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mercoledì 30 gennaio 2019

La propaganda «anti-sette» è stata pensata per nascondere la cattiva reputazione degli psicologi?

Secondo un sondaggio diffuso in Ottobre del 2017, il 70% degli italiani considera inutile andare dallo psicologo. Un dato, questo, alquanto sbalorditivo se si considera che la professione di psicologo è una realtà consolidata e ratificata dallo Stato italiano da trent’anni ormai, con l’istituzione dell’Ordine di riferimento grazie all’iniziativa parlamentare del senatore Adriano Ossicini, il quale seppe conseguire un ambizioso obiettivo malgrado le molte polemiche e dopo quindici anni di battaglie e di contestazioni ricevute persino dai suoi colleghi.

Nondimeno, si sa che nei confronti della categoria gli italiani sono sempre stati piuttosto diffidenti o, comunque, poco orientati a ricorrere alle loro proposte. Le ragioni di tale forma mentis non sono state ancora spiegate esaurientemente, ma si potrebbe ipotizzare che la popolazione dello Stivale ha ancora una prevalenza di cultura popolare che conferisce una generale tendenza verso soluzioni di senso comune o verso prassi etnicamente consolidate ritenute prevalentemente valide e pertanto difficilmente messe in discussione.

In quest’ottica, si potrebbe comprendere come mai la legge Ossicini promulgata nel febbraio del 1989 sia stata vista dagli italiani come una sorta di imposizione di un’istituzione non particolarmente richiesta né desiderabile. Di certo, se a tutt’oggi oltre tre quinti della popolazione non desiderano o non ritengono di alcuna utilità farsi visitare da uno psicologo, a quel tempo forse nemmeno conoscevano l’esistenza della figura dello «strizzacervelli» o potevano averne sentito parlare a mo’ di «americanata» (come usava dire a quel tempo).

Non a caso riscosse enorme popolarità un film di Hollywood proprio con quel titolo, «Lo strizzacervelli» (1988) con Dan Aykroyd e Walter Matthau, per non parlare degli innumerevoli tentativi fallimentari di curare il commissario Dreyfus nell’esilarante serie dell’ispettore Clouseau («La Pantera Rosa»), acclamatissima in Italia per tutti gli anni ’70 e ’80 ed oltre.


Nei sei lustri che ci separano da allora, malgrado qua e si notino ancora un po’ di sfiducia e di cautela, non si può certo dire che lo scenario non sia mutato per il meglio.

Stando alle statistiche dell’Ente Nazionale di Previdenza ed Assistenza della categoria (ENPAP), al 31 dicembre 2016 vi erano in Italia fra i cinquanta e i sessantamila psicologi. In questo articolo si legge che nel nostro paese sono attivi 156 (centocinquantasei) psicologi ogni centomila abitanti, solo ottanta dei quali però ritenuti effettivamente praticanti perché iscritti al sindacato. Comunque, anche escludendo i non tesserati, la cifra rimane elevata se paragonata alla Francia in cui i praticanti sarebbero ottantaquattro ogni centomila abitanti oppure alla Germania in cui se ne conterebbero centonove.

Sempre secondo l’ENPAP, soltanto un terzo degli psicologi attivi raggiungerebbe i ventimila Euro annui o poco meno, mentre più di quindicimila psicologi non raggiungono i cinquemila Euro annui. Cifre, queste, che sembrerebbero collimare con il dato della domanda «di mercato» carente. Tant’è che, malgrado l’abbondanza numerica, il totale delle prestazioni erogate sarebbe molto inferiore rispetto (ad esempio) alla Francia, dove ben il 33% della popolazione si è rivolto almeno una volta ad uno psicologo per ricevere assistenza.

Infatti, secondo Avvenire sui cinquantacinquemila psicologi attivi, migliaia sono gli immatricolati ai corsi di laurea, ma solo uno su quattro
eserciterà realmente la professione; eppure: «i corsi di laurea in Psicologia negli ultimi 20 anni si sono moltiplicati, resta un'aspettativa molto elevata di laurearsi e poi esercitare la professione di psicologo, ma in realtà, i dati statistici in nostro possesso ci dicono che solo un laureato ogni 4 si avvierà alla professione di psicologo».

Il problema della reputazione, però resta sempre attuale. Infatti, benché (sempre stando al succitato articolo di Avvenire, e quindi alle dichiarazioni del vicepresidente ENPAP), il fatturato annuo della categoria sia in crescita, ciò nonostante persino i loro portavoce sentono ancora la necessità di intervenire sulla percezione della figura professionale dello psicologo da parte della popolazione generale: «Abbiamo svolto una ricerca di mercato nel 2015 rilevando con diverse metodologie il sentiment di circa 1000 fra cittadini e opinion leader, ne emerge un orientamento positivo». Sfortunatamente, l’indagine che ha decretato il dato (riferito all’inizio di questo post) del 70% degli italiani poco inclini a rivolgersi a uno psicologo è successivo a queste dichiarazioni, che i più puntigliosi detrattori non mancherebbero di definire generiche o scarsamente dettagliate.

Ma veniamo ora alla relazione perlomeno concettuale fra la becera propaganda «anti-sette» e la cattiva reputazione di cui risente la categoria degli psicologi.

Nel già citato articolo di «thevision.com» (curiosamente condiviso, qualche settimana fa, proprio dalla psicologa Lorita Tinelli), si legge: «Se in Italia una percentuale così estesa di persone considera lo psicologo alla stregua di un ciarlatano che intende soltanto rubare i soldi ad alcuni disperati creduloni in difficoltà, è perché domina un’ignoranza diffusa sul mondo della psicologia e della psicanalisi che nutre una forte presunzione di base, figlia di tutti i pregiudizi».

È quasi sorprendente rilevare come questi concetti sfavoreli, facenti parte della comune considerazione della gente rispetto agli psicologi, siano quasi sovrapponibili alle accuse rivolte proprio dagli esponenti «anti-sette» nei confronti dei nuovi movimenti religiosi!

In particolar modo – fatto che, di per sé, ha davvero dello sbalorditivo – sono proprio certi psicologi facenti parte del fronte militante contro i presunti «culti distruttivi» o «abusanti» a formulare direttamente o anche a sostenere indirettamente gli attacchi nei confronti di gruppi religiosi o para-religiosi «alternativi» (il nostro blog gronda delle dimostrazioni di astio e di ostilità da parte di costoro ai danni di congregazioni tutto sommato pacifiche e il più delle volte impegnate in attività benefiche).

Ci si domanda se questo manipolo di psicologi estremisti come Lorita Tinelli (referente della SAS o «Squadra Anti-Sette» del Ministero dell’Interno) e Luigi Corvaglia (membro del direttivo della controversa organizzazione europea FECRIS), Anna Maria Giannini (amicissima di don Aldo Buonaiuto e con lui fra i relatori dell’inquietante convegno di Roma del 9 novembre scorso), Elena Melis del GRIS di Rimini, Davide Baventore in Lombardia, Martina Poggioni (in quota AIVS) in Toscana e qualche altro sparso qua e là sul territorio, non finiscano per contribuire inavvertitamente a gettare discredito sulla categoria.

