Visualizzazione post con etichetta censura. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta censura. Mostra tutti i post

venerdì 24 agosto 2018

Intolleranza «anti-sette»: FAVIS, censura e riqualificazione terminologica

di Mario Casini


Qualche giorno fa, ho notato un post di aprile scorso sulla pagina Facebook del FAVIS, l’associazione «anti-sette» di Maurizio Alessandrini e Sonia Ghinelli (corrispondente italiana della controversa FECRIS e referente della costosa «Squadra Anti-Sette» SAS del Ministero dell'Interno) in cui si richiede denaro ai contribuenti mediante il cinque per mille.

Così, mi è venuto l’uzzolo di provare a chiedere un po’ di trasparenza alla sigla riminese:


La reazione è stata non solo fortemente ostile e piccata (cosa che avrei senz’altro potuto aspettarmi), ma anche in buona parte fuori luogo. Segno evidente che (come ho poi commentato) il mio quesito ha scoperchiato un pentolone.


E infatti il nocciolo della risposta (al netto dell’attacco ad hominem nei miei confronti) si potrebbe riassumere in: «secondo la legge, non siamo tenuti a fornire alcun rendiconto, pertanto non lo abbiamo mai fatto e non intendiamo farlo».

Certo, avrei potuto chiudere la questione accontentandomi (per modo di dire) di aver avuto l’ennesima riprova del modus operandi «anti-sette».

E invece, spavaldo quale sono, ho voluto insistere:


La replica si commenta da sé: una riga per ribadire la propria lampante contraddizione in termini («siamo trasparenti, però non vogliamo fornire rendiconti siccome la legge ce lo consente») e tutto il resto per denigrare me medesimo.

A questo punto non potevo più tirarmi indietro, e così ho rintuzzato:


E qui spunta fuori la reazione stizzita e scomposta tipica di chi, messo in un angolo da argomentazioni stringenti, non ha altri mezzi se non l’attacco personale e… la propaganda.

Dice il rappresentante di FAVIS (ritengo debba essere Maurizio Alessandrini, ma potrei averlo confuso con Sonia Ghinelli, d'altronde non si firmano) che i miei commenti, in cui richiedo (con rispetto) delucidazioni e trasparenza, sono una «attività di troll».

In Internet, la parola «troll» significa «chi interviene all'interno di una comunità virtuale in modo provocatorio, offensivo o insensato, al solo scopo di disturbare le normali interazioni tra gli utenti».

Questa si potrebbe definire a tutti gli effetti «Verbal Engineering», tecnica di cui fu famigerato e malvagio maestro Joseph Goebbels nella Germania nazista.

Lo dirò senza mezzi termini: gli «anti-sette» di FAVIS, CeSAP, AIVS (e qualche altro) alterano sistematicamente le definizioni delle parole, piegandole alle proprie necessità, col solo scopo di conculcare i diritti altrui (in questo caso la libertà di parola).

A chiunque scriva cose sgradite agli «anti-sette» viene appioppato l’appellativo di «troll», in particolar modo a chi fa loro notare certe incongruenze o discrepanze. Il risultato dell'uso improprio di questo termine è che chiunque scriva qualcosa che costoro non condividono «diventa» un «troll», anche se si esprime educatamente, pacatamente e in linea con il contesto della discussione.

Somiglia un po’ a quello che spiega il noto giornalista Marcello Foa in questo video di cui riprendo qui un brevissimo stralcio:


E infatti, ecco quello che succede con un’altra commentatrice che interviene per darmi ragione:


Scatta immediatamente la censura, questa volta istantaneamente ed espressamente messa in atto proprio da Sonia Ghinelli (tramite il suo discusso profilo anonimo «Ethan Garbo Saint Germain»):


Il commento «scomodo» è stato infatti prontamente eliminato, e al suo posto rimane lo «stigma», del tutto fazioso ed ingiustificato, di «troll». Nessuna opinione divergente, nessuna voce fuori dal coro: nulla di tutto ciò viene permesso.

Al contrario, chi muove delle osservazioni e sollecita un esame di coscienza, viene messo alla porta come «troll».

È esattamente la stessa prassi che gli «anti-sette» adottano da molti anni con la parola «setta», che (come abbiamo spiegato e documentato in precedenza) per secoli non ha avuto un significato negativo. Sono stati loro ad alterarne il significato fino a ridurlo alla grottesca accezione di una sorta di «gruppo di mentecatti e malfattori che si lavano il cervello a vicenda quando non sono dediti a scannarsi a comando e a seviziare neonati».

