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domenica 22 aprile 2018

Gli «anti-sette» di AIVS: niente rispetto, molta intolleranza

Una decina di giorni fa Annalisa Montanaro, avvocato di AIVS oltre che amica di Toni Occhiello ed estimatrice della «anti-sette» Lorita Tinelli, ha pubblicato sul proprio profilo Facebook un post che dapprima ci ha affascinati, poi in un secondo momento ci ha lasciati alquanto perplessi:


Basta davvero poco per trattare gli altri con rispetto: pensiero nobile, il suo, e senz’altro ampiamente condivisibile. Impossibile, però, non collegare istantaneamente tale asserto con l’operato dei suoi assistiti e colleghi, più volte documentato ed evidenziato in questo blog (ad esempio qui, qui, qui, e qui), palesemente improntato allo scherno, all’offesa e all’intimidazione; in poche parole, alla più assoluta mancanza di rispetto.

Giova specificare che la Montanaro si è qualificata come legale di AIVS in occasione della conferenza stampa tenutasi presso una sala del Senato della Repubblica (sic!) mercoledì 21 giugno 2017.


Va anche ricordato che, proprio nell’ambito di quell’evento, la Montanaro ebbe a precisare quale fosse la sua preparazione in tema di movimenti religiosi e spiritualità «non convenzionale»: sostanzialmente nessuna a parte quanto poteva averle raccontato la Tinelli nel periodo appena precedente alla conferenza stampa.

Per dirlo con le sue parole:


«(…) Io di sette e di gruppi religiosi che coercizzano il pensiero non ho mai sentito parlare prima di incontrare queste persone che oggi mi hanno coadiuvato e che mi hanno preceduto (…)»

Per inciso: impossibile non domandarsi come sia possibile, se ci si ritiene dei professionisti qualificati, saltare sul carro di una associazione che fa dell’invettiva al vetriolo, dell’attacco veemente e della critica infamante la propria regola di vita, senza nemmeno premurarsi di svolgere un po’ di ricerca obiettiva e coscienziosa, particolarmente in considerazione del fatto che quella tematica di cui si va parlando coinvolge decine di migliaia di persone.

Ma tornando al tema espresso nel post evidenziato all’inizio, il profondo interrogativo che le andrebbe rivolto e sul quale sarebbe davvero interessante ricevere una risposta dall’avvocatessa tarantina, è se comparando quel suo pensiero elevato e nobile alle azioni svolte ogni giorno dai soci di AIVS non le sia venuto qualche dubbio morale.

Occhiello e i suoi sembrano motivare le proprie azioni con una sorta di «legge del taglione» la cui ragion d’essere risiederebbe nei devastanti torti subiti (dicono) dall’organizzazione religiosa di cui hanno rispettivamente fatto parte fino a qualche tempo fa.

Dacché in Italia la libertà di espressione fortunatamente sopravvive, essi avrebbero ed hanno tutto il diritto di manifestare il proprio dissenso nei riguardi di qualsivoglia gruppo spirituale o confessione religiosa.

Ma il rispetto nei confronti anche di coloro che hanno identificato quali acerrimi nemici, noi proprio non lo scorgiamo.

Ne rileviamo l’esatto opposto, invece, in commenti come questo, scritto da tale Paola Moscatelli una delle più attive utenti del gruppo Facebook di AIVS e riportato in calce a una fotografia del suo ex marito con l’attuale compagna (foto pubblicata, peraltro, con quale autorizzazione?):


Tralasciamo il seguito della discussione perché ce ne occuperemo in un altro post.

Ci limitiamo a mettere in luce il tenore e la qualità dell’operato di AIVS, interrogandoci: dov’è finito il rispetto?

Chissà se l’avvocato Montanaro si sarà accorta di una tanto grave discrepanza.

sabato 21 aprile 2018

Aggiornamento breve - gli «anti-sette» di AIVS dileggiano persino se stessi?

Osservando il seguente post su una delle pagine Facebook gestite da AIVS, abbiamo notato una situazione che definiremmo grottesca.

Toni Occhiello dà il buongiorno ai suoi compari pubblicando una foto che, peraltro, ci pare piuttosto fuori tema (una strada cittadina sulla quale scorrono due velocipedi):


Gli fanno subito eco dei commenti di utenti del gruppo Facebook di AIVS che colgono (persino) questa occasione per dileggiare la religione di cui facevano parte in precedenza. Commenti, a nostro parere, un po’ squallidi:


Potrà sembrare semplicemente un commento di cattivo (anzi, pessimo) gusto.

Noi invece vi ravvisiamo un aspetto ulteriormente paradossale.

Sì, perché dovrebbe essere ben noto agli accoliti di AIVS che Toni Occhiello è paraplegico, o comunque ha un’invalidità che ne compromette la capacità di deambulazione.

Interviene un altro utente a spiegare che tipo di veicolo è quello visibile nella parte alta della foto e perché non c’è molto da ridere in proposito (si pensi anche solo a manifestazioni sportive ormai grandemente partecipate come le Paralimpiadi):


Singolare, a nostro avviso, che Occhiello lasci correre delle battutacce offensive contro la propria stessa categoria, senza nemmeno intervenire per riportare nel gruppo (che ha fondato) un minimo di educazione e di rispetto nei confronti di chi soffre una tanto grave limitazione fisica.

Verrebbe quasi da dire che la solidarietà, presso l’AIVS, non è proprio di casa.

giovedì 19 aprile 2018

Un piccolo saggio della discutibile forma mentis «anti-sette»

Tempo addietro abbiamo notato un curioso commento di Sonia Ghinelli ad una notizia relativa al caso di Mario Pianesi (nome di spicco della macrobiotica in Italia bersagliato da alcuni mesi dalla propaganda «anti-sette»), del quale ci siamo occupati anche noi.

Il commento della Ghinelli (come sempre pubblicato tramite il suo discutibile profilo anonimo) riguarda un articolo stampa che riporta le dichiarazioni di alcuni sostenitori di Pianesi, affiliati alla sua catena di negozi, che reagiscono alla macchina del fango mediatica messa in moto contro di loro.


Forse ancora più sbalorditivo del messaggio espresso dalla Ghinelli è il commento che si legge in calce al suo post, scritto da tale Emilio Morelli una persona che evidentemente condivide le sue vedute e mostra già solo con la propria terminologia un forte pregiudizio nei confronti del gruppo che critica:


Fatta salva (e, in verità, sacrosanta) la libertà di opinione, riteniamo tutto sommato utili questi due commenti.

Utili, sì, perché mostrano in maniera inequivocabile una forma mentis profondamente condizionata da preconcetti e, in ultima analisi, alquanto fuorviante e aberrante.

Secondo costoro, infatti, gli associati di Pianesi dovrebbero solidarizzare con le «vittime» o cosiddette tali; «vittime», fra l’altro, di «reati» che sono ancora tutti da dimostrare che la magistratura ha a tutt’oggi il compito di accertare; «vittime», dunque, di situazioni che fino ad oggi sono solo loro e gli «anti-sette» a definire «abusi».

Secondo costoro, i macrobiotici del «Punto» dovrebbero mostrare solidarietà nei confronti di chi li sommerge di accuse non ancora verificate, e non ribadire la propria amicizia e la propria stima verso chi costituisce il loro stesso gruppo!

Secondo costoro, in altri termini, i soci di Pianesi che vengono demonizzati dalla stampa fomentata dagli «anti-sette» non dovrebbero far percepire il proprio supporto e il proprio appoggio a chi è nella loro stessa situazione.

A parte la palese assurdità di un simile ragionamento, un’argomentazione tanto paradossale nasconde una negligenza forse ben più grave.