Soffrendo un cospicuo affollamento di colleghi (e quindi un’inevitabile concorrenza) e dovendo pure loro sbarcare il lunario, in un mercato difficilissimo (come è quello del benessere e della salute) anche perché subissato da una miriade di proposte (si pensi solo alla feroce polemica, tuttora rovente, contro i «counselor»), nella costante necessità di procurarsi del lavoro che a volte stenta ad arrivare, sembra che certi «strizzacervelli» preferiscano accanirsi non solo contro «life coach» e simili, ma anche contro leader religiosi, guru e figure di tutt’altro genere (e che in qualche caso non hanno proprio nulla a che vedere con loro: eclatante l’esempio di «Un Punto Macrobiotico») e mettere in moto una vera e propria macchina del fango ai danni di figure rappresentative o di interi movimenti.

Una tattica atavica, descritta già fra il I e il II secolo d.C. allorché Plutarco raccontava di come un adulatore di Alessandro Magno di nome Medio «raccomandava di attaccare e mordere senza paura con calunnie sostenendo che, se anche la vittima fosse riuscita a sanare la ferita, sarebbe comunque rimasta la cicatrice».

Insomma, certi intransigenti ed intolleranti critici di presunte «sette religiose» (le quali, il più delle volte, si rivelano aggregati di persone normalissime che cercano faticosamente di professare un proprio credo o di seguire una filosofia comune) cercano di spostare la diffidenza incrostatasi nei confronti della loro categoria appioppandola ad altri.

Un discorso simile si potrebbe senz’altro fare per una figura come il già citato don Aldo Buonaiuto, prete cattolico dall’operato palesemente inquisitorio le cui vicende giudiziarie del passato sono scomparse da Internet. Ma di questo abbiamo già parlato e ci si potrà nuovamente occupare in altro post.

Tornando invece agli psicologi ed alla mordace, roboante campagna mediatica di un’infinitesima percentuale di loro contro la spiritualità alternativa, il vero quesito che rimane ad ora irrisolto è: giova davvero tutto questo odio?

mercoledì 23 gennaio 2019

Gli «anti-sette»: un italiano su quattro crede ai ciarlatani. Che sia vero?

di Mario Casini


Gli esponenti «anti-sette» e i loro megafoni mediatici sostengono dapprima che in Italia vi siano «cinquecento sette» (cifra traballante, conflittuale rispetto alle precedenti e comunque tutta da documentare), poi che il sei per cento della popolazione nazionale («quattro milioni» di italiani) siano «vittime di una setta», ma dalla fine dell’anno scorso questa cifra ha addirittura visto un’iperbolica impennata:


Quindi si parla di 17 (diciassette) milioni di persone, oltre un italiano su quattro!

L’inconsistenza di tali cifre affastellate per fare numero è tale che la pubblicista Daniela Giammusso (forse un’amica di Carmine Gazzanni e Flavia Piccinni?), autrice del succitato pezzo ANSA promozionale del libro, è dovuta ricorrere a un’inchiesta «eclatante» sì, ma anche vecchia di oltre dieci anni e più che debitamente coronata da una vicenda processuale che ha fatto giustizia sanzionando i reati che si erano consumati.

Ma secondo costoro, un italiano su quattro è un imbecille o un credulone che si fa infinocchiare dai ciarlatani.

Che sia vero?

Ho provato a esaminare accuratamente tale asserto anche al di là della propaganda ideologica.

Forse un fondo di verità c’è.

Infatti: quanti sono gli italiani disposti a credere alle fesserie di questi produttori di fake news confezionate per istigare all’odio?

Quanti concittadini ritengono attendibili personaggi controversi che nascondono il proprio operato dietro profili Facebook anonimi come Sonia Ghinelli, la vicepresidente di FAVIS? Quanti si fanno ingannare dall’apparenza serafica di un estremista pseudo-cattolico come il prete inquisitore don Aldo Buonaiuto e bevono senza troppo senso critico le sue cifre contraddittorie infarcite di inquietanti anatemi? Quanti si illudono che un curriculum ampolloso come quello della psicologa Lorita Tinelli debba equivalere a un’effettiva competenza nell’ambito dei nuovi movimenti religiosi (assunto che, come s’è visto, è lontanissimo dalla verità)?

Certo, sono molti: dunque hanno ragione gli «anti-sette» a sostenere che un’ampia percentuale della popolazione italiana abbocca alle scemenze di impostori e ciarlatani.

Tuttavia, sono ancora convinto che la stragrande maggioranza della gente non si lascia incantare dall’allarmismo di questi disinformatori prezzolati, e lo dico perché l’avanzata dei nuovi movimenti religiosi, che lo si voglia o no, è inarrestabile. Ieri Hare Krishna, Testimoni di Geova e Scientology, nell’oggi Damanhur, i Mormoni e i buddisti Soka Gakkai, nel domani i gruppi pentecostali di avanguardia come Parola della Grazia: il seguito è sempre più consistente, le adunanze e le messe sempre più frequentate, i nuovi templi sempre più imponenti.

Sono anche convinto (e come me, per fortuna, molta gente che lavora e ha famiglia) che le persone dovrebbero essere lasciate semplicemente libere di credere a ciò che più garba loro, foss’anche all’oroscopo e ai tarocchi (invero così lontani dalle mie vedute!). D’altronde, dal cartomante o dall’assicuratore, dal pranoterapeuta o dal commerciante, dal prete carismatico o dal promotore finanziario, se vengo raggirato o truffato, se subisco violenza o estorsione o abusi di qualunque genere, fortunatamente vivo in uno stato di diritto in cui posso godere della protezione delle forze dell’ordine. E come mostra la giurisprudenza, la legge esiste eccome, e i delinquenti possono essere sanzionati. Certo, qualcuno (purtroppo) la fa franca, ma non occorre inventare la categoria di ipotetiche «sette» per giustificare le eventuali negligenze della giustizia penale e civile.

E poi, vista e considerata l’ormai conclamato clima di assoluta incertezza sull’affidabilità dei media e la disarmante pseudoscienza degli «anti-sette», chi mi dice che sia peggio credere ad un presunto mago piuttosto che ad un giornalista o ad un militante contro le «sette»?

Per una volta voglio improvvisarmi ateo (chissà che lo psicologo Luigi Corvaglia non abbia di che correggermi) e provare ad usare una chiave di lettura differente da quella cui sono abituato (e nella quale, beninteso, credo fermamente).

A sentire gli «anti-sette» come Lorita Tinelli, «l’atteggiamento fideistico» (da lei deriso e schernito) è una caratteristica dei «culti distruttivi» perché porta le persone ad una «adesione totale» alle credenze di «gruppi che non hanno una base teorica e ideologica sostenibile» (parole sue!). Retorica conclusione del suo (s)ragionamento: «come si fa a credere a cose di questo genere?».


