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sabato 29 dicembre 2018

Pseudoscienza «anti-sette», l’inquietante convegno del 9 novembre 2018 presso l’università «LUMSA»: don Aldo Buonaiuto e la «Squadra Anti-Sette» (SAS) promuovono la «libertà di calunnia»?

Il 9 novembre 2018 scorso si è tenuto un convegno presso l’università «LUMSA» (acronimo di «Libera Università Maria Santissima Assunta», presentata come «il secondo ateneo più antico di Roma»), dal titolo «La trappola delle sette», nel quale è stato dato ampio spazio alle teorie «anti-sette» ed ai racconti di presunte vittime di ipotetici «culti abusanti» o simili. L’evento, organizzato dalla Polizia di Stato, è stato promosso da don Aldo Buonaiuto sotto l’egida della Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII ed ha visto la partecipazione di Elisabetta Mancini e Francesca Romana Capaldo in rappresentanza della SAS (la controversa «Squadra Anti-Sette» del Ministero dell’Interno) oltre che di alcuni giornalisti e (verso la fine) anche la comparsata del Vicepremier e Ministro dell’Interno, Matteo Salvini.


Come menziona «In Terris» (la rivista online facente capo a una società commerciale di proprietà dello stesso Buonaiuto) nel suo entusiastico resoconto dell’evento, fra i saluti iniziali si è registrato quello del cardinale Giovanni Angelo Becciu, il quale – alquanto curiosamente – si occupa di tutt’altro, essendo il prefetto della «Congregazione delle cause dei santi» (sic!). Presenza, la sua, tanto più grottesca se si considera che il porporato settantenne, già segretario di stato Vaticano, è esponente di spicco dei Focolarini, movimento cattolico «di frangia» anch’esso sovente preso di mira in quanto «setta» (ovviamente dedita al «plagio» mentale dei suoi «adepti») da quella stessa intransigente, feroce propaganda ideologica contro la spiritualità «alternativa» che il convegno in oggetto ha promosso con tanta enfasi.

Stranezze pontificie a parte, l'evento ha riproposto gli usuali resoconti allarmisti e sensazionalistici di un presunto «allarme sette» che giustificherebbe l’operatività di una apposita unità di Polizia di Stato istituita in seno al Servizio Centrale Operativo (SCO) della Direzione Anticrimine Centrale (DAC), cioè proprio la «Squadra Anti-Sette» del Ministero dell’Interno, normalmente apostrofata nel nostro blog come «polizia religiosa». Ne abbiamo parlato proprio l’altra mattina per denunciare l’inquietante strumentalizzazione di un’istituzione della Repubblica da parte di un esiguo gruppo di individui e di associazioni private che ne sfruttano il potere per perseguire i propri fini e per procurarsi benefici economici e di altro genere.

Fra costoro, il primo a trarre vantaggio da un ruolo quanto mai discutibile di consulente ufficiale della Polizia di Stato è senz’altro il prete inquisitore don Aldo Buonaiuto, per l’appunto promotore del convegno organizzato dalla stessa SAS; il suo operato si è reso tristemente famoso sin dai primi anni 2000 per il clamoroso caso degli inesistenti «Angeli di Sodoma», del quale ci siamo occupati tempo addietro.

Evidentemente sentendosi forte di un ruolo di primo piano nell’evento e di un ambiente a lui particolarmente favorevole, in quest’occasione don Buonaiuto ha dato fondo al proprio livore ed alla propria veemenza nei confronti di tutto ciò che fuoriesce da una strettissima osservanza di quanto egli ritiene sia «religione», cioè una versione del cattolicesimo a nostro avviso alquanto estremista e dunque lontana dai propri principi fondanti (abbiamo analizzato tale aspetto in un precedente post). Comunque sia, don Aldo Buonaiuto esclude categoricamente che le credenze proposte e divulgate dai movimenti spirituali e filosofici più esigui ma in rapida diffusione possano essere «religiose», al contrario devono essere ritenute «criminali» e fasulle perché strumentali ad «accalappiare adepti» da sfruttare poi contro la loro volontà per i fini più deprecabili.


Una filippica dalle tinte fosche e cupe, espressa con un’emotività da militante infervorato più che da scientifico consulente, che sicuramente sortisce l'effetto di fare sensazione e di colpire in pieno petto l’ascoltatore. Quanto però alla concretezza dei dati che fornisce, non vi è nulla di più lontano dall’attendibile e dal circostanziato.

Don Aldo Buonaiuto infatti, mentre veicola la propria rabbia per trasmetterla all’uditorio, generalizza in maniera estremamente superficiale e non fornisce dati concreti o descrizioni precise di situazioni specifiche, a cominciare dalla «testimonianza» (rigorosamente anonima e non verificabile, ma dai toni ruvidi e drammatici) con cui esordisce. Non dichiara quali siano le associazioni che egli definisce «culti estremi» o «realtà criminogene», non nomina chi sarebbero i «criminali» che portano «agli inferi, negli abissi, nel vuoto, nel caos, nella disperazione, nella solitudine, nell’isolamento». Eppure ha proprio lì, al suo fianco, degli agenti della Polizia di Stato (con cui interloquisce regolarmente). Perché quindi non opera nella trasparenza informando i cittadini e le istituzioni di chi sarebbero i «cattivi» contro i quali sarebbe giusto nutrire tanto odio?

Il motto così fervidamente esclamato da don Buonaiuto «Le parole hanno un significato!», dovrebbe essere osservato proprio da lui stesso con maggiore obiettività. Perché quando si taccia qualcuno (che nemmeno viene nominato) di essere un «criminale», lo si sta giudicando colpevole ancora prima che possa aver avuto luogo una seria ed attenta disamina della sua condotta.

Vediamo allora quali dati porta il novello Bernardo di Guido che vorrebbe insegnare al vasto pubblico ed alle istituzioni della Repubblica come condurre l’odierna inquisizione:


Don Aldo Buonaiuto sostiene dunque di aver «incontrato e parlato con oltre quattordicimila persone dal 2002 a oggi» tramite il suo «numero verde anti sette» e di averne incontrate «quest’anno, a oggi, 1.403» (millequattrocentotré); non esemplifica però in alcun modo di che genere di «incontri» si sia trattato, di cosa si sia «parlato» in quelle telefonate e in quei «colloqui». Non fornisce alcun criterio di valutazione, alcun metro di misura. Solo cifre, sulla cui autenticità è peraltro lecito dubitare, anche fortemente.

Poco prima (1h40m00s), il sacerdote afferma anche che fra questi millequattrocentotré vi sono «persone invisibili» e «persone che si nascondono», ma tutti loro sarebbero «vittime delle sette» di cui lo Stato non si sta occupando. A maggior ragione, se ciò fosse vero, sarebbe logico richiedere una certa precisione nel fornire i relativi dati.

Esaminando queste cifre, si dovrebbe dare atto a don Aldo Buonaiuto di aver «incontrato e parlato», in media, con due/tre persone ogni santo giorno di ogni singolo anno dal 2002 ad oggi sull’intero territorio italiano. Ciò senza alcuna distinzione fra un incontro, una semplice conversazione telefonica degna di nota, un semplice scambio di saluti, una dissertazione sulla cosmogonia di qualche movimento, ecc. Ben si comprende dunque l’approssimazione cui una tale cifra costringe e la conseguente impossibilità di effettuare dei rilievi statistici attendibili dell’ipotetico fenomeno.

Don Buonaiuto dichiara inoltre di aver «identificato ottomila gruppi più o meno organizzati»:


Si noti lo sguardo volutamente penetrante cui fa seguito tale altisonante asserzione.