Tornano in mente funeste dichiarazioni d’intenti atte a screditare intere etnie con devastanti conseguenze:


Tacciando di «troll» quelle che sono in effetti semplici voci fuori dal coro, gli «anti-sette» sono passati ad un inquietante livello di produzione lessicale a scopo discriminatorio. Sembrano infatti voler dire: «chi scrive commenti a sostegno di chi noi consideriamo essere un troll, è un troll egli stesso e viene eliminato».

Nemmeno i nazisti del terzo reich furono così svelti nel manipolare la terminologia modificando la definizione di appartenente alla razza giudaica e creando una categoria di «giudeo onorario» in quanto sostenitore di altri giudei. Goebbels docet.

lunedì 4 giugno 2018

Gli «anti-sette» e la censura continua e sistematica per reprimere la libera opinione

di Mario Casini

Diventa sempre più evidente il continuo, energico e costante tentativo da parte degli «anti-sette» di mettere a tacere le voci critiche e di impedire l’emersione di fatti per loro scomodi.

Si tratta di un modus operandi ormai consolidato, e mentre sul nostro blog ne abbiamo più volte dato conto dimostrandolo con prove concrete, con  l’andar del tempo ho potuto constatare che già ben prima di noi il fenomeno era stato notato e denunciato anche da altri, non solo detrattori tout court degli «anti-sette», ma anche studiosi, figure accademiche, ecc.

Ben lungi dal moderarsi a questo proposito, al contrario gli «anti-sette» sfruttano ogni possibile mezzo per offuscare chiunque possa intaccare la loro immagine mediatica o anche solo fornire dei semplici spunti di riflessione per pensare in maniera diversa da come loro vorrebbero.

Di conseguenza fanno togliere commenti dai loro articoli, bloccano utenti Facebook per impedire di interagire con i loro profili, non accettano «richieste di amicizia», respingono conversazioni, fingono di non sapere quali osservazioni sono state mosse pubblicamente nei loro confronti così da non doverle affrontare, ecc.

Insomma, si barricano dietro una trincea di indisponibilità e insofferenza, ovvero: di intolleranza.

Voglio descrivere qualche esempio degli ultimi tempi.

Questi tre commenti che seguono li ho scritti io stesso e li ho inviati ai rispettivi media, senza che venissero mai pubblicati.

Questo sulla rivista online «Aleteia» (parola che - ironia della sorte - in greco nella sua grafia corretta significherebbe «verità»):


Come si può notare, sia questo che il successivo (su «Gossip Blog») riguardano la campagna pubblicitaria messa in atto da Michelle Hunziker per assicurarsi dei buoni ricavi dal suo ultimo libro, a spese dei movimenti religiosi alternativi:


Qui invece è il ben più blasonato «Eco di Bergamo» a cercare di tapparmi la bocca:


Mi domando: quanti altri commenti sono stati cestinati perché simili al mio o comunque sfavorevoli alla tendenziosa réclame contenuta in quegli articoli?

Quanto è attendibile, quindi, l’informazione proposta da questi media per ciò che concerne il sentimento reale degli utenti?

E proseguiamo con questo commento riguardante l’inquietante caso giudiziario di Mario Pianesi. Altra ironia della sorte, questa volta a censurarmi è la rivista online «Democratica» (di nome, ma non di fatto a quanto pare).

Nell’immagine seguente si vedono due commenti, ma pochi minuti più tardi uno dei due (il più significativo) è stato oscurato e resta visibile solo a me e ai miei «amici» di Facebook, a tutti gli altri no (qui il link a quel post, per chi volesse verificare ciò):


Concludo la carrellata con un commento che ha tentato di inserire un mio caro amico sulla pagina Facebook del controverso libro «Occulto Italia»; gli avevo chiesto io il favore di scrivere qualcosa in calce a quel post, siccome ero stato «bloccato» perché avevo osato dire la mia in precedenza. La sua sorte è stata la medesima:


Anche in questo caso, il commento è stato eliminato e l’utente bloccato dalla pagina (per cui non può più interagire).

