Dal nostro corrispondente esperto in questioni estere, Epaminonda (ma con una piccola rifinitura del solito, impertinente Mario Casini), ecco un pregevole contributo a proposito del ruolo dei giornalisti non solo nella propaganda «anti-sette» di cui ci occupiamo in questo blog, ma anche e soprattutto nella diffusione (prezzolata) di «informazioni» dalla scarsa attendibilità, che in ultima analisi rovinano la categoria stessa dei reporter e deturpano la libertà di stampa.
Conosciamo bene le conseguenze (talvolta disastrose) del tamtam mediatico sul presunto «allarme sette» ai danni delle vite di individui o di intere famiglie facenti parte di gruppi spirituali «non convenzionali», ma oltre a ciò deve essere considerata l’influenza dei disinformatori di «professione» rispetto al vasto pubblico e agli scenari socio-politici del terzo millennio.
Questo blog si propone di promuovere un'informazione puntuale e ad ampia diffusione sulle notizie e i fatti concreti che riguardano il controverso mondo dei gruppi "anti-sette" e di tutti quei soggetti ed associazioni che portano avanti un attivo contrasto a movimenti spirituali e confessioni religiose.
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sabato 19 gennaio 2019
Contributo esterno - l’era della «post-verità» religiosa
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sabato 12 gennaio 2019
Disinformazione «anti-sette»: Carmine Gazzanni sa di cosa sta parlando?
di Mario Casini
Ormai è quasi scontato – anche perché copiosamente documentato nel nostro blog – prevedere le dichiarazioni degli «anti-sette»: sebbene proferite ogni volta da soggetti differenti del loro esiguo, variegato e quanto mai contraddittorio arcipelago, sono costantemente caratterizzate dal medesimo tratto stilistico: la ripetitività di offese gratuite e storie ricamate, che mirano a screditare (qua e là con toni anche infantili come nel caso di AIVS e Toni Occhiello, altrove con i tratti ben più gravi della calunnia e della persecuzione) i bersagli delle invettive: che si tratti di un libro, di un post su Facebook o di una trasmissione in TV o in radio, la tecnica impiegata è sempre la medesima: liste di proscrizione di movimenti e relativi leader, presunti «abusi economici» e interessi nascosti che però di rado vengono dettagliati e circostanziati in fatti precisi, accuse di nefandezze ripugnanti, video pruriginosi con sfondi sonori da film dell’orrore, pubblicazione di foto private, fatti personali e legami familiari spiattellati pubblicamente. Questo è il business degli «anti-sette» e, come si è più volte dimostrato, è costruito alle spalle di persone il più delle volte innocenti.
In questo becero/triste quadro ben s’inserisce la campagna pubblicitaria avviata tre mesi fa per vendere «Nella Setta» il libro dei militanti «anti-sette» italiani firmato da Carmine Gazzanni (giornalista il cui «curriculum» contro il mondo della spiritualità è cominciato ben prima che egli si arruolasse nell’ordine dei professionisti) e Flavia Piccinni, scrittrice ma più che altro sua fidanzata. Perché poi pubblicamente debbano sottacere il fatto di essere compagni di vita quando «svelano» tutto il «torbido» che esisterebbe intorno a chi ricerca una spiritualità tanto lontana e odiata da loro, non è dato sapere. Pare quasi che debba esservi un che di losco o di imbarazzante: eppure l’amore è una cosa meravigliosa. Ma sto divagando, meglio andare al sodo e ai punti davvero importanti che vorrei brevemente sollevare.
Sì, perché mentre la libertà di parola è sacrosanto che sia garantita a tutti, persino a chi volesse scrivere un libro per narrare la vita grama degli asini volanti o degli allevatori di Scarpantibus, da un giornalista professionista ci si aspetterebbe una competenza per lo meno sufficiente rispetto a ciò su cui esprime i propri giudizi, influenzando così inevitabilmente la vita di centinaia di migliaia di persone. Ne avevamo accennato in un recente post: il «rispetto della verità sostanziale dei fatti» dovrebbe essere un «obbligo inderogabile» per chi pretende di riferire notizie di interesse pubblico.
Eppure Carmine Gazzanni e Flavia Piccinni – amici e collaboratori di controverse associazioni «anti-sette» come la già citata AIVS e come CeSAP e FAVIS e quindi indirettamente privilegiati dal collegamento di questi ultimi con la «polizia religiosa» SAS (la «Squadra Anti-Sette» del Ministero dell’Interno) non sembrano preparati a fondo sugli argomenti di cui raccontano. Al contrario, oltre a strombazzare cifre completamente autoreferenziali e soprattutto prive di un’analisi compita e dettagliata, costoro si lasciano anche scappare strafalcioni veri e propri, mostrando delle lacune abissali in quegli stessi argomenti su cui tentano ostentare sicurezza.
Parto da un primo dato che è indubbiamente significativo, se consideriamo che rappresenta il fulcro di tutta la réclame per incrementare le vendite del libro: la cifra dei quattro milioni. La formulano così:
Quattro milioni di italiani ogni mattina si alzano, e hanno un segreto: sono membri di un’organizzazione settaria (…)
Frase ad effetto: spaventa, rende sospettosi e guardinghi. Ben studiata: attenzione, il nemico è qui fra di noi, potrebbe essere (anzi: «sono», dice il libro) «il vostro edicolante, la ragazza che vi prepara il cappuccino al bar la mattina, la signora simpatica che incontrate sull’autobus andando al lavoro o il vostro odiatissimo vicino».
Ho cercato in lungo e in largo nel libro un dettaglio di questa «paurosa cifra» (addirittura il 6-7% della popolazione italiana sarebbe «vittima» di belzebù!) ma non l’ho trovato. Di fatto, non si dice quale sia la fonte del dato, non vi è alcuna traccia del calcolo che lo ha prodotto. Se ne parla all’inizio del testo (per captare ben bene l’attenzione?) e poi basta.
