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mercoledì 25 luglio 2018

Gli «anti-sette» tentano un’improbabile ritirata strategica?

Osservando le reazioni degli «anti-sette» e i comportamenti che adottano in conseguenza del lavoro che svolgiamo con questo blog, ci rendiamo conto di quanto sia efficace la nostra opera di smascheramento e di quanto sia indispensabile riaffermare costantemente i principi fissati dai diritti umani fondamentali come la libertà di pensiero e di espressione e di religione, coltivati nel solco della legalità e del rispetto.

Un’opera efficace, a nostro avviso, poiché questo blog e le sue attività correlate sono diventate qualcosa che gli «anti-sette» possono solo tentare - senza riuscirvi - di passare sotto silenzio o possono caso mai fingere di ignorare; in realtà, costoro sono in grande apprensione e tensione a causa di questo blog, poiché se molto sinora vi è stato da dire e da portare alla luce, molto ancora resta da trattare per completare il quadro e per ripristinare un po’ di giustizia per lo meno sul piano intellettuale. Chissà che poi, un domani, i comportamenti illeciti degli «anti-sette» non vengano anche sanzionati in sede giudiziaria.

Già da qualche mese abbiamo captato degli indizi di un possibile cambio di direzione da parte del fronte militante di coloro che contrastano i «nuovi movimenti religiosi». Ma una decina di giorni fa ne abbiamo raccolto un segnale forte e chiaro, proprio nell’articolo di «Famiglia Cristiana» di cui abbiamo discusso qui (e sul quale il nostro Mario Casini ha cercato di lasciare un commento, venendo ovviamente censurato dall’attento controllo di regime):


Quell’articolo non solo era discutibile perché gratuitamente allarmistico e per l’indebita concessione di visibilità ad una figura controversa come don Aldo Buonaiuto. C’è un’altra ragione.

Sembra infatti essere altresì il segnale di una sorta di «ritirata strategica»: a quanto pare Buonaiuto, il prete inquisitore, si sta scontrando con la potenza dei diritti costituzionalmente garantiti e dell’aumento dei consensi in favore di coloro che egli prende di mira.

Forse anche a causa dei guai cui deve far fronte in casa propria con la Chiesa Cattolica spesso sotto accusa a vario titolo, don Aldo fatica sempre più ad ammantare di una qualche accettabilità le sue tirate polemiche contro movimenti che ormai spopolano, si allargano in continuazione ed hanno una presenza sociale sempre più vasta. Sono invece sempre meno le persone che gradiscono una concezione della società da «secoli bui» in cui occorre fare attenzione a come ci si veste, a quale musica si ascolta o quale mantra si recita (e a chi origlia).

Ecco allora una strana, insolita «precisazione» fatta da Buonaiuto al decadente rotocalco dell’editrice San Paolo:


Davvero? Eppure Buonaiuto e i suoi colleghi del GRIS, del CeSAP e di AIVS hanno sempre parlato di «psicosette» e di «movimenti del potenziale umano» riferendosi spesso esplicitamente a gruppi come la Soka Gakkai, Scientology, Arkeon, Hare Krishna e simili. È sufficiente una banale e rapida ricerca online per trovarne decine di conferme.

E invece lunedì 16 luglio scorso troviamo don Aldo a TV 2000 a parlare di «maghi e cartomanti» assieme a un loro detrattore consolidato, Giovanni Panunzio (di quest’ultimo non ci siamo realmente occupati sinora, ci siamo limitati a menzionarlo sul fondo della nostra pagina riepilogativa, ma forse sarà utile prenderlo in maggiore considerazione).

Si direbbe proprio che il prete «anti-sette» stia facendo una decisa retromarcia e torni ad attaccare le forme di devianza del «satanismo» e il business della cartomanzia, che egli forse considera meno pericolosi e più attaccabili rispetto a quelle che lui bolla come «sette» e che invece raccolgono sempre più sostenitori e difensori.

Una retromarcia che, da un lato, dà atto ai paladini dei diritti civili (fra i quali ci collochiamo) che sta venendo fatto un ottimo lavoro in tal senso. Ma da un altro lato, ci dice di un subdolo tentativo di riguadagnare credibilità per poi tornare, in un secondo momento, a colpire.

Certo, alla nostra tesi si potrebbe obiettare che si tratta di conclusioni tratte sulla base di prove indiziarie; sarebbe un’accusa tutto sommato ragionevole. Ma non vi è d’altro canto alcuna ragione evidente per non sostenere il nostro parere o per negarne la fondatezza.

Il fatto concreto è che figure ormai screditate come Buonaiuto e Panunzio hanno perso la faccia con le loro battaglie anti-spirituali; per questo ora ripiegano su «satanisti acidi» e «cartomanti». Forse sono convinti di avere, con presunti maghi e delinquenti conclamati, migliori chance di incrementare la loro dimidiata popolarità.

Siccome ci occupiamo di confessioni religiose e movimenti spirituali, non dovremmo curarci affatto del loro prendere di mira quell’altro genere di fenomeni che il più delle volte non ha nulla a che fare con la preghiera, con l’adorazione o con la metafisica. E invece vogliamo espressamente accendere i riflettori su questa virata tattica del prete inquisitore.

Sì, perché il meccanismo è lo stesso e possiamo solo aspettarci altri soprusi come quello commesso ai danni degli inesistenti «Angeli di Sodoma», specialmente quando Buonaiuto parla di «satanismo» facendo di tutta l’erba un fascio; basti ricordare, a tal proposito, un altro caso come quello di Marco Dimitri e dei «Bambini di Satana», una castroneria (per essere eufemistici) di matrice cattolico-estremista (leggasi GRIS) che è costato ala collettività centomila euro di risarcimento per ingiusta detenzione e altre somme a cinque zeri per le spese processuali.

L’operato degli «anti-sette» finisce infatti per essere nocivo nei confronti della collettività: si comincia istigando un’intolleranza che poi può venire propagata ed estesa contro chiunque è anticonformista, «diverso» o comunque a loro inviso.

In altri tempi chi conduceva una simile propaganda avrebbe impalato gli omosessuali e bruciato gli erboristi sullo stesso rogo che fu poi teatro di tragedie ai danni di ebrei e zingari.