Ne abbiamo già parlato nel precedente post e non vogliamo ripeterci: è una cifra che non quadra e che, fra l’altro, confligge clamorosamente con ciò che dichiarano gli altri «anti-sette», inclusi coloro con i quali il prete inquisitore condivide i salotti dei talk-show:


Quindi i «culti estremi» e le «realtà criminogene» sono cinquecento o sono ottomila? C’è una bella differenza, la proporzione è di uno a sedici!

Non stupisce una tale imprecisione ed approssimazione, d’altronde don Buonaiuto già in passato aveva ammesso di non essere assolutamente in grado di quantificare con esattezza il presunto fenomeno:


Eppure era stato previsto sin dal novembre del 2006 che gli «anti-sette» (FAVIS e CeSAP con don Buonaiuto in prima fila) coinvolti nel «monitoraggio» delle presunte «sette» dovessero comunicare alla DAC i «contenuti delle segnalazioni ricevute»; anzi, le associazioni stesse, in teoria, si erano «offerte di trasmetterle». Così si legge nella circolare De Gennaro che istituì  ufficialmente la SAS:


A fomentare l’allarmismo «anti-sette» con i resoconti dai toni più forti in termini di scandalo e scalpore, come di consueto, è la categoria dei giornalisti. Così è stato anche in questo caso, con la presentazione dei casi di «vittime» che ovviamente colpiscono per la loro disperazione e per la drammaticità degli abusi ipoteticamente subiti.

È a questo punto che la libertà di stampa (sacrosanta in quanto sancita dalla Costituzione della Repubblica, regolamentata dall’articolo 2 della legge n. 69 del 3 febbraio 1963 come «diritto insopprimibile») in teoria dovrebbe fondarsi su di un «obbligo inderogabile», da parte dei giornalisti, verso «il rispetto della verità sostanziale dei fatti», ma in pratica finisce per dare libero sfogo alle antipatie personali e alle vendette private.

Come nel caso di Piergiorgio Giacovazzo, giornalista che ha moderato il convegno della LUMSA: costui presenta ed acclama la «testimonianza» di una delle presunte «vittime» di un’associazione che non ha nulla a che vedere con l’ambito religioso o spirituale ma viene catalogata «setta» e identificata chiaramente con la sua denominazione completa, senza che però le venga data nessuna possibilità di replica (in un consesso pubblico!) alle accuse gravissime che le vengono mosse. Non pago di tale lampante parzialità, Giacovazzo arriva addirittura a definire i responsabili dell’associazione dei «criminali»:


Ci domandiamo se non sia un comportamento calunnioso, oltre che contraddittorio nei termini: il giornalista Giacovazzo dice che gli accusati sono sotto indagine per vari reati, e al termine della sua arringa li «giudica» già colpevoli definendoli senza troppi complimenti dei «criminali». Definirla una condotta scorretta ci pare a dir poco eufemistico.

Piergiorgio Giacovazzo dà spazio anche a Maurizio Alessandrini, presidente della controversa associazione FAVIS, pensando di fornire ulteriori «credenziali» alla teoria del convegno secondo cui esisterebbe un «allarme sette». E così finisce per fare un altro tonfo, se si considera che la figura di questo ex ragioniere in pensione è stata screditata non da qualche suo oppositore o detrattore, ma proprio da suo figlio che rappresenterebbe la ragione dell’esistenza stessa di FAVIS. Per non parlare dei molti altri punti nell’operato di questa associazione che hanno destato serie perplessità e hanno posto gravi interrogativi tuttora irrisolti.


Oltretutto, se si dovesse applicare lo stesso criterio di valutazione (quello delle «testimonianze degli ex») all’ateneo che ha ospitato il convegno, bisognerebbe dare spazio agli utenti di Internet che ne parlano malissimo e descrivono la LUMSA come un istituto particolarmente interessato ad esaminare il reddito dei propri studenti per assicurarsi di poter incassare una retta alquanto salata, e molto meno attenta a fornire loro un titolo di studio che possa avere una qualche utilità effettiva. Fra l’altro, questi utenti scontenti sono numerosi, ben di più rispetto alle tre o quattro presunte «vittime» che hanno raccontato le loro storie sensazionali durante il convegno.

Quando poi sul palco (2,01,00) sale un rappresentante delle istituzioni come Vittorio Rizzi, niente meno che il prefetto a capo della Direzione Anticrimine Centrale del Ministero dell’Interno, ci si attenderebbe un differente approccio alla materia, sicuramente improntato meno allo scandalismo e più alla scientificità ed all’equilibrio. Pochi minuti sono sufficienti per rimanere completamente disillusi e trovarsi di fronte a delle fole di proporzioni ciclopiche, a cominciare dall’attribuzione alla «mitologia classica» dei misteri eleusini che invece furono fatti inequivocabilmente storici afferenti alla ritualità iniziatica della civiltà greca sin dal VII-VI secolo a.C. e fino al IV d.C., peraltro in parte successivamente trasferiti (per lo meno sul piano semantico) alla stessa liturgia cristiana (basti ricordare il «mistero della fede»).

Da questo svarione culturale, si passa poco dopo alla riproposizione di una delle classiche «bufale» smerciate dagli «anti-sette» sin dalla fine degli anni ’70 del secolo scorso:


Come abbiamo ampiamente documentato nel nostro blog (e come, del resto, è stato rivelato da numerosi e importanti studi e inchieste giornalistiche succedutisi negli anni ai quali noi abbiamo solamente attinto), quella del «suicidio di massa» è una falsità ed è stata a più riprese smentita.

Addirittura, Rizzi colloca il tragico episodio di Jonestown nella Guyana francese, cioè a ben oltre 700 km da dove avvenne realmente (nella Guyana inglese). Su scala ridotta, sarebbe come confondere Milano con Milano Marittima. Segni evidenti che la materia non è stata approfondita, ma lo sguardo si è fermato alla superficie, dove abbonda la propaganda e le mistificazioni non si contano.

Non è tutto, perché fra le ormai ben note menzogne «anti-sette» c’è spazio per la strage di Waco e anche qui Rizzi si fa portavoce di un falso storico clamoroso, dicendo che «durante una diretta televisiva gli adepti di questa setta si diedero fuoco».


La verità, come ormai sa bene chi segue il nostro blog da qualche tempo, è che quella di Waco fu una vergognosa «strage di stato» messa in atto da un ente del governo americano fuorviato proprio da un esponente «anti-sette».

Una cantonata imbarazzante, ancora più grave se si considera che Rizzi sostiene di aver osservato quello sciagurato evento da vicino «nelle relazioni con i colleghi della polizia americana».

In chiusura del convegno si è collocato l’intervento che com’è ovvio ha maggiormente attirato i giornalisti, quello del ministro Matteo Salvini, il quale verso la fine (2h24m08s) afferma apertamente di aver conosciuto di persona don Aldo Buonaiuto e di aver apprezzato l’influenza di lui sulla campagna elettorale che ha portato alla sua vittoria:


Un sodalizio: quello fra la politica, un prete (don Aldo Buonaiuto), i giornalisti (come Piergiorgio Giacovazzo e gli altri che più si accaniscono contro i nuovi movimenti religiosi) e dei poliziotti (la SAS) che richiama in modo davvero inquietante un’istituzione del «ventennio» fascista come il «Ministero della Cultura Popolare» o MinCulPop.

