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martedì 16 ottobre 2018

Propaganda «anti-sette» e istigazione all’odio: il caso di Salvatore D’Apolito

La scorsa settimana sui giornali e le pagine Internet di mezza Italia è stato raccontato il caso di Salvatore D’Apolito, artigiano piastrellista originario della provincia di Foggia ma residente a Villasanta (Monza e Brianza), che il 27 settembre scorso a Negrone di Scanzorosciate (Bergamo) ha tentato di uccidere la moglie, Flora Agazzi, esplodendo diversi colpi di pistola e ferendola gravemente. Questo atto sanguinario, inclusa la sua premeditazione, è stato confessato interamente presso il comando dei Carabinieri di Bergamo una decina di giorni più tardi. D’Apolito si sarebbe dovuto incontrare con la Agazzi in tribunale all’inizio di ottobre per la causa di separazione: i due erano sposati oramai solo formalmente, poiché sul loro matrimonio, durato 28 anni, era di fatto calato il sipario.


Questo video è tratto dall’intervista esclusiva, rilasciata da D’Apolito appena prima di andare a costituirsi in caserma e confessare il suo reato, trasmessa il 10 ottobre scorso da RAI Tre a «Chi l’ha visto?». Il colloquio con il giornalista, svoltosi in strada in presenza dell’avvocato di D’Apolito, si conclude con un pianto di disperazione.


Con tutto il rispetto per il dolore di Salvatore D’Apolito e per le turbe che possono averlo condotto a un gesto tanto sconsiderato, senza cinismo ma piuttosto con spassionata obiettività, si potrebbero interpretare quel pianto apparentemente liberatore come una sorta di «lacrime di coccodrillo» e quella pubblica confessione come una mossa tattica messa in atto per affiancare la sua costituzione volontaria presso le forze dell’ordine, così da rendere credibile il suo presunto pentimento e – con l’occasione – additare terze persone (completamente estranee a una vicenda del tutto privata) come colpevoli dei loro contrasti. Un’accusa/scusa che, peraltro, non reggerebbe neanche al più elementare esame della questione.


Leggendo gli articoli che sono stati via via pubblicati dai media sul caso, quello che fa specie non è tanto che Salvatore D’Apolito cerchi di giustificare il proprio crimine, ma piuttosto il fatto che (scandalosamente) i giornalisti diano spazio alla sua scenata senza evidenziare quanto siano inaccettabili le scuse di un uomo divenuto un criminale e i suoi tentativi di incolpare qualcun altro. In contesti diversi, dove non fosse stata coinvolta una presunta «setta», non avrebbero invece tuonato contro «l’ennesimo femminicidio»? Non avrebbero forse chiamato in cause associazioni come Doppia Difesa, pubblicizzandone l’ipotetica utilità in casi di «violenza di genere» come questo?


Tentare di uccidere la propria consorte è un reato grave, ma se la donna è «colpevole» di aver aderito ad un movimento religioso non tradizionale (astutamente e perfidamente etichettato «setta») allora la si può anche punire attentando alla sua vita, e il criminale viene pure commiserato perché soffriva di turbe mentali e di solitudine «per colpa della setta».

Non si parla, invece, del fatto che la ex moglie pretendeva gli alimenti e che questo era esattamente l’oggetto della causa che si sarebbe celebrata in tribunale qualche giorno dopo il tentato omicidio.

Quando poi il giornalista della RAI fa notare a D'Apolito che il movimento di cui sta parlando non sembra affatto essere una «setta satanica» come lui va sostenendo, la sua risposta è questa:


Una proposizione, quella di Salvatore D’Apolito, che ci ricorda inevitabilmente le chiassose affermazioni degli «anti-sette» di AIVS.

Avendo già documentato in precedenza in maniera più che esauriente il modo in cui gli «anti-sette» fomentano l’odio e generano allarmismo per lo più ingiustificato, dileggiano e offendono i gruppi spirituali, minacciano e intimidiscono chi rende noto il loro discutibile operato, non approfondiremo nel presente post tale tematica, dandola per assodata. D’altronde, è sufficiente leggere un po’ di altri post di questo blog per constatare il fenomeno vagliandone l’abbondante documentazione (è possibile utilizzare la casella di ricerca sulla destra inserendo parole chiave quali «odio», «intolleranza», «stigma», «razzismo», «fake», ecc., oppure scorrere le pagine di riepilogo nel menù in alto, a partire dalla pagina «Notizie e aggiornamenti» che elenca tutti i post).

Assistiamo invece, in questo torbido caso di tentato omicidio, all’esito che quella veemente propaganda potrebbe aver avuto nell’influenzare un uomo sconvolto dalla rottura del suo matrimonio e turbato dall’impellente necessità di trovare un capro espiatorio per le sue angosce. Ecco infatti come lo descrive il suo avvocato:


Che vi possa essere un coinvolgimento diretto di AIVS nella genesi di questa vicenda di cronaca nera sarebbe ovviamente pretta supposizione, tuttavia vi sono alcuni fatti. Il primo, alquanto significativo, è che a nemmeno 48 ore dalla trasmissione di RAI Tre, l’associazione «anti-sette» presieduta da Toni Occhiello (conterraneo di Salvatore D’Apolito) si è affrettata non solo a pubblicare alcuni post per commentare l’accaduto (senza nemmeno una parola per condannare il tentato omicidio di una donna!) e per rafforzare le speciose motivazioni addotte dal reo confesso, ma anche (addirittura) a inviare una lettera alla RAI per ribadire le proprie accuse nei confronti della confessione religiosa presa di mira dal (quasi) assassino della ex moglie.


