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mercoledì 21 marzo 2018

La giornalista «anti-sette» Raffaella Pusceddu e il suo conflitto d’interessi

Abbiamo ampiamente parlato della deludente trasmissione televisiva «Presa diretta» (andata in onda su RAI 3 il 24 Febbraio scorso) e del clima di tendenziosità e di superficialità da cui ha tratto ispirazione.

Nel commentare i contenuti di quella trasmissione confutandone talune asserzioni sibilline, come noi e meglio di noi hanno fatto altri studiosi e ricercatori del settore (ne accennavamo all’inizio di questo post).

Tuttavia, vi è un ulteriore aspetto che sinora non è stato trattato, e di cui si è voluto anche dare un’anticipazione in un commento all’ottimo articolo di Camillo Maffia su «Agenzia Radicale» a proposito di «Presa Diretta».

Fra le reazioni a caldo sulla trasmissione, ve ne è stata una di Toni Occhiello che abbiamo voluto approfondire:


Abbiamo fatto qualche tentativo di verificare se realmente la sorella della giornalista fosse una devota del buddismo Soka Gakkai.

Sebbene non possiamo dire di aver raccolto notizie certe al 100%, riteniamo però di aver trovato degli indizi importanti in base ai quali poter ritenere che quell’indicazione sia veritiera: la sorella della giornalista si chiama Cristina Pusceddu e vive a Cagliari. Una foto pubblicata sul suo profilo Facebook in dicembre 2016 e tuttora disponibile anche ai visitatori «non amici» mostra una netta somiglianza con Raffaella, come si può notare qui di seguito.

(Teniamo a precisare che ci siamo limitati a riprendere soltanto informazioni apertamente e pubblicamente disponibili a chiunque su Facebook; tuttavia, qualora la signora Cristina dovesse dissentire da tale utilizzo, non avrebbe che da scriverci per comunicarcelo.)


L’appartenenza alla Soka Gakkai sembra confermata da un post di Ottobre 2014 relativo a un incontro pubblico tenutosi ad Arborea (OR), a un’ora di strada da Cagliari.

Tutto ciò evidenzia un clamoroso conflitto d’interesse della giornalista che ha realizzato il reportage: sua sorella fa parte di una delle associazioni religiose di cui si è occupata la trasmissione (che, lo ricordiamo, ha invocato il ripristino del controverso «reato di plagio» ai danni delle minoranze spirituali bollate come «culti distruttivi»).

Sebbene la Soka Gakkai sia stata certamente l’organizzazione meno infamata fra quelle altre prese di mira dal «servizio» della RAI (forse in ossequio al legame familiare?), nondimeno è stato riconosciuto da tutte le parti in gioco che l’orientamento ideologico seguito dalla trasmissione è di forte opposizione ai nuovi movimenti religiosi e porta avanti la campagna di allarmismo «anti-sette» indicando come «attendibili» i pareri di Lorita Tinelli, Luigi Corvaglia, Gianni Del Vecchio, ecc.

Addirittura, secondo Toni Occhiello, la Pusceddu avrebbe chiesto assistenza a lui e alla sua associazione (AIVS) per capire «come fare uscire la sorella dalla Soka Gakkai».

Un’ennesima, lapalissiana conferma che il servizio televisivo della RAI è profondamente viziato dal pregiudizio e dal rancore nei confronti dei movimenti religiosi «alternativi».

Ma non solo: che dire del comportamento da sciacallo di Toni Occhiello? Proprio così: costui, senza scrupolo morale alcuno, avrebbe «consegnato» ai boia televisivi una sua ex correligionaria, se la giornalista autrice del servizio non fosse stata proprio la sorella di quest’ultima e non l’avesse risparmiata. Poi, siccome il «massacro» mediatico non si è concretizzato con un sufficiente «bagno di sangue» come avrebbe voluto lui, non contento, Occhiello è passato a denigrare quegli stessi reporter con cui aveva tentato di collaborare.