Non stupisce affatto, dunque, che un’associazione «anti-sette» obiettivamente estremista come AIVS arrivi addirittura ad escludere un utente dai loro gruppi Facebook soltanto perché si è permesso di reclamare il fatto (inconfutabilmente vero) che la Soka Gakkai è una confessione religiosa riconosciuta dalla Repubblica italiana:


Se non è censura questa (e delle più rigide!), cos’altro è?

A ragion veduta, per una volta non possiamo che essere d’accordo con Lorita Tinelli per il senso di una sua condivisione di qualche tempo fa, che riportiamo qui:


Un messaggio alquanto sorprendente da parte della Tinelli: che stia cominciando a rendersi conto delle proprie lacune e stia quindi svolgendo un serio esame di coscienza? Davvero vorrei poter nutrire questa speranza. Infatti, che abbia un «atteggiamento dogmatico» è palese sulla base delle sue affermazioni di repertorio contro i movimenti religiosi; che non solo «creda», ma sia addirittura interprete di una «pseudoscienza» e stato reso inequivocabilmente chiaro da lei stessa con il mirabolante seminario online che ha tenuto il 18 Aprile scorso, e che sia un po’ fondamentalista rispetto ai fenomeni religiosi risulta pure piuttosto evidente da certi discorsi che fa pubblicamente.

Pertanto, non deve stupire che denoti uno «scarso approccio analitico» e «poca apertura mentale» (tanto lei quanto gli altri «anti-sette» suoi colleghi), tali da indurla al rifiuto costante (e alla veemente censura) di opinioni divergenti, invece che essere predisposta al dialogo costruttivo e all’esame di critiche obiettive.

venerdì 11 maggio 2018

Gli «anti-sette», Lorita Tinelli e la libertà di parola proibita

Abbiamo colto, negli ultimi giorni, delle reazioni scomposte e frenetiche da parte dei principali esponenti «anti-sette» italiani e di alcuni loro accaniti sostenitori, specialmente da quando abbiamo analizzato e commentato il webinar di Lorita Tinelli del 18 Aprile scorso, mettendone in luce la superficialità e la scarsa professionalità soprattutto in paragone con il lavoro svolto da altri studiosi realmente qualificati).

Su tutte, una di queste reazioni ci ha colpito maggiormente perché ci sembra esemplificare, in modo davvero emblematico, non solo la forma mentis complessiva degli «anti-sette» (che in questo blog tanto dettagliatamente documentiamo), ma anche la loro apparente indisponibilità (o incapacità?) a dialogare in modo costruttivo, oltre che la loro scarsa conoscenza dei diritti fondamentali delle persone. Per inciso, vorremmo davvero che si trattasse solo di scarsa conoscenza, e non – come temiamo che sia – di mancata accettazione o mancato riconoscimento di quei radicali diritti.

Fra le prerogative fondamentali di un cittadino italiano (e, per la verità, di qualsiasi abitante del mondo) vi è quella che si chiama «libertà di espressione»: questo diritto è garantito non solo dalla Costituzione della Repubblica Italiana nell’articolo 21 («Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione»), ma anche dalla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani del 1948, che all’articolo 19 così recita: «Ogni individuo ha diritto alla libertà di opinione e di espressione incluso il diritto di non essere molestato per la propria opinione».

Vediamo di essere schietti ma obiettivi: cosa facciamo con questo blog? Riprendiamo post, articoli, commenti e dichiarazioni da parte di personaggi pubblici (come essi stessi tengono a sottolineare e spesso vantano), diffusi tramite televisioni, stampa, pagine Facebook (accessibili a chiunque detenga un profilo), ecc., e le mettiamo in relazione con altri elementi oppure le commentiamo secondo il nostro pensiero, stimolando riflessioni, esprimendo critiche e traendo conclusioni.

In altri termini, non facciamo nient’altro se non esercitare la nostra libertà di parola, rivendicare il nostro sacrosanto diritto di manifestare un’opinione e accendere i riflettori su quello che per noi è un problema grave ed allarmante.

Tutto questo cercando di non mancare di rispetto, comunque senza mai scadere nella volgarità o nell’offesa personale o nell’infamia, ed accertandoci sempre della veridicità di ciò che scriviamo, inoltre restando sempre disponibili a delle rettifiche laddove eventualmente commettessimo degli errori. Infatti, finora abbiamo registrato solo tre casi di errore su un totale di centodieci post e abbiamo provveduto a correggere tempestivamente le inesattezze (comunque non determinanti ai fini del tema o del messaggio che volevamo veicolare).

