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giovedì 20 dicembre 2018

Giornalisti e mass media «anti-sette»: la controversa trasmissione «Mangiafuoco sono io»

di Mario Casini

L’ultima settimana di novembre scorso, nell’ambito della trasmissione «Mangiafuoco sono io», la principale radio di stato Radio RAI Uno ha mandato in onda un servizio in quattro puntate dedicata alla strage del Tempio del Popolo a Jonestown (Guyana), di cui era appena ricorso il quarantesimo anniversario.

Di quell’eccidio abbiamo diffusamente parlato nel nostro blog con una serie di contributi che finalmente ne descrivono la verità storica, scritti dal nostro esperto di questioni internazionali, Epaminonda. Ne riporto qui un elenco, foss’anche soltanto per rendere l’idea della quantità e qualità degli approfondimenti che si potrebbero svolgere sul tema, se si volesse indagarlo in maniera realmente obiettiva.

- [16 Maggio 2018] La vera storia del «Tempio del Popolo» (un compendio)
- [6 Giugno 2018] La vera storia del «Tempio del Popolo» (il massacro comandato)
- [12 Giugno 2018] La vera storia del «Tempio del Popolo» («anti-sette» sbugiardati)
- [22 Giugno 2018] La vera storia del «Tempio del Popolo» (quale «lavaggio del cervello»?)
- [24 Giugno 2018] La vera storia del «Tempio del Popolo» (una strage politica)
- [11 Luglio 2018] La vera storia del «Tempio del Popolo» (torazina letale)
- [2 Agosto 2018] La vera storia del «Tempio del Popolo» e il falso «suicidio di massa»
- [19 Ottobre 2018] La vera storia del «Tempio del Popolo»: falliscono i tentativi di insabbiamento
- [24 Ottobre 2018] La vera storia del «Tempio del Popolo»: quarant’anni di menzogne «anti-sette»
- [30 Ottobre 2018] La vera storia del «Tempio del Popolo»: business della morte, documentario di Di Caprio
- [14 Novembre 2018] La vera storia del «Tempio del Popolo»: Jonestown strumentalizzata per scopi politici
- [22 Novembre 2018] La vera storia del «Tempio del Popolo»: Leo Ryan contro la CIA e l’MK-Ultra, un atroce esperimento di controllo mentale a Jonestown
- [10 Dicembre 2018] La vera storia del «Tempio del Popolo»: il ruolo della CIA e i legami con Jim Jones

Sebbene sin dalle battute iniziali la giornalista che lo ha presentato abbia già da subito fatto capire che avrebbe ripresentato la versione (ormai ampiamente screditata) del «suicidio di massa» (addirittura «il più grande della storia occidentale»), ho voluto ascoltare con attenzione e per intero il servizio di «Mangiafuoco sono io». In fin dei conti, a margine della stessa presentazione, un ambiguo «ma forse non è andata proprio così» mi aveva lasciato ben sperare. E invece…

Invece i giornalisti della RAI, mentre hanno dato mostra di aver tentato di documentarsi almeno un po', alla fine ci hanno propinato le solite «testimonianze» scarsamente attendibili, le solite interpretazioni degli stralci di registrazioni trapelate da Jonestown il giorno del massacro, e i soliti «ricami» di soggetti discussi e squalificati come gli esponenti «anti-sette» italiani.

Tutto sommato, un lavoro decisamente superficiale e per giunta subdolamente ammantato di una veste accademica, dato che fra un commento opinabile e l’altro degli annunciatori radiofonici (su tutti, sicuramente Claudio Vigolo), fra un’offesa e l’altra alle religioni cristiane di ceppo americano (come i Pentecostali), fra un intermezzo musicale e l’altro, viene intervistato anche il prof. Massimo Introvigne, il quale non afferma in realtà nulla che supporti la loro versione, però viene incasellato fra un contenuto e l’altro in modo tale che dia l’impressione di aver dato loro un imprimatur.

Una tattica astuta, questa di Radio RAI Uno, che però non inganna l’ascoltatore attento.

L’unico credito che va dato alla trasmissione è di aver descritto abbastanza bene lo scenario di Jonestown nel periodo precedente alla strage, e alcune delle premesse biografiche circa la figura di Jim Jones.

Tuttavia, i giornalisti RAI non trattano affatto debitamente i legami di Jim Jones con i servizi segreti e il coinvolgimento della CIA nella fondazione della comunità del Tempio del Popolo.

Allo stesso modo, quando parlano di Leo Ryan (un brillante politico statunitense che tentò di accendere i riflettori su Jonestown ma fu assassinato prima che potesse fare ritorno in patria), non viene affatto spiegato qual era stato il suo principale campo di intervento: stava proprio cercando di riformare i servizi segreti americani, CIA e FBI in prima fila!

Addirittura Ryan viene quasi sbeffeggiato (una becera mancanza di rispetto per un defunto illustre), il che mostra quanto meno lo scarso approfondimento di cui è stata oggetto la sua figura.

Nel complesso, il servizio realizzato da «Mangiafuoco sono io» risulta veramente frammentario e disorganico, incoerente, deludente e male documentato. Si vede che è mancata la materia grigia, oppure (sospetto del tutto mio personale) queste puntate (ben quattro! senza che venissero nemmeno menzionati certi aspetti fondamentali per comprendere la tragica vicenda del Tempio del Popolo), oltre ad aver rimpolpato un palinsesto, sono state del tutto funzionali a una certa propaganda che da tempo viene condotta proprio dai microfoni e dalle telecamere della RAI.

D’altro canto, persino nell’ambiente giornalistico la trasmissione «Mangiafuoco sono io» mostra di essere controversa a causa di una certa ambiguità nella sua direzione redazionale.

Ecco qui un post su Facebook scritto da uno degli ideatori di questo format; ne riporto solo l’esordio ma ne ho incorporato il link perché lo si possa leggere per intero. Rende bene l’idea della mancanza di approfondimento e della superficialità cui gli autori vengono costretti dalla caporedattrice, per «esigenze» tutte da spiegare.


Si intuisce piuttosto chiaramente che la «caporedattrice» di cui parla il giornalista Dazieri nel post sia Angela Mariella: il suo comportamento, come viene descritto, è decisamente «settario» se ci affidiamo a un buon vocabolario per comprendere il significato della parola. Ma nemmeno questa è una novità.

Più grave ancora è la negligenza rispetto al tempo ed al lavoro che richiederebbe un adeguato approfondimento contenutistico:


Un panorama inquietante, per un media che in teoria dovrebbe rendere un «servizio pubblico».

Forse qualcuno, anche in questo caso che ho qui denunciato, ha voluto imporre una versione di regime? Caso già visto (solo per citare un esempio), con «Presa Diretta» su RAI Tre.

Nulla di nuovo sotto il sole, dunque...

lunedì 19 novembre 2018

La «Squadra Anti-Sette» e il caso di Imane Laloua: le nostre ipotesi confermate

Appena qualche giorno dopo la pubblicazione del nostro precedente post in cui abbiamo dato conto del discutibile operato della «Squadra Anti-Sette»(o SAS, la «polizia religiosa» del Ministero dell’Interno), si è presentata spontaneamente una riprova di quanto andavamo sostenendo.