D’altronde, che moralità ci si può aspettare da chi nei confronti di una corrente religiosa buddista usa pubblicamente parole del seguente tenore? (commento di febbraio 2017)


Raffaella Pusceddu avrà condiviso questo orientamento quando si era rivolta a Occhiello per avere «assistenza»?

domenica 18 marzo 2018

Il controverso «reato di plagio» e l’ignoranza degli «anti-sette»

Una decina di giorni fa, replicando in tema di «plagio» a un nostro pezzo con cui abbiamo voluto fare un po’ di chiarezza su cosa sia realmente il «lavaggio del cervello» e in quali contesti avvenga, Sonia Ghinelli del FAVIS ha pubblicato un post sulla sua pagina Facebook (sempre utilizzando l’anonimo e controverso profilo di Ethan Garbo Saint Germain) in cui ha messo in dubbio il fatto che le teorie «anti-sette» sulla «manipolazione mentale» abbiano incontrato un’opposizione accademia forte e sostanziale risultando infine screditate in più luoghi del mondo, a cominciare proprio dagli USA. Per motivare la propria asserzione, la Ghinelli ha condiviso un articolo trovato in Internet:


Per la cronaca, l’articolo è firmato da tale Chris Weller, un giovane giornalista che vive a New York e le cui competenze in tema non ci sono note.

Tuttavia, la Ghinelli fa cenno alle dichiarazioni di un professore di psichiatria (che curiosamente però non nomina) docente presso la Vanderbilt University, un ateneo sito in Nashville, nel Tennessee (America) e fondato nel 1873. Dunque, soprassedendo sull’omessa esplicitazione del nome, è lecito presumere che possa trattarsi di una figura qualificata e competente in materia, per lo meno limitatamente agli aspetti psicologici.

Così ci siamo presi la briga di leggere attentamente l’articolo proprio perché, contrariamente agli «anti-sette», noi e la maggior parte della gente siamo in grado di esercitare un’autocritica e di metterci in discussione; l’idea dunque è stata individuare eventuali spunti di riflessione che potessero fornire elementi anche differenti da quelli che avevamo prospettato.

Un esame obiettivo dell’articolo proposto da Sonia Ghinelli, tuttavia, ci ha fatto trarre conclusioni ben diverse dalle sue, che riteniamo possano essere state avventate (forse limitate dalla sola lettura del titolo?) oppure ostacolate dalla diversità linguistica (l’articolo è interamente in Inglese).

Il giornalista (Weller) esordisce con un breve excursus sul massacro di Jonestown, poi cerca di definire il «lavaggio del cervello» utilizzando quell’eccidio come chiave di lettura. Afferma infatti che «Jonestown fornisce prospettive sorprendenti dei meccanismi che possono provocare cambiamenti nel cervello e nel modo in cui quei cambiamenti possono verificarsi ogni giorno». Weller riporta quindi una citazione tratta dal libro «Lavaggio del cervello, la scienza del controllo del pensiero» (titolo originale: «Brainwashing: The Science of Thought Control») scritto dalla dott.ssa Kathleen Taylor, giornalista e scrittrice con un dottorato presso l’Università di Oxford, in cui si legge:

«Ciò che ritengo stia avvenendo è che le persone stanno adoperando tecniche di psicologia sociale che vengono usate in continuazione, mettendole però in atto in circostanze alquanto estreme. Tali tecniche sono talmente comuni che potrebbero apparire invisibili. La pubblicità e i venditori amano distrarre i clienti in modo tale da far loro focalizzare il proprio messaggio, ribadendo taluni enunciati più e più volte; inoltre (forse questa è l’azione più stringente) riempiono i clienti di dubbi riguardo alle loro passate decisioni. Tale principio resta valido con qualunque prodotto, che sia detersivo per i piatti o fondamentalismo religioso».

Sempre citando la dott.ssa Taylor, Weller spiega come il «lavaggio del cervello» possa venire inteso in due fondamentali accezioni: quello violento che viene praticato in ambito bellico (mediante la tortura, la privazione del cibo, ecc.), e quello non violento che viene messo in atto in modo furtivo: «Il primo è il lavaggio del cervello effettuato con la forza, reso noto dai campi di prigionia (…). Ma siccome ovviamente i pubblicitari non possono fare quel genere di cose, ciò che adoperano è quello che io chiamo il lavaggio del cervello tramite furtività».

A questo punto sembrerebbe di dover dare piena ragione a Sonia Ghinelli e al suo asserto secondo cui la «manipolazione mentale» è una pratica «scientificamente certificata». Ma così non è. Sopportiamo ancora un po’ e proseguiamo nella lettura.