Ma ecco cosa direi da ateo, quasi facendo il verso alla psicologa pugliese e al suo conterraneo collega ed amico Luigi Corvaglia: il cattolicesimo è un culto distruttivo perché promuove delinquenziali ed empi concetti di cannibalismo e teofagia, celebra come santo un folle che credeva di parlare con gli animali e – figlio degenerato – ripudiava il padre fuggendo nudo dalla propria casa, traeva origine dalle profezie di un leader che sosteneva di sentire una voce (quella di Dio) in virtù della quale era in dovere di ammazzare il proprio figlio, mandava i propri adepti a morire sbranati dalle belve e immolati sul fuoco inneggiando sprezzanti della propria vita al loro guru… e via discorrendo.

Sostanzialmente la stessa linea di pensiero con cui si dileggiano i culti numericamente più esigui: «hanno credenze assurde» e «fanno cose incomprensibili».

Addirittura, secondo Flavia Piccinni «ripetere un mantra dalla mattina alla sera» è sintomo che si è stati irretiti e si è diventati «vittima» di una «setta». Bontà sua: ammesso e non concesso che la scrittrice e pubblicista sappia cosa sia un mantra, spero vivamente che non le capiti mai di passeggiare accanto a un gruppo di apostolato della preghiera intento a recitare un rosario nel periodo primaverile. I poveri malcapitati rischierebbero di ritrovarsi la Squadra Anti-Sette (SAS) nel giro di qualche minuto in assetto antisommossa per «sgominare il maligno», magari capeggiati da don Aldo Buonaiuto pronto a somministrare un esorcismo collettivo.


Guai a stare vicino a chi è in difficoltà o a chi attraversa periodi difficili della propria vita: sacerdoti, familiari e conoscenti, guru (nel senso vero del termine, non nell’accezione fuorviante smerciata dai media), compagni di scuola, soci e colleghi di lavoro, attenzione! Mai esagerare nell’amicizia. Mai far sentire importanti chi ci sta accanto. Potreste venire condotti in carcere (quale misura cautelare) perché tacciati di «love bombing»!

Mi si passi l’ironia, per lo meno cerco con questa di bilanciare la superficialità becera e la subdola malizia di chi vede il male dappertutto, persino nelle manifestazioni di affetto.

E se invece cercassimo di imparare un po’ dalla cultura (quella vera, ben altra cosa rispetto alla «TV spazzatura»)?

Una frase per riassumere l’intero discorso: «Omnia munda mundis» come disse padre Cristoforo soccorrendo le manzoniane Agnese e Lucia nel convento di Pescarenico. Se fosse vissuta al tempo, Flavia Piccinni avrebbe senz’ombra di dubbio accusato il sacerdote di voler approfittare sessualmente della promessa sposa, anzi di trasformare l’intera struttura ecclesiale in luogo privilegiato di orge dissacranti. Sataniche, come avrebbe poi chiosato don Aldo Buonaiuto.

Amen.

giovedì 27 dicembre 2018

Pseudoscienza «anti-sette»: propaganda sul «reato di plagio» e cifre contraddittorie

Da alcuni mesi, con un’intensità asfissiante, ha ripreso la roboante propaganda mediatica contro la spiritualità «alternativa», astutamente e subdolamente ridefinita con la solita terminologia allarmistica («sette», «culti distruttivi», «gruppi abusanti»). Tale campagna sta proseguendo dall’inizio di novembre con la pubblicità martellante di «Nella Setta», il libro dei due giornalisti «anti-sette» Flavia Piccinni e Carmine Gazzanni sostenuto a spada tratta dalle (solite) CeSAP, FAVIS, AIVS, le controverse associazioni impegnate nella loro guerra personale ai nuovi movimenti religiosi e consulenti (assieme a don Aldo Buonaiuto) della «polizia religiosa» SAS (la «Squadra Anti-Sette» del Ministero dell’Interno) oltre che referenti italiane della discussa organizzazione europea FECRIS.

Lo scopo di costoro, a parte l’ovvio ritorno economico dalle vendite del libro, è far ripristinare l’incostituzionale «reato di plagio» (di epoca fascista) alias «manipolazione mentale», con l’evidente obiettivo di attirare business alle attività private degli psicologi coinvolti plasmando a proprio uso e consumo la categoria della «vittima di plagio mentale» così da poter poi essere «titolati» a somministrare trattamenti e terapie, a fornire consulenze, a gestire centri di ascolto, ecc., il tutto possibilmente finanziato dallo Stato. Un giro d’affari che è già consistente oggigiorno e potrebbe diventare alquanto considerevole in futuro a patto che, data la lampante pochezza delle basi su cui si fonda, venga reso «credibile» agli occhi di politici e amministratori della cosa pubblica.

In due paragrafi abbiamo così condensato una spiegazione chiara e difficilmente confutabile della vera ragione alla base della propaganda mediatica contro la spiritualità «alternativa». Forse qualcuno la criticherà quale sintesi un po’ troppo semplicistica, date la quantità e la qualità dei fattori in gioco nell’equazione. Eppure, vi è una marea di elementi a supporto di tale ragionamento (la gran parte dei quali abbiamo sottolineato e raccontato nel nostro blog a mano a mano che li raccoglievamo); tant’è che più si osserva tale scenario, più se ne colgono conferme.

Insomma, la nostra più che un’ipotesi è una semplice rilevazione e lettura dei fatti; prova ne è che gli «anti-sette», quando vengono sollecitati a fornire delle spiegazioni o a rispondere a chi li critica, raramente entrano nel merito e (se mai lo fanno) non portano argomentazioni concrete preferendo spostare altrove la discussione; ben più frequentemente si lanciano in invettive, attacchi ad hominem ed intimidazioni, comportandosi esattamente secondo le modalità di un «settarismo» che essi attribuiscono proprio ai movimenti di cui sostengono di «denunciare gli abusi».

La tanto strombazzata «emergenza sette» altro non è se non un allarmismo voluto e organizzato (di fatto al limite del «procurato allarme»), condotto sempre dallo stesso gruppo di individui, che sta fuorviando un’istituzione della Repubblica (la «Squadra Anti-Sette») ponendola ai margini della Costituzione. Ciò produce profitto per gli esponenti «anti-sette» in termini di clienti per le loro attività professionali, di visibilità mediatica e reputazione, di compensi per partecipare a trasmissioni in qualità di presunti «esperti», di conoscenze altolocate, ecc.

Vantaggi e guadagni che vengono realizzati grazie a mistificazioni e menzogne, oltre che su veri e propri abusi perpetrati ai danni di individui e movimenti.

Osservando con attenzione le ultime uscite degli «anti-sette» sui media, in particolare per la réclame di «Nella Setta», si osservano le clamorose incongruenze delle grottesche teorie sulla base delle quali costoro dovrebbero ricevere finanziamenti pubblici e credito da parte dello Stato.