Pertanto, non mancheremo di tenere sotto osservazione questa sfaccettatura del controverso e contraddittorio panorama «anti-sette».

martedì 10 luglio 2018

Aggiornamento breve - come opera AIVS: accuse fasulle e prove zero

Torniamo a parlare di AIVS perché le loro attività in Facebook (e quindi le loro dichiarazioni pubbliche, che si sommano a quelle diffuse tramite TV e stampa) sono sempre estremamente rilevanti per dimostrare l’operato «anti-sette».

In questo specifico caso, focalizziamo un piccolo ma – a nostro parere – significativo esempio del modo in cui i «numerosi personaggi» (come amano definirsi i tre dirigenti) responsabili di AIVS formulano accuse anche gravi ai danni di un’intera confessione religiosa che conta decine di migliaia di fedeli nel solo territorio italiano.

Riportiamo dunque qualche stralcio di una discussione di metà maggio scorso, seguita ad un post in cui Toni Occhiello prendeva di mira uno dei suoi bersagli politici preferiti e sviluppatasi sul filone dell’otto per mille.

Nell’esordio, un altro utente (Stefano Martella, apostata e – manco a dirlo – oppositore dei Testimoni di Geova) fa presente di avere appena scoperto che l’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai, avendo stipulato l’intesa con il governo tre anni fa, gode ora dell’opportunità di ricevere l’otto per mille dell’IRPEF:


Francesco Brunori (alias «Italo») e Toni Occhiello colgono la palla al balzo: il primo per esprimere la propria invidia e per ribadire lo stato di miseria in cui si troverebbe AIVS, il secondo per reiterare con malizia le sue recriminazioni ai danni del movimento religioso di cui ha fatto parte per trent’anni.


Si noti che Occhiello non si limita al solito repertorio di cattiverie; in tal caso, rincara la dose con un’accusa non da poco: i proventi dell’otto per mille verrebbero inviati «direttamente in Giappone».

Vediamo se e come viene circostanziata tale accusa che va a incidere su un gruppo religioso radicato in Italia ormai da quarant’anni.

Tanto per cominciare, Occhiello non si fa scappare l’opportunità di usare qualche parola pesante o cruenta, che lasci un che di torbido nel pensiero del lettore (nella fattispecie, «truffa»). È poi Brunori a ricamarci sopra, prendendo di mira uno degli esponenti di maggior spicco della Soka Gakkai in Italia, Roberto Minganti:


Ci domandiamo da quale fonte costoro abbiano tratto tale informazione che peraltro, anche ammesso (ma decisamente non concesso) che sia vera, sarebbe del tutto tutelata dalla privacy in quanto «dato sensibile» perché afferente alla sfera finanziaria personale del soggetto. L’unico fatto certo, sin qui, è che tale affermazione da parte di Brunori è del tutto autoreferenziale e destituita di qualsiasi elemento di prova.

Sarebbe come se noialtri si volesse affermare che Brunori e Occhiello navigano nell’oro e accedono a fondi esteri non dichiarati al fisco italiano: chiacchiere da bar, nulla di più.

Nel seguito, c’è anche spazio per le consuete teorie da «cospirazione» e «spionaggio» cui Toni Occhiello ama spesso dar voce nei suoi post; fra queste, però, viene nuovamente ribadita la tesi del flusso di liquidità dall’Italia al Giappone:


Tornando con i piedi per terra, un interrogativo che ci poniamo è questo: Occhiello è realmente sicuro che l’otto per mille sia già stato erogato alla Soka Gakkai? Anche tenendo conto che l’intesa è stata stipulata appena tre anni fa (Maggio 2015)? A noi pare decisamente improbabile.

Secondo il sito della Presidenza del Consiglio dei Ministri, le prime preferenze dell’otto per mille alla Soka Gakkai possono essere state specificate (da parte di fedeli e simpatizzanti) nella dichiarazione dei redditi del 2017 (per l’esercizio fiscale 2016) in quanto la legge per l’attuazione dell’intesa sotto questo aspetto è stata promulgata in giugno 2016. In considerazione di tali fatti, quando quei fondi saranno stati effettivamente erogati?


Occhiello sembra molto sicuro delle proprie informazioni, ma allora perché non cita fonti ufficiali come abbiamo fatto noi nel paragrafo precedente?

Ecco la risposta a questa domanda, postagli peraltro anche dall’utente che ha inizialmente sollevato l’argomento:


La risposta, davvero eclatante viste le accuse precedenti: «NON lo sappiamo».

Esatto, questa è l’unica risposta reale e veritiera: parla di fatti che non conosce.

Ma il corollario di Brunori è anche più sbalorditivo:


Verrebbe da domandare: non li ha proprio sfiorati il dubbio che gli introiti dell’otto per mille non sono nel bilancio semplicemente perché non sono stati ancora erogati e quindi incassati? No, troppo semplice.

Forse Occhiello ha fiutato la magra figura che lui e il suo socio stavano facendo? Di fatto, cercando un qualche straccio di riferimento ufficiale, ha finito per aggrapparsi a un articolo dello statuto della Soka Gakkai che non ha alcunché a che vedere con l’argomento:


Lo statuto parla di «estinzione» dell’associazione: se proprio la si vuol buttare sull'utilitarismo, anche nella prospettiva più maliziosa, non avrebbe alcun senso l’ipotesi che la Soka Gakkai possa deliberare la cessazione delle attività proprio nel momento in cui sta iniziando a percepire i fondi dell’otto per mille!

Insomma, ben ci si rende conto (e non per la prima volta, ma per l’ennesima) di come le affermazioni di AIVS siano sovente prive di fondamento, accuse vomitate a casaccio e con il solo intento di fare effetto sull’audience.

Quanto, dunque, si dovrebbero ritenere attendibili i rappresentanti di quest’associazione?

martedì 26 giugno 2018

Aggiornamento breve - gli «anti-sette» di AIVS istigano a violare la privacy?

Tempo addietro abbiamo denunciato il fatto che, secondo i responsabili di AIVS, il diritto alla privacy e alla riservatezza dei dati personali è del tutto secondario rispetto alla finalità della loro associazione, ossia (espressamente) ostacolare, attaccare e, se possibile, eliminare fisicamente interi gruppi spirituali di minoranza fra cui delle confessioni religiose i cui rapporti con lo stato sono stati regolati per mezzo di un’intesa.

Ben lungi dall’essersi moderati in questo ambito, i tre «numerosi personaggi» (come amano definirsi loro stessi) gestori dell’associazione AIVS nonché amministratori dei relativi gruppi Facebook e pagina Internet, , quasi fossero assurti a giudici inquisitori, continuano a identificare con nomi e cognomi persone che essi si arrogano il diritto di additare come «colpevoli» di praticare il proprio credo.