Mentre, quindi, noi diamo per scontato di essere in democrazia, agli «anti-sette» questo pare non star affatto bene; forse vorrebbero maggiori facoltà di censura?

Lo abbiamo denunciato già molte volte e costituisce una delle maggiori contraddizioni insite in chi osteggia i «nuovi movimenti religiosi»: essi accusano le «sette» di tacitare i propri membri e di proibire il libero pensiero, ma poi sono proprio loro a intimidire i loro critici o i loro presunti rivali con modalità quanto meno discutibili, quando non con delle vere e proprie persecuzioni giudiziarie.

Ma veniamo al dunque, ossia alle reazioni che abbiamo notato: qualche giorno fa, Lorita Tinelli se la prende (tanto per cambiare), con il principale gestore di questo blog, il nostro Mario Casini, che con un epiteto (a nostro parere calunnioso) ella definisce «stalker»:


Tralasciamo le pure e semplici offese che, caso mai, sono indice dello stato d’animo in cui versa la psicologa (dalla quale, però, come minimo ci si aspetterebbe un po’ meno melodramma e un po’ più di serietà professionale) e vediamo il nocciolo delle accuse.

Con questo post tanto lamentoso e carico di risentimento, la Tinelli sostanzialmente si lagna del fatto che Casini:
1) ha riportato una citazione dell’Antico Testamento,
2) ha scritto tre e-mail (nell’arco di oltre tre settimane) all’Ordine degli Psicologi,
3) ha pubblicato dei commenti su un tot di pagine qua e là in Internet manifestando le proprie idee (notare come nell’iperbole tinelliana diventino «centinaia» di pagine quando saranno sì e no qualche dozzina).

Di nuovo, in altri termini, Mario Casini ha commesso il grave e riprovevole atto di esercitare la propria libertà di parola.

Si noti come la Tinelli, a parte offendere («psicopatico»), mettere in cattiva luce («grafomane», «l’idea che la gente si fa di lui», «non ha una vita soddisfacente») e affibbiare un’etichetta («stalker», «dossieraggio»), non è affatto in grado di evidenziare una condotta illecita vera e propria con circostanze ben precise.

A quanto pare, secondo la Tinelli l’espressione del proprio parere o il commento non compiacente delle affermazioni pubbliche propalate da lei o dai suoi colleghi «anti-sette» è automaticamente «stalking».

Ci torna in mente il fatto che una studiosa di spiritualità, ex collaboratrice del CeSAP, qualche anno fa nel blog in cui raccontava (con dovizia di particolari e documenti) dei costosi attacchi subiti proprio da parte della Tinelli, ha parlato di «stalking giudiziario».

Tutto ciò ci lascia con la netta impressione che il nostro lavoro di informazione puntuale e di costante aggiornamento sul variegato e contraddittorio panorama degli «anti-sette» italiani stia dando sempre più fastidio a coloro che non paiono voler modificare i propri comportamenti discriminatori.

Forse ora è un po’ più chiara, ai lettori, la ragione per cui ci sentiamo costretti a tutelare, mantenendole riservate, le identità di coloro che collaborano con questo blog, con l’unica eccezione di Mario Casini che ha scelto, forse un po’ spavaldamente, di usare il proprio nome e il proprio profilo Facebook (sarà la «lieta furia dei suoi vent’anni»?).

Anche nei commenti al post evidenziato, la Tinelli prosegue la propria lamentela, tentando di ostentare una superiorità che però viene immediatamente tradita dal pensiero appena successivo, rivolto ad una delle vittime della persecuzione giudiziaria montata proprio da lei ai danni del gruppo Arkeon (ne abbiamo dato conto ancora agli inizi di questo blog):


Di nuovo, la lagnanza della psicologa pugliese colpisce un po' a casaccio ed è riferita al puro e semplice fatto che Casini ha scritto dei messaggi ad altre persone a lei collegate, essendo dotato di favella e potendo godere di libertà di parola. Sembra quasi che la Tinelli abbia difficoltà a comprendere la realtà dei fatti.