È a questo punto che viene chiamato in causa il prof. William Bernet (docente presso la succitata Vanderbilt University), ossia colui che la Ghinelli menziona nel suo post. Ed è qui che casca l’asino, prima inciampando e poi con un sonoro tonfo.

Inciampa la Ghinelli anzitutto perché l’autore dell’articolo è il giovane Weller e non il titolato prof. Bernet, come lei dà a intendere nel post con cui sembra voler riassumere il tema concettuale del testo.

Casca poi clamorosamente perché le citazioni del prof. Bernet parlano di studi sui problemi psicologici legati ai divorzi e ai conflitti di natura familiare e coniugale che conducono alla «distruzione da parte dei genitori» nei confronti dei figli: «Direi che la sindrome di alienazione genitoriale è provocata dal lavaggio del cervello o indottrinamento del bambino. Devastato dal risentimento, il genitore alienante racconta al bambino quanto l’altro genitore sia terribile, insultandolo apertamente, impedendo che s’incontrino e qualche volta addirittura mentendo circa situazioni di abuso solo per accaparrarsi l’affido». Il che varrebbe a dire che la tanto strombazzata «manipolazione mentale» compiuta dalle «sette religiose» e dai «culti distruttivi» equivarrebbe né più né meno alle scenate dei genitori in lite che tentano di accattivarsi le simpatie dei figli un po’ per ripicca, un po’ per malizia e un po’ per istinto protettivo.

Ma noi non ci accontentiamo di registrare lo scivolone di Sonia Ghinelli, vogliamo accertarci di aver compreso bene il senso dell’articolo e di non esserci sbagliati; chissà mai che invece la Ghinelli avesse ragione.

Tutt’altro: il giovane collaboratore del Medical Daily (Weller) prosegue spiegando come la sindrome di alienazione genitoriale possa combinare «entrambe le forme di lavaggio del cervello menzionate dalla Taylor, il che rende alquanto arduo stabilire quando abbia luogo l’alienazione», anche perché «la linea di demarcazione fra un’attività di genitore condotta con emotività e un comportamento illecito è quasi impercettibile».

Tant’è che la dott.ssa Taylor finisce per concludere come l’analisi di tali fenomeni susciti non poche perplessità: «la manipolazione della psicologia di una persona è decisamente un’area di ambiguità nell’etica medica. A che livello è riprensibile colui che adotta il lavaggio del cervello sotto il profilo morale e legale? Il lavaggio del cervello scolpisce nuovi percorsi neurali nel cervello della vittima, ma quando quei percorsi si formino e quali siano maggiormente responsabili di comportamenti distruttivi sono misteri che la scienza è ancora ben lontana dall’aver risolto».

L’articolo chiude poi spiegando come nella società in cui viviamo vi è un continuo «lavaggio del cervello» inteso proprio come bombardamento costante di messaggi, proposte e indicazioni di natura principalmente pubblicitaria o ideologica che svolgono la medesima funzione (come la dott.ssa Taylor indicava inizialmente) della coercizione messa in atto nei campi di prigionia tanto quanto le scenate del marito che sparla della moglie di fronte ai figli; quell’invasione mediatica di informazioni produce nelle persone una sorta di «esaurimento, quando non propriamente una paralisi, nel momento in cui si deve prendere una decisione». Un fenomeno, però, che è del tutto normale e fisiologico per l’era «informatica» in cui viviamo, tanto che l’autore chiude citando ancora la dott.ssa Taylor: «A tutte queste cose (esaurimento, distrazione, spossatezza, tempo, pressioni) si può resistere, se lo si ritiene di qualche importanza; ma per la maggior parte delle persone e per la maggior parte del tempo, non lo si ritiene importante. Dunque, non lo è».

E questo, secondo la Ghinelli, sarebbe un articolo che dimostra come il «plagio» praticato nelle «sette» è una realtà riconosciuta dalla scienza? Delle due l’una: o non ha capito ciò che ha letto, oppure si è limitata a qualche scorsa superficiale per poi interpretare a proprio uso e consumo quanto ha condiviso. E non sarebbe affatto la prima volta...

Insomma, senza mezzi termini, anche questo è un caso di «fake news» propalate da una esponente «anti-sette».

