dopo il tentato omicidio.
Quando poi il giornalista della RAI fa notare a D'Apolito che il movimento di cui sta parlando non sembra affatto essere una «setta satanica» come lui va sostenendo, la sua risposta è questa:
Una proposizione, quella di Salvatore D’Apolito, che ci ricorda inevitabilmente le chiassose affermazioni degli «anti-sette» di AIVS.
Avendo già documentato in precedenza in maniera più che esauriente il modo in cui gli «anti-sette» fomentano l’odio e generano allarmismo per lo più ingiustificato, dileggiano e offendono i gruppi spirituali, minacciano e intimidiscono chi rende noto il loro discutibile operato, non approfondiremo nel presente post tale tematica, dandola per assodata. D’altronde, è sufficiente leggere un po’ di altri post di questo blog per constatare il fenomeno vagliandone l’abbondante documentazione (è possibile utilizzare la casella di ricerca sulla destra inserendo parole chiave quali «odio», «intolleranza», «stigma», «razzismo», «fake», ecc., oppure scorrere le pagine di riepilogo nel menù in alto, a partire dalla pagina «Notizie e aggiornamenti» che elenca tutti i post).
Assistiamo invece, in questo torbido caso di tentato omicidio, all’esito che quella veemente propaganda potrebbe aver avuto nell’influenzare un uomo sconvolto dalla rottura del suo matrimonio e turbato dall’impellente necessità di trovare un capro espiatorio per le sue angosce. Ecco infatti come lo descrive il suo avvocato:
Che vi possa essere un coinvolgimento diretto di AIVS nella genesi di questa vicenda di cronaca nera sarebbe ovviamente pretta supposizione, tuttavia vi sono alcuni fatti. Il primo, alquanto significativo, è che a nemmeno 48 ore dalla trasmissione di RAI Tre, l’associazione «anti-sette» presieduta da Toni Occhiello (conterraneo di Salvatore D’Apolito) si è affrettata non solo a pubblicare alcuni post per commentare l’accaduto (senza nemmeno una parola per condannare il tentato omicidio di una donna!) e per rafforzare le speciose motivazioni addotte dal reo confesso, ma anche (addirittura) a inviare una lettera alla RAI per ribadire le proprie accuse nei confronti della confessione religiosa presa di mira dal (quasi) assassino della ex moglie.
Per inciso, è davvero singolare la richiesta di soddisfare un loro presunto «diritto di contro informazione»: a quale legge farebbero riferimento? E perché si sentono tanto riguardati dal caso da dover essere interpellati? Forse conoscevano il soggetto?
Non solo: nella lettera alla RAI, il vicepresidente di AIVS, Francesco Brunori (alias «Italo»), fornisce un indizio ancora più cospicuo del fatto che AIVS possa avere direttamente o indirettamente fomentato in Salvatore D’Apolito quell’odio antireligioso, tanto immotivato quanto strumentale, che lo ha poi indotto a premeditare e compiere un tentato omicidio incolpandone infine (pubblicamente!) una comunità religiosa pacifica e ben integrata nella società italiana.
Proviamo a riguardare questo stralcio:
Nel seguente passaggio della lettera di AIVS, Francesco Brunori tenta di dimostrare la presunta veridicità delle parole di Salvatore D’Apolito riprendendo una delle solite argomentazioni addotte da AIVS ai danni della confessione religiosa in questione:
Si noti, fra l’altro, come sia lampante che D’Apolito sta cercando di snocciolare qualcosa che deve aver memorizzato in precedenza, quasi come se avesse preparato quella specifica argomentazione per l’intervista. In tal caso, dove ha reperito quelle «informazioni» tendenziose?
Da qualunque parte la si osservi, la situazione in cui versa Salvatore D’Apolito è evidentemente drammatica. Risulta evidente dal suo comportamento, dal suo aspetto e dai segnali che chiaramente si colgono dal suo discorso. Del resto, lo conferma anche il suo legale:
Se non si fosse reso responsabile di un crimine premeditato, potrebbe muovere a compassione.
Purtroppo, però, l’individuo la cui giustificazione dichiarata («È colpa di quella setta se ho sparato alla mia ex moglie») AIVS sta cercando di sostenere ed avvalorare è palesemente uno squilibrato.
Proprio questo fatto apre un ulteriore, inquietante interrogativo.
A che tipo di individuo tentano di ricorrere gli «anti-sette» per creare i loro «casi» fasulli contro i nuovi movimenti religiosi ingiustamente denominati «setta» o «setta satanica»?
