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mercoledì 30 gennaio 2019

La propaganda «anti-sette» è stata pensata per nascondere la cattiva reputazione degli psicologi?

Secondo un sondaggio diffuso in Ottobre del 2017, il 70% degli italiani considera inutile andare dallo psicologo. Un dato, questo, alquanto sbalorditivo se si considera che la professione di psicologo è una realtà consolidata e ratificata dallo Stato italiano da trent’anni ormai, con l’istituzione dell’Ordine di riferimento grazie all’iniziativa parlamentare del senatore Adriano Ossicini, il quale seppe conseguire un ambizioso obiettivo malgrado le molte polemiche e dopo quindici anni di battaglie e di contestazioni ricevute persino dai suoi colleghi.

Nondimeno, si sa che nei confronti della categoria gli italiani sono sempre stati piuttosto diffidenti o, comunque, poco orientati a ricorrere alle loro proposte. Le ragioni di tale forma mentis non sono state ancora spiegate esaurientemente, ma si potrebbe ipotizzare che la popolazione dello Stivale ha ancora una prevalenza di cultura popolare che conferisce una generale tendenza verso soluzioni di senso comune o verso prassi etnicamente consolidate ritenute prevalentemente valide e pertanto difficilmente messe in discussione.

In quest’ottica, si potrebbe comprendere come mai la legge Ossicini promulgata nel febbraio del 1989 sia stata vista dagli italiani come una sorta di imposizione di un’istituzione non particolarmente richiesta né desiderabile. Di certo, se a tutt’oggi oltre tre quinti della popolazione non desiderano o non ritengono di alcuna utilità farsi visitare da uno psicologo, a quel tempo forse nemmeno conoscevano l’esistenza della figura dello «strizzacervelli» o potevano averne sentito parlare a mo’ di «americanata» (come usava dire a quel tempo).

Non a caso riscosse enorme popolarità un film di Hollywood proprio con quel titolo, «Lo strizzacervelli» (1988) con Dan Aykroyd e Walter Matthau, per non parlare degli innumerevoli tentativi fallimentari di curare il commissario Dreyfus nell’esilarante serie dell’ispettore Clouseau («La Pantera Rosa»), acclamatissima in Italia per tutti gli anni ’70 e ’80 ed oltre.


Nei sei lustri che ci separano da allora, malgrado qua e si notino ancora un po’ di sfiducia e di cautela, non si può certo dire che lo scenario non sia mutato per il meglio.

Stando alle statistiche dell’Ente Nazionale di Previdenza ed Assistenza della categoria (ENPAP), al 31 dicembre 2016 vi erano in Italia fra i cinquanta e i sessantamila psicologi. In questo articolo si legge che nel nostro paese sono attivi 156 (centocinquantasei) psicologi ogni centomila abitanti, solo ottanta dei quali però ritenuti effettivamente praticanti perché iscritti al sindacato. Comunque, anche escludendo i non tesserati, la cifra rimane elevata se paragonata alla Francia in cui i praticanti sarebbero ottantaquattro ogni centomila abitanti oppure alla Germania in cui se ne conterebbero centonove.

Sempre secondo l’ENPAP, soltanto un terzo degli psicologi attivi raggiungerebbe i ventimila Euro annui o poco meno, mentre più di quindicimila psicologi non raggiungono i cinquemila Euro annui. Cifre, queste, che sembrerebbero collimare con il dato della domanda «di mercato» carente. Tant’è che, malgrado l’abbondanza numerica, il totale delle prestazioni erogate sarebbe molto inferiore rispetto (ad esempio) alla Francia, dove ben il 33% della popolazione si è rivolto almeno una volta ad uno psicologo per ricevere assistenza.

Infatti, secondo Avvenire sui cinquantacinquemila psicologi attivi, migliaia sono gli immatricolati ai corsi di laurea, ma solo uno su quattro
eserciterà realmente la professione; eppure: «i corsi di laurea in Psicologia negli ultimi 20 anni si sono moltiplicati, resta un'aspettativa molto elevata di laurearsi e poi esercitare la professione di psicologo, ma in realtà, i dati statistici in nostro possesso ci dicono che solo un laureato ogni 4 si avvierà alla professione di psicologo».

Il problema della reputazione, però resta sempre attuale. Infatti, benché (sempre stando al succitato articolo di Avvenire, e quindi alle dichiarazioni del vicepresidente ENPAP), il fatturato annuo della categoria sia in crescita, ciò nonostante persino i loro portavoce sentono ancora la necessità di intervenire sulla percezione della figura professionale dello psicologo da parte della popolazione generale: «Abbiamo svolto una ricerca di mercato nel 2015 rilevando con diverse metodologie il sentiment di circa 1000 fra cittadini e opinion leader, ne emerge un orientamento positivo». Sfortunatamente, l’indagine che ha decretato il dato (riferito all’inizio di questo post) del 70% degli italiani poco inclini a rivolgersi a uno psicologo è successivo a queste dichiarazioni, che i più puntigliosi detrattori non mancherebbero di definire generiche o scarsamente dettagliate.

Ma veniamo ora alla relazione perlomeno concettuale fra la becera propaganda «anti-sette» e la cattiva reputazione di cui risente la categoria degli psicologi.

Nel già citato articolo di «thevision.com» (curiosamente condiviso, qualche settimana fa, proprio dalla psicologa Lorita Tinelli), si legge: «Se in Italia una percentuale così estesa di persone considera lo psicologo alla stregua di un ciarlatano che intende soltanto rubare i soldi ad alcuni disperati creduloni in difficoltà, è perché domina un’ignoranza diffusa sul mondo della psicologia e della psicanalisi che nutre una forte presunzione di base, figlia di tutti i pregiudizi».

È quasi sorprendente rilevare come questi concetti sfavoreli, facenti parte della comune considerazione della gente rispetto agli psicologi, siano quasi sovrapponibili alle accuse rivolte proprio dagli esponenti «anti-sette» nei confronti dei nuovi movimenti religiosi!