Insomma, da dove deriva questa cifra che d’improvviso è piombata sul popolo italiano e che finora cinquantasei milioni di cittadini non avevano nemmeno lontanamente sospettato? È «liberamente» ricavata dalla sommatoria dei numeri dei partecipanti dei diversi gruppi religiosi forniti dalle organizzazioni degli stessi? Proviene dalle «statistiche» curate da don Aldo Buonaiuto? È tratta da uno sviluppo o proiezione statistica di quanto elaborato dal Ministero dell’Interno nel famigerato rapporto del 1998? Chissà.
Cerco, cerco, e trovo forse una spiegazione nel primo capitolo del libro, a pagina 11, dove Gazzanni e Piccinni sostengono che il loro «viaggio» si concluda idealmente nell’ufficio della SAS di Firenze. Lo stesso ufficio che si vede nell’infelice trasmissione andata in onda il 24 febbraio 2018 su RAI Tre, «Presa Diretta», alla quale hanno collaborato essi stessi. Sì, perché il giornalista di Isernia afferma alla TV di stato:
Questo chiaramente dà un’aura di ufficialità al suo libro «anti-sette», però stona con i documenti ufficiali e con le cifre precedentemente buccinate dai suoi amici della compagnia contro i presunti «culti distruttivi»:
Tutto chiaro ora? Nient’affatto, perché le cifre diffuse dalle «citate associazioni» (che alla fine si riducono in concreto alla singola e singolare figura di don Aldo Buonaiuto) sono alquanto diverse e, in particolare, il prete inquisitore non ha mai parlato di «quattro milioni di italiani» ma ha fatto discorsi di tutt’altro genere, peraltro profondamente contraddittori.
A differenza di don Aldo Buonaiuto e dei suoi colleghi mangiapreti come Luigi Corvaglia del CeSAP o Maurizio Alessandrini di FAVIS, però, la «Squadra Anti-Sette» è un corpo di polizia dello stato: ne consegue che, se considera valide (senza verificarle) e poi ratifica e diffonde pubblicamente delle cifre infondate e impropriamente allarmistiche, rischia di cadere in una «falsità ideologica commessa dal pubblico ufficiale in atti pubblici» (articolo 479 del codice penale): «Il pubblico ufficiale, che, ricevendo o formando un atto nell`esercizio delle sue funzioni, (…) attesta come da lui ricevute dichiarazioni a lui non rese, ovvero omette o altera dichiarazioni da lui ricevute, o comunque attesta falsamente fatti dei quali l`atto è destinato a provare la verità, soggiace alle pene stabilite nell`art. 476».
Sarebbe ora che la SAS renda definitivamente conto dei dati «anti-sette» ai contribuenti e si faccia al 100% garante dell'attendibilità degli stessi, a maggior ragione visto e considerato che lo stesso Carmine Gazzanni dichiara di averli ricevuti proprio da loro.
Idealmente, questo potrebbe diventare il tema di un’interrogazione parlamentare che suonerebbe press’a poco come segue.
Considerato che le informazioni allarmanti diffuse dai media e reiterate da controverse associazioni «anti-sette» sembrano provenire da ambienti della Polizia di Stato (almeno stando a quanto dichiarato da un giornalista di nome Carmine Gazzanni);
considerato che il «numero verde» del telefono «contro le sette sataniche» diretto da don Aldo Buonaiuto è referente ufficiale della Squadra Anti-Sette della Polizia di Stato come stabilito nella circolare istitutiva nr. 557/RS/3040 del 23 novembre 2006 del Ministero dell’Interno;
considerati gli errori giudiziari e il dispendio di denaro pubblico dovuto ad informazioni tendenziose o del tutto fasulle basandosi sulle quali la magistratura ha in taluni casi condotto inchieste che si sono rivelate poi superflue ma hanno ugualmente prodotto un’influenza gravissima sugli individui coinvolti;
si interrogano i ministri per sapere se (...) eccetera
Sarà meglio ch’io torni con i piedi per terra: ho ancora un punto da rilevare nelle strampalate affermazioni rese in TV da Carmine Gazzanni per pubblicizzare il libro scritto con la sua fidanzata Flavia Piccinni.
È un momento dell’intervista che mi ha fatto sbellicare dalle risa persino più di un altro passaggio in cui delle «questioni di salute» (in modo tutto sommato veniale) con una potente trasfigurazione semantica diventano «questioni salutari» (sarà stata una licenza poetica?).
No, direi che l’apice del ridicolo si raggiunge quando il giornalista isernino arriva a dichiarare:
Scusate, fatemelo trascrivere:
«Proposte in parlamento ci sono state ma effettivamente non sono mai né state calendarizzate né tantomeno approvate»
(cit. Carmine Gazzanni)
Gazzanni si riferisce (senza ovviamente dettagliare alcunché, come al solito) alle proposte di legge sulla «manipolazione mentale», che sono state una mezza dozzina a partire dai primi anni 2000 e portano tutte quante l’inconfondibile marchio della propaganda «anti-sette» contro i «nuovi movimenti religiosi».
È vero che nessuna di quelle iniziative è mai stata approvata dal parlamento e ratificata fino a diventare legge.
È clamorosamente falso che non ne siano mai state calendarizzate e discusse: al contrario, fra il 2003 e il 2004 uno dei progetti di legge del fronte «anti-sette» accorpò due iniziative (una dell’attuale presidentessa del senato Maria Elisabetta Alberti Casellati, l’altra dell’allora senatore di estrema destra Renato Meduri; ne abbiamo parlato qui) in un unico testo dal titolo «Disposizioni concernenti il reato di manipolazione mentale», e l’iter parlamentare ottenne i pareri favorevoli di due commissioni permanenti e arrivò in Commissione Giustizia del Senato.