Ciò che Ghinelli e Morelli sembrano voler dimenticare (e che vorrebbero far dimenticare) è un principio cardine della nostra Costituzione, ossia il concetto della «presunzione di non colpevolezza»: si è infatti innocenti «fino a prova contraria»!

Parimenti, le presunte «vittime» sono tali solamente per ipotesi, dal momento che la loro denuncia non è stata ancora confermata vera da una sentenza definitiva; sempre per ipotesi, potrebbe addirittura emergere che quelle persone non sono affatto delle vittime ma dei calunniatori prezzolati. E allora chi sarebbero i colpevoli? Chi le vittime e chi i carnefici?

Come se non bastasse, al momento, Pianesi e i suoi non sono ancora nemmeno degli imputati ma solo degli indagati; ciò nonostante stanno subendo una continua e pressante gogna mediatica che ne sta facendo a pezzi la reputazione.

Ma Morelli si permette di definirli «persone prive di umanità e mentalmente alienate»: non è semmai lui stesso a mostrare un’assoluta mancanza di tatto oltre che di pudore e di onestà intellettuale?

D’altronde non è strano: è sufficiente una veloce ricerca su di lui per capire da che parte sta e quanto è viziato il suo discorso. Egli, infatti, è solo uno dei vari apostati dei Testimoni di Geova che si tengono occupati dando sfogo all’ostilità e all’odio nei confronti di quella che prima era la loro religione.


domenica 15 aprile 2018

I risultati della psicosi «anti-sette»: ecco un piccolo esempio

Da tempo stiamo denunciando (e, un po’ alla volta, documentando) da questo blog la «manipolazione mentale» messa in atto dagli «anti-sette» ai danni della popolazione del nostro paese.

Sfortunatamente, tale propaganda è all’opera anche altrove e, in verità, in tutta Europa e ben oltre; probabilmente, è un fenomeno che esiste in tutto l’orbe terracqueo.

Ci siamo imbattuti in alcuni articoli pubblicati nei giorni scorsi su Internet che riferiscono di un curioso caso avvenuto in Scozia: a nostro parere, si tratta di una dimostrazione lampante, grottesca e per certi versi inquietante di quali reazioni può produrre il battage mediatico «anti-sette» e l’utilizzo stesso del vocabolo «setta» per ghettizzare chiunque porti avanti delle idee non convenzionali (ne parlavamo in un recente post).


È capitato la scorsa settimana in Scozia che una compagnia di amici amanti della musica hard rock e delle atmosfere mistiche ed appartate sono stati «sorpresi» mentre erano in gita fuori città, riuniti attorno a un fuoco a raccontare storie di fantasmi ascoltando le loro canzoni preferite presso un piccolo isolotto lacustre del Lago di Loch Leven, a nord di Edimburgo, a poco più di un’ora di strada dai luoghi che hanno dato i natali a un’icona del rock di metà anni ’80 come Derek Dick, in arte «Fish».

Che delitto!

Sono stati «ricercati» per una sera da una squadra di soccorso (sic!) della polizia la quale, dopo aver dispiegato un contingente di «una ventina di veicoli» fra forze dell’ordine e di emergenza (addirittura!) e dopo aver fracassato i finestrini delle auto dei ragazzi «alla ricerca di indizi», li ha raggiunti sull’isolotto.


Motivo di tanto subbuglio: la polizia era mossa dalla preoccupazione che potesse trattarsi di un ipotetico «culto suicida».

Logico lo sgomento della piccola compagnia, guidata da un musicista che di lavoro fa l’insegnante di scuola, tale David Henderson, di cui riportiamo la breve testimonianza come la si desume dai media:


Assieme a Henderson vi erano alcuni amici, tre bambini e un cane: insomma, la classica rimpatriata, con la differenza di una collocazione e un orario singolari.

Ci domandiamo cosa sarebbe successo se a fare da «consulente» dei poliziotti scozzesi vi fosse stato un prete cattolico «anti-sette» come don Aldo Buonaiuto: probabilmente si sarebbe gridato allo scandalo e ai rivoltanti crimini perpetrati dalla «setta occulta» di Henderson nei confronti di innocenti bambini, e addirittura animali! Chissà come si sarebbe scatenata la fantasia morbosa nel solco della più torbida propaganda «anti-sette».

Fortunatamente, in quel piccolo paesino del Nord Europa non vi erano estremisti «anti-sette» e così quelle persone non hanno dovuto subire una sorte tragica come quella degli inesistenti «Angeli di Sodoma».

Ciò nonostante, non si può mancare di osservare come la psicosi rispetto ai presunti «culti distruttivi» (che qui in Italia viene alimentata costantemente, quasi giornalmente) abbia comunque prodotto danni non solo rovinando a una mezza dozzina di persone una scampagnata fra amici (senza contare i finestrini in frantumi), ma anche e soprattutto mettendo in allarme un’intera comunità per un pericolo inesistente.

venerdì 6 aprile 2018

Offese, insulti e minacce: gli «anti-sette» di AIVS e CeSAP usano metodi intimidatori?

A quanto pare stiamo proprio colpendo nel segno.

Le reazioni scomposte, scurrili e rabbiose degli «anti-sette» (in particolare Toni Occhiello e Lorita Tinelli) dicono molto sul timore che sembrano avere della verità che a poco a poco, di volta in volta, sveliamo sul loro conto.

Senza mai travalicare il limite del lecito e sempre mantenendoci nei canoni di civile diritto di espressione e di critica, continuiamo con il compito che ci siamo dati di accendere i riflettori sul controverso mondo degli «anti-sette».

Inutile commentare le molestie che stiamo ricevendo, più significativo invece documentarle in maniera puntuale.

Gli attacchi «ad personam» contro Mario Casini (peraltro già registrati in precedenza) e contro il nostro blog riprendono alcuni giorni fa come mostra il seguente post di Lorita Tinelli che prende di mira uno dei nostri ultimi:


Nei commenti a questo post, si leggono affermazioni gravi ed accuse nei confronti di Mario Casini che si potrebbero ritenere calunniose dal momento che lo tacciano di reati che non ha commesso:


In contemporanea, a cavallo della Pasqua, avvengono fatti strani sui nostri account, sia e-mail sia Facebook e anche nella piattaforma di amministrazione del blog; a tutt’oggi vi è un post nel quale non riusciamo a recuperare delle immagini che riportano affermazioni pubbliche di Lorita Tinelli (guarda caso!). Un piccolo esempio:


Ovviamente non abbiamo elementi concreti per poter attribuire tali fatti a qualcuno, ma non possiamo fare a meno di notare che hanno tutta l’aria di essere opera di qualche hacker.

Le ostilità si intensificano poi con quest’altro post di Toni Occhiello, con cui comincia anche l’intimidazione:


Raggiungono livelli dell’offesa personale e dell’ingiuria da parte di Toni Occhiello, peraltro un suo modus operandi consolidato come si è più volte documentato in questo stesso blog (vedere ad esempio qui e qui).

Giudichino i lettori questo commento (ora rimosso) di Occhiello sul profilo «Google+» di Casini:


Per non parlare di quest’altro, che è proprio di oggi, arrivato poco fa al blog:


Forse Occhiello pensa che scrivere parolacce in Inglese ne riduca la cifra offensiva; qualcuno dovrebbe spiegargli che non funziona esattamente così.

Poi ci accusano di fare «dossieraggio»: uno sproposito totale, se si tiene conto che le informazioni pubblicate in questo blog sono per lo più pubbliche e per la maggior parte vengono diffuse (o strombazzate) proprio dagli stessi «anti-sette»! Ci limitiamo ad esaminarle e a ragionare pacatamente al riguardo.