Il caso di specie è quello (tragico) di Imane Laloua, una giovane donna di origine marocchina scomparsa dalla sua casa di Prato nel 2003, i cui resti scarnificati sono stati ritrovati solo tre anni più tardi in un’area di servizio dell’autostrada A1, ma la scoperta che l’identità di quei brandelli fosse da ricondurre alla povera Imane è avvenuta solo dodici anni più tardi e nei media si è letto come la SAS di Firenze abbia ipotizzato che si sia trattato di un assassinio da parte di una «setta satanica».

Il 13 novembre scorso, infatti, la trasmissione di RAI 3 «Chi l’ha visto?» ha rimandato in onda un appello che venne rivolto ancora un anno fa dalla madre di Imane, che (non ancora consapevole che il ritrovamento di quei resti umani sarebbe stato poi attribuito alla figlia) non si era mai rassegnata all’idea di non poter più rivederla.

In poco più di un minuto e mezzo, la signora porta alla luce la negligenza di chi avrebbe forse dovuto occuparsi della sua vicenda con un approccio differente:


«Mia figlia non è stata cercata», dice la madre della scomparsa Imane mostrando peraltro, nel suo immenso dolore, una straordinaria dignità: difficile comunuque mettere in discussione tale sua affermazione, fatta quattordici anni dopo la sparizione di sua figlia da casa.

E di nuovo, riferendosi alle indagini e precisando di averne visionato il fascicolo, soggiunge:


Tutti indizi che sembrano confermare quanto scrivevamo nel nostro post precedente:

«Forse questi poliziotti, con un caso ancora irrisolto dopo quindici anni dalla sparizione della povera Imane, fuorviati da tesi ideologiche troppo aleatorie per potersi amalgamare con dei compiti investigativi concreti e scientifici, stanno cercando in ogni modo di non perdere la faccia avvalorando le loro ipotesi?»

La pista investigativa del marito, pregiudicato e coinvolto in affari di droga, sembra essere stata trascurata; per lo meno, non ve ne è stata alcuna menzione quando ragionevolmente ci si aspetterebbe che sia la prima strada da percorrere per scoprire cosa fosse accaduto alla povera Imane.

Forse che il can can mediatico sulla presunta «setta religiosa» assassina è soltanto una cortina fumogena del tutto funzionale a far perdere le tracce delle negligenze commesse?

Ascoltiamo ancora qualche secondo dell’accorato appello della madre di Imane:


Come spiega poi il presentatore, è solo a seguito dell’intervista mandata in onda dalla trasmissione di RAI 3 l'anno scorso che la procura ha ripreso in esame il suo caso e ha scoperto, dopo gli opportuni confronti, che quei resti umani trovati una dozzina di anni prima (e rimasti per tutto quel tempo in una cella frigorifera) appartenevano alla scomparsa Imane Laloua.

A quanto pare, nessuno aveva indagato seriamente sulla scomparsa di una ventiduenne di origine marocchina: è stato più facile strombazzare il solito allarme «sette religiose» per lasciare la questione agli «esperti» della SAS e dare a vedere che ci stessero lavorando, così da giustificare l’esistenza di un’unità di polizia la cui costituzionalità è stata a più riprese messa in discussione.

Risultato: quindici anni di dolore struggente e irreparabile per una madre e un ignominioso disonore per la Polizia di Stato, un’istituzione della Repubblica.

A quale scopo i contribuenti pagano questa squadra in divisa dai dubbi intenti? Per sfoderare ipotesi insulse o quanto meno scarsamente fondate nel tentativo di coprire dell'inefficienza?

sabato 10 novembre 2018

Le assurdità e l’indifferenza della «Squadra Anti-Sette»: il caso di Imane Laloua

Nel nostro blog si è più volte parlato della «polizia religiosa» SAS (la «Squadra Anti-Sette» del Ministero dell’Interno) e del modo come viene strumentalizzata dagli esponenti «anti-sette» per fini quanto meno discutibili. Così è stato – solo per citare qualche esempio in ordine sparso – nei tristi casi di «Arkeon», degli inesistenti «Angeli di Sodoma» e di Mario Pianesi con «Un Punto Macrobiotico» (tuttora in pieno svolgimento).

Tant’è che questa strana unità di polizia è stata oggetto di ben tre interrogazioni parlamentari (prima, seconda e terza).

Nei giorni scorsi i «megafoni» mediatici, sempre affamati di contenuti (possibilmente sensazionalistici o scandalistici), hanno diffuso non tanto delle «notizie», ma delle ipotesi, riguardanti l’orribile morte di una giovane donna di Prato di origine marocchina, sparita nel nulla in giugno 2003, le cui ossa scarnificate furono ritrovate tre anni dopo da un camionista nei pressi di un’area di sosta sull’autostrada A1. Ben dodici anni più tardi, cioè solo qualche giorno fa, tramite l’esame del DNA la procura di Firenze ha accertato che quei resti umani appartenevano proprio a Imane Laloua. E questa è sostanzialmente l’unico dato di fatto che si possa considerare una notizia.


La prima stranezza che balza all’occhio è la tempistica: dodici anni per raccogliere e rendere pubblico l’esito di un esame del DNA. Dovrà pur esservi una spiegazione, ma gli articoli che strombazzano la «notizia» con titoloni ad effetto come «Uccisa e fatta a pezzi da una setta», «Imane (…) ammazzata da una setta satanica» e «L'ombra della setta satanica sulla morte di Imane» ben si guardano dallo svolgere un serio lavoro giornalistico ed approfondire un aspetto di tanto evidente rilievo.

Al contrario, danno per assodato un elemento (ossia il supposto colpevole, una presunta «setta satanica») che, invece, è solamente un’ipotesi, e nemmeno particolarmente plausibile.

Infatti, ben distanziato dal titolone roboante, tutti gli articoli riportano:

«la squadra "anti-sette" della mobile di Firenze ipotizza che la donna fosse stata vittima di un rito satanico»

o anche:

«la squadra "anti-sette" della mobile di Firenze ipotizzò allora, e fa la stessa cosa anche oggi, che la vittima di quell'orrendo trattamento fosse stata prima assassinata durante un rito satanico»

Qualche prova o elemento concreto in tal senso? Nessuno: solo congetture, in parte basate sul ritrovamento di un diario scritto da una sedicenne di Prato e risalente al 2004, in cui (sembra, stando a un articolo de «Il Tirreno») la giovane vagheggiava di cimiteri profanati e di un rito sacrificale ai danni di una vittima prelevata in strada. Racconti che, tuttavia, la ragazza precisò essere solo frutto della sua fantasia.

In poche parole, è lo stesso procedere deduttivo e indiziario che si è ben visto mettere in atto a don Aldo Buonaiuto (consulente della SAS) nel già citato caso dei presunti «Angeli di Sodoma»: basta leggere gli stralci della relazione del prete inquisitore e metterli a confronto con la realtà dei fatti, per capire a quali scioccanti mistificazioni ci si può trovare di fronte.

Ma non è tutto, vi è anche un’incongruenza nella datazione.