Successivamente, il disegno di legge nr. 569 a firma dell’on. Antonino Caruso rimase per mesi in calendario e venne discusso in Commissione Giustizia del Senato in sede referente tra il 2009 e il 2010. Vennero svolte numerose audizioni (anche successivamente, nel 2011 e 2012), fino a quando poi non cadde il governo. Fra l’altro, l’iter parlamentare del disegno di legge nr. 569 (grazie alla complicità della senatrice cofirmataria Laura Allegrini) fu fortemente influenzato dal fronte «anti-sette», nei modi decisamente discutibili apertamente denunciati in questo e questo post del sito «Libero Credo».
Questo fa capire a me (e a chiunque altro osservi il fenomeno con obiettività) che Carmine Gazzanni, il giornalista, non si è documentato sull’argomento di cui sta parlando. Ne sta parlando esclusivamente a fini pubblicitari, e allora che importa se le informazioni che diffonde sono – di fatto – disinformazione?
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mercoledì 14 novembre 2018
La vera storia del «Tempio del Popolo»: Jonestown strumentalizzata per scopi politici
Sebbene abbiano continuato a incassare fragorose smentite sulla base di fatti documentati, gli «anti-sette» nostrani si ostinano a strombazzare la versione mediatica della strage di Jonestown.
Su tutti, le solite Lorita Tinelli e Sonia Ghinelli, esponenti rispettivamente di CeSAP e FAVIS, associazioni referenti in Italia della controversa organizzazione europea FECRIS.
Pur di propagandare la versione del «suicidio di massa», già ampiamente screditata, costoro si aggrappano ai fenomeni mediatici del momento come le recenti fiction o «documentari» realizzati per fare profitto.
L’ultima uscita a sproposito di questa serie è un post con cui Sonia Ghinelli condivide un articolo ricevuto dall’amica e collega «anti-sette» Janja Lalich (della quale abbiamo parlato in un recente post):
Addirittura, Sonia Ghinelli arriva a titolare il proprio post «massacri settari» riferendosi alla strage del Tempio del Popolo: niente più che la solita disinformazione «anti-sette».
Un’ottima occasione, offerta su un piatto d’argento al nostro Epaminonda, per prendere in considerazione anche questa ennesima mistificazione e metterla a nudo per ciò che sventuratamente è.
Buona lettura.
- [16 Maggio 2018] La vera storia del «Tempio del Popolo» (un compendio)
- [6 Giugno 2018] La vera storia del «Tempio del Popolo» (il massacro comandato)
- [12 Giugno 2018] La vera storia del «Tempio del Popolo» («anti-sette» sbugiardati)
- [22 Giugno 2018] La vera storia del «Tempio del Popolo» (quale «lavaggio del cervello»?)
- [24 Giugno 2018] La vera storia del «Tempio del Popolo» (una strage politica)
Su tutti, le solite Lorita Tinelli e Sonia Ghinelli, esponenti rispettivamente di CeSAP e FAVIS, associazioni referenti in Italia della controversa organizzazione europea FECRIS.
Pur di propagandare la versione del «suicidio di massa», già ampiamente screditata, costoro si aggrappano ai fenomeni mediatici del momento come le recenti fiction o «documentari» realizzati per fare profitto.
L’ultima uscita a sproposito di questa serie è un post con cui Sonia Ghinelli condivide un articolo ricevuto dall’amica e collega «anti-sette» Janja Lalich (della quale abbiamo parlato in un recente post):
Addirittura, Sonia Ghinelli arriva a titolare il proprio post «massacri settari» riferendosi alla strage del Tempio del Popolo: niente più che la solita disinformazione «anti-sette».
Un’ottima occasione, offerta su un piatto d’argento al nostro Epaminonda, per prendere in considerazione anche questa ennesima mistificazione e metterla a nudo per ciò che sventuratamente è.
Buona lettura.
Per un più rapido riferimento, riepiloghiamo tutti i post precedenti della serie su Jonestown:
- [16 Maggio 2018] La vera storia del «Tempio del Popolo» (un compendio)
- [6 Giugno 2018] La vera storia del «Tempio del Popolo» (il massacro comandato)
- [12 Giugno 2018] La vera storia del «Tempio del Popolo» («anti-sette» sbugiardati)
- [22 Giugno 2018] La vera storia del «Tempio del Popolo» (quale «lavaggio del cervello»?)
- [24 Giugno 2018] La vera storia del «Tempio del Popolo» (una strage politica)
- [11 Luglio 2018] La vera storia del «Tempio del Popolo» (torazina letale)
- [2 Agosto 2018] La vera storia del «Tempio del Popolo» e il falso «suicidio di massa», una clamorosa bufala «anti-sette»
- [19 Ottobre 2018] La vera storia del «Tempio del Popolo»: falliscono i tentativi di insabbiamento
- [24 Ottobre 2018] La vera storia del «Tempio del Popolo»: quarant’anni di menzogne «anti-sette»
- [30 Ottobre 2018] La vera storia del «Tempio del Popolo»: business della morte, il documentario di Leonardo Di Caprio
- [19 Ottobre 2018] La vera storia del «Tempio del Popolo»: falliscono i tentativi di insabbiamento
- [24 Ottobre 2018] La vera storia del «Tempio del Popolo»: quarant’anni di menzogne «anti-sette»
- [30 Ottobre 2018] La vera storia del «Tempio del Popolo»: business della morte, il documentario di Leonardo Di Caprio
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domenica 21 ottobre 2018
Sonia Ghinelli di FAVIS e la propaganda «anti-sette» contro Mario Pianesi
A conferma di quanto si accennava all’inizio dell’ultimo post (relativo a tutt’altro argomento), è evidente in taluni esponenti «anti-sette» lo sforzo continuo, ma fallimentare, di smentire i nostri post. D’altronde, quando non si hanno prove né documenti ma ci si affida a sentito dire, chiacchiere da bar o da stadio, opinioni e «testimonianze» tendenziose, è alquanto arduo riuscire nell’intento di confutare chi invece riferisce dei fatti.