Chi invece sostiene di detenere degli «archivi» sui suoi nemici (presunti, reali o immaginari che siano) è proprio Occhiello! Si legga qui:


Addirittura «archivi» (con la «A» maiuscola!) riguardo ai loro «affari»: il che ha tutta l’aria di avere a che fare con informazioni riservate; questo, sì, caso mai, che si potrebbe ipotizzare essere «dossieraggio». Senza contare le vanterie degli «anti-sette» sulle loro operazioni di infiltrazione presso questo o quel gruppo religioso.

Come si potrebbe definire una tale condotta? A noi viene in mente solo un termine adatto: «intimidazione»; e leggendone il relativo lemma sul vocabolario Treccani, riteniamo di aver colto nel segno.

Insomma: AIVS, CeSAP e FAVIS sembrano schierati tutti assieme per osteggiare questo blog e farlo censurare. Non è da escludere che ci riescano, anche entro breve tempo, vista la compiacenza a loro favore da parte di taluni funzionari pubblici.

Inutile domandarci il perché, è fin troppo evidente che cercano di tapparci la bocca, da tempo.

E dire che noi abbiamo sempre fatto il contrario: li abbiamo invitati a fornirci spiegazioni o chiarimenti, a confrontarsi con noi, a motivare il loro operato. Tutto inutile.

Al lettore il quesito: è lecito un simile comportamento da parte degli «anti-sette»?

Sono forse metodi intimidatori? Sono forse minacce?

martedì 27 marzo 2018

I danni degli «anti-sette»»: la verità sugli «Angeli di Sodoma»

In precedenza abbiamo denunciato l’operato degli «anti-sette» nel triste, clamoroso e deleterio caso giudiziario degli inesistenti «Angeli di Sodoma».

Un’inchiesta penale, scatenatasi con titoloni sensazionalistici come «Riti sui bambini, blitz polizia a Pescara» (ADN Kronos, 15 ottobre 2002), «Bambini drogati e violentati per riti satanici / I ragazzini venivano adescati a scuola e in spiaggia» (Corriere della Sera, 15 ottobre 2002), «Pedofili e satanisti, quattro arresti / Cannibalismo e scarnificazione i loro riti prevedevano la morte» (Repubblica, 16 ottobre 2002), «Gli «angeli di Sodoma» forse preparavano il sacrificio di un bimbo» (Il Tirreno, 16 ottobre 2002), «Riti satanici e droghe giovani adescati nei locali» (Repubblica, 18 febbraio 2003); addirittura il comunicato della Polizia di Stato il 15 ottobre 2002 recitava «Riti satanici: bimbi violentati e drogati, 4 arresti della Polizia di Stato di Pescara».

Quegli articoli scandalistici sono poi finiti per fare da foraggio a libri di testo sul «satanismo», non solo come «Le mani occulte» (2005) dello stesso don Aldo Buonaiuto (diretto responsabile di quel sopruso), ma anche «L’abisso del sé – satanismo e sette sataniche» (2011), «L'Indagine Investigativa - Manuale Teorico-Pratico» (2015), «Satanismo, sette religiose e manipolazione mentale» (2015), «Criminologia Esoterica» (2016), e si potrebbe continuare.

Ultima ma non meno importante, addirittura una proposta di legge (la nr. 3770 del marzo 2003 a firma di Roberto Alboni (agente di commercio, diplomato, al tempo in forza ad Alleanza Nazionale) citò ad esempio il «caso» degli «Angeli di Sodoma», con parole inquietanti come queste:

«Basti ricordare la raccapricciante scoperta avvenuta lo scorso 16 ottobre ad opera della polizia di Pescara di reati efferati compiuti dalla setta "angeli di Sodoma". In questo antro degli orrori in cui si consumavano messe nere e riti satanici, venivano perpetrate nei confronti di minori, spesso prelevati fuori dalle scuole e ridotti in schiavitù con l'impiego di sostanze stupefacenti, violenze di ogni tipo, comprese quelle sessuali. Si predicava un odio sviscerato nei confronti dei bambini e la necessità della loro purificazione attraverso atti di vampirismo umano, capaci di "purificarli".»

Sbalorditi da come un simile caso di «fake news» possa essere diventato niente meno che un elemento tanto «importante» da sostanziare un progetto di legge parlamentare, abbiamo ripreso in mano l’argomento.

Ci siamo interessati ulteriormente a questo caso e abbiamo raccolto informazioni più dettagliate sulle ragioni che hanno portato a un caso tanto clamoroso di ingiustizia di matrice «anti-sette» ai danni di un gruppo di ragazzi abruzzesi finiti nel mirino di don Aldo Buonaiuto e di quella che in seguito sembra essere diventata la «polizia religiosa» della Repubblica Italiana… uno stato laico per natura (sic!).

Qui di seguito relazioniamo ciò che abbiamo scoperto: per rispetto di chi è stato rovinato dalla macchina del fango «anti-sette» e dal conseguente tritacarne giudiziario, non citeremo nomi in chiaro né espliciteremo le fonti; tuttavia, il materiale (la parte non di pubblico dominio) è disponibile e viene custodito da un professionista di fiducia.



Chi erano i componenti della «setta degli Angeli di Sodoma»

Il principale indiziato è G.C., un pescarese che all’età di trentun anni si ritrova sbattuto sulle prime pagine dei giornali come «mostro» di turno, per la fantomatica vicenda degli «Angeli di Sodoma»: è l’ottobre del 2002.

Vicenda che, tuttavia, si riferisce a fatti che risalgono a un arco di tempo fra il 1996 e il 1998, ovvero quattro/cinque anni prima. In quel periodo, G.C. viveva appunto a Pescara, sua città natale.

Ventisettenne, i genitori deceduti prematuramente, una sorella trasferita in un’altra città per motivi di studio, il giovane G.C. era rimasto da solo in un ampio appartamento arredato; in breve tempo la sua casa divenne luogo di incontro della sua compagnia di amici, tutti amanti della musica rock e dell’arte figurativa. Fra l’altro, G.C. componeva poesie e questo dettaglio è tutt’altro che superfluo, come si capirà in seguito.


L’inchiesta della magistratura accertò la presenza di stupefacenti

Forse si potrebbe definirli errori di gioventù, i più intransigenti li classificheranno come comportamenti riprensibili da sanzionare in nome della legge.

Di fatto, in occasione di qualche compleanno ogni tanto gli amici di quella compagnia pescarese consumavano tutti insieme piccole quantità di droga: un po’ di fumo, qualche «striscia» di coca, qualche pasticca… si parla di piccole quantità che i giovani goliardi acquistavano in gruppo mettendoci un po’ di soldi ciascuno.

Si parla senz’altro di serate o feste un po’ «trasgressive», ma va detto che saranno state in tutto non più di una decina nell’arco di un paio d’anni e non vi è prova alcuna che sia mai accaduto nulla di veramente grave; tant’è che nemmeno in sede giudiziaria è stato accertato alcun fatto criminoso degno di nota, con l’unica eccezione che tratteremo più avanti.

In seguito (seconda metà del 1998) G.C., proprietario di quell’abitazione, si trasferisce in un’altra città per seguire un corso di sceneggiatura: i contatti fra i componenti di quella compagnia si diradano progressivamente fino ad esaurirsi.

Ecco dunque che quei divertimenti «sopra le righe» si concludono nel corso dell’anno 1998: l’ampio appartamento arredato non era più a disposizione e ognuno di quegli amici aveva scelto una propria strada.

È solo in seguito che parte l’inchiesta della magistratura, quando oramai quelle situazioni appartenevano già al passato.

I media parlarono di stupefacenti con titoli ad effetto, sicché tutti chiaramente pensarono allo spaccio, ma non fu così nemmeno in termini processuali: G.C. venne infatti condannato per «cessione di stupefacenti» che è ben diversa dallo «spaccio», anche perché non prevede un fine lucrativo.