In particolar modo – fatto che, di per sé, ha davvero dello sbalorditivo – sono proprio certi psicologi facenti parte del fronte militante contro i presunti «culti distruttivi» o «abusanti» a formulare direttamente o anche a sostenere indirettamente gli attacchi nei confronti di gruppi religiosi o para-religiosi «alternativi» (il nostro blog gronda delle dimostrazioni di astio e di ostilità da parte di costoro ai danni di congregazioni tutto sommato pacifiche e il più delle volte impegnate in attività benefiche).

Ci si domanda se questo manipolo di psicologi estremisti come Lorita Tinelli (referente della SAS o «Squadra Anti-Sette» del Ministero dell’Interno) e Luigi Corvaglia (membro del direttivo della controversa organizzazione europea FECRIS), Anna Maria Giannini (amicissima di don Aldo Buonaiuto e con lui fra i relatori dell’inquietante convegno di Roma del 9 novembre scorso), Elena Melis del GRIS di Rimini, Davide Baventore in Lombardia, Martina Poggioni (in quota AIVS) in Toscana e qualche altro sparso qua e là sul territorio, non finiscano per contribuire inavvertitamente a gettare discredito sulla categoria.

Soffrendo un cospicuo affollamento di colleghi (e quindi un’inevitabile concorrenza) e dovendo pure loro sbarcare il lunario, in un mercato difficilissimo (come è quello del benessere e della salute) anche perché subissato da una miriade di proposte (si pensi solo alla feroce polemica, tuttora rovente, contro i «counselor»), nella costante necessità di procurarsi del lavoro che a volte stenta ad arrivare, sembra che certi «strizzacervelli» preferiscano accanirsi non solo contro «life coach» e simili, ma anche contro leader religiosi, guru e figure di tutt’altro genere (e che in qualche caso non hanno proprio nulla a che vedere con loro: eclatante l’esempio di «Un Punto Macrobiotico») e mettere in moto una vera e propria macchina del fango ai danni di figure rappresentative o di interi movimenti.

Una tattica atavica, descritta già fra il I e il II secolo d.C. allorché Plutarco raccontava di come un adulatore di Alessandro Magno di nome Medio «raccomandava di attaccare e mordere senza paura con calunnie sostenendo che, se anche la vittima fosse riuscita a sanare la ferita, sarebbe comunque rimasta la cicatrice».

Insomma, certi intransigenti ed intolleranti critici di presunte «sette religiose» (le quali, il più delle volte, si rivelano aggregati di persone normalissime che cercano faticosamente di professare un proprio credo o di seguire una filosofia comune) cercano di spostare la diffidenza incrostatasi nei confronti della loro categoria appioppandola ad altri.

Un discorso simile si potrebbe senz’altro fare per una figura come il già citato don Aldo Buonaiuto, prete cattolico dall’operato palesemente inquisitorio le cui vicende giudiziarie del passato sono scomparse da Internet. Ma di questo abbiamo già parlato e ci si potrà nuovamente occupare in altro post.

Tornando invece agli psicologi ed alla mordace, roboante campagna mediatica di un’infinitesima percentuale di loro contro la spiritualità alternativa, il vero quesito che rimane ad ora irrisolto è: giova davvero tutto questo odio?

giovedì 24 gennaio 2019

Business «anti-sette»: ecco come Carmine Gazzanni e Flavia Piccinni lucrano sull’odio

Carmine Gazzanni e Flavia Piccinni, giornalisti «anti-sette» recentemente autori del libro «Nella Setta» che stanno pubblicizzando accanitamente su tutti i media del paese inclusa Internet, non hanno mai confutato i nostri rilievi a proposito del loro movente economico. Al contrario, con attacchi personali piuttosto che spiegazioni hanno mostrato di non avere argomenti per negare quella che noi abbiamo riscontrato essere l’evidenza dei fatti e abbiamo quindi raccontato come tale, peraltro a partire da ben prima che il loro libro vedesse la luce.

Beninteso, non c’è nulla di male nello svolgere un’attività professionale a scopo di lucro. E ci mancherebbe! Ciò che stona (e che finisce per far trasparire una certa malafede) è l’intento dissimulato. Ovvero: di fatto è un’operazione commerciale in piena regola, però viene condita con leziose dichiarazioni di intenti di natura assistenziale o culturale o addirittura di utilità sociale.

Una «minestra perfetta» come quella già vista appena un anno prima per la soubrette «anti-sette» Michelle Hunziker: stesso obiettivo (il denaro), stesse modalità (la creazione di un nemico immaginario da propinare al popolo credulone seminando allarmismo e infamando chi aiuta davvero la gente o chi non ha altre colpe se non portare avanti un propria fede diversa da quella della maggioranza).

Operazione di marketing, quella architettata dalla showgirl svizzera, che dev’essere stata presa ad esempio proprio da Carmine Gazzanni e Flavia Piccinni: infatti, a chi ha osservato con attenzione l’exploit mediatico «anti-sette» della Hunziker dell’autunno 2017 non è sfuggito che il suo periodo di onnipresenza sui media nazionali le ha fatto da viatico per l’ingaggio a cinque zeri al festival di Sanremo e per quello successivo a «Striscia la Notizia». Quindi, se i proventi del libro pubblicato ai danni della pranoterapeuta che l’aveva accolta molti anni prima presunta non saranno stati granché, i veri soldi li ha poi guadagnati grazie al clamore destato per mezzo di quel lancio editoriale.

In maniera tutt’altro che dissimile, ai loro amici giornalisti che li intervistano Carmine Gazzanni e Flavia Piccinni mostrano la facciata di chi vorrebbe farsi paladino degli indifesi e portabandiera di un cambiamento normativo (è la solita, vexata quaestio del ripristino del «reato di plagio» di fascista memoria, alias «manipolazione mentale»):


Fatta la tara alle fesserie giuridiche e all’allarmismo gratuito (anzi, a pagamento), quello che rimane sono esultanze come questa:


Ma Gazzanni e Piccinni sapranno sicuramente spiegarci come i «diritti cinematografici e televisivi già venduti» si traducano in un beneficio per le presunte «vittime» di ipotetici «culti abusanti», oltre che per le loro tasche.