Così è ad esempio per Sonia Ghinelli di FAVIS, associazione corrispondente italiana per la controversa sigla europea FECRIS nonché referente privilegiata della «polizia religiosa» SAS, la discussa «Squadra Anti-Sette» del Ministero dell’Interno.
Tentando di replicare al nostro post del 14 ottobre scorso riguardo a Mario Pianesi e al caso giudiziario/mediatico del quale è vittima dalla scorsa primavera, Sonia Ghinelli ha pubblicato dapprima questo post in cui riprende (omettendone furbescamente la data) la trasmissione televisiva «Quarto Grado» andata in onda il 25 marzo:
Da notare come le fa il verso Lorita Tinelli del CeSAP, la quale evidentemente dev’essersi sentita pure lei coinvolta dalla nostra denuncia delle atrocità commesse nei confronti di Mario Pianesi e della sua associazione.
Discorso simile per Giovanni Ristuccia, esponente «anti-sette» di Novara amicissimo di Ghinelli e Tinelli, che non manca di riprendere e ripubblicare pedissequamente:
Subito dopo, Sonia Ghinelli ha pubblicato sul blog di FAVIS un post in cui affastella alcuni articoli presi a caso sulla vicenda, dando ovviamente il maggior spazio possibile a quelli denigratori e dedicando le ultime poche righe alla replica dei figli di Mario Pianesi, di cui abbiamo parlato nel nostro pezzo citato prima.
Chissà perché a Sonia Ghinelli viene in mente di riprendere quella replica (peraltro relegandola al fondo pagina del suo post) ben oltre due settimane dopo la pubblicazione dell’articolo di «Cronache Maceratesi» e solo dopo che noi lo abbiamo ripreso e commentato sul nostro blog… già questo è un segnale inequivocabile che in FAVIS vi è piena consapevolezza delle proprie negligenze e che il nostro lavoro li obbliga ad una maggiore trasparenza, per lo meno apparente.
Per non parlare dell’uso del tutto fuorviante del vocabolo «aggiornamenti»: fa a pugni con il video presentato in apertura del post, che è ancora quello di «Quarto Grado» del 25 marzo scorso, cioè quasi sette mesi fa.
Ma non è nemmeno questa tendenziosità il fatto più grave: vi è invece una manipolazione delle informazioni ancora più subdola e maligna.
Analizziamo un poco più attentamente quanto scrive Sonia Ghinelli nel suo post su Facebook:
Peccato che Mario Pianesi non ha mai affermato ciò che Sonia Ghinelli va sostenendo.
Se infatti si visiona il video (e noi l’abbiamo fatto, contrariamente a quanto è facile presumere sia accaduto con le persone che potrebbero aver letto quel post su Facebook), il punto cui certamente si fa riferimento è questo:
Anzitutto va chiarito che qui Mario Pianesi stava raccontando un’esperienza personale, vissuta sulla propria pelle, a seguito della quale, profondamente perplesso rispetto alle terapie proposte dalla farmacopea tradizionale, aveva deciso di approfondire, con tutta la necessaria scientificità e con metodo (come poi di fatto fece), il vasto campo della nutrizione nelle sue interrelazioni con la medicina. Sta quindi esponendo un background individuale del proprio vissuto per far comprendere la genesi della sua preparazione culturale sul soggetto, non sta fornendo indicazioni a chicchessia né tantomeno prescrivendo diete o delineando i contorni di un piano alimentare da lui studiato!
Come tutti sanno, estrapolare e isolare una frase dal proprio contesto ne snatura completamente il senso. Questo è un caso lampante di tale prassi.
Non solo, una «citazione» manipolata in quel modo potrebbe anche risultare diffamatoria, come si spiega bene in «Dialogica del diritto» del prof. Antonio Punzi:
Ma grazie all’interpretazione tendenziosa e fuorviante degli «anti-sette», ecco cosa diventa quel semplice racconto di un’esperienza di vita:
Sulla base di questo giudizio, costruito su una mezza frase interpretata ad uso e consumo di un «tribunale» mediatico, è stata pronunciata una «sentenza» di condanna ancora prima che si apra un processo in sede giudiziaria.
Questo è l’operato degli «anti-sette»: disinformazione sistematica.
Così è ad esempio per Sonia Ghinelli di FAVIS, associazione corrispondente italiana per la controversa sigla europea FECRIS nonché referente privilegiata della «polizia religiosa» SAS, la discussa «Squadra Anti-Sette» del Ministero dell’Interno.
Tentando di replicare al nostro post del 14 ottobre scorso riguardo a Mario Pianesi e al caso giudiziario/mediatico del quale è vittima dalla scorsa primavera, Sonia Ghinelli ha pubblicato dapprima questo post in cui riprende (omettendone furbescamente la data) la trasmissione televisiva «Quarto Grado» andata in onda il 25 marzo:
Da notare come le fa il verso Lorita Tinelli del CeSAP, la quale evidentemente dev’essersi sentita pure lei coinvolta dalla nostra denuncia delle atrocità commesse nei confronti di Mario Pianesi e della sua associazione.
Discorso simile per Giovanni Ristuccia, esponente «anti-sette» di Novara amicissimo di Ghinelli e Tinelli, che non manca di riprendere e ripubblicare pedissequamente:
Subito dopo, Sonia Ghinelli ha pubblicato sul blog di FAVIS un post in cui affastella alcuni articoli presi a caso sulla vicenda, dando ovviamente il maggior spazio possibile a quelli denigratori e dedicando le ultime poche righe alla replica dei figli di Mario Pianesi, di cui abbiamo parlato nel nostro pezzo citato prima.