Ma non solo: il fascicolo giudiziario dimostra che durante le varie perquisizioni a carico degli indagati non fu mai trovato nemmeno un singolo spinello; fatto, questo, che si può leggere come una conferma della tesi difensiva del «consumo di gruppo», ben lontano dalla «cessione» e ancor più dallo «spaccio». Tanto che l'avvocato di G.C. ebbe a commentare, ironizzando, che s'era trattato di un caso di «droga parlata».


L’intervento della magistratura e la «perizia» di don Aldo Buonaiuto: cherchez la femme!

Scavando nei ricordi di chi quella vicenda l’ha vissuta, si scopre che la denuncia da cui è partito tutto venne sporta da una ragazza che frequentava regolarmente quella casa nel periodo dei divertimenti «sopra le righe».

Una ragazza con cui almeno due frequentatori stabili di quella compagnia avevano avuto brevi relazioni che s'erano concluse in modo un po’ burrascoso.

Ed ecco svelato il «segreto di Pulcinella»: tutta la storia degli (inesistenti) «Angeli di Sodoma» deriva proprio da quella denuncia, una vendetta tardiva di una giovane donna respinta, che decide di trascinare in tribunale due suoi ex amanti quando le frequentazioni erano oramai interrotte già da un paio d’anni.

Persino l’idea, del tutto indiziaria, che si trattasse di una «setta» (come riportato nella «perizia» di don Aldo Buonaiuto) proviene da una raccolta di poesie che G.C. stava scrivendo ed era contenuta in una cartellina che gli fu sequestrata dagli inquirenti.

Di fatto, non è mai esistito alcun gruppo organizzato denominato «Angeli di Sodoma», nemmeno tacitamente.


La condanna penale per droga

Nel corso del processo, l’avvocato degli imputati (e in particolare di G.C., il principale accusato) ha sostenuto in tutti i gradi di giudizio la tesi secondo cui non solo non esisteva alcuno spaccio, ma nemmeno la «cessione di stupefacenti» dal momento che vi era stato caso mai un «consumo di gruppo» che, se moralmente può essere discutibile, sotto il profilo legale però non è illecito.

A quanto si capisce, però, la polizia aveva messo sotto torchio tutti i frequentatori di quella casa e tutti coloro che potevano avere qualcosa da riferire al riguardo, e – come è facilmente comprensibile – alcuni di loro, per trarsi d’impaccio senza conseguenze fornirono delle versioni «compatibili» con l’indagine in corso e utili per confermare che la droga la forniva G.C. gratuitamente. Un fatto che, di per sé, probabilmente oggigiorno non sarebbe nemmeno più sanzionabile in sede penale, ma che secondo le leggi allora in vigore condusse ad una condanna per «cessione di stupefacenti» per la quale in primo grado venne comminato il massimo della pena (6 anni + 1).


La perizia di don Aldo Buonaiuto era basata sul nulla?

Nel nostro blog abbiamo più volte sottolineato su che genere di «notizie» spesso si fondano le dichiarazioni degli anti-sette.

In realtà qualche elemento utile a sostenere la tesi di don Aldo Buonaiuto (prete cattolico arbitrariamente nominato consulente del Ministero dell’Interno) esisteva: nel corso delle indagini venne raccolto un vecchissimo teschio umano. Dalla nostra piccola indagine abbiamo scoperto che quel teschio era stato regalato a G.C. da alcuni amici che l’avevano trovato in un vecchio cimitero ormai in disuso e in completa rovina, in un paesino nei dintorni di Pescara (stando a chi vide quel camposanto, le tombe erano usurate dal tempo e le ossa addirittura affioravano dal terreno). Insomma, un regalo un po’ particolare per una persona con dei gusti (per così dire) atipici. D’altronde, secondo un antico adagio, «sui gusti non si discute».

Ma grazie alla «perizia» di don Buonaiuto e al clima di terrore generato dai media, quei semplici gusti divennero illeciti e si trasformarono in una condanna per «profanazione di tomba» e «sottrazione di parti di cadavere» (altri due anni con i quali si arriva al totale dei nove anni della sentenza di primo grado). Reati che, protestò G.C., egli non aveva mai commesso e per i quali l’unica «prova» fu quel teschio ricevuto in regalo.

Se è un crimine essere attratti dall’immaginario gotico, dall’horror e dall’occulto, ci si lasci dire che persone come Stephen King dovrebbero essere condannate all’ergastolo!


Produzione e diffusione di materiale pedopornografico

Anche di questo furono accusati gli «Angeli di Sodoma», ma pure qui c’è una verità molto semplice e lineare.

In quella compagnia di amicizie uno degli interessi condivisi era la fotografia, nelle sue diverse declinazioni fra le quali una certa passione era dedicata al nudo artistico. Si pensi al fatto che quei ragazzi erano sì adulti ma ancora piuttosto giovani, dunque l’approccio alla materia era sicuramente amatoriale. Amici e amiche che dunque di quando in quando posavano per fotografie che senz’altro un prete non può che condannare come «oscene»; se poi si tratta di don Aldo Buonaiuto, la cui intransigenza si traduce in feroce intolleranza, meglio si comprende come si è arrivati ad un’accusa tanto pesante.

Tuttavia, con grande scorno dei giustizialisti «anti-sette», semplicemente non c’era materiale pedopornografico nemmeno a cercarlo col lanternino, infatti quelle accuse caddero completamente nel vuoto già in primo grado per assoluta insussistenza del presunto fatto criminoso.

Ma intanto le accuse erano state formulate e sui media si erano letti titoli pruriginosi come «Riti satanici – giovani adescati nei locali» (Repubblica, 18 Febbraio 2003).


Allarmismo infondato e interpretazioni strumentali

In fin dei conti, quell’allarmismo risultò completamente infondato: la «setta», il «cannibalismo» e le «orge con adolescenti» furono fantasie senza costrutto. Tuttavia, certi titoli in cui si dava la notizia della pesante condanna di primo grado fecero pensare che ci fosse stato chissà quale narcotraffico.

Ma non solo: nella «perizia» di don Aldo Buonaiuto si parlava di un non meglio accertato «desiderio di uccidere un bambino» e di un appetito per la «carne di bambina cucinata». Non sono altro che un paio di frasi che vennero estrapolate dal proprio contesto e combinate con le intercettazioni telefoniche che furono fatte ai tempi, ricamate in modo artificioso da don Buonaiuto per avvalorare una presunta cattiveria nei confronti dei bambini. Anche in questo caso, prove concrete non ve n’erano: fu invece una macchinazione, e lo si comprende meglio leggendo le trascrizioni integrali (e ben diversamente comprensibili, se lette nella loro completezza).

Per esempio, in una di queste ci si imbatte nella seguente conversazione telefonica tra G.C. e l’amico G.D.C. – descritto, ai tempi, come il «braccio destro», si noti la terminologia che fu adoperata; si trattava semplicemente di due amici, ma li vollero dipingere come una specie di banda di delinquenti prima ancora che venissero processati. La scena si svolge in Giugno, G.D.C. stava a Catania e chiamava dalla spiaggia:

- G.D.C.: “Gia’, non ci crederai, sta passando un bambino ciccione bruttissimo tutto vestito di jeans. Cappellino di jeans, camicia di jeans, pantaloni di jeans e pure le scarpe di jeans.”

G.C.“Inguardabile! Da sparargli a vista!”

È ovviamente una battuta, tutt’al più un’uscita infelice se proprio si fosse costretti a commentarla, eppure è diventata la dimostrazione che vi era un sotteso «desiderio di uccidere un bambino», secondo la relazione del solerte don Aldo Buonaiuto. Eppure qualunque persona con un briciolo di raziocinio si renderebbe conto che si è trattato di una semplice, estemporanea boutade telefonica tra due amici e non dell’espressione di una volontà omicida.

Situazione simile per la faccenda del «cannibalismo»: furono stralci di conversazioni interpretate in modo tendenzioso.