Ci auguriamo di essere in errore.

mercoledì 21 novembre 2018

La devastanti conseguenze della propaganda «anti-sette»: ultime conferme

Poco meno di un anno fa (in questo post), notando un’incongruenza nelle affermazioni di Sonia Ghinelli (esponente «anti-sette» della controversa FAVIS, associazione riminese corrispondente della discussa sigla europea FECRIS) avevamo messo in luce come l’ideologia estremista «anti-sette» fosse inestricabilmente legata a quella terribile vicenda dei venti bambini strappati alle famiglie nel modenese, tornata alla ribalta proprio in quel periodo (fra ottobre e dicembre 2017). Un’inchiesta di Pablo Trincia e Alessia Rafanelli aveva scoperchiato un pentolone stracolmo di marciume.

Qualche giorno fa, questo articolo di «ReggioOnline» porta alla luce ulteriori testimonianze che confermano quell’inchiesta giornalistica e coronano anni di ricerche:


Accuse che ricordano il tenore e i contenuti della visionaria relazione scritta a carico degli inesistenti «Angeli di Sodoma» da don Aldo Buonaiuto, il prete inquisitore referente della «polizia religiosa» SAS (la «Squadra Anti-Sette» del Ministero dell’Interno), della quale abbiamo nuovamente parlato proprio nell’ultimo post, l'altroieri.

Accuse che ricordano, in realtà, la stessa aura di allarmismo e mistero che circonda tutti i casi in cui degli innocenti vengono presi di mira in quanto «setta religiosa» per essere poi sottoposti a un massacro mediatico e/o a una persecuzione giudiziaria; si pensi solo al caso di «Ananda Assisi» o a uno dei molti altri trattati nel nostro blog.

Ecco a quali accuse dovettero sottostare i genitori di quei bambini emiliani e le altre persone coinvolte nell’indagine della magistratura, istigata da alcuni «esperti», fra cui la psicologa Valeria Donati:


Non vogliamo aggiungere nulla al lavoro già svolto sul caso dai giornalisti Pablo Trincia e Alessia Rafanelli, ci limitiamo soltanto a sottolineare un aspetto che emerge, inquietante se non addirittura raccapricciante, a mano a mano che i testimoni di quel «rapimento di stato» si fanno avanti.

In una parola: il lucro.


Lo stesso movente che a nostro parere spinge gli «anti-sette» a continuare incessantemente nella loro opera denigratoria nei confronti dei movimenti religiosi «non convenzionali», come abbiamo ipotizzato in più occasioni (qualche esempio: qui, qui e qui)

Qualcuno potrà obiettare che la SAS vent’anni fa non esisteva ancora e lo stesso vale per il CeSAP di Lorita Tinelli e per altri militanti oggi attivi. Certamente è così. Tuttavia il 1998 è proprio l’anno del famigerato e controverso rapporto del Ministero dell’Interno dal titolo «Sette religiose e movimenti magici in Italia», un documento controverso, criticato anche dal mondo accademico oltre che confutato in sede giudiziaria, eppure  a tutt’oggi il più citato come riferimento cardine dalle associazioni «anti-sette».

Inoltre, specularmente identica è la linea ideologica «anti-sette» portata avanti, in quel caso, per indagare i presunti abusi che sarebbero avvenuti tra Massa Finalese e Mirandola: le pressioni alle «vittime», il battage mediatico e i secondi fini utilitaristici degli «esperti».

Tanto più che il controverso CISMAI (un centro studi che all’epoca fu fra i principali sostenitori della veridicità degli abusi) collabora col CeSAP e viene portato sugli allori da Sonia Ghinelli di FAVIS, come mostra (uno su tutti) questo post di settembre 2016:


Famiglie distrutte e vite rovinate: questi sono i veri abusi dovuti alla propaganda «anti-sette».

giovedì 15 novembre 2018

Gli «anti-sette» e la magistratura: quando la libertà dei cittadini è a rischio

Come talvolta la magistratura venga fuorviata e indotta in errori che solo in seguito si rivelano clamorosi, è un fenomeno che a più riprese abbiamo esaminato e descritto nel nostro blog. Leggerezze investigative e sbagli giudiziari e che vengono favoriti vuoi dalla propaganda vuoi dalla consulenza tendenziosa dei presunti esperti «anti-sette».

Errori che hanno conseguenze perniciose, talvolta devastanti, per singoli individui o famiglie o intere comunità. A questi danni fanno da contraltare i profitti o il ritorno d’immagine di cui nel frattempo hanno goduto militanti «anti-sette» come gli psicologi Lorita Tinelli e Luigi Corvaglia (CeSAP), l’ex ragioniere in pensione Maurizio Alessandrini (FAVIS), la quasi criminologa Patrizia Santovecchi (ONAP) o il prete inquisitore don Aldo Buonaiuto, tutti a vario titolo referenti per la controversa «polizia religiosa» SAS (la «Squadra Anti-Sette» del Ministero dell’Interno).

Così è stato in ciascuno dei seguenti casi (per citare soltanto quelli che abbiamo trattato nel nostro blog e senza uscire dal territorio italiano):
- la persecuzione ai danni di Ananda Assisi;
- gli inesistenti Angeli di Sodoma e la visionaria relazione di don Aldo Buonaiuto;
- la presunta «santona» di Prevalle (Brescia), al secolo Fiorella Tersilla Tanghetti;
- la Comunità Shalom di Palazzolo (Brescia);
- l’associazione Arkeon (basilare, qui, l’influenza del CeSAP);
- le «sette sataniche» inventate di Saluzzo e Costigliole d’Asti;
- e infine, per lo meno per quanto riguarda un processo mediatico tenutosi ancora prima che le indagini venissero concluse, il caso di Mario Pianesi e «Un Punto Macrobiotico».

Proprio su quest’ultimo caso vogliamo riflettere ancora una volta per mettere in luce un aspetto che nei precedenti non ci era risultato chiaro mentre ora si è manifestato in tutta la sua evidenza.

Titolare delle indagini a carico dell’associazione «Un Punto Macrobiotico» è il cinquantottenne magistrato anconetano Paolo Gubinelli, personaggio pubblico (segue foto) il cui nome avevamo notato nell’articolo di «Cronache Maceratesi» in cui si riportava l’intervista ai figli di Mario Pianesi (ne abbiamo parlato in un nostro precedente post).


Fiducioso nell’imparzialità e coscienziosità della magistratura inquirente, il nostro Mario Casini aveva provato a sensibilizzarlo a proposito del linciaggio mediatico in atto ai danni di Mario Pianesi, inviandogli un’e-mail (datata 30 Ottobre) al suo indirizzo istituzionale presso la Procura di Ancona. Nessuna risposta, d’altronde esigue erano le aspettative e non si può certo pretendere che un pubblico ministero possa riscontrare tutta la corrispondenza che gli perviene, specie se inerenti a questioni tanto delicate.


Ma qualche giorno più tardi (6 novembre scorso), Paolo Gubinelli torna sotto le luci della ribalta per una requisitoria pronunciata a conclusione di un’inchiesta a carico di un 32enne di Senigallia (Ancona) accusato di aver ridotto in schiavitù la propria fidanzata.

In quella, Gubinelli avrebbe sposato la tesi secondo cui «seppur storicamente dichiarato incostituzionale il reato di plagio, la Procura di Ancona, in questo processo sembra intraprendere una battaglia perché si crei un precedente volto a dare una risposta a tutti quei casi in cui le donne sono vittime di uomini che agiscono plagiando, manipolando, inducendo a comportamenti di sottomissione».

Un’inquietante interpretazione che sembra voler travalicare il limite del codice penale attualmente in vigore, richiamando teorie controverse e accademicamente screditate come quella del «lavaggio del cervello» nei movimenti religiosi, per riproporre la reintroduzione del «reato di plagio» di fascista memoria.