Si veda anche questo post che festeggia le vendite del libro:



Per non parlare delle molteplici affermazioni di giubilo sulla notorietà acquisita, dalla quale ovviamente si traggono ulteriori vantaggi economici e che, evidentemente, rappresenta il loro vero obiettivo commerciale: la popolarità mediatica nel loro settore vale oro; Gazzanni e Piccinni questo lo sanno molto bene. E sfruttano la situazione, anche se la loro facciata vorrebbe essere di tutt’altro genere.

Ecco qui un altro esempio, solo uno sui numerosi:


Provino ora a smentirci, Carmine Gazzanni e Flavia Piccinni, quando sosteniamo che lucrano sull’odio.

Finora, a distanza di mesi, di repliche argomentate nemmeno l’ombra.

Forse che non siamo affatto in errore?

sabato 29 dicembre 2018

Pseudoscienza «anti-sette», l’inquietante convegno del 9 novembre 2018 presso l’università «LUMSA»: don Aldo Buonaiuto e la «Squadra Anti-Sette» (SAS) promuovono la «libertà di calunnia»?

Il 9 novembre 2018 scorso si è tenuto un convegno presso l’università «LUMSA» (acronimo di «Libera Università Maria Santissima Assunta», presentata come «il secondo ateneo più antico di Roma»), dal titolo «La trappola delle sette», nel quale è stato dato ampio spazio alle teorie «anti-sette» ed ai racconti di presunte vittime di ipotetici «culti abusanti» o simili. L’evento, organizzato dalla Polizia di Stato, è stato promosso da don Aldo Buonaiuto sotto l’egida della Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII ed ha visto la partecipazione di Elisabetta Mancini e Francesca Romana Capaldo in rappresentanza della SAS (la controversa «Squadra Anti-Sette» del Ministero dell’Interno) oltre che di alcuni giornalisti e (verso la fine) anche la comparsata del Vicepremier e Ministro dell’Interno, Matteo Salvini.


Come menziona «In Terris» (la rivista online facente capo a una società commerciale di proprietà dello stesso Buonaiuto) nel suo entusiastico resoconto dell’evento, fra i saluti iniziali si è registrato quello del cardinale Giovanni Angelo Becciu, il quale – alquanto curiosamente – si occupa di tutt’altro, essendo il prefetto della «Congregazione delle cause dei santi» (sic!). Presenza, la sua, tanto più grottesca se si considera che il porporato settantenne, già segretario di stato Vaticano, è esponente di spicco dei Focolarini, movimento cattolico «di frangia» anch’esso sovente preso di mira in quanto «setta» (ovviamente dedita al «plagio» mentale dei suoi «adepti») da quella stessa intransigente, feroce propaganda ideologica contro la spiritualità «alternativa» che il convegno in oggetto ha promosso con tanta enfasi.

Stranezze pontificie a parte, l'evento ha riproposto gli usuali resoconti allarmisti e sensazionalistici di un presunto «allarme sette» che giustificherebbe l’operatività di una apposita unità di Polizia di Stato istituita in seno al Servizio Centrale Operativo (SCO) della Direzione Anticrimine Centrale (DAC), cioè proprio la «Squadra Anti-Sette» del Ministero dell’Interno, normalmente apostrofata nel nostro blog come «polizia religiosa». Ne abbiamo parlato proprio l’altra mattina per denunciare l’inquietante strumentalizzazione di un’istituzione della Repubblica da parte di un esiguo gruppo di individui e di associazioni private che ne sfruttano il potere per perseguire i propri fini e per procurarsi benefici economici e di altro genere.

Fra costoro, il primo a trarre vantaggio da un ruolo quanto mai discutibile di consulente ufficiale della Polizia di Stato è senz’altro il prete inquisitore don Aldo Buonaiuto, per l’appunto promotore del convegno organizzato dalla stessa SAS; il suo operato si è reso tristemente famoso sin dai primi anni 2000 per il clamoroso caso degli inesistenti «Angeli di Sodoma», del quale ci siamo occupati tempo addietro.

Evidentemente sentendosi forte di un ruolo di primo piano nell’evento e di un ambiente a lui particolarmente favorevole, in quest’occasione don Buonaiuto ha dato fondo al proprio livore ed alla propria veemenza nei confronti di tutto ciò che fuoriesce da una strettissima osservanza di quanto egli ritiene sia «religione», cioè una versione del cattolicesimo a nostro avviso alquanto estremista e dunque lontana dai propri principi fondanti (abbiamo analizzato tale aspetto in un precedente post). Comunque sia, don Aldo Buonaiuto esclude categoricamente che le credenze proposte e divulgate dai movimenti spirituali e filosofici più esigui ma in rapida diffusione possano essere «religiose», al contrario devono essere ritenute «criminali» e fasulle perché strumentali ad «accalappiare adepti» da sfruttare poi contro la loro volontà per i fini più deprecabili.


Una filippica dalle tinte fosche e cupe, espressa con un’emotività da militante infervorato più che da scientifico consulente, che sicuramente sortisce l'effetto di fare sensazione e di colpire in pieno petto l’ascoltatore. Quanto però alla concretezza dei dati che fornisce, non vi è nulla di più lontano dall’attendibile e dal circostanziato.

Don Aldo Buonaiuto infatti, mentre veicola la propria rabbia per trasmetterla all’uditorio, generalizza in maniera estremamente superficiale e non fornisce dati concreti o descrizioni precise di situazioni specifiche, a cominciare dalla «testimonianza» (rigorosamente anonima e non verificabile, ma dai toni ruvidi e drammatici) con cui esordisce. Non dichiara quali siano le associazioni che egli definisce «culti estremi» o «realtà criminogene», non nomina chi sarebbero i «criminali» che portano «agli inferi, negli abissi, nel vuoto, nel caos, nella disperazione, nella solitudine, nell’isolamento». Eppure ha proprio lì, al suo fianco, degli agenti della Polizia di Stato (con cui interloquisce regolarmente). Perché quindi non opera nella trasparenza informando i cittadini e le istituzioni di chi sarebbero i «cattivi» contro i quali sarebbe giusto nutrire tanto odio?

