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mercoledì 13 febbraio 2019

Censure e disinformazione: il libro «anti-sette» di Carmine Gazzanni e Flavia Piccinni

Mentre continua a infuriare la campagna mediatica messa in atto per pubblicizzare e vendere il libro «anti-sette» scritto da Carmine Gazzanni e Flavia Piccinni e compilato con il materiale proveniente da militanti e da facinorosi apostati descritti in questo blog, sempre più lacune e incongruenze emergono dalla loro «informazione» a senso unico.

Una «informazione» che, come s’è già visto e documentato ampiamente, di fatto è disinformazione ed è studiata artificiosamente per generare profitto.

Circa tre settimane fa è stata diffusa una interessante recensione, scritta da un esperto internazionale di spiritualità e religiosità quale il dott. Massimo Introvigne e pubblicata sulla rivista del CESNUR (l’autorevole «Centro Studi sulle Nuove Religioni»):


Sarebbe sì interessante e motivo di lustro per il nostro blog riportare l’intero testo della recensione, tuttavia riteniamo più opportuno convogliare il traffico al sito che l’ha resa pubblicamente disponibile (peraltro assieme all’intero fascicolo di cui fa parte, «The Journal of CESNUR»).

Ci limitiamo a sottolinearne un paio di passi che riteniamo siano davvero icastici, e sicuramente rappresentativi del giudizio complessivo formulato da una figura certo accademica ma pur sempre vicina al vissuto reale delle comunità religiose e spirituali che studia (incluse quelle più direttamente oggetto di repressioni violente anche ai giorni nostri):

Il libro non offre un resoconto neppure minimamente obiettivo dei gruppi che attacca come “sette”, per quattro principali ragioni (…).
Il volume esordisce con un approccio piuttosto confuso alla definizione di che cosa sia una “setta” e, arrivati alla fine del libro, ci si accorge che la confusione è aumentata.

Inoltre:

Sul tema dei nuovi movimenti religiosi il libro non è una fonte attendibile.
(…) Offre una visione parziale, distorta e inaffidabile della maggioranza dei gruppi che presenta.
Che qualche parlamentare della Repubblica si sia fondato sul libro per reclamare interventi pubblici contro le “sette” mostra che l’ignoranza sul tema non è purtroppo prerogativa solo dei giornalisti.

Come ci attendevamo, i diretti interessati non hanno avuto il benché minimo coraggio (almeno sinora) di confrontarsi con una tale recensione, né di pubblicare in modo diretto un commento o un tentativo di smentita né alcuna chiosa.

Hanno pensato i loro amici militanti «anti-sette» a mettere in atto la consueta «macchina del fango» questa volta ai danni proprio del dott. Introvigne, nel tentativo (a nostro avviso piuttosto puerile e comunque risibile) di screditarne l’autorevolezza.

Lo hanno fatto proprio coloro che sovente si esprimono a proposito dei nuovi movimenti religiosi con parole e giudizi molto, forse troppo pesanti, senza essere realmente qualificati per farlo.

Il presidente del CeSAP (nonché esponente FECRIS), lo psicologo Luigi Corvaglia ha dapprima esordito con una sorta di contro-recensione (peraltro miseramente affidata a un commento su Facebook) che si può riassumere nella disperata apologia di Steven Hassan (già fautore della deprogrammazione) per poi approdare a delle improbabili insinuazioni a proposito dell’autodisciplina e della dialettica di Introvigne.

L’amica di Corvaglia nonché fondatrice del CeSAP, Lorita Tinelli, l'ha buttata addirittura sulla «credibilità» (proprio lei… sic!) ma naturalmente senza portare elementi concreti e limitandosi ad avvalorare le dicerie altrui.

Sonia Ghinelli ha fornito un’interpretazione addirittura «complottista», un po' sconclusionata e obiettivamente contorta dell’intervento del dott. Introvigne: secondo la rappresentante di FAVIS, infatti, lo studioso avrebbe scritto una critica finalizzata a «promuovere» il libro (come se già non bastasse la roboante campagna pubblicitaria dei suoi autori) per «intorbidire le acque» e favorire dei non meglio precisati secondi fini.

Tale inesistenza o inconsistenza di repliche vere e proprie non fa che sottolineare la validità delle osservazioni di Massimo Introvigne.

E non è tutto, perché di fronte al tentativo di rendere nota la recensione di Introvigne proprio là dove essa doveva risultare di maggior interesse, ovvero sulla pagina Facebook di promozione del libro, la scure della censura «anti-sette» non ha tardato a intervenire per imbavagliare chi ha osato parlare.