Condanna ridotta, ma nel silenzio generale

Nel secondo grado di giudizio, la pena venne più che dimezzata. Ma ben si guardarono i giornali e le TV dal diffondere la notizia tanto quanto avevano strombazzato i roboanti titoloni nel corso dell’inchiesta. Solo un trafiletto su un giornale locale, da tutti gli altri un «silenzio assordante».

Nel frattempo, gli indiziati avevano dovuto vivere un inferno: anche coloro (tutti tranne uno) che furono completamente assolti dovettero sottostare alla gogna mediatica.

La pena definitiva per G.C., sebbene in secondo grado fosse stata ridotta, alla fine fu di quattro anni e tre mesi. A questi andava sottratto un anno che, in sede di indagine, aveva già espiato tra carcere e domiciliari. In galera, in fin dei conti, solo per delle feste trasgressive fra amici in casa sua.

Sofferenze, fra l’altro, che non terminano quando si esce dal carcere o quando la pena è estinta: ci sono dei postumi, c’è la difficoltà di ricostruire una vita normale, senza nemmeno contare le perdite economiche e la flagellazione del proprio nome, intaccato da accuse tanto infamanti quanto fasulle.

Accuse scaturite da una «perizia» commissionata (con soldi pubblici!) a don Aldo Buonaiuto, una sorta di «prete inquisitore» del terzo millennio che vorrebbe mandare al rogo tutti i seguaci di realtà religiose diverse dalla sua, quasi si fosse tornati nel tredicesimo secolo.

Se lo scandalo c’è, allora è quello dei gruppi «anti-sette» che continuano a cercare di costruire «casi» pompando delle notizie più o meno veritiere per invocare la reintroduzione del reato fascista di plagio.

Sebbene i fatti del recentissimo periodo non sembrino auspicare alcunché di buono, nondimeno ci auguriamo che un domani non troppo lontano questi soprusi possano cessare e la Repubblica Italiana torni ad essere il «libero Stato» in cui ognuno ha il diritto di avere i propri gusti e le proprie passioni, senza dover temere la perniciosa, inquisitoria persecuzione dei faccendieri «anti-sette».

sabato 24 marzo 2018

Contributo esterno: il caso di Mario Pianesi e la macrobiotica

Presentiamo il seguito del nostro primo post sull’avvilente caso di Mario Pianesi e della sua catena di punti vendita di prodotti e cucina macrobiotica.

Sebbene l’inchiesta sia in corso e la verità resti ancora tutta da accertare, i giornali e le TV aizzati dai (soliti) «anti-sette» hanno messo in atto un linciaggio mediatico violento e assordante.

Ecco una lettura controcorrente (e – lo ammettiamo – anche un poco satirica) di questi fatti.


giovedì 22 marzo 2018

Gli «anti-sette»: lamentele, incoerenza e intolleranza contro tutti

Come s’è già visto numerose volte in precedenza, il controverso mondo degli «anti-sette» è una sorta di miniera d’oro quando si tratta di ricercare discrepanze, discordanze e assurdità che spaziano dall’esilarante al grottesco.

Ultimamente, la propaganda mediatica «anti-sette» si è intensificata e sta raggiungendo livelli che rammentano inquietanti periodi storici e tragici eventi del passato.

Sebbene facciano della maldicenza il loro pane quotidiano, talvolta gli «anti-sette» mostrano persino una tracotanza tale da riuscire a lamentarsi per le critiche che subiscono o, peggio, per gli atteggiamenti propagandistici altrui.

Ecco un esempio. Qui una rappresentante del GRIS (il cattolicissimo «Gruppo di Ricerca e Informazione Socio-Religiosa», già «Gruppo di Ricerca e Informazione sulle Sette») e amica della controversa SAS (la «Squadra Anti-Sette») Giovanna Ballestrino, si lagna perché Marcello Veneziani, giornalista e scrittore, ha avuto parole non del tutto compiacenti nei confronti di Papa Bergoglio e soprattutto ha travisato un suo discorso a proprio uso e consumo.


Lamentela più che comprensibile e giustificata, nel principio che esprime; nettamente meno comprensibile se arriva proprio da coloro che di tale espediente hanno fatto un modus operandi consolidato, quando si tratta di criticare e osteggiare i «nuovi movimenti religiosi».

Non solo: la Balestrino sembra addirittura comprendere quanto è vero che «le parole sono pietre», per citare un celeberrimo pensiero letterario.


Ma allora è logico domandarsi: perché quando oggetto delle critiche è il Santo Padre dei cattolici occorre misurare le parole, e invece quando ad essere presi di mira sono decine di migliaia di fedeli dei gruppi spirituali di minoranza allora tutto è «lecito», a cominciare dal turpiloquio?

Persino un seguace di Toni Occhiello come Luciano Madon, pur sempre mettendo in mostra la sua dabbenaggine con le solite dicerie trite e ritrite sulle «sette», si ritrova a dover fare dietro front quando a venire messa sotto torchio è una corrente di pensiero che incontra le sue simpatie. Nella fattispecie, il post in questione riportava un post fortemente critico nei confronti di Zecharia Sitchin, studioso azero che seppur deceduto nel 2010 è tuttora un nome di primissimo piano per i numerosi appassionati della cosiddetta «archeologia eretica» e delle teorie che mettono in collegamento gli UFO con la storia dell’antichità:


Insomma, se si è cultori della «archeologia eretica» si è autorizzati a «credere a ciò che si vuole»; se invece si è fedeli della Soka Gakkai, devoti di Sai Baba o cittadini di Damanhur, allora no, si è «manipolati» ed è giusto vedere il proprio credo dileggiato e messo alla berlina e la propria organizzazione calunniata con le accuse più raccapriccianti.

Questo è l’AIVS-pensiero, evidentemente, tenendo conto che Madon è un amicissimo di Toni Occhiello e un attivista della sua associazione.

E non è affatto strano, se si pensa che il presidente della consociata di AIVS, Luigi Corvaglia del CeSAP, addirittura sta cominciando a parlare di network commerciali come di «culti», e per lui (ben si sa) ogni culto è «distruttivo»:


Quindi se si vende Amway adesso tocca pure venire sospettati di essere dei terroristi (ma Corvaglia ha anche un ruolo come investigatore per l’Interpol, o parla solo per sentito dire?).

Esattamente come, se si è malati di tumore e si commette l’errore di cercare conforto in una disciplina «non convenzionale» come i Fiori di Bach, «naturalmente» il proprio decesso deve essere attribuito a quest’ultimo fattore e non alla tragica fatalità di una malattia dalla quale solo una data percentuale di pazienti riesce a guarire. Così pare sostenere Sonia Ghinelli del FAVIS, alleata di Corvaglia e soprattutto della sua stretta collaboratrice Lorita Tinelli:


La Tinelli, però, mentre da un lato spara a zero contro Mario Pianesi e il suo network di ristoranti macrobiotici, dall’altro promuove la nutrizione come terapia (sic!):


Probabilmente la Tinelli fa così perché ricerca un proprio tornaconto di carattere politico o in termini di popolarità.

A noi sembra solo di ravvisare la massima incoerenza, come di consueto del resto.

venerdì 16 marzo 2018

Inquisizione «anti-sette»: il caso di Mario Pianesi

Pubblichiamo per intero un contributo esterno sottopostoci da uno nostro lettore e sostenitore fra i più affezionati.

Contributo che ha sicuramente il pregio di stimolare una riflessione seria e obiettiva.


mercoledì 14 marzo 2018

Intolleranza e repulsione: ecco la merceologia degli «anti-sette»

Come abbiamo più volte dimostrato in questo blog, gli «anti-sette» lavorano in continuazione per generare intolleranza, repulsione, ostilità e odio nei confronti dei movimenti religiosi «alternativi»; essi descrivono il proprio operato come «informazione di pubblica utilità» e tale da «mettere in guardia» e «sensibilizzare» a proposito di quello che essi descrivono un «problema sociale» o un «pericolo».