Per inciso, è davvero singolare la richiesta di soddisfare un loro presunto «diritto di contro informazione»: a quale legge farebbero riferimento? E perché si sentono tanto riguardati dal caso da dover essere interpellati? Forse conoscevano il soggetto?

Non solo: nella lettera alla RAI, il vicepresidente di AIVSFrancesco Brunori (alias «Italo»), fornisce un indizio ancora più cospicuo del fatto che AIVS possa avere direttamente o indirettamente fomentato in Salvatore D’Apolito quell’odio antireligioso, tanto immotivato quanto strumentale, che lo ha poi indotto a premeditare e compiere un tentato omicidio incolpandone infine (pubblicamente!) una comunità religiosa pacifica e ben integrata nella società italiana.

Proviamo a riguardare questo stralcio:


Nel seguente passaggio della lettera di AIVS, Francesco Brunori tenta di dimostrare la presunta veridicità delle parole di Salvatore D’Apolito riprendendo una delle solite argomentazioni addotte da AIVS ai danni della confessione religiosa in questione:


Si noti, fra l’altro, come sia lampante che D’Apolito sta cercando di snocciolare qualcosa che deve aver memorizzato in precedenza, quasi come se avesse preparato quella specifica argomentazione per l’intervista. In tal caso, dove ha reperito quelle «informazioni» tendenziose?

Da qualunque parte la si osservi, la situazione in cui versa Salvatore D’Apolito è evidentemente drammatica. Risulta evidente dal suo comportamento, dal suo aspetto e dai segnali che chiaramente si colgono dal suo discorso. Del resto, lo conferma anche il suo legale:


Se non si fosse reso responsabile di un crimine premeditato, potrebbe muovere a compassione.

Purtroppo, però, l’individuo la cui giustificazione dichiarata («È colpa di quella setta se ho sparato alla mia ex moglie») AIVS sta cercando di sostenere ed avvalorare è palesemente uno squilibrato.

Proprio questo fatto apre un ulteriore, inquietante interrogativo.

A che tipo di individuo tentano di ricorrere gli «anti-sette» per creare i loro «casi» fasulli contro i nuovi movimenti religiosi ingiustamente denominati «setta» o «setta satanica»?

Teniamo presente che già fra gli amministratori della/e pagina/e Facebook di AIVS vi sono persone affette da disturbo mentale conclamato (non perché lo diciamo noi, ma perché lo dichiarano essi stessi pubblicamente):


Ci sarebbe altro da dire in proposito, ma non ci pare nemmeno giusto seguire il cattivo esempio di AIVS nel loro mettere in piazza fatti privati afferenti alla salute dei loro accoliti.

Abbiamo soltanto messo in luce l’immoralità di chi, pur di osteggiare i nuovi movimenti religiosi, sfrutta e strumentalizza vicende tumultuose e genera un’influenza negativa in soggetti già in difficoltà.

E nemmeno si tratta soltanto di immoralità: il profilo potrebbe essere anche ben più grave.

Sarebbe interessante che la magistratura esplorasse a fondo questo aspetto cui ora accenneremo, avendo in corso un’indagine penale.

Dice infatti la legge italiana ben riportata ed esemplificata dal sito «brocardi.it»:

«Chiunque pubblicamente istiga a commettere uno o più reati è punito, per il solo fatto dell'istigazione con la reclusione da uno a cinque anni, se trattasi di istigazione a commettere delitti.»

Per istigazione s’intende: «qualsiasi fatto diretto a suscitare o a rafforzare in altri il proposito criminoso di delinquere o di perpetrare i fatti illeciti indicati».

«La norma è posta a tutela dell'ordine pubblico, in particolare punendo quelle condotte che, pur non determinando la commissione di un reato specifico, provocano nella collettività inquietudine ed allarme sociale.»

Sottolinea infine l’enciclopedia Treccani:

«Una differenza notevole nel trattamento delle varie ipotesi di istigazione si ha nel caso in cui sia stato effettivamente commesso il reato ovvero uno dei reati istigati. Nel caso di pubblica istigazione, che costituisce un reato autonomo, l'istigatore dovrà rispondere anche di concorso nel delitto eventualmente commesso dall'istigato.»

Seguendo questa chiave di lettura, possiamo osservare un ulteriore paradosso: gli «anti-sette» da un lato accusano lo Stato di non tutelare i cittadini perché non interviene prontamente gettando in gattabuia tutti gli appartenenti ai gruppi (religiosi e non) che loro detestano, dall’altro lato si sentono al sicuro perché lo Stato non li ha mai perseguiti per istigazione all'odio, diffamazione, calunnia, ecc. Si potrebbe obiettare che lo Stato ha ben altri impegni da affrontare senza doversi occupare dei falsi allarmi degli «anti-sette» e che la loro istigazione all'odio trova già pieno appagamento grazie al seguito che ha: talvolta tra i giornalisti propensi al gossip e alle fake news, talvolta presso qualche magistrato dallo scarso zelo e dall’abbondante ansia di carriera, talvolta in qualche parlamentare spregiudicato disposto a qualunque cosa pur di racimolare voti. Fortunatamente, si può dire che solo una parte marginale dello Stato abbia disprezzato la Costituzione della Repubblica istituendo una «polizia religiosa» SAS (la «Squadra Anti-Sette» del Ministero dell’Interno), e che però, in linea di massima, sino ad oggi l’influenza reale esercitata dagli ideologi antireligiosi sia paragonabile a quella di un peto in mezzo a un fortunale.