Riportiamo qui un paio di esempi a questo proposito, così che rimangano anch’essi documentati, mentre continuiamo a sottoporre ad adeguato monitoraggio le loro attività, riferendone di volta in volta a chi di competenza quando ci è possibile. Chissà che un giorno o l’altro non si verifichi un intervento da parte delle figure deputate a tutelare i diritti dei cittadini.

In questo post del 5 giugno scorso, l’associazione AIVS (per bocca – riteniamo – del suo presidente Toni Occhiello) fa accenno ad un proprio «archivio» nel quale sarebbe contenuto il documento citato nella parte iniziale; si tenga sempre conto che l’associazione religiosa di cui parlano costoro (peraltro con frasi di tenore evidentemente calunnioso) è niente meno che l’Istituto Buddista Soka Gakkai, è una confessione religiosa confessione religiosa che gode (se mai fosse necessario) di un pieno riconoscimento dalla Repubblica italiana.


Si tenga conto, fra l’altro, che tale indizio di «dossieraggio» era già emerso in precedenza e non è mai stato oggetto né di delucidazioni né tanto meno di smentite da parte di nessuno dei tre «numerosi personaggi».

Ma se nel post riportato qui sopra sembra si parli, tutto sommato, di informazioni reperibili in Internet, in quello che segue (datato 13 giugno 2018) si assiste a una vera e propria, inequivocabile, istigazione a violare la privacy altrui.

Per comprendere il discorso, si tenga presente che l’utente intervenuto nel gruppo Facebook gestito da AIVS sta raccontando da qualche giorno dei fatti relativi a dei suoi vicini di casa che, a suo dire, praticano la religione buddista Soka Gakkai (che egli ha invece abbandonato).


Facciamo notare (e mettiamo l’accento) sul commento – ancora – di Toni Occhiello: «registra e pubblica»! Con tanto di emoticon, il «personaggio» di AIVS strizza l’occhio all’utente da poco arrivato nel suo gruppo e lo incita (di fatto) ad effettuare una sorta di rudimentale intercettazione ambientale (di nascosto e senza alcuna notifica o autorizzazione) nei confronti di un proprio dirimpettaio.

La risposta dell’utente esprime timore; la replica di Occhiello cerca ulteriormente di incoraggiarlo a compiere quell’atto, al quale poi per fortuna non viene dato seguito per ragioni (però) di carattere «tecnico».


Ad ogni buon conto, fatto concreto è che il presidente di AIVS ha incitato un utente a registrare e pubblicare l’audio di un suo vicino di casa che recita mantra buddisti e canta dal balcone di casa propria. La ragione? Forse perché è molesto o esagera con il volume? Tutt’altro (lo dimostrano anche altri punti della discussione): l’unico motivo è che quel ragazzo è «colpevole» di essere un fedele della Soka Gakkai.

Si noti inoltre che la risposta «se mi beccano, temo la reazione», equivale in modo palese ad una confessione, da parte dell’utente incitato a registrare, di essere pienamente consapevole che quanto richiestogli dal Sig. Occhiello è illecito.

Lasciamo anche riflettere su un’ulteriore fattispecie di reato descritta dal codice penale, la «interferenza illecita nella vita privata» (art. 615 bis), che così recita: «chiunque, mediante l'uso di strumenti di ripresa visiva o sonora, si procura indebitamente notizie o immagini attinenti alla vita privata svolgentesi nei luoghi indicati nell'articolo 614, è punito con la reclusione da sei mesi a quattro anni (…) Alla stessa pena soggiace, salvo che il fatto costituisca più grave reato, chi rivela o diffonde, mediante qualsiasi mezzo di informazione al pubblico, le notizie o le immagini ottenute nei modi indicati nella prima parte di questo articolo».

Quanto, dunque, è giusta e lecita la condotta dei gruppi «anti-sette» italiani?

lunedì 25 giugno 2018

Aggiornamento breve - quanto sono attendibili le testimonianze degli «anti-sette»?

Con questo breve post vogliamo stimolare una riflessione sull’attendibilità (peraltro già da più parti contestata e in generale alquanto dubbia) delle dichiarazioni e delle testimonianze degli «anti-sette».

Focalizziamo di nuovo, in particolare, la sigla più recentemente affacciatasi nel panorama dei gruppi militanti contro gruppi spirituali e minoranze religiose in Italia (e talvolta parrebbe anche minoranze etniche), ossia la AIVS.

Prendiamo, a mo’ di campione, un post che è della scorsa settimana, e lo sottoponiamo ad una breve analisi perché lo riteniamo piuttosto esemplificativo ed emblematico delle modalità operative di questi gruppi.


Questa nuova utente, che sembra provenire da Roma, dichiara anzitutto di avere avuto «una breve esperienza nella Soka Gakkai» e di avere deciso di abbandonarla quando era ancora «una principiante».

I due enunciati, se presi nella dovuta considerazione (soprattutto in rapporto all’amplificazione che possono subire grazie al megafono mediatico), vanno a formare un elemento assolutamente fondamentale: la conoscenza e la frequentazione del gruppo religioso da parte di questa utente si limita a un periodo di tempo ristretto (potremmo ipotizzare, da come ne parla, qualche mese o al massimo un annetto).

Già a questo punto e con quest’unica osservazione, la perplessità è sin da subito enorme ed importante: una frequentatrice occasionale di un dato gruppo che l’ha poi abbandonato senza averlo vissuto con particolare intensità, si arroga la facoltà di giudicarlo in modo globale o totalizzante. Sicuramente la sua esperienza non è stata buona e nessuno dovrebbe permettersi di metterlo in dubbio, ma (logicamente parlando) chi l’autorizza a generalizzare il proprio vissuto apponendolo su un intero contesto che coinvolge decine di migliaia di persone solo in Italia?

Vediamo però come prosegue questa utente di AIVS improvvisatasi giudice monocratica di un’intera confessione religiosa.


Ecco un’ulteriore notazione che può solo aumentare le nostre perplessità e riteniamo finisca per inficiare completamente l’importanza e la rilevanza delle esternazioni di questa utente: dice ella infatti che «a questa analisi» è arrivata «già mentre era dentro» e spiega di aver cominciato a nutrire dei dubbi «a seguito di un episodio» che la aveva «insospettita»; a quel punto aveva iniziato ad «informarsi» su Internet. Il resto sono le solite accuse di carattere persecutorio che vengono rivolte più o meno a tutti i «movimenti religiosi alternativi».