Sì, perché sebbene già agli inizi del 2005 si rumoreggiasse dell’eventualità che una qualche forza di polizia venisse specificamente ed espressamente deputata ad occuparsi di «sette religiose», di fatto l’istituzione concreta della SAS risale ai primi di novembre del 2006 e si deve ad una circolare emanata dall’allora capo della polizia Giovanni De Gennaro:


Ma se la SAS è ufficialmente partita in novembre 2006, non si capisce come sia possibile che:

«[il] 21 giugno 2006 [data del ritrovamento dei resti della povera Imane] la squadra "anti-sette" della Mobile di Firenze ipotizzò che la vittima (…) fosse stata prima assassinata durante un rito satanico».

La «Squadra Anti-Sette» quindi era già in attività prima di essere istituita?

O forse questi poliziotti, con un caso ancora irrisolto dopo quindici anni dalla sparizione della povera Imane, fuorviati da ideologie troppo aleatorie per potersi amalgamare con dei compiti investigativi concreti e scientifici, stanno cercando in ogni modo di non perdere la faccia avvalorando le loro ipotesi? Chissà, solo gli addetti ai lavori potrebbero rispondere a questa domanda.

D’altronde, proprio in questi giorni si assiste ad un evidente tentativo della SAS di porsi sotto le luci della ribalta: ieri a Roma ad un convegno presso l’Università LUMSA in presenza addirittura del Ministro dell’Interno Matteo Salvini, il 22 ottobre scorso a «Prima dell’Alba» su RAI Tre, qualche settimana fa ancora sui media per il caso di Mario Pianesi. Forse si prospetta la necessità di richiedere risorse e di dare a vedere che si sia prodotto qualche risultato?

Tant’è che fra i titoloni dei «megafoni» mediatici si legge: «Risolto il giallo sulla scomparsa di Imane Laloua». Risolto? E come? Con un’ipotesi traballante, forse?

Insomma, tornando al caso reale della giovane marocchina mutilata, da qualunque punto la si guardi, è lampante che l’asserto «ammazzata da una setta» è a dir poco pretestuoso, se non addirittura destituito di qualunque fondamento.

Piuttosto, era stata battuta la pista (ben più logica ed immediata) del marito della giovane?

Ripartiamo infatti dal giorno in cui la 22enne Imane sparisce nel nulla, nel settembre 2003:

«Erano nella loro casa di Montecatini e litigarono perché Zoubida [la madre] non voleva che Imane raggiungesse il marito a Prato. Si erano sposati tre anni prima, ma lui spacciava droga e continuava a entrare e uscire dal carcere. Un paio di mesi dopo, quando la madre andò a cercarla a Prato, il marito disse di non saperne niente e Zoubida capì che era successo qualcosa di grave.»

Quindi Imane era sposata con un uomo che si capisce fosse un pregiudicato continuamente coinvolto in affari di droga. Quali indagini sono state svolte per accertare eventuali responsabilità del marito? Possibile che non sapesse proprio nulla delle frequentazioni della moglie, che potrebbero averla trascinata in quella fatale tragedia?

È stata presa nella dovuta considerazione la versione resa dalla madre? Oppure il suo immenso dolore è stato completamente ignorato per privilegiare una «ipotesi» ben più «vendibile» in termini mediatici? Possibile che dei rappresentanti delle istituzioni mostrino una tale indifferenza?

Ci auguriamo che la magistratura possa accertare sul serio la verità dei fatti e rendere giustizia a una donna che ha perso la figlia a causa di un crimine efferato.

Ci auguriamo inoltre che gli inquirenti valutino con estrema attenzione tutti gli elementi a disposizione, senza lasciarsi trascinare dalle fake news «anti-sette».

domenica 28 ottobre 2018

Propaganda «anti-sette»: ecco come funziona; il caso di Mario Pianesi

Dopo aver pubblicato l’ultimo post a proposito della vicenda giudiziaria (rapidamente e chiassosamente trasformata in «caso» mediatico) di Mario Pianesi, noto esperto marchigiano di alimentazione macrobiotica, un contatto ci ha informati della trasmissione «Quarto Grado» andata in onda il 5 ottobre scorso, una parte della quale (da 1h21m50s a 1h48m15s) è stata nuovamente dedicata a questo tema. Infatti è la seconda volta che Gianluigi Nuzzi (segue foto) a Rete 4 sfrutta quest’indagine della magistratura (e le vite private delle persone coinvolte) come materiale per il suo show televisivo.


Tuttavia, dobbiamo rilevare che è avvenuto un cambiamento. Sarà perché sempre più gente è colta da un certo rigetto nei confronti di queste trasmissioni di tipo scandalistico e propagandistico che cercano di colpire la «pancia» dei telespettatori, sarà che i legali di Mario Pianesi si sono fatti sentire per cercare di porre un freno al feroce linciaggio mediatico messo in atto dai mass media di tutto lo Stivale, sarà che qualcuno nella dirigenza Mediaset s’è messo di buzzo buono a lavorare sulla qualità dei contenuti per distaccarsi almeno un po’ dalla categoria di «TV spazzatura»… chi lo sa?

Di fatto, è lampante che in questa seconda puntata di «Quarto Grado» su Mario Pianesi la cattiveria a cui si era assistito in precedenza appare lievemente più moderata e il «tribunale» mediatico (del tutto improprio) allestito nello studio televisivo di Cologno Monzese pare quanto meno voler lasciare un po’ di spazio anche agli accusati.

Tanto è vero che persino Carmelo Abbate, giornalista amico degli «anti-sette», non può che rassegnarsi di fronte ai fatti e sottolineare l’apparente inconsistenza degli elementi addotti dall’accusa per dipingere Mario Pianesi come un «mostro». Si consideri che Abbate è fra i principali responsabili della becera gogna mediatica messo in atto a suo tempo ai danni della presunta «santona di Prevalle» (in realtà l’imprenditrice bresciana Fiorella Tersilla Tanghetti).


Addirittura (ma da che pulpito?), Abbate arriva a parlare di un «massacro di fronte all’opinione pubblica».


Più o meno quello che noi abbiamo definito (e ribadiamo essere) un feroce linciaggio mediatico: forse qualcosa di simile a quello che proprio Abbate aveva messo con quel folle servizio «giornalistico» su Panorama ai danni di una industriosa benefattrice? Per la cronaca, quegli articoli ora non si trovano più nemmeno in rete sui siti ufficiali:



Ci si perdoni la divagazione, ma rende bene l’idea di quanto dettaglieremo qui di seguito.

Torniamo infatti alla trasmissione «Quarto Grado» per osservare, anzitutto, come la redazione adopera strumentalmente certa terminologia sensazionalistica se non allarmistica in maniera del tutto indebita. Scorretta, impropria ed indebita: ad esempio, a più riprese gli associati de «Un Punto Macrobiotico» (l’organizzazione di Mario Pianesi) vengono definiti «adepti» o «seguaci», invece che «soci» o «associati» piuttosto che «collaboratori» o «affiliati». Perché? L’intento è evidente e travalica di netto le sottigliezze semantiche: dipingere queste persone, in maniera del tutto generalizzata e nebulosa, come gente pericolosa o sospetta.

Vengono anche mosse delle accuse gravi e non circostanziate, come questa:


Perché in oltre venticinque minuti di trasmissione Gianluigi Nuzzi non è stato in grado di produrre nemmeno uno straccio di prova di quest’affermazione tanto seria, riferita nel video addirittura quasi come se fosse ovvia e scontata?