Chissà perché a Sonia Ghinelli viene in mente di riprendere quella replica (peraltro relegandola al fondo pagina del suo post) ben oltre due settimane dopo la pubblicazione dell’articolo di «Cronache Maceratesi» e solo dopo che noi lo abbiamo ripreso e commentato sul nostro blog… già questo è un segnale inequivocabile che in FAVIS vi è piena consapevolezza delle proprie negligenze e che il nostro lavoro li obbliga ad una maggiore trasparenza, per lo meno apparente.
Per non parlare dell’uso del tutto fuorviante del vocabolo «aggiornamenti»: fa a pugni con il video presentato in apertura del post, che è ancora quello di «Quarto Grado» del 25 marzo scorso, cioè quasi sette mesi fa.
Ma non è nemmeno questa tendenziosità il fatto più grave: vi è invece una manipolazione delle informazioni ancora più subdola e maligna.
Analizziamo un poco più attentamente quanto scrive Sonia Ghinelli nel suo post su Facebook:
Peccato che Mario Pianesi non ha mai affermato ciò che Sonia Ghinelli va sostenendo.
Se infatti si visiona il video (e noi l’abbiamo fatto, contrariamente a quanto è facile presumere sia accaduto con le persone che potrebbero aver letto quel post su Facebook), il punto cui certamente si fa riferimento è questo:
«(…) e mi sono scelto una dieta di crema di riso (…), semolino,
cipolle e carote. Ho fatto una dieta tanto per calmare lo stomaco
e mi trovo che ho curato anche il tumore.»
Anzitutto va chiarito che qui Mario Pianesi stava raccontando un’esperienza personale, vissuta sulla propria pelle, a seguito della quale, profondamente perplesso rispetto alle terapie proposte dalla farmacopea tradizionale, aveva deciso di approfondire, con tutta la necessaria scientificità e con metodo (come poi di fatto fece), il vasto campo della nutrizione nelle sue interrelazioni con la medicina. Sta quindi esponendo un background individuale del proprio vissuto per far comprendere la genesi della sua preparazione culturale sul soggetto, non sta fornendo indicazioni a chicchessia né tantomeno prescrivendo diete o delineando i contorni di un piano alimentare da lui studiato!
Come tutti sanno, estrapolare e isolare una frase dal proprio contesto ne snatura completamente il senso. Questo è un caso lampante di tale prassi.
Non solo, una «citazione» manipolata in quel modo potrebbe anche risultare diffamatoria, come si spiega bene in «Dialogica del diritto» del prof. Antonio Punzi:
Ma grazie all’interpretazione tendenziosa e fuorviante degli «anti-sette», ecco cosa diventa quel semplice racconto di un’esperienza di vita:
Sulla base di questo giudizio, costruito su una mezza frase interpretata ad uso e consumo di un «tribunale» mediatico, è stata pronunciata una «sentenza» di condanna ancora prima che si apra un processo in sede giudiziaria.
Questo è l’operato degli «anti-sette»: disinformazione sistematica.
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lunedì 28 maggio 2018
«Anti-sette», disinformazione e fake news: manipolazione mentale di massa
Vogliamo riproporre un eccellente articolo scritto da Franco Iacch e pubblicato su Il Giornale del 22 Maggio scorso; in realtà è lo stralcio di uno studio, tuttora in corso, che Iacch sta sviluppando assieme a dei colleghi.
Questa analisi, se letta con attenzione, spiega molto bene qual è la tecnica che adoperano gli «anti-sette», da lungo tempo, sfruttando Internet e i mass media in generale per modificare la percezione della spiritualità non tradizionale da parte degli utenti dei social network e del vasto pubblico.
Vogliamo quindi utilizzare questo articolo come falsariga, riportandone i passaggi che riteniamo di maggiore rilievo, per metterli in relazione con la propaganda antisette che da alcuni mesi denunciamo e documentiamo nel presente blog.
Qui il link per leggere il testo dell’articolo in versione integrale.
Questa analisi, se letta con attenzione, spiega molto bene qual è la tecnica che adoperano gli «anti-sette», da lungo tempo, sfruttando Internet e i mass media in generale per modificare la percezione della spiritualità non tradizionale da parte degli utenti dei social network e del vasto pubblico.
Vogliamo quindi utilizzare questo articolo come falsariga, riportandone i passaggi che riteniamo di maggiore rilievo, per metterli in relazione con la propaganda antisette che da alcuni mesi denunciamo e documentiamo nel presente blog.
Qui il link per leggere il testo dell’articolo in versione integrale.
lunedì 26 febbraio 2018
Le lamentele degli «anti-sette»: scene da asilo infantile?
Nel panorama italiano degli «anti-sette», il gruppetto di militanti ultimamente più rumoroso e dai toni più carichi è senz’altro quello di AIVS, associazione inizialmente nata per prendere di mira una specifica minoranza religiosa, il buddismo Soka Gakkai (movimento peraltro pacifico e notoriamente impegnato in attività benefiche) ma che poi ha esteso le proprie «attenzioni» anche ad altri movimenti categoricamente bollati come «pericolosi».
Di quando in quando le iniziative mediatiche di AIVS hanno goduto di scarsa fortuna; certamente, non ne hanno avuta alcuna quando si è trattato di radunare le «folle» di fuoriusciti che, a sentire loro, dovevano essere «scalpitanti» e pronte a dar voce alle proprie proteste. Le «orde di ex membri» dovevano essere impegnate in tutt’altro, per esempio, quando AIVS lancia un appello a fornire una qualche «storia» che si potesse utilizzare per un articolo nella zona di Bologna:
Quel post è stato salvato all’inizio di Gennaio scorso. Ciò significa che in due mesi e mezzo nessuno si è fatto avanti. Forse che delle «miriadi» di apostati della Soka Gakkai nessuno gravita attorno al capoluogo emiliano?