Il che equivale (se si vuole realmente dire le cose come stanno al di là delle infiorettature e degli arzigogoli) ad una implicita ammissione che questa ragazza:
1) si è avvicinata alla Soka Gakkai senza troppa convinzione;
2) l’ha frequentata per un breve periodo senza lasciarsi coinvolgere granché; soprattutto, non ci capiva granché come lei stessa ammette palesemente;
3) al primo momento di difficoltà (forse uno screzio, forse un comportamento scorretto di qualche altro fedele) invece di confrontarsi con i diretti interessati ed affrontarli con cognizione, è andata a cercare le voci infamanti degli apostati su Internet, raccattando ovviamente ragioni «valide» per poter fare come la volpe nella celeberrima favola di Esopo;
4) poco alla volta si è defilata quatta quatta;
5) alla fine, senza che nessuno le abbia torto un capello, si è affacciata sui gruppi Facebook di AIVS per unirsi alla macchina del fango.

Un comportamento che, come minimo, ci pare tutt’altro che adulto; al contrario, è ben più simile a quello del fanciullo cocciuto che per protestare contro qualche ipotetica offesa lascia il campo portandosi via il pallone.

Aggiungiamo che ad un’occhiata più attenta il profilo Facebook di questa utente (e il suo stesso nome) lasciano qualche dubbio in termini di autenticità: che sia un’identità fasulla manovrata da uno dei tre «numerosi personaggi» (come amano definirsi loro stessi) amministratori di AIVS?

Ma anche lasciando da parte i nostri sospetti, restano forti e gravose le perplessità su quanto possa ritenersi attendibile una «testimonianza» del genere.

venerdì 18 maggio 2018

Gli «anti-sette» di AIVS gettano il sasso e poi ritraggono la mano?

Indispensabile precisazione preventiva: diversamente dal solito, in questo post riferiamo dei fatti che ci sono giunti solo parziali esponendo un interrogativo che potrebbe rivelarsi, nelle premesse, completamente erroneo.

Abbiamo scelto di pubblicare ugualmente il presente post, rincuorati da una delle ultime dichiarazioni pubbliche di AIVS (sigla «anti-sette» italiana con sede a Potenza) a proposito della loro asserita «disponibilità ad un confronto pubblico» (che peraltro ancora non abbiamo visto tradursi in concreto) perché non escludiamo che possano giungerci delle spiegazioni o delle rettifiche dall’associazione di Toni Occhiello, Luciano Madon e Francesco Brunori detto «Italo».

In assenza di chiose da parte loro, potremo solo ritenere valida la nostra interpretazione dei fatti.

Veniamo al dunque.

Il 1° Maggio scorso, Luciano Madon pubblica due distinti post su una delle pagine Facebook di AIVS, preannunciando il fatto che l’associazione si stava occupando di far partire delle cause legali per ottenere denaro dalla Soka Gakkai sotto forma di richieste di risarcimento per i presunti danni a loro cagionati dai responsabili della comunità religiosa, nel periodo in cui essi la frequentavano.

Qui un breve stralcio esemplificativo di uno di quei post:


Apriamo un inciso. Forse saremmo troppo di parte se ipotizzassimo che queste dichiarazioni d’intenti somigliano all’annuncio di avviare una campagna di «stalking giudiziario». La perplessità rimane, motivata non solo dall’ambiente e dal contesto in cui viene formulato l’annuncio, ma anche dalla constatazione del considerevole tempo trascorso (in taluni casi, parecchi anni) da quando questi apostati della Soka Gakkai hanno abbandonato il movimento. Non potrebbe trattarsi di uno stratagemma di guadagno alle spalle di chi aveva offerto loro un cammino spirituale che poi essi hanno scelto di non proseguire?

Tant’è che, galvanizzato da una tanto rosea prospettiva, fa capolino da Novara Giovanni Ristuccia (un altro «anti-sette» amico di AIVS del quale abbiamo parlato tempo addietro) per salutare con favore la loro iniziativa:


Un’azione che «darà maggior respiro»: in che senso? Forse è a conoscenza delle loro difficoltà gestionali?

Lasciamo irrisolto questo interrogativo e proseguiamo col nocciolo della questione.

Di fatto, ciò che Madon sta preannunciando è una causa (o, meglio, una serie di cause) per danni, dunque (presumibilmente) delle citazioni in giudizio presso un tribunale civile intese ad ottenere dei risarcimenti in denaro.

Ciò che leggiamo nemmeno 24 ore più tardi sulla stessa pagina Facebook, pare confermare tale ipotesi:


Un tanto trionfale annuncio viene seguito a ruota dalle chiose di (crediamo) Toni Occhiello:


E ancora, a voler fugare ogni dubbio, Occhiello (crediamo, sulla base dello stile ampolloso) specifica:


Per comprendere meglio ciò che sta dicendo Occhiello con il suo entusiastico annuncio, abbiamo svolto un minimo di approfondimento, come farebbe un cittadino qualunque non qualificato in materia legale.

AIVS parla di una denuncia depositata. Vediamo che cos’è una «denuncia»: «atto formale informativo, facoltativo o obbligatorio, con il quale si dà notizia alla competente autorità di un reato perseguibile d’ufficio». Un altro dizionario definisce il vocabolo come «termine con cui si indica la comunicazione rivolta da privati, pubblici ufficiali o incaricati di pubblico servizio all'autorità giudiziaria circa un fatto di reato».

Collegando le affermazioni di Madon e di Occhiello, però, riteniamo in realtà che essi stessero facendo riferimento, più propriamente, ad un atto maggiormente finalizzato come la «querela», ovvero una «dichiarazione di volontà con cui la persona offesa da un delitto richiede all'autorità giudiziaria di procedere contro chi ha commesso il fatto, perciò sostanziandosi in una condizione di procedibilità, dalla quale la legge fa dipendere la perseguibilità di determinati fatti criminosi».

La distinzione fondamentale fra una «denuncia» e una «querela» è  dunque la precipua volontà di far perseguire un fatto che si ritiene illecito e si relaziona come tale all’autorità competente.

Così stando le cose, non dovremmo che attenderci quindi il responso della magistratura: o archivierà la querela, oppure la attiverà svolgendo delle indagini.