In definitiva, c’è davvero da augurarsi che i responsabili di AIVS facciano un serio esame di coscienza a proposito di questo caso di tentato omicidio.

venerdì 12 ottobre 2018

Incoerenza o provocazione? Gli «anti-sette» hanno la coda di paglia?

Dalle pagine di questo blog abbiamo notato e messo in luce molte volte come – da un lato – gli esponenti «anti-sette» di CeSAP, FAVIS, AIVS e GRIS (per non parlare della loro capofila europea FECRIS e della «polizia religiosa» di cui sono consulenti, la «Squadra Anti-Sette» del Ministero dell’Interno, meglio nota come SAS) spesso si lancino in affermazioni di nobili principi o in un’apparente difesa dei valori della convivenza civile o della legalità. Principi e valori che, però, sovente sono i primi a infrangere con le loro offese, le loro intimidazioni, le loro canzonature, le loro false accuse, le loro denigrazioni strumentali e le loro allucinatorie delazioni. È questo un fenomeno tanto ricorrente che abbiamo dedicato un’intera pagina di riepilogo (che teniamo costantemente aggiornata) ai post della categoria Contraddizioni e incoerenza.

I loro tentativi di offuscare la libertà religiosa mettendo alla gogna i piccoli gruppi spirituali e le confessioni minoritarie definendoli «sette religiose», «culti distruttivi» o «culti abusanti» per ghettizzarle e sottoporle a un vero e proprio «stigma» tramite campagne mediatiche e propaganda continua, sono ormai un fatto noto di cui sempre più gente viene a conoscenza e che costoro nemmeno tentano più di negare.

Forse per provocazione o forse nel disperato tentativo di coprire i propri reali intenti, assistiamo a post come il seguente, condiviso alcuni giorni fa da Sonia Ghinelli di FAVIS:


Il post consente di visualizzare questo video:


Ci domandiamo: non è forse questo il massimo in fatto di ipocrisia? Proprio una esponente «anti-sette», che (anche perché non impegnata in altra occupazione o professione che possa dirsi utile alla società) fa della promozione e trasmissione dell’odio online la sua attività principale, condivide un tale video? Proprio Sonia Ghinelli, che dal suo discutibile profilo anonimo Ethan Garbo Saint Germain, di giorno in giorno diffonde «notizie» o comunicati per lo più tendenziosi che mirano a generare allarmismo nella gente e a spaventare le persone?

Perché questo video non lo ha condiviso proprio con i suoi amici militanti «anti-sette» che conducono le medesime attività spesso facilmente riconoscibili come «hate speech»?

Non ci risulta infatti che Sonia Ghinelli sia mai intervenuta per ricondurre nei ranghi del senso civico i suoi colleghi di AIVS, nemmeno nei momenti di maggiore espressione online di odio nei confronti di confessioni religiose, minoranze etniche, o intere nazionalità per mezzo di false «notizie» allarmanti.

Non ci risulta nemmeno che Sonia Ghinelli sia intervenuta per fare osservazione alla sua collega e amica di sempre Lorita Tinelli in una delle innumerevoli occasioni in cui ha pronunciato uno dei suoi anatemi generalizzati contro le fantomatiche «sette».

Non è dunque giunto il momento di lavare i panni sporchi in casa propria, invece di aggiungere un po’ di lustrini all’abito e girarlo al rovescio per nasconderne le macchie?

sabato 7 luglio 2018

Preistoria «anti-sette» e inquietante attualità: la circolare fascista «Buffarini Guidi»

Durante il regime fascista la discriminazione nei confronti delle minoranze confessionali non cattoliche diede adito a fatti gravi e dolorosi, in qualche caso anche violenti ed estremi.

Lo scenario sociale di allora (di quel «ventennio» iniziato ormai quasi un secolo fa) era – è chiaro – profondamente differente dall’attuale, non solo per il quadro politico, culturale, etnico ed economico in cui si trovava il nostro paese, ma anche per il semplice ed elementare fatto che i gruppi religiosi erano di numero ben più esiguo di quanti non se ne possano contare oggigiorno.

Ciò nonostante, già a quei tempi la repressione del «diverso spirituale» (inquadrata in manovre di politica estera ben più ampie della mera ideologia intransigente, peraltro atta a mantenere il maggior ordine sociale possibile e un rigido controllo) s’imperniava su concetti fondamentali che vengono a tutt’oggi adoperati dagli «anti-sette» di cui parliamo nel nostro blog.

Fra gli esperti di libertà religiosa si è spesso menzionato il provvedimento draconiano che divenne il simbolo della persecuzione religiosa di quei tempi: la tristemente famosa circolare «Buffarini Guidi», emanata il 9 aprile del 1935 e così denominata dall’omonimo sottosegretario al Ministero dell’Interno dal 1933 al 1943, l’avvocato e deputato Guido Buffarini Guidi, membro del gran consiglio del fascismo.