Come abbiamo detto poc’anzi e come abbiamo relazionato in diversi post precedenti, l’operato degli «anti-sette» non ha solo condotto in errore più di un magistrato finendo per mettere ingiustamente alla gogna un gran numero di cittadini con processi farsa e assoluzioni giunte troppo tardi (quando ormai i malcapitati erano stati massacrati dalla macchina del fango); le loro campagne mediatiche sono state e sono tutt’oggi fuorvianti per la Polizia di Stato.

Sentiamo ad esempio cosa si lascia sfuggire Alfredo Fabbrocini, un agente della «Squadra Anti-Sette» che ultimamente è apparso più volte in TV al fianco di Flavia Piccinni e di don Aldo Buonaiuto, qui a «Sky TG 24» il 13 dicembre scorso:


In un passaggio al minuto 10’26”, il poliziotto Fabbrocini afferma chiaramente che «le attività investigative non sono tantissime sull’argomento»! Questo è già un indizio quanto mai evidente che non esiste alcun «allarme sette» e che è necessario un continuo battere di grancassa sull’argomento perché qualcuno possa cominciare a crederci.

Ci si aspetterebbero delle statistiche precise, comprovate e documentate, visto che si sta cercando di influenzare l'esistenza di movimenti religiosi e di leader spirituali che raccolgono centinaia di migliaia di fedeli in tutto il paese. Al contrario, senza alcun rispetto per le credenze di quei cittadini, gli «anti-sette» e giornalisti compiacenti sparano cifre a mo’ di «Lascia o raddoppia?», come in questo spezzone della trasmissione «Siamo Noi» andata in onda su TV2000 il 9 novembre scorso proprio per favorire il lancio sul mercato del libro «Nella Setta»:


Restiamo allibiti di fronte a quel «(…) quindi facciamo almeno per due, diciamo… a occhio» di Massimiliano Niccoli: ma sì, che importa se queste cifre poi vengono adoperate per mandare al rogo qualche nostro concittadino? Raddoppiamo, e «allegria, amici ascoltatori»!

Stendiamo un pietoso velo sul pressappochismo e la becera superficialità di certi fanfaroni, e cogliamo il fatto ovvio e inconfutabile dietro alla cortina fumogena: il (presunto) dato statistico è ancora quello delle «cinquecento sette», una cifra completamente autoreferenziale messa in dubbio persino da chi l’ha propinata ripetutamente sui media nazionali di mezza Italia fino a quando non è diventata il dato «di riferimento».


Di questa clamorosa ammissione di incompetenza abbiamo parlato in uno dei post dedicati allo strabiliante webinar tenuto dalla psicologa «anti-sette» Lorita Tinelli, sottolineandone il paradosso.

In quello stralcio, la Tinelli dice chiaramente che le statistiche accampate dal suo «centro studi» sono basate sulle «richieste di aiuto» che essi asseriscono di ricevere (di nuovo, totale autoreferenzialità).

Teniamo conto che don Aldo Buonaiuto, in ottobre 2016, aveva affermato di non essere in grado di quantificare il fenomeno:


Eppure lo stesso don Buonaiuto, nell’inquietante convegno tenutosi a Roma il 9 novembre scorso (preludio alla campagna pubblicitaria di «Nella Setta») ha fornito dei numeri completamente discrepanti: (testuali parole, dal minuto 1h50m55s della registrazione) ha detto  di aver «incontrato e parlato con oltre quattordicimila persone dal 2002 a oggi» tramite il suo «numero verde anti sette» e di averne «incontrate solo quest’anno 1.403»(millequattrocentotré). Cifre, queste, confermate più di recente nella succitata trasmissione di TV2000 al fianco di Flavia Piccinni. Naturalmente, Buonaiuto non fornisce alcun dettaglio per chiarire di che genere di «incontri» si tratti e di cosa abbia «sentito» nelle telefonate che li avevano preceduti. Quando lo aveva fatto (undici anni or sono), era risultato completamente inattendibile.

Ma restiamo ancora più sbalorditi di fronte alla cifra dichiarata dal prete inquisitore, che in quel convegno sostiene addirittura di essere «arrivato ad individuare circa 8 mila gruppi in Italia, più o meno organizzati».

E di che gruppi stiamo parlando? Quale genere di associazionismo (diritto costituzionalmente garantito) gli «anti-sette» stanno chiedendo alla Polizia di Stato di prendere di mira con tale «stigma»? Sentiamolo direttamente dalle parole del vicequestore aggiunto Alfredo Fabbrocini:


Dunque, stando alla definizione di questo rappresentante della «Squadra Anti-Sette», si deve considerare «setta» una «organizzazione che si [ri]unisce per motivi che possono essere religiosi filosofici». Il che, probabilmente, congloba diversi milioni di cittadini devoti di questa o quella religione o corrente spirituale.

Siamo così di fronte a una drammatica, inquietante deriva liberticida della Repubblica, propiziata da qualche piccolo gruppo di militanti e fomentata dai racconti sensazionalistici di alcuni apostati «ben» selezionati: gli stessi che qua e là hanno espressamente parlato di «guerra alle sette» e comunque la conducono di fatto, gli stessi che fanno l’occhiolino alle politiche repressive violente attualmente in atto in Cina, gli stessi che diffondono intolleranza e «fake news» dai loro profili Facebook e dai loro siti Internet.

Cui prodest?

La risposta la forniscono loro stessi, gli «anti-sette»: i giornalisti Flavia Piccinni e Carmine Gazzanni (suo stretto collaboratore nonché fidanzato, sebbene essi curiosamente non rivelino mai tale «segreto di Pulcinella») cavalcano il fenomeno commerciale del loro libro così come aveva fatto esattamente un anno prima la soubrette Michelle Hunziker, dei profittatori come Mauro Garbuglia si fanno réclame e aprono nuove attività, mentre uno psicologo quale Luigi Corvaglia porta acqua al proprio mulino e si promuove come consulente o analista per le presunte «vittime»:



Pertanto, quando sosteniamo che si tratta di un business artefatto e costruito alle spalle di persone innocenti sfruttando la credulità popolare tendenzialmente sospettosa nei confronti del «diverso», lo facciamo perché sono gli stessi «anti-sette» a fornirci elementi e prove cogenti di ciò.

A tal punto si spinge la sete di denaro o di potere di costoro?

domenica 28 ottobre 2018

Propaganda «anti-sette»: ecco come funziona; il caso di Mario Pianesi

Dopo aver pubblicato l’ultimo post a proposito della vicenda giudiziaria (rapidamente e chiassosamente trasformata in «caso» mediatico) di Mario Pianesi, noto esperto marchigiano di alimentazione macrobiotica, un contatto ci ha informati della trasmissione «Quarto Grado» andata in onda il 5 ottobre scorso, una parte della quale (da 1h21m50s a 1h48m15s) è stata nuovamente dedicata a questo tema. Infatti è la seconda volta che Gianluigi Nuzzi (segue foto) a Rete 4 sfrutta quest’indagine della magistratura (e le vite private delle persone coinvolte) come materiale per il suo show televisivo.