D’altronde, i concetti espressi dalla dott.ssa Taylor e dal prof. Bernet sono del tutto in linea con quanto ha affermato recentemente un sacerdote cattolico, sociologo e studioso di religioni, il prof. Luigi Berzano proprio in risposta alle tendenziose domande della giornalista Raffaella Pusceddu: «Se il lavaggio del cervello [inteso nell’accezione di “manipolazione mentale” come interpretata dagli «anti-sette», N.d.R.] è un reato, tutto rischia di essere reato. I monasteri cattolici che hanno il noviziato attuano un anno che è chiaramente di grande limitazione delle libertà individuali, ma è di tipo formativo»:



Ne dobbiamo dunque concludere che, per l’ennesima volta, in quanto rappresentante del FAVIS Sonia Ghinelli si dimostra inattendibile e inaffidabile: l’antitesi del genere di figura che lo Stato dovrebbe considerare una fonte qualificata per prendere decisioni che influenzano le libertà personali.

lunedì 5 marzo 2018

Le «fake news» e la manipolazione mentale degli «anti-sette» a «Presa Diretta»

[Post aggiornato il 17 Marzo 2018]

Si è già detto nell’ultimo post (ed ha ovviamente colpito nel segno, considerando le reazioni di FAVIS, CeSAP e AIVS, che non si sono fatte attendere) della clamorosa ignoranza messa in mostra dagli «anti-sette» in occasione della trasmissione televisiva «Presa Diretta – Io ci Credo» andata in onda su RAI 3 Sabato 24 Febbraio scorso.

Trasmissione che è già stata da più parti contestata, con dovizia di particolari e di argomentazioni scientifiche, oltre che da noi, dall’organizzazione buddista Soka Gakkai, dal blog indipendente di Alessandro Reda (studioso di libertà religiosa) e dalla prof.ssa Raffaella Di Marzio.

Quella puntata di «Presa Diretta» con il servizio di Raffaella Pusceddu fornisce inoltre diversi spunti per descrivere il carattere della «manipolazione mentale» messa in atto nei confronti del vasto pubblico proprio dagli stessi «anti-sette» (e dei loro «assistenti-megafono», ovvero per l’appunto i giornalisti). Tale manipolazione ha l’obiettivo di far passare una certa interpretazione di fatti spacciandola per ovvia o logica (quando tale non è affatto), o anche di sottintendere una data spiegazione per talune circostanze e situazioni. Il tutto, ovviamente, ai danni dei tanto detestati gruppi spirituali di minoranza da loro etichettati come «culti distruttivi».

D’altronde, l’operato degli «anti-sette» si palesa anche mediante la generazione di vere e proprie «fake news», come quella che segnaliamo qui di seguito, facilitata e in parte derivante proprio da quel genere di propaganda.

Nella fattispecie: una porzione della trasmissione «Presa Diretta» (da 1h03m26s a 1h17m19s - a breve metteremo a disposizione il video) ha preso di mira la Congregazione Cristiana dei Testimoni di Geova.

Vediamo come viene commentato da uno dei vari gruppi Facebook contro i Testimoni di Geova, collegati agli attivisti «anti-sette» ed ispirati alla mezza dozzina dei loro ideologi militanti (don Aldo Buonaiuto, Lorita Tinelli e Luigi Corvaglia, Sonia Ghinelli e Maurizio Alessandrini, Patrizia Santovecchi, Giovanni Ristuccia):


Il fumetto, però, è un falso bello e buono.

Ecco, infatti, cosa aveva invece affermato Alberto Troisi, l’addetto stampa dei Testimoni di Geova (cfr. da 1h05m44s a 1h07m04s; qui un estratto del video):



La breve sequenza appena successiva porta un'ulteriore testimonianza dalla quale si può comprendere qual è la posizione dei Testimoni di Geova sul punto:


Ma tornando alla dichiarazione dell'addetto stampa Troisi, eccone la trascrizione:

(Pusceddu) «Quando queste regole diventano troppo strette e qualcuno se ne va, è vero che – come dire – la comunità si chiude
(Troisi) «Allora, è vero: chi entra a far parte della comunità dei Testimoni di Geova col passo del battesimo, sa che ci sono delle regole da rispettare; ecco perché – le dicevo prima – dev’essere consapevole di quello che sta facendo. D’altra parte la persona che commette una trasgressione, se vogliamo chiamarla così, non viene automaticamente allontanata dalla comunità. Una persona viene allontanata dalla comunità quando questo… questo problema, questa trasgressione, viene praticata in maniera impenitente. (…)»
(Pusceddu) «Quindi non c’è la chiusura, ad esempio bisogna evitare i familiari, vengono interrotti i rapporti con i familiari…»
(Troisi) «Allora: i rapporti che s’interrompono con la comunità sono quelli di natura spirituale. È vero che nel momento in cui una persona che è un mio familiare in qualche modo tradisce i suoi principi che sono anche i miei, io comincio a tenerlo un po’ più lontano. (…) »
(Pusceddu) «Anche se è un familiare, dice…»
(Troisi) «Invece i normali rapporti familiari soprattutto quelli che avvengono in casa, quindi tra moglie e marito, il marito se ne va e la moglie rimane una testimone o viceversa, quelli rimangono, o i figli, quelli rimangono.»

Condivisibile o non condivisibile che sia la posizione di questo rappresentante dei TdG, come si può ben vedere, è inconfutabile che il senso della risposta di Troisi è stato completamente stravolto e travisato con un «taglia e cuci» alquanto malizioso. Questa è «informazione tendenziosa», se non pura e semplice disinformazione.

Ed è naturale che produca i risultati evidentemente voluti, come queste manifestazioni di ostilità e di odio che si notano nei commenti in calce al post:


Non è strano: questi commenti sono basati sul post, non sulle parole vere e proprie dell’esponente TdG.

E non solo quel post «anti-sette» non è stato smentito o rettificato. Al contrario, ne è stata realizzata una versione ulteriormente offensiva che dileggia impunemente il rappresentante di una minoranza religiosa:


Qui il falso «bello e buono» diventa un falso «brutto e cattivo», potremmo dire con una punta di ironia per stemperare dei toni tanto deprimenti (e preoccupanti).

Una siffatta trasmissione, d’altro canto, produce giudizi sommari come questo espresso sempre quel giorno da Pier Paolo Caselli, un pubblico sostenitore del CeSAP (alias Lugi Corvaglia e Lorita Tinelli):


I fedeli dei movimenti religiosi o delle correnti filosofiche «alternative» come Damanhur o Arkeon sono quindi «gentaglia»: a quando delle leggi repressive per impedirne il libero pensiero e autorizzarne la deportazione?

Questo modo di «fare informazione» tanto caro agli «anti-sette», altro non è se non la creazione e propagazione di «fake news» e, come s’è visto, generano intolleranza.

giovedì 1 marzo 2018

«Presa Diretta»: l’ignoranza degli «anti-sette» e dei loro sostenitori

[Post aggiornato il 4 Marzo 2018]

Nei giorni scorsi gli «anti-sette» hanno trionfato all’unanimità (o quasi) per l’ultima puntata della trasmissione televisiva «Presa Diretta», andata in onda Sabato scorso (24 Febbraio) su RAI 3 con il titolo «Io ci credo» e dedicata al fenomeno della religiosità «alternativa».

La giornalista che ha confezionato il servizio è Raffaella Pusceddu, già nota al pubblico per i propri «calderoni terroristici» come quello contro i produttori di vino andato in onda due anni fa e contestato da più di un media legato agli esperti (quelli veri) di settore.

Al minuto 50:44 del reportage «Io ci credo», la Pusceddu afferma:
«per le altre religioni e confessioni [diverse dalla cattolica, N.d.R.] il rapporto è col Ministero dell’Interno che deve riconoscere la personalità giuridica come enti di culto».

Tale dichiarazione è gravemente fuorviante: infatti, il rapporto dell’associazione religiosa è eventualmente con il Ministero laddove essa richieda di stipulare un’intesa. Diversamente, non vi è alcun obbligo o vincolo di instaurare un rapporto con il governo, dal momento che la Costituzione stessa riconosce ad ogni individuo la libertà di professare il proprio credo «in forma individuale o associata» (cfr. art. 19 e art. 8).

A qualcuno potrà apparire un cavillo. Non lo è.