Teniamo presente che già fra gli amministratori della/e pagina/e Facebook di AIVS vi sono persone affette da disturbo mentale conclamato (non perché lo diciamo noi, ma perché lo dichiarano essi stessi pubblicamente):
Ci sarebbe altro da dire in proposito, ma non ci pare nemmeno giusto seguire il cattivo esempio di AIVS nel loro mettere in piazza fatti privati afferenti alla salute dei loro accoliti.
Abbiamo soltanto messo in luce l’immoralità di chi, pur di osteggiare i nuovi movimenti religiosi, sfrutta e strumentalizza vicende tumultuose e genera un’influenza negativa in soggetti già in difficoltà.
E nemmeno si tratta soltanto di immoralità: il profilo potrebbe essere anche ben più grave.
Sarebbe interessante che la magistratura esplorasse a fondo questo aspetto cui ora accenneremo, avendo in corso un’indagine penale.
Dice infatti la legge italiana ben riportata ed esemplificata dal sito «brocardi.it»:
«Chiunque pubblicamente istiga a commettere uno o più reati è punito, per il solo fatto dell'istigazione con la reclusione da uno a cinque anni, se trattasi di istigazione a commettere delitti.»
Per istigazione s’intende: «qualsiasi fatto diretto a suscitare o a rafforzare in altri il proposito criminoso di delinquere o di perpetrare i fatti illeciti indicati».
«La norma è posta a tutela dell'ordine pubblico, in particolare punendo quelle condotte che, pur non determinando la commissione di un reato specifico, provocano nella collettività inquietudine ed allarme sociale.»
Sottolinea infine l’enciclopedia Treccani:
«Una differenza notevole nel trattamento delle varie ipotesi di istigazione si ha nel caso in cui sia stato effettivamente commesso il reato ovvero uno dei reati istigati. Nel caso di pubblica istigazione, che costituisce un reato autonomo, l'istigatore dovrà rispondere anche di concorso nel delitto eventualmente commesso dall'istigato.»
Seguendo questa chiave di lettura, possiamo osservare un ulteriore paradosso: gli «anti-sette» da un lato accusano lo Stato di non tutelare i cittadini perché non interviene prontamente gettando in gattabuia tutti gli appartenenti ai gruppi (religiosi e non) che loro detestano, dall’altro lato si sentono al sicuro perché lo Stato non li ha mai perseguiti per istigazione all'odio, diffamazione, calunnia, ecc. Si potrebbe obiettare che lo Stato ha ben altri impegni da affrontare senza doversi occupare dei falsi allarmi degli «anti-sette» e che la loro istigazione all'odio trova già pieno appagamento grazie al seguito che ha: talvolta tra i giornalisti propensi al gossip e alle fake news, talvolta presso qualche magistrato dallo scarso zelo e dall’abbondante ansia di carriera, talvolta in qualche parlamentare spregiudicato disposto a qualunque cosa pur di racimolare voti. Fortunatamente, si può dire che solo una parte marginale dello Stato abbia disprezzato la Costituzione della Repubblica istituendo una «polizia religiosa» SAS (la «Squadra Anti-Sette» del Ministero dell’Interno), e che però, in linea di massima, sino ad oggi l’influenza reale esercitata dagli ideologi antireligiosi sia paragonabile a quella di un peto in mezzo a un fortunale.
In definitiva, c’è davvero da augurarsi che i responsabili di AIVS facciano un serio esame di coscienza a proposito di questo caso di tentato omicidio.
Questo video è tratto dall’intervista esclusiva, rilasciata da D’Apolito appena prima di andare a costituirsi in caserma e confessare il suo reato, trasmessa il 10 ottobre scorso da RAI Tre a «Chi l’ha visto?». Il colloquio con il giornalista, svoltosi in strada in presenza dell’avvocato di D’Apolito, si conclude con un pianto di disperazione.
Con tutto il rispetto per il dolore di Salvatore D’Apolito e per le turbe che possono averlo condotto a un gesto tanto sconsiderato, senza cinismo ma piuttosto con spassionata obiettività, si potrebbero interpretare quel pianto apparentemente liberatore come una sorta di «lacrime di coccodrillo» e quella pubblica confessione come una mossa tattica messa in atto per affiancare la sua costituzione volontaria presso le forze dell’ordine, così da rendere credibile il suo presunto pentimento e – con l’occasione – additare terze persone (completamente estranee a una vicenda del tutto privata) come colpevoli dei loro contrasti. Un’accusa/scusa che, peraltro, non reggerebbe neanche al più elementare esame della questione.