Addirittura, Paolo Gubinelli avrebbe ritenuto di intraprendere «un percorso che vuole essere innovativo (…) citando Aldo Braibanti, l’unico uomo condannato per plagio nella storia d’Italia», asserzione paradossale se si considera quanto reazionaria fu quella sentenza rispetto alle avanguardie culturali e sociali che nel 1968 si batterono strenuamente per la libertà d’opinione e di espressione, come ben descrisse in questo articolo il giornalista Giuseppe Loteta.

Infine, Gubinelli avrebbe descritto «il ritratto del plagiatore dipinto dalla psicoterapeuta Silvia Croci» (di Forlì). Il che fa cadere ogni dubbio sulle fonti da lui ritenute attendibili per valutare simili casi: basti pensare che la monografia scritta dalla Croci a proposito di «plagio» non solo si accoda palesemente alla propaganda dei militanti contro i «movimenti religiosi alternativi», ma è persino citata come riferimento sul blog dell’associazione «anti-sette» FAVIS.

Non è dunque irragionevole, purtroppo, considerare il PM Paolo Gubinelli come un magistrato schierato con gli «anti-sette»; e l’andamento mediatico dell’inchiesta a carico di «Un Punto Macrobiotico» (con le assurde accuse che si tratti di una «setta» e la feroce campagna denigratoria a carico del suo fondatore Mario Pianesi) non fa che fornire spunti a conferma di tale ipotesi.

Di conseguenza, il pronostico sui due filoni di quell’indagine non può che essere pessimistico. Lampante, infatti, è il parallelo è con l’operato del procuratore Francesco Bretone di Bari, che nelle indagini a carico di Arkeon si era basato sugli acrobatici teoremi di Lorita Tinelli e del CeSAP, poi completamente screditate in tribunale.

Sarà probabile che fra qualche anno si debba dare conto dell’ennesima ingiustizia propiziata dagli «anti-sette»: così stando le cose, la libertà dei cittadini è ancora a rischio.

sabato 10 novembre 2018

Le assurdità e l’indifferenza della «Squadra Anti-Sette»: il caso di Imane Laloua

Nel nostro blog si è più volte parlato della «polizia religiosa» SAS (la «Squadra Anti-Sette» del Ministero dell’Interno) e del modo come viene strumentalizzata dagli esponenti «anti-sette» per fini quanto meno discutibili. Così è stato – solo per citare qualche esempio in ordine sparso – nei tristi casi di «Arkeon», degli inesistenti «Angeli di Sodoma» e di Mario Pianesi con «Un Punto Macrobiotico» (tuttora in pieno svolgimento).

Tant’è che questa strana unità di polizia è stata oggetto di ben tre interrogazioni parlamentari (prima, seconda e terza).

Nei giorni scorsi i «megafoni» mediatici, sempre affamati di contenuti (possibilmente sensazionalistici o scandalistici), hanno diffuso non tanto delle «notizie», ma delle ipotesi, riguardanti l’orribile morte di una giovane donna di Prato di origine marocchina, sparita nel nulla in giugno 2003, le cui ossa scarnificate furono ritrovate tre anni dopo da un camionista nei pressi di un’area di sosta sull’autostrada A1. Ben dodici anni più tardi, cioè solo qualche giorno fa, tramite l’esame del DNA la procura di Firenze ha accertato che quei resti umani appartenevano proprio a Imane Laloua. E questa è sostanzialmente l’unico dato di fatto che si possa considerare una notizia.


La prima stranezza che balza all’occhio è la tempistica: dodici anni per raccogliere e rendere pubblico l’esito di un esame del DNA. Dovrà pur esservi una spiegazione, ma gli articoli che strombazzano la «notizia» con titoloni ad effetto come «Uccisa e fatta a pezzi da una setta», «Imane (…) ammazzata da una setta satanica» e «L'ombra della setta satanica sulla morte di Imane» ben si guardano dallo svolgere un serio lavoro giornalistico ed approfondire un aspetto di tanto evidente rilievo.

Al contrario, danno per assodato un elemento (ossia il supposto colpevole, una presunta «setta satanica») che, invece, è solamente un’ipotesi, e nemmeno particolarmente plausibile.

Infatti, ben distanziato dal titolone roboante, tutti gli articoli riportano:

«la squadra "anti-sette" della mobile di Firenze ipotizza che la donna fosse stata vittima di un rito satanico»

o anche:

«la squadra "anti-sette" della mobile di Firenze ipotizzò allora, e fa la stessa cosa anche oggi, che la vittima di quell'orrendo trattamento fosse stata prima assassinata durante un rito satanico»

Qualche prova o elemento concreto in tal senso? Nessuno: solo congetture, in parte basate sul ritrovamento di un diario scritto da una sedicenne di Prato e risalente al 2004, in cui (sembra, stando a un articolo de «Il Tirreno») la giovane vagheggiava di cimiteri profanati e di un rito sacrificale ai danni di una vittima prelevata in strada. Racconti che, tuttavia, la ragazza precisò essere solo frutto della sua fantasia.

In poche parole, è lo stesso procedere deduttivo e indiziario che si è ben visto mettere in atto a don Aldo Buonaiuto (consulente della SAS) nel già citato caso dei presunti «Angeli di Sodoma»: basta leggere gli stralci della relazione del prete inquisitore e metterli a confronto con la realtà dei fatti, per capire a quali scioccanti mistificazioni ci si può trovare di fronte.

Ma non è tutto, vi è anche un’incongruenza nella datazione.

Sì, perché sebbene già agli inizi del 2005 si rumoreggiasse dell’eventualità che una qualche forza di polizia venisse specificamente ed espressamente deputata ad occuparsi di «sette religiose», di fatto l’istituzione concreta della SAS risale ai primi di novembre del 2006 e si deve ad una circolare emanata dall’allora capo della polizia Giovanni De Gennaro:


Ma se la SAS è ufficialmente partita in novembre 2006, non si capisce come sia possibile che:

«[il] 21 giugno 2006 [data del ritrovamento dei resti della povera Imane] la squadra "anti-sette" della Mobile di Firenze ipotizzò che la vittima (…) fosse stata prima assassinata durante un rito satanico».

La «Squadra Anti-Sette» quindi era già in attività prima di essere istituita?

O forse questi poliziotti, con un caso ancora irrisolto dopo quindici anni dalla sparizione della povera Imane, fuorviati da ideologie troppo aleatorie per potersi amalgamare con dei compiti investigativi concreti e scientifici, stanno cercando in ogni modo di non perdere la faccia avvalorando le loro ipotesi? Chissà, solo gli addetti ai lavori potrebbero rispondere a questa domanda.

D’altronde, proprio in questi giorni si assiste ad un evidente tentativo della SAS di porsi sotto le luci della ribalta: ieri a Roma ad un convegno presso l’Università LUMSA in presenza addirittura del Ministro dell’Interno Matteo Salvini, il 22 ottobre scorso a «Prima dell’Alba» su RAI Tre, qualche settimana fa ancora sui media per il caso di Mario Pianesi. Forse si prospetta la necessità di richiedere risorse e di dare a vedere che si sia prodotto qualche risultato?

Tant’è che fra i titoloni dei «megafoni» mediatici si legge: «Risolto il giallo sulla scomparsa di Imane Laloua». Risolto? E come? Con un’ipotesi traballante, forse?

Insomma, tornando al caso reale della giovane marocchina mutilata, da qualunque punto la si guardi, è lampante che l’asserto «ammazzata da una setta» è a dir poco pretestuoso, se non addirittura destituito di qualunque fondamento.

Piuttosto, era stata battuta la pista (ben più logica ed immediata) del marito della giovane?