Al contrario, è un fatto grave: trattasi infatti di un giornalista della TV di stato (RAI 3) che dà ad intendere di «fare informazione» su questioni di rilevanza costituzionale (libertà di credenza), e invece mostra di non conoscere nemmeno l’ABC della materia. Ciò risulta in una mera disinformazione propinata a circa un milione di italiani (secondo le stime Auditel), fondata sulla «consulenza» degli «anti-sette» come Lorita Tinelli del CeSAP (già più che notoriamente schierata contro le minoranze spirituali e pubblicamente attiva per osteggiare tutto ciò che non le vada a genio).

Verso il minuto 57:40, Gianni Del Vecchio giornalista e co-autore di un controverso libro contro i gruppi religiosi, intervistato dalla collega Pusceddu dichiara: «tutte queste organizzazioni, quasi tutte, poi alla fine vogliono tutte quante diventare delle religioni. C’è un motivo: che secondo la legislazione italiana se tu, movimento, fai un'intesa con lo stato, il quale appunto ti riconosce come confessione religiosa hai una serie di vantaggi strepitosi». Ecco un altro, clamoroso esempio di «dotta» ignoranza: una confessione religiosa non diventa una religione perché lo stato la riconosce tale. Un movimento è religioso sia perché lo è, sia perché la Costituzione lo sancisce, a prescindere dal fatto che quel movimento stipuli o meno un’intesa!

Costoro sarebbero degli «esperti» (e come tali vengono presentati dalla Pusceddu nella fanfara di RAI 3) che hanno voluto scrivere un intero libro sui gruppi religiosi minoritari per bollarli allarmisticamente come «sette pericolose», ma in verità non conoscono nemmeno i principi basilari della materia! E infatti sono proprio loro gli idoli degli «anti-sette» e della stessa Pusceddu (giornalista del servizio pubblico), che sembra ascoltarli con una sorta di timore reverenziale e li idealizza quali autori di «uno dei pochi saggi approfonditi sull’argomento». Talmente «approfondito» da risultare discrepanti rispetto al testo giuridico per eccellenza, la Costituzione della Repubblica Italiana!

Al minuto 01:26:06, il parlamentare Pino Pisicchio (sostenitore del CeSAP e da tempo schierato con gli «anti-sette», come si riferiva in un precedente post) afferma «Gli americani in modo particolare hanno molto lavorato su questo e parlano di ‘lavaggio del cervello’. Ecco… credo che sia più chiaro alla pubblica opinione questo temine».

Di nuovo, clamorosamente, l’ignoranza più disarmante: la teoria del «lavaggio del cervello» è stata completamente smentita proprio in America. Si veda, ad esempio, la sezione dal titolo «L'APA e il lavaggio del cervello: la storia e i documenti» in questo articolo sul sito del CESNUR.

Ecco quanto è «preparato» il politico amico degli «anti-sette» che da anni vorrebbe reintrodurre il «reato di plagio» e che la Pusceddu, sulla TV di stato, vorrebbe far apparire come un «eroico parlamentare» che da anni conduce una «lodevole lotta» per difendere le «vittime delle sette».

Non è forse proprio questa, invece, una vera e propria «manipolazione mentale»? Ecco perché, quanto prima, torneremo ad occuparci di questa trasmissione di «pubblico (dis)servizio».

Di fatto, costoro stanno perseguendo la direzione opposta rispetto a quel che è il comune sentire della gente, ovvero di quei telespettatori e di quegli elettori che essi dovrebbero servire.

Ad esempio, ecco cosa si legge in un articolo che riporta le dichiarazioni dell’arcivescovo Ivan Jurkovic, osservatore della Santa Sede presso l’ONU: «molte società nel mondo sembrano adottare un'attitudine di rifiuto verso la religione, marginalizzando o persino perseguitando le minoranze religiose, sia che ci siano da sempre o che siano arrivate da poco». E ancora: «le leggi che discriminano le minoranze religiose sono sfortunatamente troppo presenti del mondo», e così pure «gli stati che permettono e coltivano una ideologia radicale e culturale che nega i sentimenti religiosi dei loro cittadini, sebbene sia ormai evidente che una società basata sul rispetto della libertà di religione e credo sia più forte e non più debole».