Forse perché la fonte di tale accusa è Mauro Garbuglia, un ex collaboratore di Pianesi le cui mire e la cui attendibilità sono fortemente in discussione?


È talmente ovvio che Mauro Garbuglia ha delle motivazioni strettamente personali per parlar male di chi gli è stato amico e mentore e gli ha fornito le basi per l'attività lavorativa con cui ha sbarcato il lunario per molti anni, che non stupisce sentirlo esprimere meri pettegolezzi come questo:


E quando non sono pettegolezzi, sono congetture del tutto opinabili:


Il problema è che dicerie maliziose come queste, grazie a giornalisti come Nuzzi e a tramissioni come «Quarto Grado», prendono un certo risalto e acquisiscono una sorta di ufficialità data dal mezzo d’informazione su cui s’innestano.

Eppure coloro che sono sempre stato vicino a Mario Pianesi e alla sua prima moglie (Gabriella Monti, sulla cui morte speculano e lucrano i media), i giovani figli di Pianesi, con il cuore in mano affermano:


E non solo: smontano in maniera estremamente semplice anche il castello di carte di «Quarto Grado», per esempio sull’accusa di rifiutare aprioristicamente la medicina:


I seminatori di odio prezzolati non esitano a profanare nemmeno la sacralità del ricordo del funerale di Gabriella Monti, né l’intimità dell’agonia degli ultimi anni della sua breve vita, lanciandosi in oltraggiose illazioni sul motivo per cui Mario Pianesi l’avrebbe «segregata» in casa. Verrebbe voglia di domandare a costoro quanta voglia (e possibilità!) avrebbero di andarsene in giro per la città a sfoggiare l’ultimo vestito, qualora fossero malati e gravemente debilitati.

Di nuovo, Marco e Matteo Pianesi chiariscono in maniera estremamente lineare quale fosse la situazione:


D’altronde anche riguardo al gossip sul «corpo improvvisamente riesumato e fatto cremare», i giovani Pianesi erano stati alquanto espliciti e avevano spiegato (documentazione alla mano) che la decisione era stata presa di comune accordo con il padre, in quanto «la legge imponeva il trasferimento della salma interrata», così i tre scelsero «di cremarla per conservarne le ceneri in casa», non volendo lasciarla «finire in un loculo».

Non si è più liberi di mantenere discrezione e riservatezza intorno a una donna che sta attraversando un momento tanto tragico come quello del decorso di un ictus cerebrale che ne ha irrimediabilmente compromesso l’esistenza?

Si deve forse imputare al marito la «colpa» di non averla «miracolata» o di non essere riuscito magicamente a «guarirla»?

Pare che solo gli «anti-sette» non riescano ad accorgersi della «pazzia» (come perfettamente l’ha definita il figlio Matteo Pianesi) di tutto ciò.

Ma tanta follia non si manifesta per caso.

Non si dimentichi che difficilmente una campagna propagandistica è fine a se stessa; al contrario, ha sempre un obiettivo ben preciso.

Ne parlavamo in un precedente post in cui abbiamo anche incorporato un estratto da un video nel quale Marcello Foa, noto giornalista che di lì a poco sarebbe assurto alla sua attuale carica di Presidente RAI, delineava gli attributi della propaganda strumentale condotta attraverso i mass media.

Anche in questo caso, oltre a un selvaggio massacro della reputazione di un gruppo che fino a qualche tempo fa contava ben novantamila associati in tutta Italia, come sempre la veemente propaganda «anti-sette» ha lo scopo di battere la grancassa, in modo peraltro abbastanza subdolo, per ripristinare il reato fascista di «plagio» (giudicato incostituzionale nel 1981).

Ecco la collega di Nuzzi, Sabrina Scampini, che furbescamente cava il coniglio dal cappello:


La matrice dunque è sempre la medesima, tanto quanto le finalità.

La propaganda «anti-sette» mira ad eliminare da un presunto «mercato» (che esiste solo nelle menti contorte di pochi) tutti i possibili «rivali» o «concorrenti».

martedì 16 ottobre 2018

Propaganda «anti-sette» e istigazione all’odio: il caso di Salvatore D’Apolito

La scorsa settimana sui giornali e le pagine Internet di mezza Italia è stato raccontato il caso di Salvatore D’Apolito, artigiano piastrellista originario della provincia di Foggia ma residente a Villasanta (Monza e Brianza), che il 27 settembre scorso a Negrone di Scanzorosciate (Bergamo) ha tentato di uccidere la moglie, Flora Agazzi, esplodendo diversi colpi di pistola e ferendola gravemente. Questo atto sanguinario, inclusa la sua premeditazione, è stato confessato interamente presso il comando dei Carabinieri di Bergamo una decina di giorni più tardi. D’Apolito si sarebbe dovuto incontrare con la Agazzi in tribunale all’inizio di ottobre per la causa di separazione: i due erano sposati oramai solo formalmente, poiché sul loro matrimonio, durato 28 anni, era di fatto calato il sipario.


Questo video è tratto dall’intervista esclusiva, rilasciata da D’Apolito appena prima di andare a costituirsi in caserma e confessare il suo reato, trasmessa il 10 ottobre scorso da RAI Tre a «Chi l’ha visto?». Il colloquio con il giornalista, svoltosi in strada in presenza dell’avvocato di D’Apolito, si conclude con un pianto di disperazione.


Con tutto il rispetto per il dolore di Salvatore D’Apolito e per le turbe che possono averlo condotto a un gesto tanto sconsiderato, senza cinismo ma piuttosto con spassionata obiettività, si potrebbero interpretare quel pianto apparentemente liberatore come una sorta di «lacrime di coccodrillo» e quella pubblica confessione come una mossa tattica messa in atto per affiancare la sua costituzione volontaria presso le forze dell’ordine, così da rendere credibile il suo presunto pentimento e – con l’occasione – additare terze persone (completamente estranee a una vicenda del tutto privata) come colpevoli dei loro contrasti. Un’accusa/scusa che, peraltro, non reggerebbe neanche al più elementare esame della questione.


Leggendo gli articoli che sono stati via via pubblicati dai media sul caso, quello che fa specie non è tanto che Salvatore D’Apolito cerchi di giustificare il proprio crimine, ma piuttosto il fatto che (scandalosamente) i giornalisti diano spazio alla sua scenata senza evidenziare quanto siano inaccettabili le scuse di un uomo divenuto un criminale e i suoi tentativi di incolpare qualcun altro. In contesti diversi, dove non fosse stata coinvolta una presunta «setta», non avrebbero invece tuonato contro «l’ennesimo femminicidio»? Non avrebbero forse chiamato in cause associazioni come Doppia Difesa, pubblicizzandone l’ipotetica utilità in casi di «violenza di genere» come questo?


Tentare di uccidere la propria consorte è un reato grave, ma se la donna è «colpevole» di aver aderito ad un movimento religioso non tradizionale (astutamente e perfidamente etichettato «setta») allora la si può anche punire attentando alla sua vita, e il criminale viene pure commiserato perché soffriva di turbe mentali e di solitudine «per colpa della setta».