Ripartiamo infatti dal giorno in cui la 22enne Imane sparisce nel nulla, nel settembre 2003:

«Erano nella loro casa di Montecatini e litigarono perché Zoubida [la madre] non voleva che Imane raggiungesse il marito a Prato. Si erano sposati tre anni prima, ma lui spacciava droga e continuava a entrare e uscire dal carcere. Un paio di mesi dopo, quando la madre andò a cercarla a Prato, il marito disse di non saperne niente e Zoubida capì che era successo qualcosa di grave.»

Quindi Imane era sposata con un uomo che si capisce fosse un pregiudicato continuamente coinvolto in affari di droga. Quali indagini sono state svolte per accertare eventuali responsabilità del marito? Possibile che non sapesse proprio nulla delle frequentazioni della moglie, che potrebbero averla trascinata in quella fatale tragedia?

È stata presa nella dovuta considerazione la versione resa dalla madre? Oppure il suo immenso dolore è stato completamente ignorato per privilegiare una «ipotesi» ben più «vendibile» in termini mediatici? Possibile che dei rappresentanti delle istituzioni mostrino una tale indifferenza?

Ci auguriamo che la magistratura possa accertare sul serio la verità dei fatti e rendere giustizia a una donna che ha perso la figlia a causa di un crimine efferato.

Ci auguriamo inoltre che gli inquirenti valutino con estrema attenzione tutti gli elementi a disposizione, senza lasciarsi trascinare dalle fake news «anti-sette».

lunedì 1 ottobre 2018

Gli «anti-sette» e le loro invettive contro la religione Cattolica e contro Dio

Da questo blog si è già dimostrato in numerose occasioni (ad esempio qui, qui e qui), come le diverse cellule dei militanti «anti-sette» italiani abbiano orientamenti ideologici e religiosi diametralmente opposti fra loro, eppure collaborino per generare allarmismo contro i «culti alternativi», mettendo palesemente in mostra la propria contraddittorietà.

Così è infatti per il fronte ateo rappresentato da FAVIS e CeSAP (con la sua propaggine AIVS) e della loro organizzazione europea di riferimento, la controversa FECRIS: queste sigle spesso collaborano con la frangia degli estremisti pseudo-cattolici «anti-sette» del GRIS di cui fa parte don Aldo Buonaiuto; trait d’union fra i due schieramenti, la «polizia religiosa» del Ministero dell’Interno meglio nota come «Squadra Anti-Sette» o SAS.

In questo post esaminiamo a quali livelli riesca a spingersi la propaganda più propriamente antireligiosa, la cui somiglianza con la propaganda «anti-sette» è alquanto stretta e rasenta l’uguaglianza.

Come molte volte s’è documentato, dalle sue pagine Facebook ufficiali AIVS (il gruppo «anti-sette» guidato dall’ex cineasta mancato Toni Occhiello) compie una continua opera di irrisione e denigrazione nei confronti di talune realtà religiose non tradizionali; per lo più si tratta del movimento di cui aveva egli stesso fatto parte per sette lustri, ma non solo: nella sconfinata Internet c’è spazio per prendere di mira anche altri movimenti spirituali, e persino le religioni maggioritarie. Come in questo caso:


Qui Toni Occhiello (riteniamo sia ancora lui a parlare per conto di AIVS) coglie l’occasione di un articolo di «wired.it» che – in poche parole – critica profondamente le credenze e le pratiche cristiane che ruotano intorno a Medjugorje (cittadina situata in Bosnia Erzegovina), riducendole a un mero fenomeno commerciale e irridendo la religione cattolica.

A nulla vale un indignato, focoso ma senz’altro accorato commento di protesta di una utente la quale ringrazia Dio per aver partecipato a dei pellegrinaggi di Medjugorje e fornisce vari spunti per una confutazione del pezzo di «wired.it». Il commento è piuttosto facondo ed esordisce così:


La replica di Toni Occhiello è di fatto un tentativo di evitare le critiche (forse perché a corto di argomentazioni valide?), scantonando, senza entrare nel merito (si noti come cerca di dare a intendere, ma non dichiara apertamente, che la utente indignata sia carente nelle proprie facoltà intellettive):


Tergiversando e lavandosi le mani per le offese arrecate ai fedeli di Medjugorje, AIVS lascia spazio a chi invece critica e accusa in modo tutt’altro che pudibondo:


Si noti l’uso della parola «setta», ovviamente mirato ad offendere e dileggiare, nel caso di specie rivolta nei confronti di un movimento di preghiera e adorazione precipuamente cattolico.

Che in Medjugorje vi siano degli aspetti discutibili (o che comunque meriterebbero approfondimenti e studi) sotto il profilo scientifico ed economico, è fuor di dubbio, specialmente se si affronta il tema con un atteggiamento rispettoso e obiettivo. Ma qui – come nel caso di Lorita Tinelli e delle sue invettive contro le credenze religiose che (a suo dire) non hanno «una base teorica e ideologica sostenibile» – ciò che viene criticata è la dottrina stessa, la professione stessa di fede; fatto di per sé gravissimo e distintivo di un militante o di un estremista, piuttosto che di uno studioso serio o di un critico equilibrato.

In altri termini, secondo costoro non si dovrebbe essere liberi di credere alle apparizioni della beata Vergine Maria a meno di non voler essere ritenuti dei minorati mentali. Tutto ciò non è solo oltraggioso, è anche illegittimo ed anticostituzionale.

D’altro canto è esattamente l’accusa che a più riprese viene mossa proprio agli «anti-sette» di AIVS, quella di voler provare a vincere il confronto dialettico offendendo l’interlocutore. Ecco un esempio pescato da un post altro ma contemporaneo al precedente (18 settembre):


Ma vediamo a cosa conducono ideologie estremiste come quella di AIVS: non solo al razzismo nei confronti di minoranze etniche come Rom e Sinti o di interi paesi come il Giappone, ma anche all’intolleranza rispetto a fenomeni religiosi maggioritari.

Vedasi per esempio un accanito sostenitore del CeSAP, notoriamente amico di Lorita Tinelli, un artigiano pugliese di nome Cosimino Placido:


O un altro affiliato al CeSAP, un certo Dino Potenza, responsabile di una caduca associazione «anti-sette» del passato denominata «AssoTutor» (ancora in essere sulla carta ma di fatto inattiva da pochi mesi dopo la sua nascita, almeno per quanto attiene alla lotta contro i «culti distruttivi»):


È proprio da questo genere di ideologia che con breve passo si giunge ad affermazioni estremiste come la seguente, solo per fare esempio:


Ogni commento è superfluo; ci limitiamo a domandarci se non sia, questo, davvero «estremismo» o, come si usa dire oggidì, «radicalismo», nella fattispecie radicalismo antireligioso.

Quale giovamento, dunque, porta alla nostra società l’operato degli «anti-sette»?

Quale contributo alla pace nel mondo e al rispetto reciproco?

lunedì 24 settembre 2018

Contraddizioni «anti-sette»: don Aldo Buonaiuto è «diversamente cristiano»?

In questo breve aggiornamento torniamo a parlare di don Aldo Buonaiuto e della sua rivista online «In Terris», tramite la quale, di quando in quando, porta avanti la campagna ideologica «anti-sette» contro la religiosità «alternativa», forte del suo ruolo di consulente privilegiato della «polizia religiosa» SAS (la «Squadra Anti-Sette» del Ministero dell’Interno).


Tanto per cominciare, precisiamo che, sebbene l’articolo in questione sia firmato Federico Cenci, «In Terris» è un media online di fatto (e anche formalmente) di proprietà di don Aldo Buonaiuto, con tanto di società commerciale registrata presso la Camera di Commercio.


Molto vi sarebbe da dire sugli interessi finanziari che ruotano attorno alla figura di don Aldo Buonaiuto e del suo ruolo strategico sul crocevia di masse ingenti di risorse economiche, ma non vogliamo divagare dall’oggetto di questo breve aggiornamento e torniamo all’articolo citato prima.