Il motto così fervidamente esclamato da don Buonaiuto «Le parole hanno un significato!», dovrebbe essere osservato proprio da lui stesso con maggiore obiettività. Perché quando si taccia qualcuno (che nemmeno viene nominato) di essere un «criminale», lo si sta giudicando colpevole ancora prima che possa aver avuto luogo una seria ed attenta disamina della sua condotta.

Vediamo allora quali dati porta il novello Bernardo di Guido che vorrebbe insegnare al vasto pubblico ed alle istituzioni della Repubblica come condurre l’odierna inquisizione:


Don Aldo Buonaiuto sostiene dunque di aver «incontrato e parlato con oltre quattordicimila persone dal 2002 a oggi» tramite il suo «numero verde anti sette» e di averne incontrate «quest’anno, a oggi, 1.403» (millequattrocentotré); non esemplifica però in alcun modo di che genere di «incontri» si sia trattato, di cosa si sia «parlato» in quelle telefonate e in quei «colloqui». Non fornisce alcun criterio di valutazione, alcun metro di misura. Solo cifre, sulla cui autenticità è peraltro lecito dubitare, anche fortemente.

Poco prima (1h40m00s), il sacerdote afferma anche che fra questi millequattrocentotré vi sono «persone invisibili» e «persone che si nascondono», ma tutti loro sarebbero «vittime delle sette» di cui lo Stato non si sta occupando. A maggior ragione, se ciò fosse vero, sarebbe logico richiedere una certa precisione nel fornire i relativi dati.

Esaminando queste cifre, si dovrebbe dare atto a don Aldo Buonaiuto di aver «incontrato e parlato», in media, con due/tre persone ogni santo giorno di ogni singolo anno dal 2002 ad oggi sull’intero territorio italiano. Ciò senza alcuna distinzione fra un incontro, una semplice conversazione telefonica degna di nota, un semplice scambio di saluti, una dissertazione sulla cosmogonia di qualche movimento, ecc. Ben si comprende dunque l’approssimazione cui una tale cifra costringe e la conseguente impossibilità di effettuare dei rilievi statistici attendibili dell’ipotetico fenomeno.

Don Buonaiuto dichiara inoltre di aver «identificato ottomila gruppi più o meno organizzati»:


Si noti lo sguardo volutamente penetrante cui fa seguito tale altisonante asserzione.

Ne abbiamo già parlato nel precedente post e non vogliamo ripeterci: è una cifra che non quadra e che, fra l’altro, confligge clamorosamente con ciò che dichiarano gli altri «anti-sette», inclusi coloro con i quali il prete inquisitore condivide i salotti dei talk-show:


Quindi i «culti estremi» e le «realtà criminogene» sono cinquecento o sono ottomila? C’è una bella differenza, la proporzione è di uno a sedici!

Non stupisce una tale imprecisione ed approssimazione, d’altronde don Buonaiuto già in passato aveva ammesso di non essere assolutamente in grado di quantificare con esattezza il presunto fenomeno:


Eppure era stato previsto sin dal novembre del 2006 che gli «anti-sette» (FAVIS e CeSAP con don Buonaiuto in prima fila) coinvolti nel «monitoraggio» delle presunte «sette» dovessero comunicare alla DAC i «contenuti delle segnalazioni ricevute»; anzi, le associazioni stesse, in teoria, si erano «offerte di trasmetterle». Così si legge nella circolare De Gennaro che istituì  ufficialmente la SAS:


A fomentare l’allarmismo «anti-sette» con i resoconti dai toni più forti in termini di scandalo e scalpore, come di consueto, è la categoria dei giornalisti. Così è stato anche in questo caso, con la presentazione dei casi di «vittime» che ovviamente colpiscono per la loro disperazione e per la drammaticità degli abusi ipoteticamente subiti.

È a questo punto che la libertà di stampa (sacrosanta in quanto sancita dalla Costituzione della Repubblica, regolamentata dall’articolo 2 della legge n. 69 del 3 febbraio 1963 come «diritto insopprimibile») in teoria dovrebbe fondarsi su di un «obbligo inderogabile», da parte dei giornalisti, verso «il rispetto della verità sostanziale dei fatti», ma in pratica finisce per dare libero sfogo alle antipatie personali e alle vendette private.

Come nel caso di Piergiorgio Giacovazzo, giornalista che ha moderato il convegno della LUMSA: costui presenta ed acclama la «testimonianza» di una delle presunte «vittime» di un’associazione che non ha nulla a che vedere con l’ambito religioso o spirituale ma viene catalogata «setta» e identificata chiaramente con la sua denominazione completa, senza che però le venga data nessuna possibilità di replica (in un consesso pubblico!) alle accuse gravissime che le vengono mosse. Non pago di tale lampante parzialità, Giacovazzo arriva addirittura a definire i responsabili dell’associazione dei «criminali»:


Ci domandiamo se non sia un comportamento calunnioso, oltre che contraddittorio nei termini: il giornalista Giacovazzo dice che gli accusati sono sotto indagine per vari reati, e al termine della sua arringa li «giudica» già colpevoli definendoli senza troppi complimenti dei «criminali». Definirla una condotta scorretta ci pare a dir poco eufemistico.

Piergiorgio Giacovazzo dà spazio anche a Maurizio Alessandrini, presidente della controversa associazione FAVIS, pensando di fornire ulteriori «credenziali» alla teoria del convegno secondo cui esisterebbe un «allarme sette». E così finisce per fare un altro tonfo, se si considera che la figura di questo ex ragioniere in pensione è stata screditata non da qualche suo oppositore o detrattore, ma proprio da suo figlio che rappresenterebbe la ragione dell’esistenza stessa di FAVIS. Per non parlare dei molti altri punti nell’operato di questa associazione che hanno destato serie perplessità e hanno posto gravi interrogativi tuttora irrisolti.