Tali affermazioni, inoltre, denotano una scarsa comprensione delle questioni legali (nonostante la Tinelli vanti spesso di essere consulente di magistrati e della polizia religiosa «anti-sette», oltre che referente - con la sua associazione CeSAP - della controversa organizzazione francese FECRIS) visto e considerato che si fa uso della parola «stalking» in modo decisamente fuori luogo: come si spiegava prima, infatti, riprendere su un blog quel che la Tinelli scrive o dice commentandolo molto civilmente anche se in maniera diametralmente opposta, non è certamente stalking, semmai è esercizio della libertà di parola, di pensiero e di critica. Insomma, la Tinelli pare avere un concetto molto personale e restrittivo di queste libertà costituzionalmente garantite.

Un commento successivo fa anche trapelare l’intento velatamente intimidatorio e il ricorso alle autorità, per ragioni evidentemente futili, al fine di tacitare chi osa non pensarla come lei:


A dire il vero, il riferimento a fantomatici sistemi di «criptatura» (che in italiano si direbbe «crittografia» o «cifratura») ci fa pensare che il commento della Tinelli sia un clamoroso bluff, dato che non utilizziamo alcun mezzo di quel genere. Ma soprassediamo lasciando a chi lo desidera tutto lo spazio per coltivare un avvincente immaginario da fiction.

Per non parlare poi dei riferimenti (anch’essi fuori luogo) ai possibili rischi che lei o i suoi familiari potrebbero correre («a causa» del presente blog, di qualche e-mail e di qualche decina di commenti in Facebook a fronte delle migliaia e migliaia che vengono pubblicate ogni secondo): hanno tutto l’aspetto dell’ipocrisia, una via di mezzo tra un tentativo di mantenere alto il gradimento da parte dei suoi seguaci (un sorta di «captatio benevolentiae») e un voler mettere le mani avanti, nell’eventualità di guai personali, per poter prendere di mira qualcuno anche se completamente estraneo ai fatti.

Eppure, in questo blog non vi è niente che inciti all’odio e alla violenza, caso mai è vero l’esatto contrario!

Invece, stando alle cronache e agli episodi che registriamo e raccontiamo di volta in volta, l’inveterato allarmismo degli «anti-sette» ha gravemente danneggiato numerose persone.

Rimane comunque divertente leggere i commenti dello striminzito gruppetto di accoliti della Tinelli che cercano di asciugarle le lacrime: in fin dei conti sono una decina scarsa di utenti e assommano a meno di una trentina di «Mi piace»: forse che le innumerevoli (e discutibili) comparsate alla TV di stato non hanno prodotto granché in termini di notorietà?

martedì 3 aprile 2018

Se un editorialista «anti-sette» non è nemmeno un giornalista

di Mario Casini

A fronte dell’ennesimo articolo di matrice «anti-sette» grondante di intolleranza e fautore della solita «informazione» preconcetta e a senso unico nei confronti di un movimento religioso di minoranza, mi sono attivato per metterne in luce le lacune e, quanto meno, esprimere un parere contrario.


Autore del reboante pezzo è il trentacinquenne pisano Filippo Bovo, che secondo il sito Internet dell’Ordine dei Giornalisti non è iscritto all’albo né come pubblicista né tantomeno come professionista, però si presenta come «direttore editoriale» del giornale online «L’opinione pubblica» (addirittura?)


Sarà per quella omessa qualifica che scrive ancora «qual è» con l’apostrofo?


Ma sorvolo su queste banalità, sarà stata una svista ed è solo un innocuo post su Facebook. Senz’altro ben meno grave dei pesanti giudizi espressi nel tema trattato dal suo articolo.

Questa volta, infatti, ad essere preso di mira è un gruppo spirituale di origine orientale denominato «Falun Dafa» o «Falun Gong», da tempo oggetto di una vera e propria persecuzione nel suo paese di nascita e di prevalenza, la Cina, a tratti cruenta e fratricida.

Come accade pressoché invariabilmente in questi casi, il commento che ho cercato di inserire in calce al post è stato censurato. Lo riporto qui:


Certo, il mio lessico è stato salace e i miei modi non sono certo stati blandi o improntati alla lusinga. Tutt’altro… però non ho mancato di rispetto a nessuno e, pur esprimendo un’opinione di netto contrasto alla linea dell’articolo, l’ho fatto mantenendomi nei canoni della civile convivenza.

Ma il «democratico» media che vorrebbe rappresentare la «opinione pubblica» ha creduto di censurare: nessun punto di vista divergente, nessuna voce fuori dal coro, niente dialettica… non è forse proprio questa una delle accuse classiche che dagli «anti-sette» vengono rivolte ai «culti distruttivi»?