Quando invece c’è qualche giornalista chiaramente schierato con gli «anti-sette» contro i movimenti religiosi «alternativi», allora l’AIVS diventa all’improvviso un «interlocutore qualificato» (ovviamente non è dato sapere su quali basi, se non su asserzioni autoreferenziali), come s’è visto in precedenza.
Ma nemmeno questo teorema si dimostra sempre valido.
Infatti, sono state tanto sorprendenti quanto scomposte le reazioni di Toni Occhiello e dei suoi tre o quattro compari di AIVS nei riguardi della trasmissione televisiva «Presa Diretta» dal titolo «Io ci credo», andata in onda su RAI 3 Sabato 24 Febbraio scorso. Ecco infatti cosa scrivono a caldo appena dopo la conclusione del servizio:
Ma in una discussione più o meno contemporanea a questo post i toni diventano addirittura più veementi.
Ecco infatti il lapidario commento di Toni Occhiello alla giornalista (Pusceddu) e ai suoi collaboratori:
Assieme alle offese personali e al vittimismo lamentoso, riemerge anche il tema «complottista» con tanto di intrighi politici (si noti) a pochi giorni dalle elezioni:
E infine, di nuovo l’attacco alla giornalista che ha curato il servizio, Raffaella Pusceddu:
Sebbene la trasmissione in questione «Presa Diretta» sia stato un deprimente caso di cattiva informazione e (di fatto) abbia contribuito ad alimentare il terrorismo mediatico nei confronti dei nuovi movimenti religiosi (ne parleremo a breve in un prossimo post), riteniamo che tale modus operandi da parte di AIVS sia (esattamente come nei confronti dei gruppi spirituali da loro osteggiati) estremamente discutibile e deleteria sul piano sociale.
Di quando in quando le iniziative mediatiche di AIVS hanno goduto di scarsa fortuna; certamente, non ne hanno avuta alcuna quando si è trattato di radunare le «folle» di fuoriusciti che, a sentire loro, dovevano essere «scalpitanti» e pronte a dar voce alle proprie proteste. Le «orde di ex membri» dovevano essere impegnate in tutt’altro, per esempio, quando AIVS lancia un appello a fornire una qualche «storia» che si potesse utilizzare per un articolo nella zona di Bologna:
Quel post è stato salvato all’inizio di Gennaio scorso. Ciò significa che in due mesi e mezzo nessuno si è fatto avanti. Forse che delle «miriadi» di apostati della Soka Gakkai nessuno gravita attorno al capoluogo emiliano?
Quando invece c’è qualche giornalista chiaramente schierato con gli «anti-sette» contro i movimenti religiosi «alternativi», allora l’AIVS diventa all’improvviso un «interlocutore qualificato» (ovviamente non è dato sapere su quali basi, se non su asserzioni autoreferenziali), come s’è visto in precedenza.
Ma nemmeno questo teorema si dimostra sempre valido.
Infatti, sono state tanto sorprendenti quanto scomposte le reazioni di Toni Occhiello e dei suoi tre o quattro compari di AIVS nei riguardi della trasmissione televisiva «Presa Diretta» dal titolo «Io ci credo», andata in onda su RAI 3 Sabato 24 Febbraio scorso. Ecco infatti cosa scrivono a caldo appena dopo la conclusione del servizio:
Ma in una discussione più o meno contemporanea a questo post i toni diventano addirittura più veementi.
Ecco infatti il lapidario commento di Toni Occhiello alla giornalista (Pusceddu) e ai suoi collaboratori:
Assieme alle offese personali e al vittimismo lamentoso, riemerge anche il tema «complottista» con tanto di intrighi politici (si noti) a pochi giorni dalle elezioni:
E infine, di nuovo l’attacco alla giornalista che ha curato il servizio, Raffaella Pusceddu:
Sebbene la trasmissione in questione «Presa Diretta» sia stato un deprimente caso di cattiva informazione e (di fatto) abbia contribuito ad alimentare il terrorismo mediatico nei confronti dei nuovi movimenti religiosi (ne parleremo a breve in un prossimo post), riteniamo che tale modus operandi da parte di AIVS sia (esattamente come nei confronti dei gruppi spirituali da loro osteggiati) estremamente discutibile e deleteria sul piano sociale.
sabato 3 febbraio 2018
Toni Occhiello, AIVS e la pseudo-informazione a senso unico
Una breve riflessione su un caso alquanto eclatante di come gli «anti-sette» fanno «informazione».
Per la verità, si tratta di un triste, tristissimo esempio della loro pseudo-informazione a senso unico e del modo in cui veicolano odio e allarmismo senza fornire un quadro completo delle vicende che descrivono.
Ecco un post pubblicato la settimana scorsa da Toni Occhiello, principale esponente di AIVS:
In questo post, Occhiello fornisce una propria personale versione della tragedia che ha colpito Sonia Rinaldi, una fedele della Soka Gakkai deceduta per malattia. Inutile dire che il resoconto fatto da Occhiello di una vicenda tanto infelice, oltre a non portare alcun rispetto per i familiari della defunta né il benché minimo riguardo per il loro immenso dolore, come se non bastasse muove delle accuse piuttosto gravi nei confronti delle persone che le sono state vicino nel suo ultimo periodo di vita.
Accuse, come sempre, tutte da provare, tanto più che il post stesso (a leggerlo bene) non dimostra assolutamente nulla che possa far trarre delle ragionevoli conclusioni di una presunta «colpevolezza» della Soka Gakkai nel caso di specie. Al contrario, vi sarebbero persone molto ben informate sulla vicenda di Sonia Rinaldi (per averla vissuta e non per sentito dire) che potrebbero fornire ulteriori elementi a completamento di quel quadro.
Ma Occhiello non sembra affatto interessato a conoscere l’intera storia, a lui è sufficiente poter «collegare» una malattia terminale alla religione seguita da chi purtroppo ne è caduto vittima. Il che equivarrebbe ad accusare il Vaticano per le migliaia e migliaia di casi di cattolici deceduti per tumore che scelgono di non affidarsi a trattamenti tradizionali e scelgono terapie alternative.