La libertà di professare un proprio credo diverso da quello della maggioranza e di proclamarlo e diffonderlo attivamente, dunque, sembra da loro considerato qualcosa che deve essere deriso, dileggiato, criticato e costantemente messo in discussione.

Il risultato della loro continua opera di «informazione» tendenziosa e ostile (quando non propriamente fuorviante o falsa), è né più né meno il timore nei confronti di quei movimenti religiosi e la conseguente intolleranza.

Le pagine Facebook di Lorita Tinelli, Sonia Ghinelli, Luigi Corvaglia, Maurizio Alessandrini, ecc., infatti traboccano di post di quel genere e sono costellate di commenti di utenti che li seguono e che vengono influenzati in tal senso dalla loro propaganda.

Commenti come questo, scritto da una militante «anti-sette» come Mimma Manganiello:


Aizzata dalla Ghinelli contro gli Evangelici, la Manganiello finisce per generalizzare contro tutte le religioni.

D’altronde, come si è visto in più di un post (ad esempio qui, qui, qui e qui) il costante lavorio di propaganda da parte degli «anti-sette» finisce per infangare davvero tutte le religioni, persino quelle maggioritarie, non solo le tanto detestate «sette» come loro amano chiamarle con una terminologia ormai ampiamente sconfessata dal mondo accademico.

Non è strano, infatti, che la stessa Ghinelli abbia definito il proprio impegno come una «guerra alle sette». Una dichiarazione d'intenti dalla belligeranza alquanto esplicita.

Una lotta, la sua, che in realtà finisce per essere contro ogni religione e che spesso prende di mira il clero cattolico in una maniera consona forse più al tifo da stadio che all’ambiente accademico con cui pretenderebbe di confrontarsi:


Tanto è vero che fra i molti commenti istigati da Ghinelli e compari, si leggono addirittura delle uscite infelici come quella che segue:


In poche parole la Russia, contro cui mezzo mondo accademico sta protestando per i gravi episodi di discriminazione religiosa in ambito giudiziario e sociale, sarebbe «all’avanguardia nella prevenzione». Un po’ come dire che la propaganda studiata e messa in atto da Joseph Goebbels fu un saggio piano di «prevenzione» rispetto al rischio di «contaminazione della razza ariana».

Ma fossero soltanto i commenti su Facebook l’esito del loro operato, forse il fenomeno non sarebbe così preoccupante.

Al contrario, proprio come nel caso della Russia cui abbiamo appena accennato, quella continua produzione di onde di intolleranza genera alla fine uno stato di allarmismo e tensione in cui tacciare questa o quella fazione avversa di essere una «setta pericolosa» è ormai all’ordine del giorno, sembra essere diventata una «moda». Basta sfogliare le pagine dei giornali soprattutto nel periodo pre-elettorale (ma il trend prosegue tuttora) per rendersene conto.

Lo stigma nei confronti delle «sette», dunque, sta diventando un ottimo strumento per isolare e ghettizzare avversari nella politica, nello sport e in altri ambiti.

Il punto di arrivo è purtroppo la persecuzione giudiziaria di persone innocenti (con la certezza di rovinarne l’esistenza per anni, se non per sempre) come nel caso degli inesistenti «Angeli di Sodoma»), la distruzione di nuclei familiari a causa della disarmonia e dei contrasti sobillati dalla pressione mediatica contro i presunti «culti distruttivi», la …

E qual è lo scopo finale di un tanto discutibile modus operandi?

Ce lo esemplifica molto bene Lorita Tinelli con un paio di commenti ad un post di alcuni giorni fa in cui fa ironia sul caso di Paola Catanzaro (alias Sveva Cardinale):


Anzitutto l’assimilazione di un santone con un attore, quasi a voler dare a intendere che il comportamento di ogni leader religioso debba essere improntato alla finzione e all’inganno. Un’opinione che molto dice sulla sua considerazione ostile rispetto alla spiritualità e alla trascendenza.

Ma l’intenzione lucrativa che resta sottesa allo specioso operato della psicologa pugliese «anti-sette» trapela da quell’ultimo commento: «chi si reca da simili personaggi è in un grande stato di bisogno». Bisogno di che cosa? Di diventare un suo «paziente» e di pagarla profumatamente per venire «curato»?

È sempre più chiaro il progetto degli «anti-sette»: creare una clientela generando nella gente la convinzione che i fedeli dei movimenti religiosi o dei gruppi spirituali e filosofici denigrati e descritti come «distruttivi» o «pericolosi» siano «malati» o abbiano «problemi psicologici» o siano «a rischio di subire manipolazione mentale» e quindi debbano ricevere questo o quel trattamento o seguire il tale o talaltro percorso di analisi con figure «specializzate» come Lorita Tinelli, Luigi Corvaglia, Patrizia Santovecchi, ecc.

In ultima analisi, è un mero tentativo di generare o mantenere un business e chiunque sembri opporsi ad esso deve venire spazzato via, poco importa se è un movimento religioso, un esperto di religioni o un critico indipendente.

sabato 10 marzo 2018

Gli «anti-sette» e l’informazione «selettiva» e tendenziosa: Dhamma Atala

In questo blog affrontiamo spesso il carattere della (pseudo) informazione portata avanti dagli «anti-sette» con il loro operato tendenzioso; rendiamo noto il modo continuo e sistematico in cui cercano di generare un’immagine di pericolo e di tensione rispetto ai fenomeni religiosi minoritari o di frangia o ai movimenti spirituali più «discussi».

D’altronde, gli stessi «anti-sette» sovente lamentano che chi invece (come noi) tende a difendere la libertà di culto (peraltro sancita dalla Costituzione, checché loro ne dicano) tende anche a dare poco risalto alle notizie meno favorevoli a questo o quel movimento.

Ammesso e non concesso che le cose stiano in questi termini, il guaio è che fin troppo spesso le «notizie» propalate dagli «anti-sette» sono delle pure e semplici «fake news», oppure si tratta di fatti veri per una minima percentuale ma per il resto «condimenti» o «ricami» che replicano semplicemente le solite roboanti dicerie da comari di paese.

Dal canto nostro, siamo del semplice e lineare parere che laddove vengono commessi degli illeciti essi debbano venire sanzionati dalla giustizia con gli strumenti messi a disposizione della legge, senza alcun favoritismo e con equità, nei confronti di chi la magistratura accerta averli posti in essere. Esattamente come riferivamo nel post sul caso del giovane congolese macchiatosi di un turpe delitto. Che poi gli «anti-sette» sfruttino a proprio uso e consumo l’onda emotiva legata a certi delitti, è esattamente ciò che riteniamo ricada nella categoria della becera strumentalizzazione.

Ma lasciateci per una volta ribaltare quella concezione, a nostro avviso strampalato, che per «fare informazione» si debba a tutti i costi ricorrere alla «cronaca nera».

Ci siamo imbattuti in un interessante e curioso articolo che racconta l’esperienza di una fisioterapista 26enne di Roma, felice di aver sperimentato (e di raccontare) alcuni giorni di eremitaggio presso il centro «Dhamma Atala» di Lutirano (Firenze), gestito dall’associazione «Vipassana Italia» che pratica l’omonimo metodo di meditazione, descritta come un’antica tecnica indiana.

Il resoconto si può leggere integralmente qui.

Ci domandiamo: perché gli «anti-sette» non ne parlano?

Perché non menzionano mai e poi mai alcuna delle innumerevoli manifestazioni di gratitudine da parte dei fedeli di questo o quel movimento?