Oltretutto, se si dovesse applicare lo stesso criterio di valutazione (quello delle «testimonianze degli ex») all’ateneo che ha ospitato il convegno, bisognerebbe dare spazio agli utenti di Internet che ne parlano malissimo e descrivono la LUMSA come un istituto particolarmente interessato ad esaminare il reddito dei propri studenti per assicurarsi di poter incassare una retta alquanto salata, e molto meno attenta a fornire loro un titolo di studio che possa avere una qualche utilità effettiva. Fra l’altro, questi utenti scontenti sono numerosi, ben di più rispetto alle tre o quattro presunte «vittime» che hanno raccontato le loro storie sensazionali durante il convegno.

Quando poi sul palco (2,01,00) sale un rappresentante delle istituzioni come Vittorio Rizzi, niente meno che il prefetto a capo della Direzione Anticrimine Centrale del Ministero dell’Interno, ci si attenderebbe un differente approccio alla materia, sicuramente improntato meno allo scandalismo e più alla scientificità ed all’equilibrio. Pochi minuti sono sufficienti per rimanere completamente disillusi e trovarsi di fronte a delle fole di proporzioni ciclopiche, a cominciare dall’attribuzione alla «mitologia classica» dei misteri eleusini che invece furono fatti inequivocabilmente storici afferenti alla ritualità iniziatica della civiltà greca sin dal VII-VI secolo a.C. e fino al IV d.C., peraltro in parte successivamente trasferiti (per lo meno sul piano semantico) alla stessa liturgia cristiana (basti ricordare il «mistero della fede»).

Da questo svarione culturale, si passa poco dopo alla riproposizione di una delle classiche «bufale» smerciate dagli «anti-sette» sin dalla fine degli anni ’70 del secolo scorso:


Come abbiamo ampiamente documentato nel nostro blog (e come, del resto, è stato rivelato da numerosi e importanti studi e inchieste giornalistiche succedutisi negli anni ai quali noi abbiamo solamente attinto), quella del «suicidio di massa» è una falsità ed è stata a più riprese smentita.

Addirittura, Rizzi colloca il tragico episodio di Jonestown nella Guyana francese, cioè a ben oltre 700 km da dove avvenne realmente (nella Guyana inglese). Su scala ridotta, sarebbe come confondere Milano con Milano Marittima. Segni evidenti che la materia non è stata approfondita, ma lo sguardo si è fermato alla superficie, dove abbonda la propaganda e le mistificazioni non si contano.

Non è tutto, perché fra le ormai ben note menzogne «anti-sette» c’è spazio per la strage di Waco e anche qui Rizzi si fa portavoce di un falso storico clamoroso, dicendo che «durante una diretta televisiva gli adepti di questa setta si diedero fuoco».


La verità, come ormai sa bene chi segue il nostro blog da qualche tempo, è che quella di Waco fu una vergognosa «strage di stato» messa in atto da un ente del governo americano fuorviato proprio da un esponente «anti-sette».

Una cantonata imbarazzante, ancora più grave se si considera che Rizzi sostiene di aver osservato quello sciagurato evento da vicino «nelle relazioni con i colleghi della polizia americana».

In chiusura del convegno si è collocato l’intervento che com’è ovvio ha maggiormente attirato i giornalisti, quello del ministro Matteo Salvini, il quale verso la fine (2h24m08s) afferma apertamente di aver conosciuto di persona don Aldo Buonaiuto e di aver apprezzato l’influenza di lui sulla campagna elettorale che ha portato alla sua vittoria:


Un sodalizio: quello fra la politica, un prete (don Aldo Buonaiuto), i giornalisti (come Piergiorgio Giacovazzo e gli altri che più si accaniscono contro i nuovi movimenti religiosi) e dei poliziotti (la SAS) che richiama in modo davvero inquietante un’istituzione del «ventennio» fascista come il «Ministero della Cultura Popolare» o MinCulPop.

Ci auguriamo di essere in errore.

sabato 1 dicembre 2018

Genesi di un militante «anti-sette»: Lorita Tinelli e… una vendetta d’amore?

La figura di Lorita Tinelli, psicologa «anti-sette» del CeSAP, emerge di frequente nei vari post del nostro blog che trattano delle diverse ingiustizie commesse dai militanti contro i movimenti spirituali «non tradizionali». Di fatto, e come lei stessa ama raccontare ai mass media, l’attività lavorativa della Tinelli negli ultimi vent’anni è stata per la gran parte ipotecata dalla propaganda contro tutti i gruppi religiosi minoritari, con particolare attenzione ai Testimoni di Geova. Con l’andar del tempo, il CeSAP è poi diventato parte di un piccolo gruppo di associazioni italiane (che solo pochi giornalisti hanno il coraggio di descrivere per ciò che sono e fanno veramente) entrate nell’orbita della controversa FECRIS (un’organizzazione europea votata al contrasto continuo e intollerante verso la religiosità non convenzionale, finanziata dal governo francese) e divenute dalla fine del 2006 collaboratori della «polizia religiosa» SAS (la «Squadra Anti-Sette» del Ministero dell’Interno).

In molti si sono domandati la ragione di tanto astio da parte di Lorita Tinelli: un odio tanto costante e inflessibile da venire declinato quasi giornalmente in dichiarazioni ed articoli denigratori pubblicati sui suoi siti Internet, sui mass media di mezzo paese, su Facebook, in eventi pubblici, ecc.: mai una parola di riguardo, di rispetto, di comprensione, di curiosità genuina per le diverse rappresentazioni del divino o ricerche della spiritualità personale, mai un sincero apprezzamento per gli sforzi delle diverse congregazioni di integrarsi con la società o di contribuire ad un miglioramento delle comunità in cui si sono insediate. C’è spazio solo per testimonianze di apostati inviperiti, storie allarmanti (ma dalla dubbia attendibilità) che sovente vengono del tutto ridimensionate, accuse infamanti, recriminazioni e quant’altro.