Quella sciagurata direttiva (di cui dà una concisa ma dettagliata descrizione un saggio del prof. Stefano Gagliano) diede l’avvio a delle vere e proprie persecuzioni, principalmente ai danni delle comunità Pentecostali ed Evangeliche: il loro proselitismo fu impedito, i loro fedeli furono schedati e sottoposti a raccolta di informazioni riservate fra cui il controllo della loro corrispondenza; le loro adunanze vennero ostacolate, le loro congregazioni subirono irruzioni da parte delle forze dell’ordine anche a celebrazioni in corso; in qualche caso si arrivò fino alla denuncia con custodia cautelare, e addirittura al confino.

Si dovette attendere l’aprile del 1955 (ben oltre i dieci anni dalla caduta del regime fascista), perché la «Buffarini Guidi» venisse definitivamente revocata, dopo una serie di pronunce giudiziarie e iniziative parlamentari a favore della libertà di culto e in difesa dei diritti fondamentali delle minoranze Valdesi, Evangeliche e Pentecostali.

Vi sono drammatiche analogie fra quell’espressione antireligiosa della tirannide mussoliniana e le tattiche odierne degli «anti-sette», tanto quanto le iniziative legislative da costoro propiziate ai danni dei nuovi movimenti religiosi.

Primo fra tutti, l’obiettivo dichiarato di quel provvedimento.

Riferendosi al culto professato dai Pentecostali, il sottosegretario Buffarini Guidi dichiarò che esso non era «riconosciuto» a norma dell’articolo 2 della legge 24 giugno 1929, n. 1159 (quella sui «culti ammessi») e di conseguenza non poteva più essere consentito «nel regno, agli effetti dell’articolo 1 della citata legge, essendo risultato che esso estrinseca e concreta in pratiche religiose contrarie all’ordine sociale e nocive all’integrità fisica e psichica della razza».

Desideriamo sottolineare questo concetto: «pratiche religiose contrarie all’ordine sociale e nocive all’integrità fisica e psichica della razza».

In apparenza, la «Buffarini Guidi» proclamava di salvaguardare l’incolumità e la salute mentale dei cittadini. Né più né meno ciò che sostengono oggigiorno gli «anti-sette» (implicitamente o esplicitamente, a seconda dei casi), nei confronti delle diverse realtà religiose e spirituali, sfruttando la credulità popolare generatasi intorno alla controversa e screditata teoria del «lavaggio del cervello» alias «plagio» alias «manipolazione mentale».

Ricordiamo anche le affermazioni di Lorita Tinelli a proposito di quanto lei definisce «fideismo»:



Stessa linea ideologica: le credenze altrui, che alla psicologa non vanno a genio, sono non soltanto discutibili (secondo lei) ma anche «pericolose» per chi se ne interessa e comincia a professarle.

Tanto quanto accade oggigiorno con gli «anti-sette», così allora la circolare fascista si era servita del supporto di una e letteratura «scientifica» strumentalizzata per fornire conferme ufficiali a quell’ideologia antireligiosa. Ne dà conto il prof. Gagliano nel già citato saggio: «La scienza doveva provarlo. Nessuna meraviglia se la perizia medica di parte cattolica (…) parlava di “suggestione collettiva” di soggetti nevropatici e sosteneva che la pratica del culto pentecostale era dannosa per la salute psichica degli aderenti». Tali argomentazioni pseudo-scientifiche fornirono dunque la base teorica per i raid della polizia e le altre azioni di controllo nei confronti dei fedeli.

Ora come allora, a sostanziare la propaganda contro la libertà di scelta spirituale vi erano dei presunti esperti che non avevano in realtà competenze specifiche nell’ambito della sociologia della religione, della teologia, ecc.; erano invece medici o medici psichiatri. Oggi la categoria più direttamente coinvolta nella fornitura del supporto teorico per la discriminazione sono gli psicologi e solo marginalmente i medici, ma lo stratagemma e il risultato sono i medesimi. Luigi Corvaglia, Lorita Tinelli, Patrizia Santovecchi, Cristina Caparesi: questi i nomi principali.

Un altro aspetto di inquietante somiglianza è l’utilizzo che già a quel tempo si fece della parola «setta»: lo stesso scellerato metodo di stigma (come abbiamo descritto in post precedenti) che viene adoperato ai tempi nostri dalle associazioni come FAVIS, CeSAP e AIVS e dai rispettivi esponenti.

Non bastarono la fine della guerra, l’insediamento della Repubblica e l’adozione della Costituzione: l’influenza della «Buffarini Guidi» permaneva infatti ancora nel 1951, come mostra una comunicazione ufficiale del Ministero dell’Interno, nella quale si leggeva (sempre con riferimento a Evangelici e Pentecostali): «Questa setta, importata dagli Stati Uniti d’America da emigrati rimpatriati, generalmente di modeste condizioni sociali e intellettuali, pretende di metterete i propri adepti in comunicazione con lo Spirito Santo (…). In attesa che si determini questa comunicazione i fedeli (…) si abbandonano a prolungate invocazioni, lamenti, grida d’invocazione, movimenti ritmici (…) suggestionandosi a vicenda gradualmente fino ad arrivare, in molti casi, ad uno stato morboso di esaltazione psichica allucinatoria».

Ecco nuovamente l’ingerenza dello stato (tanto indebita quanto oltraggiosa) nelle faccende spirituali e segnatamente nella professione di fede e nelle credenze religiose peculiari di un movimento più giovane e meno radicato nel territorio. Ed ecco anche l’uso del vocabolo «setta» per ghettizzare intere comunità minoritarie ed esporle all’odio della maggioranza.

Inoltre, come oggidì, al fine di denigrare la religione si infamavano anche i suoi appartenenti, definiti come «umili lavoratori di scarsa levatura intellettuale e mancanti di quel senso critico che potrebbe limitare il pericolo».