Non si parla, invece, del fatto che la ex moglie pretendeva gli alimenti e che questo era esattamente l’oggetto della causa che si sarebbe celebrata in tribunale qualche giorno dopo il tentato omicidio.

Quando poi il giornalista della RAI fa notare a D'Apolito che il movimento di cui sta parlando non sembra affatto essere una «setta satanica» come lui va sostenendo, la sua risposta è questa:


Una proposizione, quella di Salvatore D’Apolito, che ci ricorda inevitabilmente le chiassose affermazioni degli «anti-sette» di AIVS.

Avendo già documentato in precedenza in maniera più che esauriente il modo in cui gli «anti-sette» fomentano l’odio e generano allarmismo per lo più ingiustificato, dileggiano e offendono i gruppi spirituali, minacciano e intimidiscono chi rende noto il loro discutibile operato, non approfondiremo nel presente post tale tematica, dandola per assodata. D’altronde, è sufficiente leggere un po’ di altri post di questo blog per constatare il fenomeno vagliandone l’abbondante documentazione (è possibile utilizzare la casella di ricerca sulla destra inserendo parole chiave quali «odio», «intolleranza», «stigma», «razzismo», «fake», ecc., oppure scorrere le pagine di riepilogo nel menù in alto, a partire dalla pagina «Notizie e aggiornamenti» che elenca tutti i post).

Assistiamo invece, in questo torbido caso di tentato omicidio, all’esito che quella veemente propaganda potrebbe aver avuto nell’influenzare un uomo sconvolto dalla rottura del suo matrimonio e turbato dall’impellente necessità di trovare un capro espiatorio per le sue angosce. Ecco infatti come lo descrive il suo avvocato:


Che vi possa essere un coinvolgimento diretto di AIVS nella genesi di questa vicenda di cronaca nera sarebbe ovviamente pretta supposizione, tuttavia vi sono alcuni fatti. Il primo, alquanto significativo, è che a nemmeno 48 ore dalla trasmissione di RAI Tre, l’associazione «anti-sette» presieduta da Toni Occhiello (conterraneo di Salvatore D’Apolito) si è affrettata non solo a pubblicare alcuni post per commentare l’accaduto (senza nemmeno una parola per condannare il tentato omicidio di una donna!) e per rafforzare le speciose motivazioni addotte dal reo confesso, ma anche (addirittura) a inviare una lettera alla RAI per ribadire le proprie accuse nei confronti della confessione religiosa presa di mira dal (quasi) assassino della ex moglie.


Per inciso, è davvero singolare la richiesta di soddisfare un loro presunto «diritto di contro informazione»: a quale legge farebbero riferimento? E perché si sentono tanto riguardati dal caso da dover essere interpellati? Forse conoscevano il soggetto?

Non solo: nella lettera alla RAI, il vicepresidente di AIVSFrancesco Brunori (alias «Italo»), fornisce un indizio ancora più cospicuo del fatto che AIVS possa avere direttamente o indirettamente fomentato in Salvatore D’Apolito quell’odio antireligioso, tanto immotivato quanto strumentale, che lo ha poi indotto a premeditare e compiere un tentato omicidio incolpandone infine (pubblicamente!) una comunità religiosa pacifica e ben integrata nella società italiana.

Proviamo a riguardare questo stralcio:


Nel seguente passaggio della lettera di AIVS, Francesco Brunori tenta di dimostrare la presunta veridicità delle parole di Salvatore D’Apolito riprendendo una delle solite argomentazioni addotte da AIVS ai danni della confessione religiosa in questione:


Si noti, fra l’altro, come sia lampante che D’Apolito sta cercando di snocciolare qualcosa che deve aver memorizzato in precedenza, quasi come se avesse preparato quella specifica argomentazione per l’intervista. In tal caso, dove ha reperito quelle «informazioni» tendenziose?

Da qualunque parte la si osservi, la situazione in cui versa Salvatore D’Apolito è evidentemente drammatica. Risulta evidente dal suo comportamento, dal suo aspetto e dai segnali che chiaramente si colgono dal suo discorso. Del resto, lo conferma anche il suo legale:


Se non si fosse reso responsabile di un crimine premeditato, potrebbe muovere a compassione.

Purtroppo, però, l’individuo la cui giustificazione dichiarata («È colpa di quella setta se ho sparato alla mia ex moglie») AIVS sta cercando di sostenere ed avvalorare è palesemente uno squilibrato.

Proprio questo fatto apre un ulteriore, inquietante interrogativo.

A che tipo di individuo tentano di ricorrere gli «anti-sette» per creare i loro «casi» fasulli contro i nuovi movimenti religiosi ingiustamente denominati «setta» o «setta satanica»?

Teniamo presente che già fra gli amministratori della/e pagina/e Facebook di AIVS vi sono persone affette da disturbo mentale conclamato (non perché lo diciamo noi, ma perché lo dichiarano essi stessi pubblicamente):


Ci sarebbe altro da dire in proposito, ma non ci pare nemmeno giusto seguire il cattivo esempio di AIVS nel loro mettere in piazza fatti privati afferenti alla salute dei loro accoliti.

Abbiamo soltanto messo in luce l’immoralità di chi, pur di osteggiare i nuovi movimenti religiosi, sfrutta e strumentalizza vicende tumultuose e genera un’influenza negativa in soggetti già in difficoltà.

E nemmeno si tratta soltanto di immoralità: il profilo potrebbe essere anche ben più grave.

Sarebbe interessante che la magistratura esplorasse a fondo questo aspetto cui ora accenneremo, avendo in corso un’indagine penale.

Dice infatti la legge italiana ben riportata ed esemplificata dal sito «brocardi.it»:

«Chiunque pubblicamente istiga a commettere uno o più reati è punito, per il solo fatto dell'istigazione con la reclusione da uno a cinque anni, se trattasi di istigazione a commettere delitti.»

Per istigazione s’intende: «qualsiasi fatto diretto a suscitare o a rafforzare in altri il proposito criminoso di delinquere o di perpetrare i fatti illeciti indicati».

«La norma è posta a tutela dell'ordine pubblico, in particolare punendo quelle condotte che, pur non determinando la commissione di un reato specifico, provocano nella collettività inquietudine ed allarme sociale.»

Sottolinea infine l’enciclopedia Treccani:

«Una differenza notevole nel trattamento delle varie ipotesi di istigazione si ha nel caso in cui sia stato effettivamente commesso il reato ovvero uno dei reati istigati. Nel caso di pubblica istigazione, che costituisce un reato autonomo, l'istigatore dovrà rispondere anche di concorso nel delitto eventualmente commesso dall'istigato.»