Si legge nel pezzo a firma di Federico Cenci, che sostanzialmente riporta a sua volta il contenuto di una notizia di (Fox News, un canale mediatico americano di risonanza internazionale):

«Esperti e attivisti sarebbero dell'avviso che il governo cinese sta ora conducendo la più severa repressione del cristianesimo nel Paese da quando le libertà religiose sono state concesse dalla Costituzione cinese nel 1982.»

Se da un lato si può solo vedere con favore il fatto che tali soprusi vengano continuamente resi noti e denunciati, dall’altro lato è sbalorditivo notare come siano ormai trascorsi diversi mesi (se non anni) da quando la repressione della libertà religiosa in Cina è un fatto tristemente conosciuto. Però «In Terris» leva il suo grido di protesta solo ora che a farne le spese sono i cattolici?

Da anni le minoranze confessionali che don Aldo Buonaiuto definirebbe «sette religiose» o «culti distruttivi» vengono discriminate e perseguitate in Cina, con metodi anche violenti. Gli esempi più eclatanti (qua e là tragici) sono la Chiesa di Dio Onnipotente (di cui abbiamo parlato nel nostro blog) e la «Falun Dafa» (nota anche come «Falun Gong»).

«“L’evangelizzazione online è severamente vietata, così come i materiali destinati alla conversione dei lettori. Le risorse catechistiche o istruttive non possono essere pubblicate online, bensì devono essere limitate alle reti interne cui si accede con nomi utente e password registrati”. Ma basterebbe ricordare lo stillicidio di chiese buttate giù perchè non rispettano i rigidi regolamenti sull'edilizia, per comprendere il clima che i cristiani respirano in Cina.»

In un post recente abbiamo documentato come gli «anti-sette» italiani salutino con favore l’intolleranza religiosa messa in atto da regimi come quello russo e cinese.

Lo stesso solco è evidentemente ripercorso dalla rivista online di don Aldo Buonaiuto, che nel «suo» articolo a firma di Federico Cenci non spende nemmeno una singola parola. Si parla egoisticamente nemmeno di cristiani, ma specificamente di cattolici, mentre a un pastore evangelico viene soltanto riservato il ruolo di informatore che riferisce dei gravi fatti che si consumano sul territorio cinese.

Eppure «ama il prossimo tuo come te stesso» fu la strada chiaramente indicata da Gesù Cristo a chi gli domandava cosa fare di buono per ottenere un domani la vita eterna, come ben illustra il Catechismo della Chiesa Cattolica.

Un po’ sarcasticamente, viene da domandarsi se don Aldo Buonaiuto, più ancora che un prete inquisitore come si è ampiamente documentato su questo blog, non sia anche un «diversamente cristiano»!

lunedì 17 settembre 2018

Propaganda «anti-sette» e pseudoscienza: il caso di Rita Sberna

di Mario Casini

Nel nostro penultimo post si era citata en passant Rita Sberna, una blogger (non giornalista) siciliana, nemmeno trentenne, che si presenta anche come scrittrice e conduttrice radio-televisiva. Nata a Catania e vissuta in provincia di Caltanissetta, due anni fa la Sberna si è accasata a Roma e lì risiede tuttora.

Nella sua presentazione autobiografica (dettagliata ma sfortunatamente non scevra di inesattezze linguistiche, fattore purtroppo ricorrente nei suoi scritti), Rita Sberna sostiene di aver fissato fra i propri obiettivi «far conoscere l’amore di Dio attraverso la condivisione delle esperienze e della fede di ognuno». Non è chiaro, tuttavia, come tale proposito (innegabilmente nobile) s’intoni con la propaganda di odio degli «anti-sette» a cui lei dà spazio sui propri siti Web: seguendo la sua «logica» l’amore immenso, incomparabile ed incondizionato di Gesù Cristo sembra dover essere riservato solo a una quota della popolazione, mentre altre centinaia di migliaia di persone «colpevoli» di perseguire una differente religiosità non dovrebbero godere né della considerazione né tantomeno della misericordia divina.

E pensare che proprio una correligionaria di Rita Sberna, nonché esponente «anti-sette», Giovanna Balestrino (rappresentante piemontese del GRIS), un po’ incoerentemente inneggia alla pace fra la gente citando il Santo Padre (salvo poi organizzare convegni in cui le minoranze religiose non cattoliche vengono messe alla berlina ed accusate delle peggiori nefandezze):


In un primo momento, comunque, mi ero formato l’idea che Rita Sberna fosse tutto sommato in buona fede e fosse solo una delle molte vittime della manipolazione di informazioni e «notizie» ad opera degli «anti-sette» e che quindi, aizzata dagli effetti della propaganda contro la spiritualità anticonformista, avesse preso a ciarlare di «satanismo» e di «sette pericolose» reduplicando gli anatemi del prete inquisitore don Aldo Buonaiuto, referente privilegiato della «polizia religiosa» SAS (la «Squadra Anti-Sette» del Ministero dell’Interno).

La sistematica censura dei miei commenti sulle sue pagine Web, però, mi ha indotto a dare un’occhiata un poco più approfondita al pittoresco personaggio di Rita Sberna e mi ha consentito di scoprire che ero in errore. Ecco infatti un mio commento che non ha mai visto la luce e probabilmente mai la vedrà:


Con le pive nel sacco, ho curiosato un po’ e ho trovato questo post:


Secondo quanto Rita Sberna afferma nel suo post, ad un sacerdote cattolico «ben preparato sull’argomento (meglio se esorcista)» oppure a «un gruppo di preghiera carismatico» dovrebbe spettare il compito di stabilire se uno o più dei seguenti «sintomi» siano da attribuire al fatto di aver ricevuto un «maleficio operato tramite fattura». Ecco parte della lista: «impressione di freddo sul petto o sulle spalle, senso di soffocamento, palpitazioni cardiache, sensazioni di puntura alla nuca, allo stomaco, vicino al cuore, a volte sensazione di bruciori, contrazioni dolorose alla testa, in certi periodi e prevalentemente alla sera, angosce immotivate (…), dimagrimento senza motivi apparenti, (…), sensazioni di sfinimento senza motivo, perdita di energia, fatica o angoscia nell’alzarsi dal letto la mattina, (…) ripetuti impulsi suicidi, (…) impressione di essere costantemente osservati e spiati», e parecchi altri.

Curioso (se non grottesco) il «disclaimer» introdotto appena prima dell’elenco della presunta sintomatologia: «Ribadendo che per ogni problema è sempre necessario consultare prima il medico ed effettuare le opportune visite specialistiche, possiamo elencare i sintomi (…)». Pare quasi una frase posticcia, inserita in un secondo momento su consiglio di qualcuno, siccome il verbo «ribadire» presupporrebbe che si fosse affermato qualcosa in precedenza, che invece non è stato affatto specificato; al contrario, nell’argomentazione iniziale viene detto esattamente l’opposto.

Mi domando se sintomi come bruciori, contrazioni alla testa, dimagrimento, sfinimento, soffocamento e palpitazioni cardiache non siano di precipua competenza di un medico, e se impulsi suicidi, angosce immotivate e sentirsi osservati non debbano essere sottoposti ad uno specialista. Dovrebbero, a meno che non si voglia incorrere in un’accusa di esercizio abusivo della professione medica. Invece Rita Sberna sostiene a più riprese che il «discernimento» di tali manifestazioni (inequivocabilmente denominate «sintomi psicologici o fisici») dovrebbe essere svolto «con un sacerdote o un gruppo di preghiera».