Quello che però vediamo solo pochi giorni più tardi, è un video amatoriale diffuso da AIVS con una sorta di «intervista» (di fatto una chiacchierata in un bar registrata con un telefonino) al termine della quale si legge:


… con tanto di «E» maiuscola, un esposto. Non una denuncia o una querela, ma un esposto.

Cosa cambia ciò?

Vediamo il significato della parola.

Un «esposto» è uno «scritto in cui si espongono situazioni o ragioni proprie dell’esponente a un’autorità amministrativa, o in cui sono portati a conoscenza dell’autorità giudiziaria o di polizia determinati fatti perché l’autorità stessa adotti, se del caso, i provvedimenti di sua competenza: presentare, inoltrare un e. al ministero».

Questo cambia un po’ le cose.

Non una querela, che solitamente viene depositata da un avvocato il quale ha ricevuto un formale incarico normalmente retribuito e dietro versamento di un anticipo a titolo di fondo spese; non un atto recante una esplicita richiesta di rinvio a giudizio. Ma un esposto, ossia una sorta di lamentela ufficiale che non richiede necessariamente l’attivazione di un legale competente e lascia tutto in mano all’autorità giudiziaria.

Eppure Madon aveva anche scritto: «Insieme ad alcuni legali stiamo visionando materiale per poter dimostrare che [i responsabili del movimento] ci hanno truffato», ecc. Hanno trovato delle prove? Se così fosse, non avrebbero potuto depositare una querela chiara e distinta con degli addebiti ben precisi a carico di persone chiaramente identificate?

Ecco perché ci domandiamo: come mai tanto tam tam su denunce, richieste di risarcimento danni, ecc., e poi invece di una querela propriamente detta, redatta e depositata in modo professionale, tutto si riduce a un esposto?

Insomma: gli «anti-sette» di AIVS gettano il sasso e poi ritraggono la mano?

domenica 6 maggio 2018

Aggiornamento breve: AIVS, l’incoerenza e l’ipocrisia «anti-sette»

Un’altra piccola incursione nei gruppi Facebook di AIVS per registrare la loro ennesima dimostrazione di incoerenza.

Non ci dilungheremo in commenti perché abbiamo già più che ampiamente documentato in questo blog la loro deprimente propaganda evidentemente intesa a suscitare odio e allarmismo nei confronti di minoranze religiose del tutto pacifiche ma «colpevoli» di professare con entusiasmo ed enfasi il proprio credo.

Mentre li osserviamo proseguire senza sosta nel dileggiare, infamare e schernire i movimenti spirituali da loro tanto odiati, non ci sorprendiamo affatto. Contenti loro di farsi il sangue amaro mentre le comunità di fedeli del buddismo Soka Gakkai crescono sempre di più in numero e il loro istituto consegue una popolarità sempre maggiore…

Troviamo invece sbalorditive, per la loro lampante contraddittorietà, dichiarazioni come questa:


Non amiamo essere offensivi e scadere così al livello della dialettica di Toni Occhiello, ma una simile esternazione ci richiama davvero il concetto della «faccia di bronzo».

L’attivista di AIVS sarebbe «ipersensibile a qualsiasi osservazione che possa essere interpretata come discriminatoria»?

Non risulta che sia stata «ipersensibile» a questo post, però:


Non è forse discriminatorio nei confronti di un’intera nazione?

Classifichiamolo come battuta (di cattivo gusto, ce lo si lasci dire) e soprassediamo.

Che dire invece di quest’altro post, ad esempio?


Il video mostra semplicemente un giovane padre che cerca di spiegare al figlioletto ciò che sta facendo e gli dà una dimostrazione della propria preghiera!

Ma l’estensore (anonimo) del post in nome e per conto di AIVS addirittura parla di «lobotomia» una pratica medica ormai reminiscenza di un triste passato. Sarebbe ancora poco dire che ciò è offensivo.

Mentre vi sono climi familiari ben diversi in cui purtroppo la disarmonia e l’incomunicabilità sono la routine, un affettuoso momento di unità domestica fra un padre e un figlio, favorito da una ritualità religiosa buddista, viene degradato in un modo tanto becero.

Non è forse un fare discriminatorio, questo?

venerdì 30 marzo 2018

Gli «anti-sette» di AIVS: anti-religiosi, astiosi e «leoni da tastiera»

Abbiamo più volte documentato in post precedenti (come questo, questo o questo) come l’operato della più recente associazione «anti-sette», AIVS, e dei suoi tre o quattro militanti, sia palesemente improntato al turpiloquio sistematico e all’aggressione verbale nei confronti non solo della Soka Gakkai, comunità religiosa principalmente nel loro mirino, ma anche all’intolleranza verso gli altri movimenti «non convenzionali» adeguatamente demonizzati come «culti distruttivi».

I loro intenti belligeranti si palesano ad ogni occasione, con un linguaggio più che colorito e con espressioni veementi ed astiose; un vero e proprio incitamento all’odio come possiamo leggere qui in un post di febbraio 2017:


Ci sarebbe da domandare ad Occhiello se abbia mai realmente provato l’esperienza che tanto va lamentando: come si «ruba la vita» a qualcuno? Probabilmente potrebbe parlarne a ragion veduta chi abbia patito un periodo di prigionia in qualche zona di guerra, chi sia stato sequestrato da rapitori, chi sia rimasto rinchiuso in una stanza ad opera di uno squilibrato o anche chi sia finito disperso a causa di qualche sciagura dovuta a un errore umano. Quelli, sì, sono «furti di vita» dal drammatico al tragico che nessuno può mai riparare.

Ma aver aderito ad una fede ed essersi poi ricreduti e aver quindi cominciato a sputare veleno su coloro che fino a poco tempo prima erano i propri amici e compagni… questo secondo Occhiello è un «furto di vita»? No, il suo ci pare davvero un comportamento eccessivo e melodrammatico, se non grottescamente infantile.

Eppure Occhiello e i suoi compari continuano imperterriti ad addossare alla Soka Gakkai le proprie frustrazioni:


Addirittura insinuano legami con la criminalità organizzata per dare più nerbo alle proprie sparate:


Naturalmente, queste accuse sono tutte asserite e non vi è alcuna prova (o, per lo meno, se esiste non viene esibita) al di fuori di «testimonianze» palesemente tendenziose o comunque innegabilmente di parte, sulla cui attendibilità molto vi sarebbe da obiettare.