Seguendo questa chiave di lettura, possiamo osservare un ulteriore paradosso: gli «anti-sette» da un lato accusano lo Stato di non tutelare i cittadini perché non interviene prontamente gettando in gattabuia tutti gli appartenenti ai gruppi (religiosi e non) che loro detestano, dall’altro lato si sentono al sicuro perché lo Stato non li ha mai perseguiti per istigazione all'odio, diffamazione, calunnia, ecc. Si potrebbe obiettare che lo Stato ha ben altri impegni da affrontare senza doversi occupare dei falsi allarmi degli «anti-sette» e che la loro istigazione all'odio trova già pieno appagamento grazie al seguito che ha: talvolta tra i giornalisti propensi al gossip e alle fake news, talvolta presso qualche magistrato dallo scarso zelo e dall’abbondante ansia di carriera, talvolta in qualche parlamentare spregiudicato disposto a qualunque cosa pur di racimolare voti. Fortunatamente, si può dire che solo una parte marginale dello Stato abbia disprezzato la Costituzione della Repubblica istituendo una «polizia religiosa» SAS (la «Squadra Anti-Sette» del Ministero dell’Interno), e che però, in linea di massima, sino ad oggi l’influenza reale esercitata dagli ideologi antireligiosi sia paragonabile a quella di un peto in mezzo a un fortunale.

In definitiva, c’è davvero da augurarsi che i responsabili di AIVS facciano un serio esame di coscienza a proposito di questo caso di tentato omicidio.

venerdì 15 giugno 2018

Gli «anti-sette» fanno spendere denaro pubblico (e privato) per foraggiare i loro giornalisti?

In questo post riprendiamo una riflessione a proposito di un’ulteriore sfaccettatura del dispendio di risorse pubbliche ad opera (o in favore) degli «anti-sette» e della loro propaganda ideologica. Diciamo «ulteriore» per distinguere rispetto all’utilizzo della macchina dello stato, in qualche caso drammaticamente deleterio, che avviene invece sul piano giudiziario o sul piano della reputazione anche commerciale. Qui invece parliamo dell’aspetto squisitamente mediatico e giornalistico.


Già in precedenza e a più riprese, si è detto di come taluni giornalisti (ne elenchiamo qualche nome nella nostra pagina di riepilogo) siano palesemente schierati con qualche gruppo o esponente «anti-sette» (come Carmine Gazzanni, Andrea Sceresini e Giuseppe Borello), quando non personalmente e direttamente coinvolti in una militanza attiva (come Stefano Pitrelli e Gianni Del Vecchio) contro i «nuovi movimenti religiosi».


Di tali connivenze e collaborazioni ci informano loro stessi in post e commenti pubblici facilmente reperibili in Internet, come questo (solo per citare un esempio, ma ve ne sarebbero anche altri):


Il minimo che si possa dire di questi giornalisti è che non possono essere obiettivi: pretendono di descrivere e raccontare vita e opere di interi movimenti religiosi (parliamo di gruppi con migliaia o decine di migliaia di aderenti) basandosi sulle indicazioni di tre o quattro persone che da quei movimenti sono stati cacciati via o se ne sono andati sbattendo la porta e che quindi – come anche un demente potrebbe capire – potranno solo parlarne male o sottolinearne le caratteristiche negative. Difficile confutare tale nostra affermazione, che è ovvia di per sé.

Eppure la deontologia giornalistica di questi sedicenti «reporter d’inchiesta» li vorrebbe «fornitori di un'informazione completa, obiettiva, imparziale ed equilibrata» come afferma ampia giurisprudenza della Corte Costituzionale, particolarmente la sentenza del 24 marzo 1993 nr. 112, secondo la quale «il “diritto all'informazione” garantito dall'art. 21» si richiede che «sia qualificato e caratterizzato [...] dall'obiettività e dall'imparzialità dei dati forniti». Situazione evidentemente lontanissima dal caso di specie.


Fra l’altro, facendo qualche ricerca un po’ più approfondita su alcuni di loro, come i succitati Sceresini e Borello, si scoprono persino dei curiosi «altarini» che essi cercano di passare sotto silenzio ma qua e là affiorano grazie a siti che si occupano di «debunking» o giornalisti indipendenti che affermano di voler differenziarsi dalla corrente mediatica prevalente. Veniamo così a sapere che i giornalisti «anti-sette» mentre con una mano fanno tanto chiasso sui «culti distruttivi» e lanciano allarmi per le loro presunte nefandezze, nel frattempo manipolano la contabilità dei soldi che ricevono tramite raccolta fondi (online, quindi da parte del popolo di Internet) per finanziare le loro «inchieste», salvo poi produrre dei risultati decisamente discutibili sotto il profilo squisitamente professionale.

Andrea Sceresini

Eppure costoro vengono pubblicizzati sulla TV di stato, quella stessa RAI in cui s’intrecciano collegamenti di chiara matrice «anti-sette»; quella stessa RAI che dovrebbe operare sotto la garanzia della laicità dello stato, e invece batte la grancassa per il controverso «reato di plagio» di fascista memoria.

Per cui ci domandiamo: dove finiscono i soldi dei contribuenti che lo Stato spende per sovvenzionare la RAI?

Finiscono nelle tasche dei «consulenti» di Gazzanni, come Pier Paolo Caselli (la cui assoluta inconcludenza è un fatto oramai conclamato), come Lorita Tinelli (che in fatto di religione non detiene alcuna qualifica di tipo accademico e lo si vede bene dai risultati del suo sovrabbondante eloquio) o come Sonia Ghinelli (la quale addirittura pare vantarsi della sua assoluta assenza di titoli di studio in materia di spiritualità, e infatti viene clamorosamente smentita quando discetta di «lavaggio del cervello» ed altre simili amenità)?

Finiscono nelle tasche dei «consulenti» di Pitrelli e Del Vecchio, come Toni Occhiello, Francesco Brunori (alias Italo) o Luciano Madon che sono null’altro se non degli apostati inaciditi, facinorosi e (a nostro modesto parere) degli istigatori di odio?

Quanti cittadini italiani sono soddisfatti di ritrovarsi il canone RAI da pagare «comodamente» nella bolletta della corrente elettrica per ricevere un «servizio pubblico» di tal fatta?

Non crediamo siano molti: al contrario, abbiamo fornito già in precedenza elementi concreti per dimostrare il fatto che la gran maggioranza della gente non condivide affatto l’operato degli «anti-sette» e nemmeno la loro ideologia. Tutt’altro: le persone aderiscono per lo più al principio del «vivi e lascia vivere» e al concetto che laddove vengano commessi dei reati, questi vanno accertati e giustamente sanzionati in quanto tali, senza dover montare processi alle intenzioni e creare nuove fattispecie di reato che puniscano credenze e ritualità ritenute «pericolose» da qualcuno solo sulla base di pregiudizi o lamentele.

E che dire delle aziende che acquistano spazi pubblicitari costosissimi sulle TV private? Anche loro sono d’accordo a finanziare simili attività propagandistiche? Noi non siamo affatto di quest’idea.

Tanto più che le attività «anti-sette» ledono i diritti di tutti, non solo delle minoranze religiose: la libertà di credo, la libertà di pensiero e la libertà di espressione non sono appannaggio di qualche sedicente «esperto», sono invece diritti non negoziabili di tutti i cittadini, di ogni età, razza e religione.

sabato 26 maggio 2018

La propaganda «anti-sette» ha realmente una finalità di lucro?

Torniamo su uno degli ultimi temi trattati, riprendendo il discorso cominciato dal nostro Mario Casini appena una settimana fa nel suo post su Luigi Corvaglia del CeSAP e il movente economico degli «anti-sette».

Sono trascorsi solo pochi giorni dalla conferenza di cui relazionava quel post, ed ecco pervenire una inequivocabile conferma, tanto spettacolare quanto inquietante, che la riflessione di Casini era sostanzialmente sensata e ben motivata.