La Soka Gakkai, per esempio, conta più di 80mila associati solo in Italia e la stragrande maggioranza di loro (migliaia, dunque) sarebbe pronto a dichiararsi apertamente contento della fede che professa, come dimostrano i numerosi commenti (pubblici) che si trovano qua e là nella rete. Lo stesso vale per i Testimoni di Geova che contano oltre 250mila fedeli, per non parlare di gruppi dai rapporti ponderali più disparati, dai Sikh a Scientology e dai Baha’i alla Universal Peace Federation (Chiesa del Reverendo Moon). Quanti di loro sono felici di professare quelle fedi e quanti invece sono gli apostati? Le proporzioni sono nettamente a favore dei primi.

E allora perché gli «anti-sette» si limitano a pubblicare, ritrasmettere e diffondere solo ed esclusivamente notizie negative sul conto dei nuovi movimenti religiosi? E questo non solo quando quelle notizie sembrano avere una parvenza di fondamento, ma anche e soprattutto quando si basano su meri sospetti.

Come questo post di Sonia Ghinelli del FAVIS, in cui si parla di «sospetti» piuttosto che di «fatti concreti»:


La domanda, forse destinata a rimanere senza una risposta, quindi, è: perché?

venerdì 9 marzo 2018

L’intolleranza degli «anti-sette» è anche «politica»: il caso di Tiziana Santaniello

Si era già accennato in un precedente post ad uno degli innumerevoli casi di discriminazione da parte degli «anti-sette»; questa volta si potrebbe addirittura ipotizzare un fine di strumentalizzazione politica, dato che l’episodio si colloca due settimane prima dalle ultime elezioni per il nuovo governo (4 Marzo scorso).

Ad essere presa di mira, questa volta, è stata Tiziana Santaniello esponente politica e candidata al senato nel collegio uninominale di Milano 2 per il Movimento 5 Stelle che (come è noto) ha poi stravinto le consultazioni elettorali in buona parte del paese. La Santaniello non è stata poi eletta, tuttavia ha raccolto poco meno di 55mila voti pari al 19 per cento delle preferenze.

Il 20 di Febbraio, a seguito di un articolo di Repubblica che critica aspramente la Santaniello per la sua profonda credenza e partecipazione ad una disciplina di meditazione denominata Sahaja Yoga parte la relativa macchina del fango in completo stile «anti-sette», tanto che Lorita Tinelli non manca di diffonderla al suo stuolo di seguaci mediante l’immancabile post su Facebook:


L’articolo riproposto dalla Tinelli non quello di Repubblica ma uno successivo, tratto da Next Quotidiano, che però sostanzialmente riprende l’originale e addirittura cerca di sostanziarne una delle principali accuse, cioè che l’associazione della Santaniello proponga «la cura del cancro o
dell’AIDS attraverso la meditazione».

Sfortunatamente, si tratta dell’ennesimo caso di «fake news» di stampo «anti-sette», dal momento che non vi è alcuna simile asserzione, nemmeno per allusioni, sul sito istituzionale di Sahaja Yoga. Tant’è che del caso si è occupato anche il sito «Bufale un tanto al chilo» confermando appieno che l’associazione della Santaniello non si è mai spinta a formulare teorie di alcun genere a proposito della cura del cancro. L’unico elemento che possa dare una qualche forma di giustificazione a un’accusa tanto grave da parte di Repubblica e degli «anti-sette», semmai, è che in India (paese che, ça va sans dire, ha cultura e tradizioni radicalmente differenti dalle nostre) esponenti di spicco di quel movimento hanno formulato ipotesi più azzardate in quel senso.

Ma allora perché il giornalista di Repubblica, Daniele Autieri, si spinge ad affermare un’esponente politica emergente di propugnare «terapie» abusive dichiarando falsamente: «si legge sul sito del Sahaja, la cura del cancro o dell’Aids attraverso la meditazione»?

La matrice «anti-sette» è lampante e nemmeno questa volta è casuale.

Infatti, con una semplice ricerca in Internet si può trovare un articolo di Dicembre 2013 (guarda caso) proprio di Lorita Tinelli, nel quale si legge che il Sahaja Yoga «sostiene quindi di curare tutte le malattie (compreso l’AIDS e il cancro)». Praticamente la stessa frase del giornalista di Repubblica.

Anche la meditazione Yoga, quindi, è nel mirino del CeSAP, evidentemente percepita come una pratica «concorrente» alle sedute di analisi psicologica da pagarsi lautamente.

Eppure è semplicemente una mera falsità il fatto che Sahaja Yoga affermi quanto viene sostenuto dalla Tinelli, come si può ben vedere sul sito istituzionale di Sahaja Yoga. Si legga con obiettività: «I benefici della meditazione sahaj sono stati riscontrati da numerosi studi medico-scientifici. In particolare, le evidenze sono state notevoli su alcune malattie psicosomatiche, dall’asma all’ipertensione, dalla sindrome da deficit di attenzione (A.D.H.D.) alla depressione e alla menopausa». Qui parla di benefici correlati, altro che «terapie»!

Ecco dunque l’ennesimo caso di «fake news» propiziate dagli «anti-sette» e diffuse dai loro «megafoni» giornalistici.

giovedì 1 marzo 2018

«Presa Diretta»: l’ignoranza degli «anti-sette» e dei loro sostenitori

[Post aggiornato il 4 Marzo 2018]

Nei giorni scorsi gli «anti-sette» hanno trionfato all’unanimità (o quasi) per l’ultima puntata della trasmissione televisiva «Presa Diretta», andata in onda Sabato scorso (24 Febbraio) su RAI 3 con il titolo «Io ci credo» e dedicata al fenomeno della religiosità «alternativa».

La giornalista che ha confezionato il servizio è Raffaella Pusceddu, già nota al pubblico per i propri «calderoni terroristici» come quello contro i produttori di vino andato in onda due anni fa e contestato da più di un media legato agli esperti (quelli veri) di settore.

Al minuto 50:44 del reportage «Io ci credo», la Pusceddu afferma:
«per le altre religioni e confessioni [diverse dalla cattolica, N.d.R.] il rapporto è col Ministero dell’Interno che deve riconoscere la personalità giuridica come enti di culto».

Tale dichiarazione è gravemente fuorviante: infatti, il rapporto dell’associazione religiosa è eventualmente con il Ministero laddove essa richieda di stipulare un’intesa. Diversamente, non vi è alcun obbligo o vincolo di instaurare un rapporto con il governo, dal momento che la Costituzione stessa riconosce ad ogni individuo la libertà di professare il proprio credo «in forma individuale o associata» (cfr. art. 19 e art. 8).

A qualcuno potrà apparire un cavillo. Non lo è.

Al contrario, è un fatto grave: trattasi infatti di un giornalista della TV di stato (RAI 3) che dà ad intendere di «fare informazione» su questioni di rilevanza costituzionale (libertà di credenza), e invece mostra di non conoscere nemmeno l’ABC della materia. Ciò risulta in una mera disinformazione propinata a circa un milione di italiani (secondo le stime Auditel), fondata sulla «consulenza» degli «anti-sette» come Lorita Tinelli del CeSAP (già più che notoriamente schierata contro le minoranze spirituali e pubblicamente attiva per osteggiare tutto ciò che non le vada a genio).

Verso il minuto 57:40, Gianni Del Vecchio giornalista e co-autore di un controverso libro contro i gruppi religiosi, intervistato dalla collega Pusceddu dichiara: «tutte queste organizzazioni, quasi tutte, poi alla fine vogliono tutte quante diventare delle religioni. C’è un motivo: che secondo la legislazione italiana se tu, movimento, fai un'intesa con lo stato, il quale appunto ti riconosce come confessione religiosa hai una serie di vantaggi strepitosi». Ecco un altro, clamoroso esempio di «dotta» ignoranza: una confessione religiosa non diventa una religione perché lo stato la riconosce tale. Un movimento è religioso sia perché lo è, sia perché la Costituzione lo sancisce, a prescindere dal fatto che quel movimento stipuli o meno un’intesa!