Per motivi tecnici non siamo stati in grado di catturarne un’istantanea, ma sappiamo per certo che almeno due persone (ne forniremo le sole iniziali: M.B. e M.V.) avevano commentato quel post manifestando la propria contrarietà allo sfruttamento tanto cinico, impietoso e inumano di una notizia così tragica. Ma quei commenti sono stati censurati, perché scritti da persone che hanno purtroppo vissuto situazioni molto simili a quella oggetto del post: i loro contributi, ancorché veritieri, sarebbero stati sicuramente «scomodi» perché avrebbero contraddetto la propaganda di Occhiello.
Sfruttare e strumentalizzare le disgrazie altrui: è questa la «opera di informazione» svolta dagli «anti-sette»?
Per la verità, si tratta di un triste, tristissimo esempio della loro pseudo-informazione a senso unico e del modo in cui veicolano odio e allarmismo senza fornire un quadro completo delle vicende che descrivono.
Ecco un post pubblicato la settimana scorsa da Toni Occhiello, principale esponente di AIVS:
In questo post, Occhiello fornisce una propria personale versione della tragedia che ha colpito Sonia Rinaldi, una fedele della Soka Gakkai deceduta per malattia. Inutile dire che il resoconto fatto da Occhiello di una vicenda tanto infelice, oltre a non portare alcun rispetto per i familiari della defunta né il benché minimo riguardo per il loro immenso dolore, come se non bastasse muove delle accuse piuttosto gravi nei confronti delle persone che le sono state vicino nel suo ultimo periodo di vita.
Accuse, come sempre, tutte da provare, tanto più che il post stesso (a leggerlo bene) non dimostra assolutamente nulla che possa far trarre delle ragionevoli conclusioni di una presunta «colpevolezza» della Soka Gakkai nel caso di specie. Al contrario, vi sarebbero persone molto ben informate sulla vicenda di Sonia Rinaldi (per averla vissuta e non per sentito dire) che potrebbero fornire ulteriori elementi a completamento di quel quadro.
Ma Occhiello non sembra affatto interessato a conoscere l’intera storia, a lui è sufficiente poter «collegare» una malattia terminale alla religione seguita da chi purtroppo ne è caduto vittima. Il che equivarrebbe ad accusare il Vaticano per le migliaia e migliaia di casi di cattolici deceduti per tumore che scelgono di non affidarsi a trattamenti tradizionali e scelgono terapie alternative.
Per motivi tecnici non siamo stati in grado di catturarne un’istantanea, ma sappiamo per certo che almeno due persone (ne forniremo le sole iniziali: M.B. e M.V.) avevano commentato quel post manifestando la propria contrarietà allo sfruttamento tanto cinico, impietoso e inumano di una notizia così tragica. Ma quei commenti sono stati censurati, perché scritti da persone che hanno purtroppo vissuto situazioni molto simili a quella oggetto del post: i loro contributi, ancorché veritieri, sarebbero stati sicuramente «scomodi» perché avrebbero contraddetto la propaganda di Occhiello.
Sfruttare e strumentalizzare le disgrazie altrui: è questa la «opera di informazione» svolta dagli «anti-sette»?
sabato 9 dicembre 2017
Lorita Tinelli e il suo entourage: un deplorevole cliché di disinformazione anti-religiosa?
All’inizio di settembre scorso era stata notata, e riferita altrove sul web, una pseudo-notizia poi rivelatasi una bufala, riguardante Guerlin Butungu, un ventenne africano richiedente asilo resosi responsabile di alcuni drammatici e riprovevoli fatti di cronaca avvenuti a Rimini.
Lorita Tinelli del CeSAP non aveva perso l’occasione di riferire la chiacchiera di paese che più si confaceva alla sua costante campagna di avvelenamento dell’opinione pubblica, tanto da suscitare commenti sdegnati; uno su tutti, quello di un utente del sito Agenzia Radicale che l’ha definito «un deplorevole, deprimente, disarmante esempio di subdola propaganda mascherata con grande saccenteria da informazione qualificata».
Ecco il post in questione:
Stucchevole, se non addirittura viscida e maliziosa, la precisazione «se la notizia fosse vera» (a mo’ di «disclaimer») inserita e poi ribadita solamente per tutelarsi da eventuali minacce di tipo legale; ha tutta l’aria del «gettare il sasso e poi ritrarre la mano».
La ragione alla base di tale diceria contro i Testimoni di Geova, chiarita dapprima in un comunicato stampa della «Sala del Regno» di San Marino e successivamente confermato sui media, stava nel fatto che lo stupratore congolese aveva pubblicato alcune fotografie sul suo profilo Facebook che lo mostravano mentre partecipava a delle riunioni della congregazione. Si sta parlando di ritrovi aperti al pubblico e ai quali partecipavano decine o centinaia di altre persone che manifestavano interesse per la religione: sarebbe quasi come considerare un assassino un fervente cattolico perché si è scattato dei «selfie» in qualche cattedrale cui ha fatto visita o perché ha partecipato ad alcune lezioni di catechismo oppure frequentava assiduamente questo o quell’altro oratorio di paese.
In altri termini, elementi del tutto indiziari, ma assolutamente sufficienti a Lorita Tinelli anzitutto per determinare con malcelata certezza che Butungu era un Testimoni di Geova, e quindi per bollare velatamente l’intera categoria come una massa di delinquenti.
Trascorso un tempo ragionevole, abbiamo voluto fare una ricognizione della faccenda.
Nel frattempo, la giustizia ha fatto il suo corso; fortunatamente Butungu, riconosciuto dalla magistratura colpevole oltre ogni dubbio degli stupri, è stato condannato a 16 anni di carcere, scontati i quali verrà espulso dall’Italia (qui tutti i dettagli della notizia).