Tale conferma arriva mediante l’ennesimo articolo di grana grossa, scritto da uno dei (soliti) giornalisti del circuito «anti-sette», o per meglio dire dalla sua «metà»; nello specifico, parliamo di Flavia Piccinni, compagna del Carmine Gazzanni di cui si parlava in un post precedente (ad esempio qui).


Classe 1986, da tempo la Piccinni sta cercando di affermarsi come scrittrice e reporter assieme al meglio avviato consorte, che lei stessa ha trionfalmente ed amorosamente celebrato in Gennaio scorso quando si è qualificato come giornalista professionista (dopo anni – va detto – di articoli di qualità più che discutibile smerciati qua e là per la rete ai danni delle piccole minoranze spirituali da sempre nel mirino degli «anti-sette» militanti):


Gazzanni e Piccinni hanno collaborato, fra le altre cose, alla realizzazione del controverso e ampiamente contestato servizio televisivo «anti-sette» di RAI 3 dal titolo «Io ci credo», del quale abbiamo parlato in dettaglio in precedenza:


«Tanto orgoglio e soddisfazione» per aver contribuito alla disinformazione degli italiani con una trasmissione che si è rivelata un completo fiasco in termini contenutistici ed è stata contestata non solo da esperti di movimenti religiosi e da uomini di cultura, ma addirittura dagli stessi «anti-sette»!

Perciò, ci coglie un dubbio: che la «soddisfazione» cui accenna la Piccinni sia da interpretarsi in termini finanziari? Per essere schietti: quanto denaro avranno incassato i due romantici giornalisti per una «consulenza» così «qualificata»?

Un interrogativo con il quale tuttavia abbandoniamo tale digressione e torniamo di buona lena al filone principale di questo post.

Il 18 maggio scorso esce nelle edicole il settimanale «Gioia», che con tanto di richiamo in prima pagina lancia uno dei soliti titoloni allarmistici:


I concetti sono i soliti della trita e ritrita propaganda «anti-sette»: guai a vestirsi in modo anticonformista, guai a recitare preghiere poco conosciute, guai a non seguire le ritualità di regime o a cercare una filosofia distinta da ciò che ci hanno sempre insegnato. È pericoloso, perché si finisce per essere «manipolati», dopo di che non si può più uscirne, ecc.

Come al solito, costoro ci vorrebbero tutti vestiti in divisa e allineati per fare il saluto romano al duce, come sembrava voler intendere un’esponente «anti-sette» del GRIS di cui abbiamo parlato in precedenti post sia qui che qui. D’altronde, si sa, il controverso «reato di plagio» per il quale tanto costoro battono la grancassa, faceva parte dell’ordinamento giuridico del «ventennio».

Saremo forse un po’ troppo sarcastici, ma il resto dell’articolo non aiuta certo a far salire il livello della critica.

Vediamo alcuni passaggi:


Certamente delle righe tanto patetiche (nel senso del «pathos») potranno strappare qualche lacrima al lettore che non conosce l’argomento; certamente dev’essere a quell’audience che si rivolge la Piccinni. I meglio informati, però, potrebbero solo sorridere (con amarezza) riconoscendo i fatti concreti dietro i proclami.

Le «persone e specialisti» cui accenna vagamente la giornalista sono questi, che dalla sua pagina Facebook lei stessa racconta di avere incontrato alle porte di Bari assieme al «suo» Gazzanni all’inizio di febbraio di quest’anno:

 


Lorita Tinelli sulla sinistra nella prima foto, Toni Occhiello nella seconda: ecco gli «esperti» di cui va parlando, talmente «esperti» da non essere in grado (la prima) di definire in maniera chiara e lineare che cosa sarebbe una «setta», né di adoperare (il secondo) una dialettica civile ed educata per rapportarsi con gli altri. Invece che confrontarsi con chi muove loro delle critiche, costoro reagiscono con scherno e tentativi di intimidazione, come s’è più volte (e da più parti) riferito in precedenza.

Fra gli «esperti» interpellati dalla Piccinni c’è anche Patrizia Santovecchi: un’altra figura dal passato controverso, della quale abbiamo parlato più in dettaglio in un precedente post.

Tinelli, Occhiello e Santovecchi sono «anti-sette» tutti accomunati da una stessa fondamentale caratteristica: sono tutti direttamente e profondamente influenzati da storie di apostati, oppure sono loro stessi apostati, ovvero persone che hanno professato una determinata fede per un certo tempo e poi l’hanno abbandonata

Per spiegare di che genere di individuo stiamo parlando, citiamo proprio uno dei pochi passaggi del succitato servizio di RAI 3 che, culturalmente parlando, si salva rispetto al resto delle sequenze perché riporta dei pareri autorevoli (qui il prof. Silvio Calzolari, orientalista e segretario di quella «federazione per la libertà di credo» citata dalla Piccinni):


Nel tentativo di conferire un po’ di ufficialità alla sua linea di pensiero, la Piccinni chiama in causa altri personaggi mediatici, prima fra tutte naturalmente Michelle Hunziker, la cui superficialità è stata messa in evidenza non solo sul nostro blog per la parte attinente ai nuovi movimenti religiosi, ma anche altrove per l’attendibilità alquanto discutibile della sua ricostruzione dei fatti.

C’è spazio anche per i due giornalisti «anti-sette» Stefano Pitrelli e Gianni Del Vecchio (dei quali si è detto qui e qui), che con un’ondata di autoreferenzialità arrivano a fregiarsi di essere riusciti, grazie al loro libro, a distogliere dalle loro scelte un numero non meglio precisato di devoti di movimenti religiosi. Non dicono quante persone, invece, avendo letto il loro testo o le relative recensioni, si siano convinti sempre più a portare avanti la propria fede oppure si siano interessati a questo o quel gruppo spirituale. Ma in ambo i casi siamo nell’ambito delle speculazioni, dal momento che nemmeno i due giornalisti «anti-sette» portano alcun dato verificabile e circostanziato.

Dovendo riempire la colonna, la Piccinni arriva addirittura a «riesumare» Cecilia Gatto Trocchi, una sociologa che, dopo anni di militanza contro i nuovi movimenti religiosi al fianco del GRIS e di altri «anti-sette», nel luglio del 2005 morì suicida a 66 anni dopo un periodo di conclamata instabilità mentale.

Emblematico un riquadro laterale: sapendo che nel nostro blog abbiamo cominciato a smentire (con fatti e documenti) certe favole «anti-sette», la Piccinni porta ad esempio il controverso caso di Waco (del quale pure ci occuperemo) e non parla, invece, del Tempio del Popolo, una storia solitamente molto gettonata da costoro.

A conti fatti, ben lungi dall’apportare dei contenuti propri, tutto l’articolo della Piccinni risulta essere una réclame degli «anti-sette» e dei loro «prodotti editoriali» o «servizi personalizzati»: in concreto, una sorta di spot pubblicitario finalizzato a portare clienti ai suoi amici psicologi come Lorita Tinelli o Luigi Corvaglia, piuttosto che a creare un interesse (e quindi una futura domanda commerciale) per il libro che sta scrivendo assieme al suo compagno Gazzanni, o per quello della Hunziker, o anche per le prossime trasmissioni televisive che sicuramente verranno imbastite sul tema dei «culti distruttivi».