Come giunge una psicologa, laureatasi appena pochi anni prima, ad autoproclamarsi «esperta» di «sette» tanto da fondare e dirigere un «centro studi» come il CeSAP focalizzato sin dai suoi primordi sul contrasto ai nuovi movimenti religiosi? Di fatto, tale «specializzazione» per Lorita Tinelli è addirittura precedente alla fondazione della sua associazione «anti-sette», se si considera che già nel 1998, per l’Editrice Vaticana, aveva dato alle stampe un libro con l’inequivocabile titolo «Tecniche di persuasione tra i Testimoni di Geova».

Dunque per Lorita Tinelli è stato assai breve il passo fra la laurea e l’attività di militante contro i «culti distruttivi» o «culti abusanti», come lei ama definire le nuove religioni riconosciute tali da esperti accademici di mezzo mondo o anche da interi governi nazionali (eclatante il caso della Soka Gakkai, confessione religiosa dotata di un’intesa addirittura con il governo di un paese a stragrande maggioranza cattolica come il nostro, ma «setta criminale» secondo i più facinorosi sostenitori e collaboratori del CeSAP, amici della psicologa pugliese, come Toni Occhiello).

In una parola: perché?

Troviamo la risposta nel quarto libro dell’Eneide, verso 412 («Malvagio Amore, che cosa gli animi mortali non spingi a fare!»), a cui risaliamo partendo da una traccia che ci lasciò in un commento, più di un anno fa, un utente del nostro blog:


Di tale indizio avevamo avuto un primo riscontro da persone che avevano conosciuto la Tinelli da studente universitaria, ma una conferma piena, rotonda e assolutamente autorevole ce l’ha fornita la stessa psicologa qualche giorno fa in un’intervista andata «in onda» su una radio online amatoriale. Ecco l’estratto:


Quando studiavo ancora all’università avevo una persona carissima che ha iniziato a frequentare un gruppo chiuso, un gruppo totalitario. Io conoscevo molto bene questa persona nelle sue passioni, nei suoi interessi, e anche nelle sue fragilità. E sono state queste il punto diciamo d’ingresso in questa nuova esperienza. Ho visto questa persona nel giro di pochissimo tempo cambiare completamente…

E chi può essere «una persona carissima» che Lorita conosceva «molto bene (…) nelle sue passioni, nei suoi interessi, e anche nelle sue fragilità»? Forse un familiare, ma difficilmente non se ne saprebbe nulla dopo vent’anni di intensa attività «anti-sette». L’unica ipotesi plausibile è quella dell’amicizia profonda, oppure… della relazione amorosa. Questo conferma completamente l’indiscrezione.

In parole povere: Lorita Tinelli aveva un fidanzato di cui era molto innamorata, il quale ha deciso di lasciarla e di rompere la propria relazione per seguire un gruppo religioso.

Quale gruppo religioso? Basta vedere chi ha cominciato sin da subito ad attaccare la psicologa pugliese ancora prima di fondare il CeSAP, astutamente coinvolgendo chi poteva avere il massimo interesse nel sostenerla (un certo clero intransigente) e da lì in poi trasformando assieme ai suoi collaboratori in una sorta di business la propaganda «anti-sette»: i Testimoni di Geova.

Da quel periodo in poi, come lei stessa racconta nell’intervista di qualche giorno fa, Lorita Tinelli è stata indottrinata contro le nuove religiosità da un altro psicologo che in quei tempi era noto, oltre che per l’etilismo, anche per le sue discutibili tecniche di spionaggio ai danni dei gruppi religiosi minoritari da lui ritenuti «pericolosi», Maurizio Antonello, morto suicida a quarantanove anni nel maggio del 2003. Il collega della Tinelli deve avere avuto gioco facile nel predisporla all’odio verso i nuovi movimenti religiosi, considerando il momento di travaglio emotivo di lei, sul quale molto probabilmente egli deve aver anche fatto leva.


In breve tempo, la psicologa Lorita Tinelli si inventa «esperta» di «sette», accampando un mirabolante curriculum, pur non avendo una preparazione accademica seria e concreta in materia di religione o di sociologia ma per lo più un’imbottitura di informazioni «anti-sette» dovute alla frequentazione con il collega Antonello esponente dell’ARIS Veneto, associazione definitivamente cessata da alcuni anni ma anch’essa collegata alla FECRIS nell’ultimo periodo della sua attività.

Ciò rende ancora più speciose, artefatte e strumentali affermazioni come la seguente, in cui la Tinelli tenta di presentarsi come una «studiosa» tollerante ed equilibrata:


Un asserto tanto più inverosimile se paragonato al curriculum discriminatorio e persecutorio evidenziato non solo nel nostro blog, ma anche nelle dichiarazioni di altri studiosi ed ex collaboratori della psicologa «anti-sette».

Lo stesso vale per la presunta qualifica di «esperta» di fenomeni religiosi, mai realmente dimostrata tale a meno che non si debba dare credito a trasmissioni televisive scandalistiche o alla carta patinata stracolma di gossip.

Eppure Lorita Tinelli sostiene di utilizzare sempre il «metodo scientifico»:


Non è chiaro a cosa si riferisca qui Lorita Tinelli, ma basti ricordare (uno su tutti) il clamoroso esempio di superficialità messo in mostra dalla psicologa «anti-sette» in occasione del suo webinar di aprile scorso che ha realmente rasentato la pseudoscienza.

La verità nuda e cruda ci dice invece di un livore profondo, motivato da tutt’altro che un’ispirazione umanistica, caso mai da una ragione certo comprensibile, ma comunque strettamente personale: una delusione d’amore.

Una causa accettabile per un odio tanto viscerale?