Tali dichiarazioni fanno virtualmente eco a Luca Maria Negro, presidente della Federazione delle chiese evangeliche in Italia (FCEI) e della Commissione delle chiese evangeliche per i rapporti con lo Stato (CCERS). In un'intervista riportata sul sito Internet della rivista «L’Indro», il Rev. Negro parla dei «politici che strumentalizzano il discorso sulle religioni dandone una lettura esclusivamente in termini di ordine pubblico, alimentando la paura e stigmatizzando le diversità a fini propagandistici». Esattamente ciò che ripetutamente denunciamo qui sul nostro blog.

L’intervista de «L’Indro» accenna infine a «forze politiche di matrice xenofoba, che tendono a cavalcare le paure di presunte invasioni e di perdita di (fittizie) radici cristiane dovute al doppio fattore immigrazione/differenze religiose, di fatto del tutto smentite dai dati numerici» e conclude con un concetto che riteniamo di assoluta importanza: «è fuor di dubbio che sia necessario lavorare affinché si crei una coscienza comune sempre più forte che prenda atto che il pluralismo religioso è già un dato concreto e vivente e che l’allargamento dei diritti è un dovere morale prima ancora che giuridico, oltre che un percorso inarrestabile».

A breve, ulteriori confutazioni della trasmissione televisiva in questione.

lunedì 26 febbraio 2018

Le lamentele degli «anti-sette»: scene da asilo infantile?

Nel panorama italiano degli «anti-sette», il gruppetto di militanti ultimamente più rumoroso e dai toni più carichi è senz’altro quello di AIVS, associazione inizialmente nata per prendere di mira una specifica minoranza religiosa, il buddismo Soka Gakkai (movimento peraltro pacifico e notoriamente impegnato in attività benefiche) ma che poi ha esteso le proprie «attenzioni» anche ad altri movimenti categoricamente bollati come «pericolosi».

Di quando in quando le iniziative mediatiche di AIVS hanno goduto di scarsa fortuna; certamente, non ne hanno avuta alcuna quando si è trattato di radunare le «folle» di fuoriusciti che, a sentire loro, dovevano essere «scalpitanti» e pronte a dar voce alle proprie proteste. Le «orde di ex membri» dovevano essere impegnate in tutt’altro, per esempio, quando AIVS lancia un appello a fornire una qualche «storia» che si potesse utilizzare per un articolo nella zona di Bologna:



Quel post è stato salvato all’inizio di Gennaio scorso. Ciò significa che in due mesi e mezzo nessuno si è fatto avanti. Forse che delle «miriadi» di apostati della Soka Gakkai nessuno gravita attorno al capoluogo emiliano?

Quando invece c’è qualche giornalista chiaramente schierato con gli «anti-sette» contro i movimenti religiosi «alternativi», allora l’AIVS diventa all’improvviso un «interlocutore qualificato» (ovviamente non è dato sapere su quali basi, se non su asserzioni autoreferenziali), come s’è visto in precedenza.

Ma nemmeno questo teorema si dimostra sempre valido.

Infatti, sono state tanto sorprendenti quanto scomposte le reazioni di Toni Occhiello e dei suoi tre o quattro compari di AIVS nei riguardi della trasmissione televisiva «Presa Diretta» dal titolo «Io ci credo», andata in onda su RAI 3 Sabato 24 Febbraio scorso. Ecco infatti cosa scrivono a caldo appena dopo la conclusione del servizio:


Ma in una discussione più o meno contemporanea a questo post i toni diventano addirittura più veementi.

Ecco infatti il lapidario commento di Toni Occhiello alla giornalista (Pusceddu) e ai suoi collaboratori:


Assieme alle offese personali e al vittimismo lamentoso, riemerge anche il tema «complottista» con tanto di intrighi politici (si noti) a pochi giorni dalle elezioni:


E infine, di nuovo l’attacco alla giornalista che ha curato il servizio, Raffaella Pusceddu:


Sebbene la trasmissione in questione «Presa Diretta» sia stato un deprimente caso di cattiva informazione e (di fatto) abbia contribuito ad alimentare il terrorismo mediatico nei confronti dei nuovi movimenti religiosi (ne parleremo a breve in un prossimo post), riteniamo che tale modus operandi da parte di AIVS sia (esattamente come nei confronti dei gruppi spirituali da loro osteggiati) estremamente discutibile e deleteria sul piano sociale.