Il punto di arrivo di quella linea ideologica era decretare che «manifestazioni di culto che costituiscano un concreto pregiudizio per la salute pubblica (…) escludono che il culto possa essere compreso nel novero dei culti ammessi nello Stato». In altri termini, si proibiva una religione sulla base di accuse false e infamanti, servilmente fabbricate per ammantare di scientificità un provvedimento atto ad eliminare una minoranza scomoda non solo perché in continua e rapida crescita, ma anche e soprattutto per i suoi «legami spirituali e finanziari con le chiese sorelle anglo-americane» (Gagliano, op. cit.).

Ci si dovrebbe interrogare profondamente quando si sentono certi esponenti «anti-sette» suonare la sirena per il pericolo dei «culti distruttivi» o dei «gruppi abusanti»: non si tratta solo di un fatuo allarmismo deliberato che ha già creato «mostri» inesistenti e sconvolto irrimediabilmente la vita di molte persone; si tratta senza mezzi termini di una preoccupante propaganda ideologica il cui esito ultimo è la messa al bando di comunità pacifiche e spesso impegnate in attività caritatevoli e di utilità sociale.

Conseguenze dettate dall’estremismo antireligioso che lo Stato dovrebbe prevenire prima che sia troppo tardi, come indicano esponenti Pentecostali di spicco in questo video che in chiusura riportiamo.


lunedì 2 luglio 2018

Gli «anti-sette» ostacolano e attaccano ogni forma di religiosità e spiritualità?

Esordiamo stavolta con una nota moderatamente umoristica, traendo spunto da un post pubblicato qualche tempo fa da una «anti-sette» militante contro i Testimoni di Geova, Immacolata Iannone, figura già citata in precedenza nel nostro blog, (qui e qui) che, dopo essere stata «pizzicata» a mettere qua e là qualche «Mi piace» un po’ «piccante», ha pensato bene di cambiare nome al profilo e ora si fa chiamare «Immacolata Luce»:


Quale illuminata saggezza dispensa l’amicissima di Lorita Tinelli…

Sì, proprio Lorita Tinelli, la psicologa pugliese fra i principali esponenti «anti-sette» attivi nel controverso scenario italiano della lotta senza quartiere ai nuovi movimenti religiosi .

La Iannone non sembra tenere conto delle «condivisioni» favorite dai suoi amici «anti-sette» oltre che da lei stessa: «lamentele» contro questo o quel gruppo spirituale, «problemi» attribuiti al tale o talaltro guru, «paura» dei movimenti religiosi strumentalmente apostrofati come «culti distruttivi», «giudizio» continuo e del tutto opinabile delle tendenze e delle credenze «non convenzionali» da costoro considerate «dannose».

Di quale «immondizia» stava parlando, dunque, Immacolata Iannone nel suo post del 13 aprile scorso?

Forse stava parlando degli attacchi alle congregazioni di radice cristiana da opera proprio della sua amica del CeSAP?

Come in questo articolo tratto dal sito istituzionale del «centro studi» pugliese:


O in quest’altro, di maggio 2006 ma tuttora disponibile online, nel quale vengono presi di mira nuovamente gli Avventisti, i Testimoni di Geova e i cosiddetti «culti millenaristi» (tanto per appioppare etichette prêt-à-porter che diventano un vero e proprio «stigma»):


Stessa identica linea espressa in quest’altro articolo, di due anni successivo (2008) in cui nel mirino sono, oltre agli Avventisti e ai Testimoni di Geova, anche i Battisti, i Metodisti e altre confessioni religiose; il tutto con le solite tinte torve da pericolo imminente:


Chissà che invece la Iannone non avesse in mente gli attacchi di Tinelli e amici all’Opus Dei:


Si noti come l’articolo viene indicizzato nella categoria «controllo mentale e plagio». La solita, controversa e ormai ampiamente screditata teoria del «lavaggio del cervello».

Ancora una volta, sorprendentemente, la «colpa» di questo gruppo religioso di minoranza sembra essere il suo successo e il fatto che raccoglie sempre più consensi fra la gente. Che delitto…

Stesso identico trattamento riservato a due gruppi confessionali completamente differenti fra loro sotto ogni aspetto (Scientology e Islam), ma curiosamente presi di mira assieme dai militanti «anti-sette» di AIVS con un post (datato 19 aprile scorso) dal tenore peraltro piuttosto «complottista»:


C’è spazio addirittura per i massaggi giapponesi Shiatsu, contro cui un’altra amicissima di Lorita Tinelli spara a zero, in maniera peraltro un po’ sconclusionata e senza la benché minima qualifica per poter esprimere giudizi tanto categorici:


Tornando ai Testimoni di Geova, bersaglio favorito della Iannone, non manca un attacco da parte del GRIS e della sua rappresentante piemontese Giovanna Balestrino che sconfina nell’iperbolico:


Secondo costoro, la Congregazione Cristiana dei Testimoni di Geova non sarebbe cristiana. Audace è il minimo che si possa dire; puerile sarebbe forse un vocabolo più adatto.

In definitiva, risulta lampante da questi esempi (che si sommano ai numerosi altrove riportati nel presente blog) che gli «anti-sette» infamano indiscriminatamente «movimenti religiosi alternativi» e confessioni religiose «tradizionali», gruppi meno conosciuti o meno radicati tanto quanto pratiche non convenzionali come i massaggi orientali. Di tutta l’erba un fascio, purché si possa fare sensazione e istigare avversione.