Leggendo gli articoli che sono stati via via pubblicati dai media sul caso, quello che fa specie non è tanto che Salvatore D’Apolito cerchi di giustificare il proprio crimine, ma piuttosto il fatto che (scandalosamente) i giornalisti diano spazio alla sua scenata senza evidenziare quanto siano inaccettabili le scuse di un uomo divenuto un criminale e i suoi tentativi di incolpare qualcun altro. In contesti diversi, dove non fosse stata coinvolta una presunta «setta», non avrebbero invece tuonato contro «l’ennesimo femminicidio»? Non avrebbero forse chiamato in cause associazioni come Doppia Difesa, pubblicizzandone l’ipotetica utilità in casi di «violenza di genere» come questo?
Tentare di uccidere la propria consorte è un reato grave, ma se la donna è «colpevole» di aver aderito ad un movimento religioso non tradizionale (astutamente e perfidamente etichettato «setta») allora la si può anche punire attentando alla sua vita, e il criminale viene pure commiserato perché soffriva di turbe mentali e di solitudine «per colpa della setta».
Non si parla, invece, del fatto che la ex moglie pretendeva gli alimenti e che questo era esattamente l’oggetto della causa che si sarebbe celebrata in tribunale qualche giorno dopo il tentato omicidio.
Quando poi il giornalista della RAI fa notare a D'Apolito che il movimento di cui sta parlando non sembra affatto essere una «setta satanica» come lui va sostenendo, la sua risposta è questa:
Una proposizione, quella di Salvatore D’Apolito, che ci ricorda inevitabilmente le chiassose affermazioni degli «anti-sette» di AIVS.
Avendo già documentato in precedenza in maniera più che esauriente il modo in cui gli «anti-sette» fomentano l’odio e generano allarmismo per lo più ingiustificato, dileggiano e offendono i gruppi spirituali, minacciano e intimidiscono chi rende noto il loro discutibile operato, non approfondiremo nel presente post tale tematica, dandola per assodata. D’altronde, è sufficiente leggere un po’ di altri post di questo blog per constatare il fenomeno vagliandone l’abbondante documentazione (è possibile utilizzare la casella di ricerca sulla destra inserendo parole chiave quali «odio», «intolleranza», «stigma», «razzismo», «fake», ecc., oppure scorrere le pagine di riepilogo nel menù in alto, a partire dalla pagina «Notizie e aggiornamenti» che elenca tutti i post).
Assistiamo invece, in questo torbido caso di tentato omicidio, all’esito che quella veemente propaganda potrebbe aver avuto nell’influenzare un uomo sconvolto dalla rottura del suo matrimonio e turbato dall’impellente necessità di trovare un capro espiatorio per le sue angosce. Ecco infatti come lo descrive il suo avvocato:
Che vi possa essere un coinvolgimento diretto di AIVS nella genesi di questa vicenda di cronaca nera sarebbe ovviamente pretta supposizione, tuttavia vi sono alcuni fatti. Il primo, alquanto significativo, è che a nemmeno 48 ore dalla trasmissione di RAI Tre, l’associazione «anti-sette» presieduta da Toni Occhiello (conterraneo di Salvatore D’Apolito) si è affrettata non solo a pubblicare alcuni post per commentare l’accaduto (senza nemmeno una parola per condannare il tentato omicidio di una donna!) e per rafforzare le speciose motivazioni addotte dal reo confesso, ma anche (addirittura) a inviare una lettera alla RAI per ribadire le proprie accuse nei confronti della confessione religiosa presa di mira dal (quasi) assassino della ex moglie.
Per inciso, è davvero singolare la richiesta di soddisfare un loro presunto «diritto di contro informazione»: a quale legge farebbero riferimento? E perché si sentono tanto riguardati dal caso da dover essere interpellati? Forse conoscevano il soggetto?
Non solo: nella lettera alla RAI, il vicepresidente di AIVS, Francesco Brunori (alias «Italo»), fornisce un indizio ancora più cospicuo del fatto che AIVS possa avere direttamente o indirettamente fomentato in Salvatore D’Apolito quell’odio antireligioso, tanto immotivato quanto strumentale, che lo ha poi indotto a premeditare e compiere un tentato omicidio incolpandone infine (pubblicamente!) una comunità religiosa pacifica e ben integrata nella società italiana.
Proviamo a riguardare questo stralcio:
Nel seguente passaggio della lettera di AIVS, Francesco Brunori tenta di dimostrare la presunta veridicità delle parole di Salvatore D’Apolito riprendendo una delle solite argomentazioni addotte da AIVS ai danni della confessione religiosa in questione:
Si noti, fra l’altro, come sia lampante che D’Apolito sta cercando di snocciolare qualcosa che deve aver memorizzato in precedenza, quasi come se avesse preparato quella specifica argomentazione per l’intervista. In tal caso, dove ha reperito quelle «informazioni» tendenziose?