Non che non m’aspettassi di venire censurato. Non è certo una novità: sinora il record lo detiene Lorita Tinelli, come riferivamo in un post precedente.

Così ho pensato fosse meglio manifestare il mio dissenso in privato, inviando un’e-mail alla redazione. E l’ho fatto, ribadendo all’incirca il medesimo testo del commento, soltanto integrato con un paio di link di approfondimento:


Mi ha forse risposto qualcuno, foss’anche per darmi del fesso? Macché…

Mi sono chiesto: come mai?

E mi sono risposto anche molto in fretta: è stato sufficiente dare un’occhiata a chi è questo Filippo Bovo: i suoi libri vengono pubblicati da Anteo Edizioni, che fra gli altri ha dato alle stampe anche un testo sui «deprogrammatori» e su Rick Ross, il quale non a caso viene citato quale fonte «autorevole» nell'articolo sul Falun Gong.

Non ho proseguito oltre nella mia piccola – per così dire – «indagine»; forse sarebbe interessante farlo, ma a che pro? La matrice è sempre la solita, e il risultato è sempre il medesimo: pseudo-«informazione» tendenziosa e discriminatoria strutturata in modo tale da poter giustificare una persecuzione anche violenta, come accade in Cina e come è avvenuto nel caso dei famigerati «deprogrammatori».

mercoledì 28 febbraio 2018

Gli «anti-sette» e le censure di Lorita Tinelli: una «democrazia» repressiva?

Qualche giorno fa avevamo letto un interessante e ben documentato resoconto scritto dalla dott.ssa Simonetta Po (tramite il suo ormai «storico» nomignolo «Alessia Guidi») a proposito di Lorita Tinelli e di un documento che ella aveva pubblicato sul proprio sito omettendone una parte fondamentale per osteggiare Arkeon, il gruppo di ricerca filosofica finito nel suo mirino molti anni fa. Dell’incresciosa, deprimente vicenda giudiziaria che ne era scaturita (e che ha mietuto molte vittime) abbiamo parlato a più riprese sin dall’inizio del nostro blog.

Di fronte a una denuncia tanto precisa e circostanziata come quella della dott.sa Po, Lorita Tinelli è dovuta velocemente correre ai ripari e ha subito modificato la pagina del proprio sito in cui aveva compiuto quella omissione; una negligenza che come minimo si può considerare sospetta, ma che i meno ingenui e più disillusi definirebbero alquanto maliziosa. L’assessore alla trasparenza del comune di Noci non ha poi tardato ad esporre la propria lamentela nei confronti di Simonetta Po (come è solita fare) mediante un post su Facebook, motivando il fattaccio con una dichiarazione di tono vittimistico:


Di fatto, però, anche se non lo dice la Tinelli aggiunge la pagina precedentemente omessa, che ora è disponibile sul suo sito. Il che è una sostanziale, inequivocabile conferma che l’errore/negligenza esisteva ed era tale.

Curiosamente, al di là dell’ostentata sicurezza di sé, è evidente che la preoccupazione e l’angoscia per essere stata nuovamente colta in fallo devono essere state piuttosto forti. Non solo, infatti, la Tinelli ha pubblicato quel post tanto apologetico e vittimistico in cui tenta di spostare l’attenzione sui propri presunti meriti mediatici, ma ha anche esercitato la propria censura nel tentativo di impedire che quella grave negligenza venisse resa nota più ampiamente.

E ora spieghiamo come: preannunciando il presente post, avevamo pubblicato la stessa immagine (quella riportata qui sopra) sulla nostra pagina Facebook presentandola così:


Non è durato molto: «magicamente», nell’arco di poche ore il post è stato censurato da Facebook, evidentemente a causa delle proteste (del tutto ingiustificate, è il minimo che si possa dire) della stessa Tinelli.


Alquanto curioso il fatto che la Tinelli si risenta per quanto viene detto di lei, personaggio pubblico, considerandolo «denigratorio» o «umiliante», quando questo è esattamente ciò che ella fa ogni santo giorno dell’anno nei confronti delle minoranze religiose chiamandole «sette» e propalando ogni sorta di cattiva «notizia» ai loro danni.

Ma non è tutto.