Cui prodest? Ne abbiamo parlato ampiamente: il movente è il lucro.

Sì, perché costoro da questa opera costante di delazione guadagnano. In molti casi guadagnano denaro, in altri casi hanno un ritorno di immagine o anche solo di notorietà cui non potrebbero aspirare altrimenti.

Ecco la condotta degli «anti-sette»: quanto lecita sia, lo lasciamo giudicare al lettore.

martedì 8 maggio 2018

Aggiornamento breve - Sonia Ghinelli e lo stigma «anti-sette»

Negli ultimi giorni le manifestazioni incoerenza da parte dell’asse «anti-sette» AIVS-CeSAP-FAVIS sono di un’evidenza veramente singolare.

Quest’ultima sigla, FAVIS («Familiari Vittime delle Sette»), è una chiacchierata associazione a «conduzione familiare» ormai nota più che altro per le proprie controversie e sbugiardata in primis dal figlio del principale esponente, Maurizio Alessandrini; da un po’ non ce ne stavamo occupando, ma le riflessioni degli ultimi giorni sul modo in cui gli «anti-sette» cercano di ghettizzare migliaia e migliaia di persone (facenti parte dei «movimenti religiosi alternativi») manipolando la pubblica informazione e continuando a suonare la grancassa mediatica con storie allarmistiche, ci ha fatto soffermare sul concetto di «stigma».

In conclusione di un recente post, abbiamo riportato un breve estratto di una lezione tenuta da un’esperta di religioni, sette e spiritualità, la prof.ssa Raffaella Di Marzio.

Ne riproponiamo qui un ulteriore, brevissimo stralcio:


Per «stigma» (qui una definizione completa del termine, l’accezione di nostro interesse è l’ultima, la 4-b) s’intende l’attribuzione di qualità negative a una persona o a un gruppo di persone, soprattutto rivolta alla loro condizione sociale e reputazione; per rendere l’idea, in tempi ormai lontani lo stigma era anche il marchio impresso a fuoco sul corpo di briganti o schiavi (come viene ricordato in questo lemma sempre dell’ottimo vocabolario Treccani).

Tramite il suo anonimo e discutibile profilo «Ethan Garbo Saint Germain», Sonia Ghinelli del FAVIS ha in più occasioni lamentato la discriminazione che di quando in quando viene perpetrata nei confronti di chi vive la propria sessualità in modo anticonformista, definendo appunto tali casi come «stigma»:


È molto interessante esaminare la descrizione fatta dalla Ghinelli (che peraltro sentiamo di condividere appieno) di come gli omosessuali vengono talvolta additati e quindi discriminati: «sono malati» (discriminazione), quindi «vanno emarginati» (isolamento), pertanto «necessitano di essere curati» (persecuzione).

Ci ricorda qualcosa? Certamente: sono le stesse identiche fasi che conducono la società a ostracizzare gruppi etnici, politici o religiosi che per qualche ragione risultano «scomodi» e quindi devono essere eliminati «per il bene della società». Per dirla con un classico, «Carthago delenda est».

Infatti questo commento della «fluida» Ghinelli s’inquadra nel contesto di un post con il quale ella si lamentava di alcune affermazioni secondo cui, per l’appunto gli omosessuali abbisognano di «terapie riparative»:


Ciò che lascia sbalorditi è il modo come alla Ghinelli sembri sfuggire che proprio lei, su un altro versante, si comoporta esattamente nello stesso modo!

Ci si domanda davvero come sia possibile che non se ne renda conto e se la sua non sia invece una «svista» tutt’altro che casuale. Un’ipotesi, questa, forse più realistica che maliziosa.

Il post e il commento riportati sopra erano di gennaio 2015. Ma anche più di recente (primi 2018) il tema si ripropone tale e quale, segno che la Ghinelli l’ha veramente (e comprensibilmente) a cuore; fatto che – lo ribadiamo – di per sé è tutt’altro che discutibile e anzi condivisibile:


Notare come anche questo post, correttamente, parli di «stigma sociale». Perché tale è la prassi quando è in atto il tentativo di mettere al bando o discriminare un determinato gruppo o minoranza.

Ma l’ingegno della Ghinelli non sembra riuscire ad afferrare (oppure le sue mire non sembrano poterle concedere) il fatto che un così scellerato modus operandi è riconoscibile tanto contro gli omosessuali quanto nei confronti dell’etnia Sinti e allo stesso modo ai danni dei nuovi movimenti religiosi.

Lungi dall’essere coerente con le proprie affermazioni libertarie e rispettose del diverso, la Ghinelli si lancia in una dialettica paradossale in quanto discriminatoria e anti-discriminatoria al tempo stesso:


Con la «mano destra» difende gli omosessuali, con la mano sinistra mena fendenti contro i Testimoni di Geova.

Si renderanno mai conto gli «anti-sette» di rappresentare una continua contraddizione di se stessi?

mercoledì 25 aprile 2018

Lorita Tinelli e la pseudoscienza «anti-sette»: un’esposizione sbalorditiva

Come s’era preannunciato, abbiamo seguito con grande interesse ed attenzione il webinar (seminario via Internet) organizzato dall’Ordine degli Psicologi della Lombardia e tenuto da Lorita Tinelli la scorsa settimana (18 Aprile).