Come mai, di fronte a tali affermazioni, non insorgono gli «anti-sette» come Sonia Ghinelli di FAVIS sempre molto attenti a criticare le medicine alternative (ovviamente mai mancando di etichettarle spregiativamente come «pseudo cure» e via dicendo)?


Forse la sintomatologia snocciolata da Rita Sberna ha a che vedere con le «sette psicoterapeutiche» cui fumosamente fa accenno Lorita Tinelli del CeSAP, (corrispondente italiana della controversa sigla franco-europea FECRIS)?


Quasi quasi mi tornano in mente le dissertazioni pseudo-scientifiche proprio della Tinelli nel suo fantasmagorico webinar del 18 aprile scorso, fra cui in particolare questa che certamente la psicologa pugliese avrebbe affibbiato al sibillino discorso di Rita Sberna:


venerdì 7 settembre 2018

Gli «anti-sette» incongruenti e inattendibili: don Aldo Buonaiuto smentisce se stesso

In questo post riproponiamo il tema dell’inattendibilità degli «anti-sette», particolarmente riferito alle cifre incongruenti spesso sbandierate da costoro ma del tutto autoreferenziali e prive di circostanze e dettagli precisi, tanto inconsistenti da rasentare la pseudoscienza come nel caso delle asserzioni sulle non meglio specificate «500 sette» da parte della psicologa pugliese Lorita Tinelli dell’associazione CeSAP (corrispondente italiana della controversa sigla franco-europea FECRIS) o alle statistiche presentate dal protagonista del post di oggi, don Aldo Buonaiuto, il prete inquisitore collaboratore del GRIS e referente della «polizia religiosa» SAS (la «Squadra Anti-Sette» del Ministero dell’Interno) e, in questo ruolo, curiosamente alleato al fronte ateo degli «anti-sette», ossia la succitata Tinelli con i suoi partner romagnoli Maurizio Alessandrini e Sonia Ghinelli dell’associazione FAVIS.

Abbiamo ben pochi commenti da fare, perché tutto quello che occorre dire è già sorprendentemente esposto, in maniera cristallina, nientemeno che dallo stesso don Aldo Buonaiuto, in risposta a questa domanda postagli da una giovane blogger fervente cattolica, Rita Sberna (che – sia chiaro – non è una giornalista), in un’intervista che è stata registrata poco meno di due anni or sono (ottobre 2016):


Facciamo un piccolo passo indietro e – tanto per rafforzare e riconfermare (se mai ve ne fosse bisogno) il ruolo rivestito da don Aldo Buonaiuto come collaboratore della Polizia di Stato – ecco come lo presenta Rita Sberna:


E ora vediamo come risponde don Aldo Buonaiuto al quesito postogli dalla giovane presentatrice:


«Le sette sataniche purtroppo sono diffuse ma non sappiamo quantificare il numero di questi gruppi più o meno organizzati»

Abbiamo capito correttamente?

Temiamo di sì:

«(...) non sappiamo quantificare il numero di questi gruppi più o meno organizzati»

Ecco crollare l’intero castello di carte «anti-sette», ecco dimostrarsi l’assoluta inesistenza del presunto «allarme» dei «culti distruttivi», come peraltro già era stato dimostrato da altri in precedenza e come abbiamo più volte dimostrato anche noi.

Ma non era proprio Lorita Tinelli a parlare di «circa 500 sette» e a ribadire continuamente questa cifra (tutt’altro che documentata) ai mass media e su Internet?

«(...) non sappiamo quantificare il numero di questi gruppi più o meno organizzati»

Ma non era proprio don Aldo Buonaiuto a dichiarare di fronte alla stampa e ad altri illustri invitati presso il Pontificio Ateneo Regina Apostolorum, che in cinque anni la sua organizzazione aveva trattato 1853 presunti «casi» di persone che avevano aderito a movimenti a suo dire «discutibili» o «pericolosi»?

Eppure:

«(...) non sappiamo quantificare il numero di questi gruppi più o meno organizzati»

Teniamo in mente questa clamorosa incongruenza e torniamo all’intervista di Rita Sberna: si sfiora addirittura il paradosso un paio di minuti più tardi, quando don Aldo Buonaiuto parla della figura de «l’ingannatore, l’astuto, il serpente, il menzognero»:


Di chi stava parlando il prete inquisitore referente della SAS?

Chissà. Però le sue parole (evidentemente attribuite a chi segue una spiritualità a lui invisa, ma che un po’ sarcasticamente ci domandavamo se non potessero riferirsi a lui stesso) ricordano un recentissimo post della sua collega «anti-sette» Lorita Tinelli:


Quale candore: «stiamo prendendo tutti una brutta deriva in campo relazionale e di rispetto dell’altro»? Evidentemente stava parlando del CeSAP e dei suoi colleghi «anti-sette».

Ma sentiamo come prosegue il prete esorcista don Aldo Buonaiuto:


«(...) il demonio a volte riesce anche proprio a utilizzare cristiani credenti consacrati persone anche proprio del mondo della Chiesa intesi come sacerdoti ecc. per combinare i suoi misfatti.»

Che sia un lapsus freudiano?

domenica 2 settembre 2018

I danni degli «anti-sette»: il caso di Ananda Assisi (2004-2008)

Ci tuffiamo nuovamente nei retroscena dell’attuale propaganda «anti-sette» e descriviamo uno peggiori casi che, disgraziatamente, ben esemplificano i danni devastanti che i militanti contro la spiritualità «non convenzionale» sono in grado di produrre strumentalizzando la macchina mediatica per gettare fango su comunità pacifiche, «colpevoli» soltanto della propria «diversità». La vicenda di cui ci occupiamo stavolta si colloca peraltro in un periodo storico (prima metà degli anni 2000) segnato dal dilagare dell’attività «anti-sette» del «prete inquisitore» don Aldo Buonaiuto, referente della «polizia religiosa» SAS (la «Squadra Anti-Sette» del Ministero dell’Interno, sulla cui costituzionalità molti dubbi e perplessità sono stati giustamente sollevati) nonché collaboratori degli altri gruppi «anti-culto» associati alla controversa sigla europea FECRIS.

E, come vedremo, il principale istigatore occulto dell’ingiustizia consumatasi fra il 2004 e il 2008, è proprio don Aldo Buonaiuto.


L’associazione Ananda (meglio nota come «Ananda Assisi») non è solo un popolare gruppo di meditazione yoga e cultura orientale, è anche una vera e propria comunità residenziale nella quale le persone si recano in un ritiro totale dalla frenesia del vivere quotidiano; molti, dopo aver provato l’esperienza di vita proposta da Ananda, si trattengono presso la struttura per periodi prolungati, qualcuno sceglie anche di fermarvisi definitivamente imponendo un cambio radicale alla propria vita e di dedicarsi alla propria spiritualità, come ben racconta un articolo di «Repubblica» pubblicato in maggio del 2016. Alquanto indovinata anche la collocazione geografica del gruppo: in comune di Nocera Umbra, fra Assisi e Gualdo Tadino, nel cuore dell’Italia peninsulare, immersa nella meravigliosa e lussureggiante vegetazione di una regione splendida come l’Umbria, nota in tutto il mondo per i forti, profondi richiami religiosi di luoghi sacri millenari.


Nell’inverno del 2004, la comunità di Ananda viene scossa da eventi drammatici ed inaspettati. Ecco la testimonianza di «Narya», Paolo Tosetto, uno dei principali rappresentanti italiani del movimento, che descrive quel terribile periodo. Il video è tratto dagli interventi del convegno di presentazione dell’associazione LIREC (Centro Studi sulla Libertà di Religione e di Credo), tenutosi a Roma il 16 gennaio scorso.