Tuttavia, dobbiamo rilevare che è avvenuto un cambiamento. Sarà perché sempre più gente è colta da un certo rigetto nei confronti di queste trasmissioni di tipo scandalistico e propagandistico che cercano di colpire la «pancia» dei telespettatori, sarà che i legali di Mario Pianesi si sono fatti sentire per cercare di porre un freno al feroce linciaggio mediatico messo in atto dai mass media di tutto lo Stivale, sarà che qualcuno nella dirigenza Mediaset s’è messo di buzzo buono a lavorare sulla qualità dei contenuti per distaccarsi almeno un po’ dalla categoria di «TV spazzatura»… chi lo sa?

Di fatto, è lampante che in questa seconda puntata di «Quarto Grado» su Mario Pianesi la cattiveria a cui si era assistito in precedenza appare lievemente più moderata e il «tribunale» mediatico (del tutto improprio) allestito nello studio televisivo di Cologno Monzese pare quanto meno voler lasciare un po’ di spazio anche agli accusati.

Tanto è vero che persino Carmelo Abbate, giornalista amico degli «anti-sette», non può che rassegnarsi di fronte ai fatti e sottolineare l’apparente inconsistenza degli elementi addotti dall’accusa per dipingere Mario Pianesi come un «mostro». Si consideri che Abbate è fra i principali responsabili della becera gogna mediatica messo in atto a suo tempo ai danni della presunta «santona di Prevalle» (in realtà l’imprenditrice bresciana Fiorella Tersilla Tanghetti).


Addirittura (ma da che pulpito?), Abbate arriva a parlare di un «massacro di fronte all’opinione pubblica».


Più o meno quello che noi abbiamo definito (e ribadiamo essere) un feroce linciaggio mediatico: forse qualcosa di simile a quello che proprio Abbate aveva messo con quel folle servizio «giornalistico» su Panorama ai danni di una industriosa benefattrice? Per la cronaca, quegli articoli ora non si trovano più nemmeno in rete sui siti ufficiali:



Ci si perdoni la divagazione, ma rende bene l’idea di quanto dettaglieremo qui di seguito.

Torniamo infatti alla trasmissione «Quarto Grado» per osservare, anzitutto, come la redazione adopera strumentalmente certa terminologia sensazionalistica se non allarmistica in maniera del tutto indebita. Scorretta, impropria ed indebita: ad esempio, a più riprese gli associati de «Un Punto Macrobiotico» (l’organizzazione di Mario Pianesi) vengono definiti «adepti» o «seguaci», invece che «soci» o «associati» piuttosto che «collaboratori» o «affiliati». Perché? L’intento è evidente e travalica di netto le sottigliezze semantiche: dipingere queste persone, in maniera del tutto generalizzata e nebulosa, come gente pericolosa o sospetta.

Vengono anche mosse delle accuse gravi e non circostanziate, come questa:


Perché in oltre venticinque minuti di trasmissione Gianluigi Nuzzi non è stato in grado di produrre nemmeno uno straccio di prova di quest’affermazione tanto seria, riferita nel video addirittura quasi come se fosse ovvia e scontata?

Forse perché la fonte di tale accusa è Mauro Garbuglia, un ex collaboratore di Pianesi le cui mire e la cui attendibilità sono fortemente in discussione?


È talmente ovvio che Mauro Garbuglia ha delle motivazioni strettamente personali per parlar male di chi gli è stato amico e mentore e gli ha fornito le basi per l'attività lavorativa con cui ha sbarcato il lunario per molti anni, che non stupisce sentirlo esprimere meri pettegolezzi come questo:


E quando non sono pettegolezzi, sono congetture del tutto opinabili:


Il problema è che dicerie maliziose come queste, grazie a giornalisti come Nuzzi e a tramissioni come «Quarto Grado», prendono un certo risalto e acquisiscono una sorta di ufficialità data dal mezzo d’informazione su cui s’innestano.

Eppure coloro che sono sempre stato vicino a Mario Pianesi e alla sua prima moglie (Gabriella Monti, sulla cui morte speculano e lucrano i media), i giovani figli di Pianesi, con il cuore in mano affermano:


E non solo: smontano in maniera estremamente semplice anche il castello di carte di «Quarto Grado», per esempio sull’accusa di rifiutare aprioristicamente la medicina:


I seminatori di odio prezzolati non esitano a profanare nemmeno la sacralità del ricordo del funerale di Gabriella Monti, né l’intimità dell’agonia degli ultimi anni della sua breve vita, lanciandosi in oltraggiose illazioni sul motivo per cui Mario Pianesi l’avrebbe «segregata» in casa. Verrebbe voglia di domandare a costoro quanta voglia (e possibilità!) avrebbero di andarsene in giro per la città a sfoggiare l’ultimo vestito, qualora fossero malati e gravemente debilitati.

Di nuovo, Marco e Matteo Pianesi chiariscono in maniera estremamente lineare quale fosse la situazione:


D’altronde anche riguardo al gossip sul «corpo improvvisamente riesumato e fatto cremare», i giovani Pianesi erano stati alquanto espliciti e avevano spiegato (documentazione alla mano) che la decisione era stata presa di comune accordo con il padre, in quanto «la legge imponeva il trasferimento della salma interrata», così i tre scelsero «di cremarla per conservarne le ceneri in casa», non volendo lasciarla «finire in un loculo».

Non si è più liberi di mantenere discrezione e riservatezza intorno a una donna che sta attraversando un momento tanto tragico come quello del decorso di un ictus cerebrale che ne ha irrimediabilmente compromesso l’esistenza?

Si deve forse imputare al marito la «colpa» di non averla «miracolata» o di non essere riuscito magicamente a «guarirla»?

Pare che solo gli «anti-sette» non riescano ad accorgersi della «pazzia» (come perfettamente l’ha definita il figlio Matteo Pianesi) di tutto ciò.

Ma tanta follia non si manifesta per caso.

Non si dimentichi che difficilmente una campagna propagandistica è fine a se stessa; al contrario, ha sempre un obiettivo ben preciso.

Ne parlavamo in un precedente post in cui abbiamo anche incorporato un estratto da un video nel quale Marcello Foa, noto giornalista che di lì a poco sarebbe assurto alla sua attuale carica di Presidente RAI, delineava gli attributi della propaganda strumentale condotta attraverso i mass media.

Anche in questo caso, oltre a un selvaggio massacro della reputazione di un gruppo che fino a qualche tempo fa contava ben novantamila associati in tutta Italia, come sempre la veemente propaganda «anti-sette» ha lo scopo di battere la grancassa, in modo peraltro abbastanza subdolo, per ripristinare il reato fascista di «plagio» (giudicato incostituzionale nel 1981).