Ne esamineremo gli aspetti che riteniamo più significativi in relazione alle tematiche trattate dal nostro blog.

Il titolo del webinar era «Sette: analisi psicologica dei meccanismi di affiliazione e affrancamento», ma l’obiettivo non esplicitamente dichiarato, come di consueto, erano per lo più i gruppi spirituali o religiosi minoritari ritenuti invisi dalla Tinelli e pertanto bollati come «sette» o «culti distruttivi» da lei e dai suoi compari di CeSAP, AIVS e FAVIS (questi ultimi peraltro corrispondenti della federazione euro-francese FECRIS e referenti privilegiati della polizia «anti-sette» S.A.S. assieme al prete cattolico don Aldo Buonaiuto).

Già all’inizio, dopo una breve introduzione da parte dell’addetto dell’ordine lombardo che ha curato l’evento (tale Dimitri Davide Baventore), il grado di competenza della psicologa pugliese in materia di religioni e spiritualità viene subito messo in mostra in maniera emblematica, mediante la sua «spiegazione» del termine «setta»:


Ci convinciamo che è stato solo l’esordio e quindi ci sarà stato un po’ di comprensibile imbarazzo iniziale.

Vediamo come prosegue:


Niente da fare, siamo ben lontani da ciò che ci saremmo aspettati: un’esposizione scientifica qualificata e corredata da appropriati riferimenti accademici: la Tinelli non va oltre al farfugliare un’etimologia e biascicare qualche indicazione frammentaria e raffazzonata.

Pazienza… però ci si domanda come si possa impostare un’ora e tre quarti di webinar su di un argomento alla cui definizione venga dedicato un minutino striminzito oltretutto in maniera tanto disorganica e imprecisa.

E sì che il termine «setta» viene spiegato molto bene sui vocabolari da «comuni mortali».

Per le problematiche legate ai «nuovi movimenti religiosi» vi sono invece libri di testo scritti da autorevoli studiosi ed esperti accademici. Basterebbe leggerli, al che si potrebbe citarli a riferimento.

Perché Lorita Tinelli non lo fa? Forse perché ciò la costringerebbe ad ammettere l’uso sconsiderato che fanno gli «anti-sette» di quella stessa parola «setta» a mo’ di stigma, appositamente studiato, al fine di generare allarmismo sociale? Chissà. Sorprendentemente la Tinelli accenna al fatto che questo vocabolo è adoperato per lo più nella sua valenza «mediatica», ma ben si guarda dallo specificare che sono proprio le figure come la sua a fomentarne un uso tanto improprio.

Qualunque sia la spiegazione di un così singolare fenomeno, ai fini della migliore chiarezza rimandiamo a un ottimo sommario scritto dalla prof.ssa Raffaella Di Marzio (esperta di religioni e spiritualità) e tuttora presente nel glossario del suo sito Internet. A onor del vero, vi sarebbero da correggere una banale tautologia sintattica nel testo oltre ad un’imprecisione semantica, ma in fin dei conti si tratta di minutaglie meramente linguistiche.

Tuttavia, proseguendo con il webinar si evidenziano degli aspetti addirittura più gravi.

Ad evento inoltrato (ore 21:45 circa) la Tinelli dichiara:


«Esistono gruppi militari o gruppi politici,
l’ideologia non è necessariamente religiosa.»

Somiglia un po’ a quell’inquietante «controllo del comportamento», caldeggiato dagli «anti-sette», che tanto sa di regime totalitarista (ne faremo cenno in uno dei prossimi post).

Addirittura, la Tinelli in un altro momento della conferenza coinvolge anche i «life coach» e assieme a Baventore cita niente meno che Anthony Robbins (ne avevamo parlato qui ed evidentemente non ci eravamo sbagliati).

Ecco così riaffiorare la propaganda «anti-sette» generalizzata contro tutto ciò che può risultare «scomodo», esattamente come si relazionava in un nostro post precedente: nessuno è al sicuro quando c’è in circolazione chi può permettersi di bollare un gruppo culturale, un partito politico o una compagnia di amici come «setta» e richiederne la persecuzione sul piano mediatico o legale.

Ma davvero sbalorditivo è come la Tinelli fa marcia indietro rispetto a delle sue dichiarazioni recenti proprio sull’entità del fenomeno o sulle statistiche da lei medesima tanto sbandierate fino a poche settimane prima sui canali nazionali.


Focalizziamo bene questo punto, perché è davvero fondamentale: la Tinelli parla ora di «dati orientativi», sostiene che «è molto difficile stabilire quante siano».

La ragione addotta dalla psicologa pugliese? è «difficilissimo raccogliere questo dato, perché i gruppi settari non hanno nella loro definizione o denominazione il termine ‘setta’» (sic!):


Riteniamo tale motivazione a dir poco traballante, oltre che palesemente antiscientifica.

Sarebbe come dire che è arduo censire i commercianti disonesti perché non espongono l’insegna «commerciante disonesto» o perché si danno denominazioni cangianti, fermo restando che il termine «commerciante» ha almeno un’etimologia e una definizione conosciuta e non fantasiosamente rielaborata o interpretata ad uso e consumo di associazioni «anti-commercianti».

Oppure sarebbe come dichiarare che è difficile calcolare quante siano le squadre di calcio in Italia perché alcune si configurano come associazioni sportive dilettantistiche, altre come professionistiche, certune si chiamano federazioni, certe altre si raggruppano come circoli amatoriali, poi ci sono le formazioni scolastiche, ecc.