Viste le modalità espressive di Occhiello, verrebbe da pensare che le linea politica di AIVS sia quella del dialogo a tutti i costi e della libera espressione «totale», senza freni e senza censure. Macché… tutt’altro.

Finché sono Occhiello o i co-gestori di AIVS Luciano Madon e Francesco Brunori (alias Italo Brunori?) a sparare a zero contro i movimenti religiosi, tutti dovrebbero essere d’accordo con loro. Guai, invece, a levare una voce contraria (d’altronde, abbiamo raccontato noi stessi delle loro intimidazioni nei nostri riguardi, peraltro alquanto sconclusionate); guai, persino, a tentare di contattarli per farli ragionare.

Ecco come la pensano (il post è proprio di oggi):


A quanto pare, anche il giornalista «anti-sette» Carmine Gazzanni approva questi toni e queste modalità. Fatto curioso, specie se messo in relazione con la deontologia professionale che dovrebbe seguire in qualità di giornalista. Ma è davvero tenuto a seguire quel codice? Sembra, da una prima e superficiale verifica, che il «reporter» (tanto sbandierato dal CeSAP nelle persone di Lorita Tinelli e Pier Paolo Caselli e dal FAVIS nella persona di Sonia Ghinelli) sia, di fatto, solo un pubblicista e non un giornalista professionista. Almeno così appare qui; va detto, tuttavia, che secondo voci non ancora confermate (ma piuttosto plausibili) Gazzanni deve essersi «laureato» giornalista professionista il 18 Gennaio scorso; ancora non figura nell’elenco dell’ordine dei giornalisti però dovrebbe ormai farne parte. Chissà che questo non lo induca ad una maggiore osservanza dell’etica professionale.

Di sicuro, quando scriviamo «tanto sbandierato» non stiamo esagerando: basta vedere quante volte Tinelli e Ghinelli condividono, riciclandoli, gli articoli di Gazzanni e quali puerili attestati di stima arrivino al pennivendolo molisano da parte di Caselli (il post è di gennaio 2017):


Ma… stiamo divagando, dunque torniamo all’argomento di questo post e vediamo quali sono gli effetti dell’incessante propaganda di AIVS per stimolare l’acredine nei confronti della Soka Gakkai e dei movimenti religiosi in generale.

Tanto per cominciare, esaminiamo qual è la posizione ufficiale e recente di AIVS (da un loro post del 24 marzo scorso) nei confronti di un gruppo pacifico che, stando alle stime attuali, conta fra gli 80.000 e i 90.000 membri:


Alquanto inequivocabile: qui il rispetto per l’altro da sé è andato a farsi benedire e rimane solo l’astio più rabbioso che fatica a tenersi a freno. Forse un caso da «curare», come direbbe Lorita Tinelli?

Ma vediamo ora i commenti ad un altro post, precedente di appena otto giorni:


Si spazia da meri malauguri come questo:


Alla pura e semplice offesa gratuita, tanto per non essere da meno di Toni Occhiello:


Per poi inneggiare fra il serio e il faceto ad atti violenti:


Oltretutto vi sarebbe tutta una storia da raccontare a proposito di questa utente che adopera il cognome del marito, da cui sembra però essere separata. Ma evitiamo di divagare nuovamente e stiamo in tema.

Anche questo commento la dice lunga sulla qualità ideologica delle iniziative di AIVS:


E i dirigenti di AIVS che fanno? In risposta ad un tale sfoggio di cultura (gli intenti ostili e l’inciso alquanto ambiguo), mettono dei «tag» a diversi giornalisti già in precedenza mostratisi compiacenti nei loro riguardi: Elisabetta AmbrosiRaffaella Pusceddu, e ovviamente l’immancabile succitato Gazzanni assieme alla sua fidanzata Flavia Piccinni. Tutti evidentemente interessati a cavalcare l’onda della campagna mediatica contro le minoranze spirituali.

I risultati dannosi, le conseguenze umane vere e proprie, non tardano a venire. Ecco ad esempio di cosa ci informa una delle accolite di AIVS:


Questo sì che dovrebbe far riflettere: che benefici porta questo continuo berciare contro il tale o il talaltro movimento? Litigi, contrasti e conflitti, di gradazioni certamente differenti, ma pur sempre motivo di disarmonia e agitazione.

Ci ha poi incuriosito il commento di un altro utente che, apparentemente (stando cioè alle informazioni pubbliche disponibili sul suo profilo), è impiegato presso il Ministero dell’Interno, come si può vedere da queste immagini:



Chissà in quale branca del Viminale opera questo utente della provincia di Roma: ce lo domandiamo non tanto per una banale curiosità, ma proprio perché AIVS e i suoi tre o quattro responsabili continuano imperterriti a battere il chiodo sul fatto che le «sette» commettono reati di qui, crimini di là, sono una sorta di mafia, ecc.

Ma allora ci domandiamo: se esistesse davvero un tale coacervo di illeciti, perché tali fatti non vengono semplicemente riferiti alle autorità competenti così che possano venire fatti oggetto di indagine e quindi adeguatamente sanzionati?

Perché Occhiello, Madon e Brunori non chiedono aiuto proprio a quell’utente che afferma di lavorare niente meno che al Ministero dell’Interno?

A nostro modesto avviso, a fronte di quanto abbiamo riferito e documentato nel nostro blog, ci pare di poter dire che AIVS abbia tutto l’aspetto e i tratti di una banda di facinorosi, non certo di un’associazione di pubblica utilità.

Ma anche a prescindere dalle nostre valutazioni, ci domandiamo: è dunque questa la qualità dialettica dei «consulenti» del Ministero dell’Interno assoldati dalla SAS (Squadra Anti-Sette)?

mercoledì 21 marzo 2018

La giornalista «anti-sette» Raffaella Pusceddu e il suo conflitto d’interessi

Abbiamo ampiamente parlato della deludente trasmissione televisiva «Presa diretta» (andata in onda su RAI 3 il 24 Febbraio scorso) e del clima di tendenziosità e di superficialità da cui ha tratto ispirazione.

Nel commentare i contenuti di quella trasmissione confutandone talune asserzioni sibilline, come noi e meglio di noi hanno fatto altri studiosi e ricercatori del settore (ne accennavamo all’inizio di questo post).

Tuttavia, vi è un ulteriore aspetto che sinora non è stato trattato, e di cui si è voluto anche dare un’anticipazione in un commento all’ottimo articolo di Camillo Maffia su «Agenzia Radicale» a proposito di «Presa Diretta».