Le censure di Lorita Tinelli evidentemente sono un’abitudine consolidata (come peraltro abbiamo reso noto sin dal principio della nostra iniziativa informativa).

Ecco infatti un commento che abbiamo tentato di pubblicare l’altro ieri su un articolo che porta sugli allori la psicologa di Noci proprio in relazione alla trasmissione di RAI 3:


Stesso identico trattamento è stato riservato sul sito web di «Noci24», con il medesimo commento censurato e rimosso nel giro di qualche decina di minuti.

Ecco dunque la «democrazia» repressiva di Lorita Tinelli: sono questi i valori che promuovono gli «anti-sette»?

domenica 10 dicembre 2017

Aggiornamento breve - La censura continua…

Abbiamo ricevuto delle segnalazioni di censura da parte di un paio di «aficionados» del nostro blog che hanno tentato di far sentire la loro voce ma, come già avvenuto recentemente anche a me medesimo, sono stati estromessi dal loro diritto alla libertà di parola.

Vogliamo allora dare loro spazio almeno noi qui su questo blog, anche per rendere l’idea di come la lobby «anti-sette» sia costantemente attiva nel cercare di mettere a tacere le critiche e i pareri controcorrente. Posizioni che, tuttavia, sono sempre più presenti e sempre più consapevoli da parte della gente: troppe menzogne, prima o poi, balzano all’occhio.

In questo post della rivista «Oggi» (il cui tema è la storia raccontata da Michelle Hunziker), il commento dell’utente «Gigi» del 20 di Novembre inizialmente si presentava così:


e adesso invece si presentava così (ovvero, è stato rimosso l’indirizzo del nostro blog):


L’utente «Gigi» ci informa anche di aver tentato più volte di inserire un commento del medesimo tenore su questo post dal sito de «Il Giornale» (l’argomento è sempre la stessa moina degli «abusi subiti da una setta», anche se questa volta la soubrette è la ex collega della Hunziker, Vera Atyushkina, cui si accennava in un nostro post su Facebook). Nulla da fare: anche dopo aver effettuato la registrazione per intero, «misteriosamente» il suo commento non è stato inserito e – ci informa – non gli è stata notificata alcuna moderazione.

E così è stato anche in altri casi, laddove però i malcapitati non hanno avuto la prontezza o l’accortezza di tenere traccia documentale delle proprie operazioni.

Altro esempio: un altro utente (che preferirebbe rimanere anonimo) ha segnalato di aver inviato, come già in precedenza, un commento alla rivista online «InTerris» che è stato completamente insabbiato, senza nemmeno un nota di rimando o una notifica di quale regolamento sarebbe stato applicato per non pubblicarlo. Eccone la bozza «in attesa di moderazione»:


Per carità! Nessuna opinione che possa anche solo lontanamente divergere dalla «linea editoriale» del sito gestito da Aldo Buonaiuto, il prete cattolico «referente della Squadra Anti-Sette (SAS)» e alleato di Lorita Tinelli del CeSAP e Maurizio Alessandrini e Sonia Ghinelli del FAVIS. Non è consentito esprimere un parere contrario, a maggior ragione se un po’ provocatorio. Non sia mai… censura!

D’altronde (vale la pena di rammentarlo una volta in più) il tanto sbandierato e controverso «reato di plagio» (screditato da fior fiore di esperti e giuristi), così caro agli «anti-sette», è figlio del ventennio fascista.

lunedì 16 ottobre 2017

Aggiornamento breve – La censura continua

Inutile cercare di far emergere la verità completa sulla sentenza a proposito di Arkeon.

A quanto pare, infatti, la casta degli psicologi non fa che soffocare qualsiasi tentativo di esprimere un’opinione contraria, o – per meglio dire – di porre in rilievo tutti gli aspetti di una questione giudiziaria in cui fa (loro) comodo soltanto evidenziare la condanna per abuso di professione, sottacendo ciascuno degli altri punti che la magistratura ha liquidato come destituiti di fondamento.


Link alla pagina originaria: https://formazionecontinuainpsicologia.it/confermata-condanna-psico-setta-arkeon/



Link alla pagina originaria: http://www.ilsole24ore.com/art/norme-e-tributi/2017-08-22/psicologi--professione-abusiva-il-guru-psico-setta-203056.shtml


Ad oggi, infatti, nessuno dei due commenti ha visto la luce (il secondo ricalcava in toto il primo).