Infatti, dulcis in fundo, ecco il «gran finale»:


Ci asteniamo dal commentare i virgolettati della Tinelli riportati in questo riquadro, perché lo fanno già egregiamente da sé, rimanendo sulla stessa linea dialettica della pseudoscienza già relazionata in post precedenti come questo o questo. Ci soffermiamo invece sulla chiusa, in cui vengono appunto pubblicizzate le associazioni facenti parte della rete «anti-sette» italiana.

Diventa, insomma, sempre più evidente che gli «anti-sette» stanno fomentando, ormai da anni, una campagna mediatica fondata su tesi di grande superficialità, su resoconti di dubbia attendibilità e in generale su una pseudoscienza che usurpa la sociologia delle religioni, sfruttando la credulità popolare e generando allarme, allo scopo di generare profitti per una ristretta cerchia di persone, vuoi con prodotti editoriali vuoi con prestazioni professionali a pagamento. Forse non sempre tale attività genera utili finanziari in senso stretto, ma comunque, porta inconfutabilmente agli esponenti «anti-sette» un ritorno di immagine, una certa reputazione e una visibilità mediatica che, di conseguenza, li conduce a una qualche forma di guadagno personale, per loro altrimenti irrealizzabile.

Va anche rilevato che sono sempre gli stessi nomi e sempre gli stessi gruppi a portare avanti la campagna propagandistica contro le minoranze religiose «non convenzionali» e a dirigere in forma organizzata le attività infamanti descritte in questo blog.

Ecco dunque il vero movente degli «anti-sette»: il lucro.

lunedì 30 aprile 2018

Aggiornamento breve - gli «anti-sette» influiscono sul crollo dei valori morali?

Abbiamo notato qualche sera fa un intervento di don Aldo Buonaiuto alla trasmissione «Storie italiane» su RAI 1. Tema centrale della puntata erano alcuni gravi casi di bullismo.

Senza entrare nel merito del delicato e inquietante argomento su cui si è soffermato il talk-show, non abbiamo potuto fare a meno di osservare come gli «anti-sette» alla TV di stato non si siano fatti sfuggire l’ennesima occasione di perpetrare la loro manipolazione mentale ai danni dei telespettatori.


I valori morali di una società, di cui don Buonaiuto lamenta il crollo mentre discetta di bullismo, possono essere promossi, sorretti e difesi laicamente dalla scuola, dalle istituzioni e, come dice lo stesso Buonaiuto, da tutti gli adulti, dai media, dalla cinematografia, ecc.

Un tempo, i depositari e principali custodi dei valori morali della società erano proprio i leader spirituali e (specialmente nel nostro paese) i religiosi a partire dai parroci di paese e delle congregazioni di quartiere; una categoria che il sacerdote don Aldo Buonaiuto dimentica nell’elenco dei responsabili di un sisma valoriale tanto serio.

Non troppi decenni fa, nell’italietta di Don Camillo e Peppone, quando si aveva un problema in famiglia o un qualche dilemma morale, si andava dal prete.

A poco a poco questo presidio morale si è sfaldato, sgretolato, di pari passo con la crisi vocazionale e con l’aumento dei problemi sociali e del dissesto morale.

Non abbiamo la pretesa, in questo breve scritto, di indicare quale sia la causa di tutto ciò e neppure di spingerci in indagini che sarebbero eccessivamente superficiali.

Non intendiamo nemmeno sostenere che le colpe siano tutte da addossare alle religioni tradizionali, ad esempio alle storie di pedofilia e agli episodi di malcostume che hanno visto protagonisti troppi sacerdoti (non solo cattolici); non crediamo siano queste le cause di tale crollo di valori, anche se certamente sono concause e di sicuro contribuiscono alla sfiducia crescente nei confronti delle religioni tradizionali. Non si dimentichi che lo stesso Buonaiuto è stato indagato per pedofilia e in seguito scagionato (i fatti risalgono al 2003-2004).

Osiamo invece affermare che una causa ben più diretta della sfiducia generalizzata verso la spiritualità e, quindi, verso i valori morali, è proprio il comportamento profondamente discutibile e tristemente ambiguo di figure come il prete inquisitore don Buonaiuto; personaggi che da anni seminano allarmismo infondato nei confronti di tutte le esperienze religiose, spirituali, esoteriche e alternative che arbitrariamente non vanno loro a genio.

E in questa campagna antireligiosa, che è una campagna contro i valori morali che le religioni (anche quelle non cattoliche) sostengono, è complice proprio la TV di stato che, anziché favorire la tenuta morale della società con un servizio pubblico educativo laico, amplifica le notizie fuorvianti di Buonaiuto e degli «anti-sette», e lo fa col danaro dei contribuenti.

Abbiamo ampiamente documentato come le notizie fasulle diffuse da Buonaiuto e dai suoi colleghi «anti-sette» abbiano dato vita in più occasioni a persecuzioni mediatiche e giudiziarie che hanno distrutto vite umane e famiglie. Loro, però, non paghi di avvelenare l’opinione pubblica con odio e intolleranza, continuano imperterriti.

Si lamentano del bullismo come se fosse causato dai valori dei gruppi religiosi che Buonaiuto detesta, come se un adolescente figlio di Testimoni di Geova, di Buddisti Soka Gakkai o di Pentecostali Sabaoth apprendesse in famiglia disvalori tali da condurlo a compiere atti di prevaricazione di quel genere: una stupidaggine lapalissiana. Semmai, in questi gruppi religiosi troverebbe esempi ben più ammirevoli di certi religiosi (di nome e non di fatto) che ammorbano le cronache; di certo verrebbe educato a valori morali ormai non più dispensati in oratori deserti.

Quell’adolescente viene semmai sconvolto e scombussolato proprio guardando trasmissioni come «Storie italiane» in cui un prete in abito talare, portato in auge da un servizio di Stato e sostenuto dalla storia strappalacrime di una nota soubrette come Michelle Hunziker, tuona contro i suoi genitori perché fanno parte di una «setta distruttiva» che gli fa il «lavaggio del cervello».

Peggio ancora, se quella trasmissione la vedono i suoi nonni (abituati a considerare un prete una fonte autorevole, a maggior ragione se parla in RAI), figurarsi se non si allarmano e se non gli comunicano la loro preoccupazione, magari deplorando la nuora per aver «traviato» il figlio che loro avevano cresciuto cattolico.

Ecco come dei valori fondanti della nostra società (unità familiare, amore e il rispetto tra figli e genitori, ecc.) vengono sistematicamente sabotati dagli «anti-sette» e dai media.

Dai problemi familiari sofferti da quell’adolescente, ai problemi a scuola e nella società, e quindi al bullismo, il passo non è poi così lungo.

Altro che parlare di crollo dei valori morali e indicarne i presunti responsabili! Se Buonaiuto volesse davvero prodigarsi per contribuire all’arresto di tale circolo vizioso, dovrebbe riscoprire i principi cristiani e la missione sacerdotale che gli competono e tornare a dedicarvisi; dovrebbe lasciar perdere le campagne mediatiche «anti-sette» e la TV.