Da qualunque parte la si osservi, la situazione in cui versa Salvatore D’Apolito è evidentemente drammatica. Risulta evidente dal suo comportamento, dal suo aspetto e dai segnali che chiaramente si colgono dal suo discorso. Del resto, lo conferma anche il suo legale:
Se non si fosse reso responsabile di un crimine premeditato, potrebbe muovere a compassione.
Purtroppo, però, l’individuo la cui giustificazione dichiarata («È colpa di quella setta se ho sparato alla mia ex moglie») AIVS sta cercando di sostenere ed avvalorare è palesemente uno squilibrato.
Proprio questo fatto apre un ulteriore, inquietante interrogativo.
A che tipo di individuo tentano di ricorrere gli «anti-sette» per creare i loro «casi» fasulli contro i nuovi movimenti religiosi ingiustamente denominati «setta» o «setta satanica»?
Teniamo presente che già fra gli amministratori della/e pagina/e Facebook di AIVS vi sono persone affette da disturbo mentale conclamato (non perché lo diciamo noi, ma perché lo dichiarano essi stessi pubblicamente):
Ci sarebbe altro da dire in proposito, ma non ci pare nemmeno giusto seguire il cattivo esempio di AIVS nel loro mettere in piazza fatti privati afferenti alla salute dei loro accoliti.
Abbiamo soltanto messo in luce l’immoralità di chi, pur di osteggiare i nuovi movimenti religiosi, sfrutta e strumentalizza vicende tumultuose e genera un’influenza negativa in soggetti già in difficoltà.
E nemmeno si tratta soltanto di immoralità: il profilo potrebbe essere anche ben più grave.
Sarebbe interessante che la magistratura esplorasse a fondo questo aspetto cui ora accenneremo, avendo in corso un’indagine penale.
Dice infatti la legge italiana ben riportata ed esemplificata dal sito «brocardi.it»:
«Chiunque pubblicamente istiga a commettere uno o più reati è punito, per il solo fatto dell'istigazione con la reclusione da uno a cinque anni, se trattasi di istigazione a commettere delitti.»
Per istigazione s’intende: «qualsiasi fatto diretto a suscitare o a rafforzare in altri il proposito criminoso di delinquere o di perpetrare i fatti illeciti indicati».
«La norma è posta a tutela dell'ordine pubblico, in particolare punendo quelle condotte che, pur non determinando la commissione di un reato specifico, provocano nella collettività inquietudine ed allarme sociale.»
Sottolinea infine l’enciclopedia Treccani:
«Una differenza notevole nel trattamento delle varie ipotesi di istigazione si ha nel caso in cui sia stato effettivamente commesso il reato ovvero uno dei reati istigati. Nel caso di pubblica istigazione, che costituisce un reato autonomo, l'istigatore dovrà rispondere anche di concorso nel delitto eventualmente commesso dall'istigato.»
Seguendo questa chiave di lettura, possiamo osservare un ulteriore paradosso: gli «anti-sette» da un lato accusano lo Stato di non tutelare i cittadini perché non interviene prontamente gettando in gattabuia tutti gli appartenenti ai gruppi (religiosi e non) che loro detestano, dall’altro lato si sentono al sicuro perché lo Stato non li ha mai perseguiti per istigazione all'odio, diffamazione, calunnia, ecc. Si potrebbe obiettare che lo Stato ha ben altri impegni da affrontare senza doversi occupare dei falsi allarmi degli «anti-sette» e che la loro istigazione all'odio trova già pieno appagamento grazie al seguito che ha: talvolta tra i giornalisti propensi al gossip e alle fake news, talvolta presso qualche magistrato dallo scarso zelo e dall’abbondante ansia di carriera, talvolta in qualche parlamentare spregiudicato disposto a qualunque cosa pur di racimolare voti. Fortunatamente, si può dire che solo una parte marginale dello Stato abbia disprezzato la Costituzione della Repubblica istituendo una «polizia religiosa» SAS (la «Squadra Anti-Sette» del Ministero dell’Interno), e che però, in linea di massima, sino ad oggi l’influenza reale esercitata dagli ideologi antireligiosi sia paragonabile a quella di un peto in mezzo a un fortunale.
In definitiva, c’è davvero da augurarsi che i responsabili di AIVS facciano un serio esame di coscienza a proposito di questo caso di tentato omicidio.
Etichette:
aivs,
allarmismo,
antireligioso,
antisette,
disturbo mentale,
fake news,
falsi allarmi,
flora agazzi,
francesco brunori,
istigazione,
odio,
rai,
salvatore d’apolito,
setta,
setta satanica,
stigma,
tentato omicidio
Iscriviti a:
Post (Atom)