Fra le reazioni a caldo sulla trasmissione, ve ne è stata una di Toni Occhiello che abbiamo voluto approfondire:


Abbiamo fatto qualche tentativo di verificare se realmente la sorella della giornalista fosse una devota del buddismo Soka Gakkai.

Sebbene non possiamo dire di aver raccolto notizie certe al 100%, riteniamo però di aver trovato degli indizi importanti in base ai quali poter ritenere che quell’indicazione sia veritiera: la sorella della giornalista si chiama Cristina Pusceddu e vive a Cagliari. Una foto pubblicata sul suo profilo Facebook in dicembre 2016 e tuttora disponibile anche ai visitatori «non amici» mostra una netta somiglianza con Raffaella, come si può notare qui di seguito.

(Teniamo a precisare che ci siamo limitati a riprendere soltanto informazioni apertamente e pubblicamente disponibili a chiunque su Facebook; tuttavia, qualora la signora Cristina dovesse dissentire da tale utilizzo, non avrebbe che da scriverci per comunicarcelo.)


L’appartenenza alla Soka Gakkai sembra confermata da un post di Ottobre 2014 relativo a un incontro pubblico tenutosi ad Arborea (OR), a un’ora di strada da Cagliari.

Tutto ciò evidenzia un clamoroso conflitto d’interesse della giornalista che ha realizzato il reportage: sua sorella fa parte di una delle associazioni religiose di cui si è occupata la trasmissione (che, lo ricordiamo, ha invocato il ripristino del controverso «reato di plagio» ai danni delle minoranze spirituali bollate come «culti distruttivi»).

Sebbene la Soka Gakkai sia stata certamente l’organizzazione meno infamata fra quelle altre prese di mira dal «servizio» della RAI (forse in ossequio al legame familiare?), nondimeno è stato riconosciuto da tutte le parti in gioco che l’orientamento ideologico seguito dalla trasmissione è di forte opposizione ai nuovi movimenti religiosi e porta avanti la campagna di allarmismo «anti-sette» indicando come «attendibili» i pareri di Lorita Tinelli, Luigi Corvaglia, Gianni Del Vecchio, ecc.

Addirittura, secondo Toni Occhiello, la Pusceddu avrebbe chiesto assistenza a lui e alla sua associazione (AIVS) per capire «come fare uscire la sorella dalla Soka Gakkai».

Un’ennesima, lapalissiana conferma che il servizio televisivo della RAI è profondamente viziato dal pregiudizio e dal rancore nei confronti dei movimenti religiosi «alternativi».

Ma non solo: che dire del comportamento da sciacallo di Toni Occhiello? Proprio così: costui, senza scrupolo morale alcuno, avrebbe «consegnato» ai boia televisivi una sua ex correligionaria, se la giornalista autrice del servizio non fosse stata proprio la sorella di quest’ultima e non l’avesse risparmiata. Poi, siccome il «massacro» mediatico non si è concretizzato con un sufficiente «bagno di sangue» come avrebbe voluto lui, non contento, Occhiello è passato a denigrare quegli stessi reporter con cui aveva tentato di collaborare.

D’altronde, che moralità ci si può aspettare da chi nei confronti di una corrente religiosa buddista usa pubblicamente parole del seguente tenore? (commento di febbraio 2017)


Raffaella Pusceddu avrà condiviso questo orientamento quando si era rivolta a Occhiello per avere «assistenza»?

venerdì 23 febbraio 2018

Gli «anti-sette» e il business: la raccolta fondi di Toni Occhiello continua

Come si è riferito in uno degli ultimi post, ultimamente abbiamo notato che l’attività di Toni Occhiello e della sua associazione (AIVS, l’ultima nata nel panorama «anti-sette» italiano), sembra essere alquanto improntata alla raccolta di denaro per mezzo delle quote associative.

A distanza di un paio di settimane, possiamo affermare che non ci eravamo affatto sbagliati.

Stiamo infatti notando una forte tendenza di Occhiello e dell’altrimenti anonimo Italo (cogestore delle molteplici pagine Facebook direttamente riconducibili ad AIVS) a sollecitare pubblicamente i versamenti delle quote di iscrizione all’associazione. Tale spinta viene messa in atto ripetutamente con tutti coloro che si uniscono ai gruppi Facebook di AIVS, fortemente caratterizzati dalla propaganda infamante ai danni della Soka Gakkai. Parliamo quindi di persone che si sono interessate a quanto viene pubblicato da quel gruppo o che hanno la propria da dire a proposito della Soka Gakkai, ma non necessariamente di persone che esprimono la volontà di diventare dei militanti di AIVS.

Intendiamo dire: in un’associazione di volontariato si presume che chi aderisce lo faccia di propria spontanea volontà, non dietro la pressione di qualcuno che sfrutta un interessamento per «vendere» l’iscrizione.

Occhiello e il suo compare Italo, però, pare proprio avere bisogno di fare iscritti.

Ecco quindi come risponde a una persona che sembra rivolgersi al suo gruppo Facebook per raccontare una storia a lei, in quanto madre, descritta come un vissuto doloroso e drammatico:


Dopo qualche commento interlocutorio, ecco la conclusione di Occhiello:


Stessa cosa con un’altra utente che si affaccia al gruppo di AIVS apparentemente in cerca di conforto.

Al posto di una parola amichevole e comprensiva, Lucrezia trova invece sarcasmo e una richiesta di iscrizione:


Un’altra signora, che dai post precedenti pare già essere un’accanita sostenitrice del gruppo anti-Soka Gakkai di AIVS, non si è ancora ufficialmente associata.

Alla sua proposta, rivolta proprio ad Occhiello, di mandare dei rappresentanti a un convegno a Roma per partecipare come associazione, si vede rispondere con una richiesta di iscrizione (e quindi di denaro):


E tutto questo solo negli ultimi due giorni.


Ma AIVS è un gruppo di «lotta contro le sette» o una raccolta fondi per Toni Occhiello e i suoi amici intimi?

sabato 3 febbraio 2018

Toni Occhiello, AIVS e la pseudo-informazione a senso unico

Una breve riflessione su un caso alquanto eclatante di come gli «anti-sette» fanno «informazione».

Per la verità, si tratta di un triste, tristissimo esempio della loro pseudo-informazione a senso unico e del modo in cui veicolano odio e allarmismo senza fornire un quadro completo delle vicende che descrivono.