In soli dieci minuti, Tosetto riassume in modo esauriente e con straordinaria dignità dei fatti agghiaccianti che possono solo suscitare indignazione: il 14 Gennaio del 2004 un contingente di un’ottantina di poliziotti fa irruzione presso la sede dell’associazione Ananda (una tranquilla comunità religiosa presente in zona da più di dieci anni e perfettamente integrata con il suo territorio!), perquisiscono perentoriamente i locali e sequestrano interi faldoni di documenti e una quarantina di computer; i conti bancari dell’associazione vengono congelati e la sua stessa esistenza viene messa a repentaglio. Di lì a poco, scattano i titoloni allarmistici dei giornali ed ecco che di nuovo un (inesistente) «mostro» viene sbattuto in prima pagina.


Gli articoli del solito tenore «anti-sette», naturalmente, parlavano della «forte pressione psicologica» con cui «gli adepti alla setta venivano indotti a spogliarsi dei propri beni» (Il Gazzettino del 3 marzo 2004) e raccontavano di «suicidi e psicosi croniche dietro i “misteri” di Ananda», di «riduzione in schiavitù» ammantata di religiosità indiana (Il Messaggero del 5 marzo 2004). Ai responsabili vengono contestati reati gravissimi, fra cui l'associazione a delinquere.

Inutile proseguire nel riesumare altri articoli dell’epoca: finiremmo per rimestare nel torbido, sappiamo molto bene che genere di anatemi tendano a proporre e quali allarmanti minacce dipingano. È la solita minestra, riscaldata già al tempo (basti pensare alla vicenda degli inesistenti «Angeli di Sodoma») e ribollita anche oggigiorno con secondi fini (talvolta persino economici).

Purtroppo non fu un fuoco di paglia, l’inchiesta proseguì e i soprusi del giustizialismo «anti-sette» non si fermarono alla prima irruzione: alle ore 5:30 del mattino del 29 febbraio 2004, la polizia tornò presso la sede di Ananda ed arrestò una decina di dirigenti dell’associazione, che erano stati posti sotto indagine, portandoli in carcere, dove rimasero per una settimana in attesa di venire giudicati.

Come ben scrisse in quel periodo Manuel Olivares, un giornalista che s’interessò al caso: «Da un punto di vista culturale ciò che, credo, penalizzi realtà come Ananda, in particolare in momenti così diffcili, è la profonda e diffusa ignoranza di culture religiose altre, che può indurre ad assumere punti di vista univoci e ferocemente preconcetti (…) Di qui, nell’universo insulso dei luoghi comuni, chi sceglie, ad esempio, di praticare il karma-yoga (servizio volontario come offerta a Dio) in un ashram o in una comunità religiosa può essere facilmente additato come un individuo psicolabile sfruttato da feroci aguzzini o addirittura ridotto in schiavitù».

Facile intuire quali furono le distruttive conseguenze subite dai partecipanti di Ananda Assisi durante quei terribili anni: la reputazione dei singoli intaccata dal tam tam mediatico, i danni economici subiti dalla comunità, il sospetto e la diffidenza che gli «anti-sette» hanno tentato di sobillare. Ma, come ha ben raccontato Tosetto, il loro tentativo di demolire Ananda ha sortito l’effetto contrario, con manifestazioni di solidarietà ed aiuti inattesi da parte non solo di frequentatori della comunità, ma anche dai vicini della medesima.

Successivamente, è arrivata anche la vittoria giudiziaria: il 22 novembre 2008, «dopo 7 anni di indagini e accuse da parte della procura di Perugia, il caso intentato contro Ananda per associazione a delinquere con scopi di riduzione in schiavitù, lavaggio del cervello, circonvenzione d'incapace, usura e frode si è concluso con un’assoluzione piena. Tutte le accuse sono totalmente crollate e il giudice dell’udienza preliminare, Dr. Massimo Ricciarelli, ha assolto tutti i componenti di Ananda, emettendo sentenza di non luogo a procedere perché il fatto non sussiste».

Scavando nel background di un così grave caso di persecuzione giudiziaria ai danni di un gruppo spirituale, emerge come già altrove la figura da carogna degli apostati o «ex membri»: nella fattispecie, un paio di persone che si sono adoperate per comunicare le proprie recriminazioni e trasformarle in accuse, rivelatesi poi false in tribunale. La principale fra questi è un ex addetto alle vendite dei prodotti biologici realizzati e commercializzati da Ananda per sostenere le proprie attività religiose (particolarmente apprezzate le «noci lavatutto») il quale, allontanato per i suoi comportamenti non in linea con le buone maniere richieste dalla comunità e scontento per non aver tratto il profitto sperato dall’attività svolta, aveva dapprima giurato vendetta alla dirigenza e successivamente aveva fornito le proprie «testimonianze» per fare in modo che Ananda finisse in guai seri.

Sotto il profilo giudiziario, il responsabile dell’indagine fu il sostituto procuratore di Perugia, Antonella Duchini.


Triestina, classe 1956, in magistratura sin dal 1981, già da pretore di Perugia a metà anni ’90 il suo nome era spesso sui giornali. Fece scalpore, ad esempio, nell’ambito di un’inchiesta sulla produzione e vendita di videocassette pornografiche, per la decisione di sottoporre a un vaglio attento e scrupoloso oltre quattrocento cortometraggi a luci rosse. In quel periodo, era considerata un «giovane magistrato dal piglio deciso e stimata dai colleghi per lo scrupolo con il quale svolge il proprio lavoro». Oggigiorno il vento sembra soffiare in direzione opposta, se consideriamo che la Duchini è indagata per abuso d’ufficio e rivelazione di informazioni segretate, tanto che il Consiglio Superiore della Magistratura ne ha disposto il trasferimento ad altra procura (Ancona).

Ma in quel periodo (primi anni 2000) la Duchini era considerata  una professionista competente e coscienziosa. Ci domandiamo, quindi, cosa poté spingerla a prendere una cantonata tanto clamorosa e – soprattutto – tanto deleteria per un’intera comunità religiosa?

Come poté la Duchini, senza aver mai nemmeno interpellato la dirigenza di Ananda nel corso di oltre un anno di indagini, giungere alla conclusione che «molti adepti» avevano subito dello «sfruttamento» ed un «totale condizionamento psicologico», tanto da «trovarsi in una condizione devastante della personalità, sfociata in più occasioni in disturbi mentali gravi»?

Quale genere di «consulente» o di «consigliere», evidentemente ritenuto «qualificato», può fuorviare sino a tal punto un sostituto procuratore nel pieno della sua carriera come Antonella Duchini?

Troviamo la risposta in bella mostra in uno degli articoli più recenti sugli sviluppi del caso giudiziario:


 «(…) la sostanza dell’impianto accusatorio nei confronti degli imputati doveva ravvisarsi nelle dichiarazioni rese da alcuni soggetti (...) e nelle
consulenze redatte da Don Aldo Buonaiuto e dalla Prof.ssa Cecilia Gatto Trocchi»

I commenti sarebbero inutili: don Aldo Buonaiuto (un prete cattolico) e Cecilia Gatto Trocchi (esponente del GRIS), ben noti per le loro tesi contro i nuovi movimenti religiosi. Conoscendo il già citato caso degli inesistenti «Angeli di Sodoma», possiamo ben immaginare quali nefandezze per lo più immaginarie possano aver riferito agli inquirenti.

Ma mentre la seconda non può più rispondere dei propri abusi, essendo morta suicida a 66 anni nel luglio del 2005, il primo è ancora in circolazione ed è piuttosto attivo nell’osteggiare la spiritualità non cattolica o anche cattolica ma non convenzionale.

Hanno mai chiesto perdono, costoro, per gli orribili torti che hanno commesso?