Ecco la collega di Nuzzi, Sabrina Scampini, che furbescamente cava il coniglio dal cappello:


La matrice dunque è sempre la medesima, tanto quanto le finalità.

La propaganda «anti-sette» mira ad eliminare da un presunto «mercato» (che esiste solo nelle menti contorte di pochi) tutti i possibili «rivali» o «concorrenti».

domenica 14 ottobre 2018

«Sbatti il mostro in prima pagina»: la propaganda «anti-sette», il caso di Mario Pianesi e l’occultamento di testimoni «scomodi»


Torniamo a parlare del caso di Mario Pianesi (nella foto) e dell’associazione «UPM» (Un Punto Macrobiotico), del quale ci siamo occupati in precedenza (qui, qui, qui e qui) sin dall’esplodere, lo scorso marzo, del linciaggio mediatico nei loro confronti in pieno stile da propaganda «anti-sette» appositamente strutturata per sottoporre i malcapitati a una sorta di giudizio sommario senza contraddittorio né appello e già destinato a concludersi con un’impietosa condanna.

Appena due settimane fa (l’ultima di settembre scorso), i media di mezza Italia hanno diramato la conturbante notizia che Pianesi è sotto indagine non più soltanto per le vicende legate alle diete e all’alimentazione macrobiotica della sua corrente nutrizionale, ma addirittura per la morte della ex moglie deceduta niente meno che diciassette anni fa (settembre 2001).

Riesumare un evento tanto tragico per incolpare proprio chi più ne era stato colpito (perché maggiormente vicino alla defunta) ha tutto l’aspetto di un accanimento, non solo giudiziario ma anche (e soprattutto) mediatico. Sembra quasi parte di un progetto, di una macchinazione.

Somiglia tanto alla storia mirabilmente raccontata nel lontano 1972 da Marco Bellocchio nel suo film capolavoro, interpretato da un formidabile Gian Maria Volontè, di cui nel nostro blog di quando in quando prendiamo a prestito il titolo, «Sbatti il mostro in prima pagina» (qui una recensione):


Senza alcuna velleità complottista e attenendoci alle sole prove a disposizione, l’unico dato di fatto sinora sono le indagini in corso e i capi d’accusa. Per il momento, non vi è nessun colpevole e nessun condannato, a prescindere dalla quantità di conclusioni affrettate, insulti da stadio e giudizi offensivi che si sono letti qua e là in Internet e nei commenti agli articoli diffusi dai mass media.

Sembra tutto? Non lo è.

Vi è infatti un’altra porzione dello scenario che rimane occultata alla vista, a nostro avviso del tutto volutamente.

Ci riferiamo a interviste, testimonianze, proteste e repliche del tutto ignorate da quella stessa stampa che ha pubblicato titoloni spaventevoli e pruriginosi: voci che si sono levate in difesa non tanto di Mario Pianesi, quanto piuttosto della verità dei fatti e della cronologia degli eventi, persone indubbiamente ben informate che hanno tentato di raccontare una versione differente di come si sono svolte le cose.

Ci riferiamo anche ad articoli che sono misteriosamente scomparsi da Internet ed a commenti che sono stati rimossi (censurati); tutto materiale che avrebbe consentito quanto meno di ponderare dei fatti o dei pareri diametralmente opposti alla versione strombazzata dai giornali e poi ripresa ed amplificata dai chiassosi megafoni «anti-sette».

Ma procediamo con ordine e portiamo un primo esempio:



Questo è il titolo di un articolo di «Cronache Maceratesi» che al momento è ancora disponibile sul Web nel quale vengono riportate le dichiarazioni di Marco e Matteo Pianesi, figli dell’indagato leader di UPM, i quali, indignati per la deplorevole strumentalizzazione della vicenda della loro madre defunta, sono intervenuti così:

«La situazione è infamante (…) Si sta parlando di nostra madre, abbiamo vissuto al suo fianco la sua malattia e il suo dolore, giorno dopo giorno. Nessuno più di noi conosce la verità. Sentiamo il bisogno di difenderne la memoria anche se questo vuol dire far riemergere un passato doloroso. Mai avremmo pensato di doverne parlare a 17 anni di distanza»


Nell’articolo, che va letto con attenzione per coglierne tutti gli aspetti salienti in relazione alle infamanti accuse che sono state mosse a Mario Pianesi, vengono esposti alcuni fatti difficilmente confutabili per i quali, fra l’altro, i due giovani e coraggiosi orfani della madre hanno prodotto della documentazione.

L’aver «segregato» la moglie, averle imposto con la coercizione un regime alimentare errato, aver impedito che seguisse cure mediche adeguate, aver fatto riesumare la salma per occultare le prove (dodici anni dopo il decesso… sic!): per ciascuna di queste accuse i due ragazzi hanno portato testimonianze dirette e documenti.

«Nostra madre era una persona libera che ha portato avanti la filosofia che aveva scelto, lei e nostro padre non meritano tutte queste calunnie, prenderemo provvedimenti legali affinché emerga la verità.»

Tornando ora al troncone iniziale dell’inchiesta penale a carico di Mario Pianesi, verso la fine di aprile scorso i sostenitori dell’associazione UPM, nel lodevole tentativo di contrastare l’ondata di fango sui media di tutto il paese, avevano lanciato una petizione per mettere in luce le anomalie emerse sulla stampa. Ben 3.649 (tremilaseicentoquarantanove) persone hanno firmato la petizione, che al momento è ancora possibile leggere online sul sito «change.org».

Fra i diversi elementi sui quali quella petizione accendeva i riflettori, vi era questo:

«La seconda omissione riguarda una coppia che è alla base di queste denunce, Mauro Garbuglia e la moglie Wanda. Non è stato detto che lui è stato sotto processo per alcuni atti commessi quando lavorava per l’associazione Un Punto Macrobiotico. Non ci sembra un particolare di poca importanza, questa coppia è stata espulsa dall'associazione.»

Ecco di nuovo – come già molte (troppe!) volte si è ravvisato in casi di propaganda «anti-sette» – emergere il ruolo degli «ex appartenenti» al gruppo o all’associazione: nel caso di una confessione religiosa si direbbe «apostati», e come si è descritto in un recente post citando lo studio del prof. Bryan Ronald Wilson, le loro dichiarazioni sono normalmente viziate e vanno recepite con molta cautela perché difficilmente attendibili. È vero che nel caso di UPM non si ha a che fare con un gruppo religioso, tuttavia il meccanismo è lo stesso e risente delle medesime sollecitazioni.