Insomma, a noi pare una scusa alquanto banale: se si rappresenta un «centro studi» corrispondente di una federazione europea (FECRIS) che vanta un rapporto diretto con il Ministero dell’Interno (SAS) e che sovente sale in cattedra sul palcoscenico delle TV nazionali, è realistico che ci si arresti di fronte a ostacoli di tanto lieve entità?

Ma a poco a poco ecco emergere quello che potrebbe ragionevolmente essere il reale fine perseguito da Lorita Tinelli e dal CeSAP: il denaro.


La Tinelli esprime questo concetto della «necessità» di risorse (finanziamenti) dopo aver parlato del rapporto del Ministero dell’Interno del 1998 dal titolo «Sette religiose e movimenti magici in Italia», un documento controverso e da più parti screditato, criticato anche dal mondo accademico oltre che confutato in sede giudiziaria.

Un dossier ormai vetusto che fra l’altro non era nemmeno un vero «rapporto di polizia»! Era solo un memorandum ad uso interno del Ministero, commissionato alla vigilia del Giubileo del 2000. Quel dossier tanto opinabile e già superato all’atto della sua pubblicazione, fu fatto poi trapelare ad arte alla stampa tramite un paio parlamentari ben disposti verso quegli stessi «anti-sette» che avevano fornito le «informazioni» per redigerlo. Una mossa scaltra ma decisamente scorretta che per nulla ha giovato all’informazione collettiva.

Evidentemente la Tinelli e il CeSAP stanno pianificando di diventare dei referenti ufficiali dello Stato per poter così accedere a fondi pubblici e continuare a svolgere, ancor meglio remunerati, la loro opera di classificazione (stigma) delle minoranze religiose «non convenzionali».

Ma con queste «illuminanti» dichiarazioni della Tinelli l’impalcatura delle statistiche «anti-sette» traballa in maniera ancora più clamorosa che in passato: infatti, numerosi media (su tutto il territorio nazionale), sia in Internet sia in TV sia sulla carta stampata già solo nel corso dell’ultimo anno hanno strombazzato l’esistenza di «cinquecento sette» o «cinquecento psico-sette» (versioni peraltro già tristemente discordanti) basandosi sui resoconti della Tinelli.

Cifre che di fatto non hanno un fondamento concreto e sono basate su presunzioni contraddistinte da un’assoluta mancanza di trasparenza. Eppure il megafono mediatico ha reso tali congetture una «statistica acclarata»!

Nessuno ha sottoposto a verifica la versione propalata dalla Tinelli e del CeSAP nel 2018 (prima in TV e solo ultimamente in questo webinar). Se l’avessero fatto i giornalisti che l’hanno pappagallescamente ritrasmessa, si sarebbero accorti di molte incongruenze così come si sarebbero accorti (solo per fare un esempio) che gli stessi dati venivano attribuiti al GRIS (con la collaborazione del CeSAP) ancora nel 2008:


Dieci anni sono davvero un po’ troppi perché si possa credere a una stasi totale del fenomeno, specie quando sono proprio gli «anti-sette» a parlare di «movimenti in continuo mutamento», di «metamorfosi costante», di «rapida crescita dei seguaci», ecc.

Forse è per questo che la Tinelli aveva tentato di mettere le mani avanti nella presentazione stessa del suo webinar, con una discrepanza che era stata esattamente il tema del nostro precedente post: la psicologa del CeSAP sa perfettamente che quel suo asserto sulle «cinquecento sette» è a dir poco discutibile, e come minimo non è mai stato adeguatamente documentato. Ecco perché è lei stessa, adesso a metterlo in dubbio.

E pensare che nemmeno due mesi prima la TV di stato intervistava la Tinelli e ne desumeva, di nuovo, lo stesso dato delle «cinquecento sette in Italia»:


Volgendo al termine del webinar, c’è spazio anche per la controversa teoria del «lavaggio del cervello» alias «manipolazione mentale»; ce ne eravamo occupati di recente proprio per smascherare la pseudoscienza «anti-sette» a questo proposito, ed ecco la Tinelli fare una timida marcia indietro con la medesima contraddittorietà evidenziatasi prima. Forse avevamo colpito nel segno?


La psicologa dichiara che «non c’è una definizione scientifica» mentre il «lavaggio del cervello è una definizione mediatica» e «assolutamente è un termine non scientifico» ma «figurato», atto ad indicare «le tecniche con cui è possibile modificare i punti di vista di una persona o i suoi valori».


In altri termini, scientifico non è, però è «comodo» adoperarlo, come chiosa poi la Tinelli.

Come dire: non bisognerebbe chiamare gli orientali «musi gialli», però «rende l’idea». No comment.

In conclusione, riportiamo lo stralcio di un video nel quale la già citata prof.ssa Raffaella Di Marzio chiarisce bene le ragioni per cui il termine «setta» vada evitato e quali possano essere gli effetti perniciosi dello stigma praticato dagli «anti-sette».

Da notare la differenza abissale, sia nella modalità dialettica sia nella preparazione, fra la Di Marzio e la Tinelli:


(Nota: la versione integrale di questo video si può trovare seguendo questo link, ma si avvisa che l’audio è alquanto poco fruibile, infatti nello spezzone qui presentato abbiamo incrementato il volume)

Insomma: lo stigma, l’intolleranza e la discriminazione, senza alcun fondamento scientifico: questo è il risultato dell’operato degli «anti-sette».