Come si può considerare attendibile una presunta studiosa/ricercatrice mossa dal risentimento, quando si esprime su un soggetto così delicato come la scelta religiosa? Come può la magistratura dare credito ad una persona che valuta come negativa l'adesione a taluni movimenti religiosi solo perché un antico fidanzato l'ha lasciata per una scelta religiosa che li ha allontanati? Quanto può dirsi imparziale e onesta una persona che dopo tutti questi anni sta ancora inseguendo la propria vendetta?

martedì 23 ottobre 2018

Paradossi «anti-sette»: Luigi Corvaglia, una «bufala» per (fingere di) smentire «fake news» inesistenti

[N.B. Post modificato in data 30/10/2018 per rettificare l'impreciso riferimento alla prof.ssa Janja Lalich]

È ormai da tempo un fatto conclamato che gli «anti-sette» cercano di riaffermare talune teorie da loro spesso adoperate per giustificare il proprio operato; tentano di ribadirle perché rappresentano appigli e basi ideologiche su cui poter fondare le campagne mediatiche alle quali danno adito, e per poter classificare movimenti religiosi da loro odiati come «sette», «culti distruttivi», «culti abusanti», ecc. Una prassi (questa dello «stigma» contro le cosiddette «sette»), che accomuna le diverse associazioni del panorama «anti-sette» italiano: AIVS, CeSAP, FAVIS e la loro controversa capofila europea FECRIS.

Quando però ricercatori indipendenti come noi, piuttosto che giornalisti o studiosi, mettono in luce le incongruenze del loro argomentare, ecco che scattano le offese, lo scherno e le intimidazioni, invece di critiche obiettive e puntuali come ci si aspetterebbe in un contraddittorio civile e costruttivo.

Quello che focalizziamo nel presente post è un tentativo paradossale e forse subdolo, da parte di Luigi Corvaglia (psicologo ed esponente «anti-sette» piuttosto attivo negli ultimi tempi, forse perché ansioso di ritagliarsi una sua fetta di palcoscenico per motivi che abbiamo ben evidenziato qui), di «smentire» solo una delle numerose argomentazioni mosse dal mondo accademico contro le tesi estremiste degli ideologi «anti-sette». Tesi peraltro molto simili (se non sovrapponibili) a quelle adoperate nel periodo fascista per discriminare le confessioni religiose minoritarie e per giustificarne la persecuzione, come si è descritto nei due post (primo e secondo) a proposito della circolare «Buffarini Guidi».

Andiamo al sodo.


Luigi Corvaglia (presidente del succitato CeSAP), in un articolo che ha scritto il 9 aprile scorso e ha pubblicato su un proprio blog personale, asserisce che secondo la prof.ssa Eileen Barker, «le tecniche di persuasione [nella Chiesa dell’Unificazione, un gruppo annoverato fra i «nuovi movimenti religiosi»] non sono particolarmente efficaci e il fatto che la gente entri ed esca liberamente dai culti dimostra che non esiste il “lavaggio del cervello”».

Corvaglia fa riferimento a uno studio (del 1984) sulla «Chiesa dell’Unificazione del Reverendo Moon», che per la verità s’intitola «The Making of a Moonie: Choice or Brainwashing?» (e non «The Making of the Moonies» come scorrettamente indicato dello psicologo pugliese). Per completezza, la traduzione letterale del titolo del saggio sarebbe «Come si diventa Moonie, scelta o lavaggio del cervello?».


Si tenga conto che la prof.ssa Eileen Barker, ora ottantenne, è una luminare nel campo della sociologia, infatti conduce e pubblica studi sui movimenti religiosi da quasi quarant’anni); dunque già il fatto di tacciarla di dare adito a «fake news» ha come minimo dell’irriguardoso.

Inoltre, ammesso e non concesso che l’esatto enunciato della prof.ssa Barker sia quello riportato da Luigi Corvaglia nel suo post (è lecito dubitarne perché non è virgolettato ma è preso di rimando da un altro scritto in cui viene menzionato), occorre anche considerare il fatto che si sta astraendo un unico concetto da uno studio di ben 300 (trecento) pagine che andrebbe letto integralmente. Corvaglia l’avrà fatto? Chissà…

Comunque il dato statistico cruciale, su cui Corvaglia impernia tutto il suo tentativo di confutazione, è:

«Barker ha scoperto che su oltre 1.000 persone fermate per strada che hanno partecipato al loro primo evento Moonie (generalmente un pranzo), circa il 33,3% è andato al seguente corso / workshop, circa il 10% ha dichiarato di voler aderire e circa il 5% era ancora membro a tempo pieno due anni dopo.»

Il che, tradotto in cifre, significa che mediamente solo 5 (cinque) persone su 100 (cento) dopo due anni proseguono nel cammino spirituale proposto dalla Chiesa dell’Unificazione. Le altre 95 (novantacinque) lo abbandonano oppure ne smettono l’adesione o la praticano molto meno assiduamente di prima.

Un dato statistico – si noti – che lo psicologo «anti-sette» Luigi Corvaglia nemmeno si sogna di smentire, per il semplice fatto che non può! Non ha mai svolto uno studio qualificato ed esteso come quello della prof.ssa Barker, né possiede gli strumenti teoretici per poter contraddire la nota sociologa.

L’unica cosa che Corvaglia può solo tentare di fare è screditare l’assunto conclusivo della prof.ssa Barker.

Come lo fa? Dapprima chiama in causa la sua amica sociologa Janja Lalich la quale rimane sostanzialmente ai margini della questione e (riporta Corvaglia) «fa il confronto con gli effetti della propaganda di Billy Graham, un pastore battista di enorme popolarità negli USA e noto per le sue “crociate”»:

«(…) le cifre mostrano che circa dal 2% al 5% “sceglie Cristo”; solo circa la metà di queste rimane attiva un anno dopo, e dallo 0,33% allo 0,75% circa rimane permanentemente convertita. Questi dati rivelano tassi di reclutamento e di ritenzione molto inferiori a quelli presentati dallo studio di Barker sui Moonies.»