Cercando online qualche articolo o qualche riferimento a proposito di quell’inchiesta a carico di Garbuglia e moglie, si rimane però sbalorditi quando si scopre che non vi è più nulla e che il materiale precedentemente online è svanito. A parte la succitata petizione di UPM, l’unica menzione di quei fatti l’abbiamo rinvenuta in questo tweet:


Doveva ad esempio esservi un articolo sul «Corriere Adriatico» che parlava del caso di Mauro Garbuglia e del processo a suo carico per una «catena di Sant’Antonio» illecita ma, come si può notare dall’istantanea che segue , quel materiale non è più accessibile nemmeno in versione «cache»:


Tornando alla petizione online di UPM, anch’essa andrebbe letta per intero perché solleva altri spunti di discussione che meriterebbero attenzione. Fra questi, il dato dei 90.000 (novantamila) iscritti, i progetti di innegabile interesse ed utilità sociale, gli attestati di stima ricevuti dal Presidente della Repubblica e gli altri numerosi riconoscimenti in varie parti del mondo, la dubbia consistenza dell’accusa di aver tentato di lucrare sugli associati, ecc.

Eppure, malgrado gli accusatori di Mario Pianesi si contino sulle dita delle mani mentre i suoi sostenitori sono (come minimo) migliaia, non sembra che a queste voci sia stato dato ascolto. Di certo non li hanno degnati di alcuna attenzione i mass media che tanto brutalmente hanno vociferato ai suoi danni e – temiamo – continueranno a farlo ai prossimi giri di boa dell’inchiesta, a meno che le indagini non diano esiti negativi e accertino l’innocenza degli accusati.

Ai posteri l’ardua sentenza, come scrisse un illustre poeta d’altri tempi.

venerdì 24 agosto 2018

Intolleranza «anti-sette»: FAVIS, censura e riqualificazione terminologica

di Mario Casini


Qualche giorno fa, ho notato un post di aprile scorso sulla pagina Facebook del FAVIS, l’associazione «anti-sette» di Maurizio Alessandrini e Sonia Ghinelli (corrispondente italiana della controversa FECRIS e referente della costosa «Squadra Anti-Sette» SAS del Ministero dell'Interno) in cui si richiede denaro ai contribuenti mediante il cinque per mille.

Così, mi è venuto l’uzzolo di provare a chiedere un po’ di trasparenza alla sigla riminese:


La reazione è stata non solo fortemente ostile e piccata (cosa che avrei senz’altro potuto aspettarmi), ma anche in buona parte fuori luogo. Segno evidente che (come ho poi commentato) il mio quesito ha scoperchiato un pentolone.


E infatti il nocciolo della risposta (al netto dell’attacco ad hominem nei miei confronti) si potrebbe riassumere in: «secondo la legge, non siamo tenuti a fornire alcun rendiconto, pertanto non lo abbiamo mai fatto e non intendiamo farlo».

Certo, avrei potuto chiudere la questione accontentandomi (per modo di dire) di aver avuto l’ennesima riprova del modus operandi «anti-sette».

E invece, spavaldo quale sono, ho voluto insistere:


La replica si commenta da sé: una riga per ribadire la propria lampante contraddizione in termini («siamo trasparenti, però non vogliamo fornire rendiconti siccome la legge ce lo consente») e tutto il resto per denigrare me medesimo.

A questo punto non potevo più tirarmi indietro, e così ho rintuzzato:


E qui spunta fuori la reazione stizzita e scomposta tipica di chi, messo in un angolo da argomentazioni stringenti, non ha altri mezzi se non l’attacco personale e… la propaganda.

Dice il rappresentante di FAVIS (ritengo debba essere Maurizio Alessandrini, ma potrei averlo confuso con Sonia Ghinelli, d'altronde non si firmano) che i miei commenti, in cui richiedo (con rispetto) delucidazioni e trasparenza, sono una «attività di troll».

In Internet, la parola «troll» significa «chi interviene all'interno di una comunità virtuale in modo provocatorio, offensivo o insensato, al solo scopo di disturbare le normali interazioni tra gli utenti».

Questa si potrebbe definire a tutti gli effetti «Verbal Engineering», tecnica di cui fu famigerato e malvagio maestro Joseph Goebbels nella Germania nazista.

Lo dirò senza mezzi termini: gli «anti-sette» di FAVIS, CeSAP, AIVS (e qualche altro) alterano sistematicamente le definizioni delle parole, piegandole alle proprie necessità, col solo scopo di conculcare i diritti altrui (in questo caso la libertà di parola).

A chiunque scriva cose sgradite agli «anti-sette» viene appioppato l’appellativo di «troll», in particolar modo a chi fa loro notare certe incongruenze o discrepanze. Il risultato dell'uso improprio di questo termine è che chiunque scriva qualcosa che costoro non condividono «diventa» un «troll», anche se si esprime educatamente, pacatamente e in linea con il contesto della discussione.

Somiglia un po’ a quello che spiega il noto giornalista Marcello Foa in questo video di cui riprendo qui un brevissimo stralcio:


E infatti, ecco quello che succede con un’altra commentatrice che interviene per darmi ragione:


Scatta immediatamente la censura, questa volta istantaneamente ed espressamente messa in atto proprio da Sonia Ghinelli (tramite il suo discusso profilo anonimo «Ethan Garbo Saint Germain»):


Il commento «scomodo» è stato infatti prontamente eliminato, e al suo posto rimane lo «stigma», del tutto fazioso ed ingiustificato, di «troll». Nessuna opinione divergente, nessuna voce fuori dal coro: nulla di tutto ciò viene permesso.

Al contrario, chi muove delle osservazioni e sollecita un esame di coscienza, viene messo alla porta come «troll».

È esattamente la stessa prassi che gli «anti-sette» adottano da molti anni con la parola «setta», che (come abbiamo spiegato e documentato in precedenza) per secoli non ha avuto un significato negativo. Sono stati loro ad alterarne il significato fino a ridurlo alla grottesca accezione di una sorta di «gruppo di mentecatti e malfattori che si lavano il cervello a vicenda quando non sono dediti a scannarsi a comando e a seviziare neonati».

Tornano in mente funeste dichiarazioni d’intenti atte a screditare intere etnie con devastanti conseguenze:


Tacciando di «troll» quelle che sono in effetti semplici voci fuori dal coro, gli «anti-sette» sono passati ad un inquietante livello di produzione lessicale a scopo discriminatorio. Sembrano infatti voler dire: «chi scrive commenti a sostegno di chi noi consideriamo essere un troll, è un troll egli stesso e viene eliminato».

Nemmeno i nazisti del terzo reich furono così svelti nel manipolare la terminologia modificando la definizione di appartenente alla razza giudaica e creando una categoria di «giudeo onorario» in quanto sostenitore di altri giudei. Goebbels docet.

venerdì 10 agosto 2018

I danni degli «anti-sette»: come rischiare di rovinare una vita con l’allarmismo ingiustificato

[post aggiornato il 11/08/2018 alle ore 20:11]

Nel nostro blog abbiamo documentato in numerose occasioni i danni e le conseguenze della propaganda allarmistica «anti-sette»: intere esistenze letteralmente rovinate dalla paranoia sociale indotta da associazioni e gruppi militanti (CeSAP, FAVIS, GRIS o AIVS) contro le nuove religiosità, vite irrimediabilmente segnate dall’odierna inquisizione da parte di figure discutibili come don Aldo Buonaiuto, dispendio di denaro pubblico per processi infondati, molestie sul piano legale (come le innumerevoli querele della psicologa Lorita Tinelli nei confronti dei suoi presunti avversari), e via discorrendo.