Ma nei confronti dei Testimoni di Geova ingiustamente coinvolti in una notizia tanto tragica, la Tinelli ha forse pubblicato delle scuse? Una chiosa? O anche solo un semplice, telegrafico aggiornamento? Macché, nulla di nulla.
Non essendo minimamente in grado di fare un sereno ma serio (e adulto) esame di coscienza, ha glissato completamente sulle infamanti accuse che ha rivolto nei riguardi di una minoranza religiosa pacifica.
Tuttavia, andando a cercare il post laddove era prima, ecco cosa si presenta all’utente:
Il post è stato rimosso.
Segno inequivocabile che Lorita Tinelli sa perfettamente di aver propalato una «bufala».
Lo ha fatto non solo consapevolmente, ma anche con il ben preciso intento di diffamare i Testimoni di Geova, gruppo religioso a lei particolarmente inviso (per varie ragioni, fra cui quella che ci racconta un utente in questo commento). Rimane il fatto che compie questo atto scellerato da una posizione di personaggio pubblico, mediante un «social network» e dunque coinvolgendo decine e decine di altre persone che leggono e commentano i suoi post.
Infatti, ecco come reagiscono alcuni dei facinorosi facenti parte del suo entourage:
Va da sé che la Tinelli fa tutt'altro che smorzare i toni.
Ed ecco cosa ne risulta:
Sarà forse per questo motivo, allora, che ultimamente Lorita Tinelli sta cercando di rifarsi una veste promuovendo (a nostro avviso, paradossalmente e speciosamente) eventi per il «dialogo interreligioso»?
È a parole come «sterco», a minacce quali «cacciamoli tutti» o alle sconclusionate dietrologie dell’ultimo commento che si riferiva la Tinelli quando propagandava i «sentieri del dialogo interreligioso»?
Lorita Tinelli del CeSAP non aveva perso l’occasione di riferire la chiacchiera di paese che più si confaceva alla sua costante campagna di avvelenamento dell’opinione pubblica, tanto da suscitare commenti sdegnati; uno su tutti, quello di un utente del sito Agenzia Radicale che l’ha definito «un deplorevole, deprimente, disarmante esempio di subdola propaganda mascherata con grande saccenteria da informazione qualificata».
Ecco il post in questione:
Stucchevole, se non addirittura viscida e maliziosa, la precisazione «se la notizia fosse vera» (a mo’ di «disclaimer») inserita e poi ribadita solamente per tutelarsi da eventuali minacce di tipo legale; ha tutta l’aria del «gettare il sasso e poi ritrarre la mano».
La ragione alla base di tale diceria contro i Testimoni di Geova, chiarita dapprima in un comunicato stampa della «Sala del Regno» di San Marino e successivamente confermato sui media, stava nel fatto che lo stupratore congolese aveva pubblicato alcune fotografie sul suo profilo Facebook che lo mostravano mentre partecipava a delle riunioni della congregazione. Si sta parlando di ritrovi aperti al pubblico e ai quali partecipavano decine o centinaia di altre persone che manifestavano interesse per la religione: sarebbe quasi come considerare un assassino un fervente cattolico perché si è scattato dei «selfie» in qualche cattedrale cui ha fatto visita o perché ha partecipato ad alcune lezioni di catechismo oppure frequentava assiduamente questo o quell’altro oratorio di paese.
In altri termini, elementi del tutto indiziari, ma assolutamente sufficienti a Lorita Tinelli anzitutto per determinare con malcelata certezza che Butungu era un Testimoni di Geova, e quindi per bollare velatamente l’intera categoria come una massa di delinquenti.
Trascorso un tempo ragionevole, abbiamo voluto fare una ricognizione della faccenda.
Nel frattempo, la giustizia ha fatto il suo corso; fortunatamente Butungu, riconosciuto dalla magistratura colpevole oltre ogni dubbio degli stupri, è stato condannato a 16 anni di carcere, scontati i quali verrà espulso dall’Italia (qui tutti i dettagli della notizia).
Ma nei confronti dei Testimoni di Geova ingiustamente coinvolti in una notizia tanto tragica, la Tinelli ha forse pubblicato delle scuse? Una chiosa? O anche solo un semplice, telegrafico aggiornamento? Macché, nulla di nulla.
Non essendo minimamente in grado di fare un sereno ma serio (e adulto) esame di coscienza, ha glissato completamente sulle infamanti accuse che ha rivolto nei riguardi di una minoranza religiosa pacifica.
Tuttavia, andando a cercare il post laddove era prima, ecco cosa si presenta all’utente:
Il post è stato rimosso.
Segno inequivocabile che Lorita Tinelli sa perfettamente di aver propalato una «bufala».
Lo ha fatto non solo consapevolmente, ma anche con il ben preciso intento di diffamare i Testimoni di Geova, gruppo religioso a lei particolarmente inviso (per varie ragioni, fra cui quella che ci racconta un utente in questo commento). Rimane il fatto che compie questo atto scellerato da una posizione di personaggio pubblico, mediante un «social network» e dunque coinvolgendo decine e decine di altre persone che leggono e commentano i suoi post.
Infatti, ecco come reagiscono alcuni dei facinorosi facenti parte del suo entourage:
Va da sé che la Tinelli fa tutt'altro che smorzare i toni.
Ed ecco cosa ne risulta:
Sarà forse per questo motivo, allora, che ultimamente Lorita Tinelli sta cercando di rifarsi una veste promuovendo (a nostro avviso, paradossalmente e speciosamente) eventi per il «dialogo interreligioso»?
È a parole come «sterco», a minacce quali «cacciamoli tutti» o alle sconclusionate dietrologie dell’ultimo commento che si riferiva la Tinelli quando propagandava i «sentieri del dialogo interreligioso»?
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