Ecco un post pubblicato la settimana scorsa da Toni Occhiello, principale esponente di AIVS:


In questo post, Occhiello fornisce una propria personale versione della tragedia che ha colpito Sonia Rinaldi, una fedele della Soka Gakkai deceduta per malattia. Inutile dire che il resoconto fatto da Occhiello di una vicenda tanto infelice, oltre a non portare alcun rispetto per i familiari della defunta né il benché minimo riguardo per il loro immenso dolore, come se non bastasse muove delle accuse piuttosto gravi nei confronti delle persone che le sono state vicino nel suo ultimo periodo di vita.

Accuse, come sempre, tutte da provare, tanto più che il post stesso (a leggerlo bene) non dimostra assolutamente nulla che possa far trarre delle ragionevoli conclusioni di una presunta «colpevolezza» della Soka Gakkai nel caso di specie. Al contrario, vi sarebbero persone molto ben informate sulla vicenda di Sonia Rinaldi (per averla vissuta e non per sentito dire) che potrebbero fornire ulteriori elementi a completamento di quel quadro.

Ma Occhiello non sembra affatto interessato a conoscere l’intera storia, a lui è sufficiente poter «collegare» una malattia terminale alla religione seguita da chi purtroppo ne è caduto vittima. Il che equivarrebbe ad accusare il Vaticano per le migliaia e migliaia di casi di cattolici deceduti per tumore che scelgono di non affidarsi a trattamenti tradizionali e scelgono terapie alternative.

Per motivi tecnici non siamo stati in grado di catturarne un’istantanea, ma sappiamo per certo che almeno due persone (ne forniremo le sole iniziali: M.B. e M.V.) avevano commentato quel post manifestando la propria contrarietà allo sfruttamento tanto cinico, impietoso e inumano di una notizia così tragica. Ma quei commenti sono stati censurati, perché scritti da persone che hanno purtroppo vissuto situazioni molto simili a quella oggetto del post: i loro contributi, ancorché veritieri, sarebbero stati sicuramente «scomodi» perché avrebbero contraddetto la propaganda di Occhiello.

Sfruttare e strumentalizzare le disgrazie altrui: è questa la «opera di informazione» svolta dagli «anti-sette»?

sabato 20 gennaio 2018

Il business «anti-sette» asservisce anche i giornalisti

Da questo blog abbiamo spesso acceso i riflettori (e continueremo a farlo) sulle false accuse e «notizie» fasulle prodotte o manipolate dagli «anti-sette».

Ma di quando in quando succede che qualche giornalista, forse per scarsità di «materia prima», va a pescare dal calderone dei vari CeSAP, FAVIS, ONAP, anti-TdG, ecc., per accatastare qualche «succosa» storia di presunti «abusi» e mettere assieme qualche centinaio di battute per un buon «pezzo» da rivendere al miglior offerente o al primo che è disposto a comprarlo (ve ne sono stati parecchi esempi anche recenti ed eclatanti).

Quando poi la catasta di scartoffie è sufficientemente consistente o può essere propinata con un’adeguata campagna di marketing, il giornalista di turno si improvvisa scrittore e cerca di piazzare la maggior quantità possibile di copie nelle librerie e fra il vasto pubblico. Si sa, gli affari sono affari (come nel caso di Michelle Hunziker).

Poco importa se il business viene fatto alle spalle di persone le cui vite vengono irrimediabilmente infangate o addirittura completamente devastate per il profitto o per l’interesse di qualcun altro.

In taluni casi, il giornalista di turno ha buon gioco a prendere di mira un’intera comunità spirituale o religione di minoranza, specialmente se in rapida crescita fra i giovani, additandola (tanto per cambiare) come «setta» o «culto distruttivo» (giusto per inquadrare bene sin da subito un contesto «torbido») e poi dando fondo a tutto il repertorio delle chiacchiere da comari, allarmismo e credulità popolare tipici degli anatemi «anti-sette», meglio se «dimostrati» dalla «testimonianza» di qualche ex membro del movimento, così il tutto si ammanta di una propria «credibilità».

Credibilità dello stesso valore che avrebbe domandare a una moglie, in lite con il marito da cui si è separata dopo molti anni di matrimonio, qual è la sua opinione dell’ex coniuge. Più o meno come chiedere a un fervido interista il suo parere su uno juventino, o viceversa: ci si può forse aspettare un esame equanime, sereno ed imparziale?

Non sempre si riesce a cogliere quanto sia assurdo considerare attendibile la testimonianza di un ex membro inviperito (esempio lampante è quello di Toni Occhiello), eppure è cosa di un’ovvietà disarmante.

Ma i giornalisti hanno bisogno di fare sensazione, e così scrivono articoli come questo:


Il pezzo è di Giovanni Del Vecchio e Stefano Pitrelli, già autori di un controverso libro contro numerosi movimenti religiosi.

Su quell’articolo, l’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai ha diffuso un comunicato stampa di replica che suggeriamo di leggere per intero e che peraltro mostra modi ben più rispettosi di quelli adottati dai giornalisti nei loro confronti.

Ma al di là della voce ufficiale del gruppo religioso, sono forse ancora più interessanti i commenti all’articolo contro la Soka Gakkai riportato dal sito «Huffington Post»: diretti, privi di mediazione, spontanei e schietti, qua e là frizzanti quando non addirittura focosi, i contributi dei lettori rendono bene l’idea di quanta gente viene riguardata dall’intolleranza religiosa portata avanti da articoli di tale fatta. Un’offesa non solo alla spiritualità, ma al giornalismo stesso.

Eccone uno:


Altri tre:


Naturalmente, qua e là nella discussione, non mancano interventi del «solito» Toni Occhiello, che esercita il suo ruolo di «troll» come ben descritto in un nostro precedente post:


Gli utenti, correttamente, lo ignorano del tutto e continuano ad esprimere liberamente la propria opinione:


Significativa la quantità degli interventi a favore della Soka Gakkai, di tenore ed ispirazione piuttosto differenti l’uno dall’altro.



Infine, addirittura una smentita nel cuore stesso dei «contenuti» proposti dai giornalisti:


A fronte di simili reazioni, cosa hanno fatto Giovanni Del Vecchio e Stefano Pitrelli? Cosa ha fatto la redazione di «Huffington Post»? Nulla, il nulla assoluto: non delle scuse, non delle precisazioni, niente di niente.

Ecco il rispetto dei giornalisti «anti-sette» nei confronti delle minoranze religiose.