Costoro sarebbero degli «esperti» (e come tali vengono presentati dalla Pusceddu nella fanfara di RAI 3) che hanno voluto scrivere un intero libro sui gruppi religiosi minoritari per bollarli allarmisticamente come «sette pericolose», ma in verità non conoscono nemmeno i principi basilari della materia! E infatti sono proprio loro gli idoli degli «anti-sette» e della stessa Pusceddu (giornalista del servizio pubblico), che sembra ascoltarli con una sorta di timore reverenziale e li idealizza quali autori di «uno dei pochi saggi approfonditi sull’argomento». Talmente «approfondito» da risultare discrepanti rispetto al testo giuridico per eccellenza, la Costituzione della Repubblica Italiana!

Al minuto 01:26:06, il parlamentare Pino Pisicchio (sostenitore del CeSAP e da tempo schierato con gli «anti-sette», come si riferiva in un precedente post) afferma «Gli americani in modo particolare hanno molto lavorato su questo e parlano di ‘lavaggio del cervello’. Ecco… credo che sia più chiaro alla pubblica opinione questo temine».

Di nuovo, clamorosamente, l’ignoranza più disarmante: la teoria del «lavaggio del cervello» è stata completamente smentita proprio in America. Si veda, ad esempio, la sezione dal titolo «L'APA e il lavaggio del cervello: la storia e i documenti» in questo articolo sul sito del CESNUR.

Ecco quanto è «preparato» il politico amico degli «anti-sette» che da anni vorrebbe reintrodurre il «reato di plagio» e che la Pusceddu, sulla TV di stato, vorrebbe far apparire come un «eroico parlamentare» che da anni conduce una «lodevole lotta» per difendere le «vittime delle sette».

Non è forse proprio questa, invece, una vera e propria «manipolazione mentale»? Ecco perché, quanto prima, torneremo ad occuparci di questa trasmissione di «pubblico (dis)servizio».

Di fatto, costoro stanno perseguendo la direzione opposta rispetto a quel che è il comune sentire della gente, ovvero di quei telespettatori e di quegli elettori che essi dovrebbero servire.

Ad esempio, ecco cosa si legge in un articolo che riporta le dichiarazioni dell’arcivescovo Ivan Jurkovic, osservatore della Santa Sede presso l’ONU: «molte società nel mondo sembrano adottare un'attitudine di rifiuto verso la religione, marginalizzando o persino perseguitando le minoranze religiose, sia che ci siano da sempre o che siano arrivate da poco». E ancora: «le leggi che discriminano le minoranze religiose sono sfortunatamente troppo presenti del mondo», e così pure «gli stati che permettono e coltivano una ideologia radicale e culturale che nega i sentimenti religiosi dei loro cittadini, sebbene sia ormai evidente che una società basata sul rispetto della libertà di religione e credo sia più forte e non più debole».

Tali dichiarazioni fanno virtualmente eco a Luca Maria Negro, presidente della Federazione delle chiese evangeliche in Italia (FCEI) e della Commissione delle chiese evangeliche per i rapporti con lo Stato (CCERS). In un'intervista riportata sul sito Internet della rivista «L’Indro», il Rev. Negro parla dei «politici che strumentalizzano il discorso sulle religioni dandone una lettura esclusivamente in termini di ordine pubblico, alimentando la paura e stigmatizzando le diversità a fini propagandistici». Esattamente ciò che ripetutamente denunciamo qui sul nostro blog.

L’intervista de «L’Indro» accenna infine a «forze politiche di matrice xenofoba, che tendono a cavalcare le paure di presunte invasioni e di perdita di (fittizie) radici cristiane dovute al doppio fattore immigrazione/differenze religiose, di fatto del tutto smentite dai dati numerici» e conclude con un concetto che riteniamo di assoluta importanza: «è fuor di dubbio che sia necessario lavorare affinché si crei una coscienza comune sempre più forte che prenda atto che il pluralismo religioso è già un dato concreto e vivente e che l’allargamento dei diritti è un dovere morale prima ancora che giuridico, oltre che un percorso inarrestabile».

A breve, ulteriori confutazioni della trasmissione televisiva in questione.

mercoledì 28 febbraio 2018

Gli «anti-sette» e le censure di Lorita Tinelli: una «democrazia» repressiva?

Qualche giorno fa avevamo letto un interessante e ben documentato resoconto scritto dalla dott.ssa Simonetta Po (tramite il suo ormai «storico» nomignolo «Alessia Guidi») a proposito di Lorita Tinelli e di un documento che ella aveva pubblicato sul proprio sito omettendone una parte fondamentale per osteggiare Arkeon, il gruppo di ricerca filosofica finito nel suo mirino molti anni fa. Dell’incresciosa, deprimente vicenda giudiziaria che ne era scaturita (e che ha mietuto molte vittime) abbiamo parlato a più riprese sin dall’inizio del nostro blog.

Di fronte a una denuncia tanto precisa e circostanziata come quella della dott.sa Po, Lorita Tinelli è dovuta velocemente correre ai ripari e ha subito modificato la pagina del proprio sito in cui aveva compiuto quella omissione; una negligenza che come minimo si può considerare sospetta, ma che i meno ingenui e più disillusi definirebbero alquanto maliziosa. L’assessore alla trasparenza del comune di Noci non ha poi tardato ad esporre la propria lamentela nei confronti di Simonetta Po (come è solita fare) mediante un post su Facebook, motivando il fattaccio con una dichiarazione di tono vittimistico:


Di fatto, però, anche se non lo dice la Tinelli aggiunge la pagina precedentemente omessa, che ora è disponibile sul suo sito. Il che è una sostanziale, inequivocabile conferma che l’errore/negligenza esisteva ed era tale.

Curiosamente, al di là dell’ostentata sicurezza di sé, è evidente che la preoccupazione e l’angoscia per essere stata nuovamente colta in fallo devono essere state piuttosto forti. Non solo, infatti, la Tinelli ha pubblicato quel post tanto apologetico e vittimistico in cui tenta di spostare l’attenzione sui propri presunti meriti mediatici, ma ha anche esercitato la propria censura nel tentativo di impedire che quella grave negligenza venisse resa nota più ampiamente.

E ora spieghiamo come: preannunciando il presente post, avevamo pubblicato la stessa immagine (quella riportata qui sopra) sulla nostra pagina Facebook presentandola così:


Non è durato molto: «magicamente», nell’arco di poche ore il post è stato censurato da Facebook, evidentemente a causa delle proteste (del tutto ingiustificate, è il minimo che si possa dire) della stessa Tinelli.


Alquanto curioso il fatto che la Tinelli si risenta per quanto viene detto di lei, personaggio pubblico, considerandolo «denigratorio» o «umiliante», quando questo è esattamente ciò che ella fa ogni santo giorno dell’anno nei confronti delle minoranze religiose chiamandole «sette» e propalando ogni sorta di cattiva «notizia» ai loro danni.

Ma non è tutto.

Le censure di Lorita Tinelli evidentemente sono un’abitudine consolidata (come peraltro abbiamo reso noto sin dal principio della nostra iniziativa informativa).

Ecco infatti un commento che abbiamo tentato di pubblicare l’altro ieri su un articolo che porta sugli allori la psicologa di Noci proprio in relazione alla trasmissione di RAI 3:


Stesso identico trattamento è stato riservato sul sito web di «Noci24», con il medesimo commento censurato e rimosso nel giro di qualche decina di minuti.

Ecco dunque la «democrazia» repressiva di Lorita Tinelli: sono questi i valori che promuovono gli «anti-sette»?