In concreto, la Laljc riesce solo a fare una fredda comparazione statistica fra due movimenti minoritari, che tutt’al più può fornire degli indizi da interpretare o – meglio – degli spunti per una ricerca seria. Tutta da compiere, però.

Secondo Luigi Corvaglia, invece questa citazione di tre righe dovrebbe confutare l’intero studio della prof.ssa Barker semplicemente «dimostrando» che, siccome il pastore Graham riscuote grande successo negli USA ma al contempo solo un’infinitesima parte di chi aderisce alle sue prediche lo segue anche successivamente, allora l’opera di convincimento dei Moonie deve per forza avere qualche caratteristica coercitiva siccome invece le loro percentuali di permanenza sono tot volte più elevate. E questa secondo Corvaglia sarebbe scienza?

Evidentemente no, se lui stesso si sente poi costretto a pescare dalla propria esperienza di dirigente SerT («servizio tossicodipendenze», quel ramo dei servizi sociosanitari che somministra metadone e altre sostanze stupefacenti come terapia per chi si droga) e proclama che, secondo uno studio delle Nazioni Unite, «solo il 9% delle persone che consumano sostanze psicotrope illecite finisce per sviluppare una addiction».

Per la cronaca, parlando in italiano, «addiction» si direbbe «dipendenza».

A tale conclusione, che secondo Corvaglia dovrebbe «demolire» definitivamente la ricerca della prof.ssa Barker, si giunge tenendo conto che:


«a livello mondiale circa 243 milioni di persone, cioè il 4,5% della popolazione,
ha usato almeno una sostanza psicotropa illecita; le persone che hanno
sviluppato dipendenza sono invece circa 27 milioni, all’incirca lo 0.5%
della popolazione adulta mondiale.»

Chiunque eserciti una minima dose di buon senso, direbbe: che ci azzecca? Rispondiamo noi: perfettamente nulla.

Corvaglia traspone una questione statistica afferente all’ambito dell’affiliazione religiosa in un ambito riguardante la tossicodipendenza, che si colloca dunque fra il fisiologico e lo psicologico.

Sarebbe come dire che, siccome solo uno «zero virgola» degli acquirenti di autovetture Fiat torna ad acquistare Fiat successivamente, allora l’efficacia dei metodi di vendita dei commerciali Fiat non è nemmeno paragonabile ai discorsi di persuasione dei Moonisti. Dinanzi a un siffatto paragone, ci si sentirebbe decisamente presi per i fondelli.

Inoltre, cosa sta cercando di insinuare? Che la religione o la spiritualità sono da equiparare alla droga e dunque vanno esaminate seguendo gli stessi canoni?

In conclusione: lo psicologo Luigi Corvaglia non solo non dimostra nulla di ciò che speciosamente afferma nel titolo del proprio post e nell'immagine pantagruelica che lo rappresenta, ma finisce addirittura su un piano a dir poco sdrucciolevole e formula un asserto a dir poco discutibile.

Tutto ciò solo per evitare di accettare la nuda e cruda realtà: le teorie del «lavaggio del cervello» accampate ad ogni piè sospinto dai suoi compari «anti-sette» non sono più né attuali né credibili, e nel ventunesimo secolo dovrebbero essere definitivamente abbandonate.

venerdì 22 settembre 2017

Presentazione

Le ragioni di questo blog

In Italia esiste una rete di associazioni, a volte cooperanti, a volte in acceso contrasto fra loro, che opera tramite i mass media e influenza la società a proposito dei gruppi religiosi e spirituali minoritari da loro etichettati come «sette» (vocabolo volutamente dispregiativo) quando non addirittura come «culti distruttivi» o «culti abusanti» (termine, invece, già di per sé al limite del diffamatorio o calunnioso). Questa rete agisce trasversalmente alla politica e alle istituzioni, creando artificialmente un’atmosfera di allarme, di tensione e di rigetto del diverso. Il tutto a spese dei contribuenti e distraendo dai reali problemi l’attenzione delle autorità civili, delle forze dell’ordine e degli organi legislativi, peraltro già sovraccarichi.

La rete italiana degli «anti-sette» è inoltre collegata alla FECRIS, «Federazione Europea dei Centri di Ricerca e Informazione sul Settarismo»: con la loro opera sistematica e costante di informazione tendenziosa (quando non propriamente disinformazione) sui gruppi religiosi e spirituali, costoro hanno fomentato azioni governative di pesante repressione nei confronti di certi movimenti da loro bollati come «estremisti» (sic!) in quanto semplicemente non conformati alla religione di maggioranza.

La mission di questo blog è anzitutto diffondere notizie, informare, sensibilizzare a proposito di fatti che sui media vengono sottaciuti. La verità viene adombrata talora da speciosi proclami di nobili intenti, talora da allarmi mirati a fare sensazione e a scatenare reazioni, similmente a quanto avviene con il drammatico e purtroppo diffusissimo fenomeno delle fake news. In entrambi i casi, tali condotte sono motivate dall’obiettivo cinico e malizioso di convogliare l’attenzione dei lettori o spettatori o utenti della Rete e generare consenso, vendere dei contenuti facendoli accettare come veri quando tali non sono o quando vera ne è solo una minima parte.

Obiettivo secondario di questo blog è stimolare la discussione fra coloro che sono stati in qualche misura riguardati dal questo business degli «anti-sette»: che se ne parli, una buona volta, che si portino alla luce le loro incongruenze, che vengano finalmente svelati i loro reali intenti. Chissà mai che un domani si smetta di concedere loro favori e risorse finanziarie, per investirle invece nelle soluzioni ai veri problemi di questo nostro meraviglioso e martoriato paese.

Per concretizzare al meglio tali ambiziosi (e sicuramente “scomodi”) obiettivi, l’autore e i suoi collaboratori daranno fondo a tutta la loro curiosità intellettuale, al loro istinto indagatore e al loro coraggio, fiutando e ricercando e rivelando notizie e fatti raccolti qua e là dall'inquietante, conflittuale e contraddittorio mondo degli «anti-sette».