Alcuni mesi fa, nel nord Italia (per la precisione, nel bresciano), si è verificato un fatto di cronaca alquanto peculiare; curiosamente, proprio in quello stesso territorio che ha dato vita ad almeno due eclatanti vicende precedenti di persecuzione giudiziaria ai danni di associazioni di natura religiosa: il caso di Fiorella Tersilla Tanghetti e quello della Comunità Shalom.

In una piccola scuola situata in una zona collinare-campagnola nella provincia di Brescia (la località si chiama Mocasina, di fatto una frazione del già modesto comune di Calvagese della Riviera, 3.569 abitanti) un laboratorio multiculturale realizzato per una prima elementare è stato strumentalizzato a fini politici, nel solco dell’ideologia «anti-sette» che vorrebbe escludere tutto ciò che paia discostarsi da presunti valori tradizionali.

Un’esperta educatrice ed apprezzata scrittrice, la bergamasca Ramona Parenzan, è stata presa di mira e tacciata di «stregoneria», quando di fatto aveva semplicemente «osato» coinvolgere i bambini in un gioco di fantasia ispirato alle fiabe (quelle, sì – ce lo si lasci aggiungere – retaggio di una tradizione millenaria) nel quale si è adoperato del tè verde a mo’ di «pozione magica», una conchiglia a mo’ di «amuleto» portafortuna e dei simboli («cuoricini» e «stelline») a corredo della storia che veniva raccontata:


A dei genitori dotati di una qualche cultura verrebbero senz’altro in mente le favole di Esopo prima (nell’antica Grecia) e di Fedro poi (nella Roma imperiale), gli intramontabili racconti di Hans Christian Andersen, le «carte» di caratterizzazione di Vladimir Jakovlevič Propp, la splendida opera pedagogica di Gianni Rodari, le narrazioni visionarie di Italo Calvino (emblematica a tal proposito la celeberrima trilogia del Visconte Dimezzato / Barone Rampante / Cavaliere Inesistente, costellata di metafore). Si potrebbe comporre un intero trattato sulle risorse letterarie per l’educazione infantile e del simbolismo che vi è spesso contenuto. Per non parlare del valore esemplificativo e propedeutico di numerose parabole descritte nei testi sacri, dalla Bibbia nell’occidente al Mahabharata in India sino alla saga mesopotamica di Gilgamesh.


Ma l’iniziativa della Parenzan, in arte «strega Romilda», si è rivelata un’eresia imperdonabile: quando una sola (andrebbe sottolineato: una sola) fra le mamme dei bambini si è inalberata per quell’attività extracurricolare che ha stimolato l’immaginazione e la socializzazione dei piccoli in un contesto differente da quello della consueta lezione, Simone Pillon, un parlamentare eletto a Brescia e noto per la sua intransigenza cattolica (quella che noi abbiamo definito estremismo pseudo-cattolico) ha visto l’occasione per creare un caso mediatico e politico:


Si notino i toni adoperati dal senatore Pillon: «Vogliamo insegnare ai nostri bambini l’italiano, la matematica, l’arte, la musica e lasciar perdere queste porcherie? Appena insediato farò una
interrogazione parlamentare su questa vergognosa vicenda, perché è la Costituzione a garantire il diritto dei genitori, e solo dei genitori, a educare i propri figli». Addirittura un’interrogazione parlamentare, prima ancora di aver appurato la situazione ed essersi informato: proclami altisonanti e pronunciati con sussiego, ma destituiti di qualsiasi fondamento.


È sempre la medesima prassi, creare un «mostro» dal nulla e sbatterlo in prima pagina, esagerando dei fatti tutto sommato innocui (o, tutt’al più, solo marginalmente discutibili) per trasformarli in una (inesistente) «emergenza», insinuando dubbi e diffidenza, generando allarme sociale, istigando all’odio.

Le conseguenze? Per fortuna i toni si sono smorzati velocemente, ma nel frattempo la «strega Romilda» ha dovuto proteggere se stessa dalle reazioni inviperite e preoccupanti dei soliti «leoni da tastiera» che si fanno condizionare dalla propaganda «anti-sette»:


Alla educatrice bergamasca, comunque, non sono affatto mancate attestazioni di solidarietà, in effetti in numero ben superiore rispetto alle manifestazioni di intolleranza istigate dal senatore estremista e dalla macchina del fango mediatica:


Della situazione ha parlato in dettaglio, alcuni giorni dopo lo scoppio della polemica, la scrittrice Roberta De Tomi, mettendo correttamente in luce le lacune dell’etica giornalistica in situazioni come queste:


Ecco quanto è facile danneggiare la vita altrui, nel ventunesimo secolo, sfruttando la credulità popolare e portando avanti una propaganda allarmistica consolidata e costruita ad arte per mettere nel mirino fenomeni religiosi, spirituali o anche soltanto (come in questo caso) culturali.

Forse il senatore Pillon ha sentito l’influenza di una storia triste quanto antica che a tutt’oggi viene ricordata (anche in maniera plateale) nel bresciano, come testimonia un fatto di cronaca locale riferito dai media nell’aprile dell’anno scorso:


Ci riferiamo al rogo di Benvegnuda Pincinella, una donna fiera e indipendente che fu accusata di stregoneria e bruciata viva nella pubblica piazza proprio a Brescia nell’estate del 1518, esattamente 500 anni prima dell’increscioso episodio che abbiamo raccontato in questo post. E non fu, purtroppo, un episodio isolato.

In quel periodo, mentre gli anni più bui dell’inquisizione erano ormai solo un doloroso ricordo destinato a rimanere una macchia indelebile nella storia della Chiesa, al nord imperversavano le tesi di Martin Lutero e lo scisma riformista stava scuotendo la Roma apostolica fino alle fondamenta; parroci di provincia disobbedivano, il dubbio serpeggiava fra le fila del clero, frotte di fedeli passavano al protestantesimo o tornavano alle tradizioni animistiche delle campagne contadine. E l’Urbe era cosìì lontana dall’arco alpino...

Pincinella venne accusata, tra le altre, cose di libertinaggio e di aver fatto becco il marito. In realtà queste cose accadevano caso mai quando era giovane (era nata nel 1455 circa), mentre il suo arresto, tortura e rogo avvennero quando aveva sessant’anni. Restò vittima di un’esecuzione capitale che doveva evidentemente essere «esemplare» e da «monito» per tutta la «cristianità», perché il popolo «lasciasse perdere le porcherie» che ella praticava.

È forse questo il genere di «valori etici» che mirano a restaurare gli «anti-sette»?