Questo era infatti un post precedentemente visibile (ma ora rimosso) che era rimasto pubblicato per alcuni giorni sulla pagina Facebook del libro «Nella Setta»:



Evidentemente, anche questa volta gli «anti-sette» sono stati colti clamorosamente in fallo e non hanno potuto far altro che concentrare il loro livore su chi si è permesso di esprimere il proprio parere: chiunque, persino chi ha pieno titolo e competenza per formularlo.

giovedì 10 gennaio 2019

Il caso dello psicologo Luigi Corvaglia: gli «anti-sette» sono attendibili o manipolano l’informazione?

Tra le figure attualmente più in vista nel chiacchierato sottobosco italiano delle associazioni «anti-sette», oggigiorno in auge è indubbiamente Luigi Corvaglia, psicologo dipendente dell’ASL di Bari nonché presidente del chiacchierato CeSAP, il «centro studi» improntato alla lotta contro i nuovi movimenti religiosi fondato dalla sua amica e collaboratrice Lorita Tinelli; oltre a dirigere un «SerT», Corvaglia si fregia altresì del ruolo di membro del comitato direttivo della controversa organizzazione europea FECRIS, mentre da ateo conclamato (e apertamente anticlericale, se non addirittura antireligioso tout-court) assieme a un prete (don Aldo Buonaiuto) è parte integrante della struttura che fa da sfondo ideologico al discutibile operato della «Squadra Anti-Sette» (SAS) del Ministero dell’Interno. Qui una sua foto recentissima.


Di Luigi Corvaglia e della tattica «anti-sette» (ormai conclamata) di sfruttare il cancan mediatico ai danni dei movimenti religiosi «alternativi» per procurare vantaggi economici e popolarità per le categorie dei presunti esperti (dalla difficile credibilità), dei «documentaristi» improvvisati, dei giornalisti compiacenti o degli ex membri vendicativi con lampanti secondi fini, abbiamo già dato conto più volte in precedenza.

Avevamo anche documentato l’inesattezza e la tendenziosità insiste nel tentativo compiuto da Luigi Corvaglia di difendere la teoria «anti-sette» del «lavaggio del cervello», ormai ampiamente screditata dalla comunità accademica. Rilievi, i nostri, che non solo si sono rivelati corretti, ma sono stati addirittura confermati in pieno dai successivi colloqui «virtuali» intercorsi online proprio con lo psicologo leccese.

A quello scambio di commenti sulla pagina Facebook del nostro blog, fra la fine di ottobre e l’inizio di novembre dello scorso anno, ne seguì un ulteriore in cui Luigi Corvaglia da un lato mostrò l’indubbio pregio (alquanto fuori dal comune fra i suoi colleghi «anti-sette» più estremisti) di non sottrarsi alle nostre critiche e di rendersi disponibile ad un contraddittorio, dall’altro lato non riuscì a dare spiegazioni e risposte tali da permetterci di modificare le nostre conclusioni; al contrario, non poté che fornirci delle conferme definitive che a certe nostre obiezioni non vi è alcun’altra risposta se non la constatazione della (triste) realtà delle stesse. Due punti, fra tutti quelli toccati in quel frizzante «carteggio» pubblico online, li riportiamo qui per esemplificare a dovere l’esito delle nostre osservazioni.

Avevamo contestato allo psicologo Luigi Corvaglia di essere in un certo senso venuto meno ai suoi stessi principi epistemologici nel momento in cui afferma, quali «verità indiscusse», i soliti elementi dell’ideologia «anti-sette» ai danni dei nuovi movimenti religiosi. La sua risposta fu l’ammissione (certamente condivisibile) che «le conoscenze scientifiche sono SEMPRE discusse e MAI definitive. Non sono verità di fede. È per questo che le teorie sulla manipolazione mentale - la stragrande maggioranza delle quali non condivido io stesso - sono scientifiche, proprio perché popperianamente falsificabili». Dieci e lode. Peccato, però, che quando poi va in TV per pubblicizzare il CeSAP e la propria attività di psicologo per «curare» le ipotetiche «vittime» di presunte «sette», ciò che ne risulta siano i soliti, triti e ritriti «dogmi» e anatemi tipici della sua ideologia:


L’altra profonda contraddizione è quella relativa alla succitata FECRIS: insistentemente abbiamo rimarcato che il ruolo di Luigi Corvaglia quale dirigente di tale organizzazione «anti-sette» europea dovrebbe farlo riflettere profondamente sulle modalità e sulle conseguenza della propaganda portata avanti da quell’ente e da tutte le associazioni ad esso (e quindi a lui medesimo) collegate o subordinate. Le sue risposte sono variate da un iniziale «non è neppure vero che io presieda addirittura “un blocco di associazioni”», salvo poi confermare appieno il proprio «ruolo ufficiale (…) di componente del comitato direttivo», passando per un «io potrò anche parlare a nome di altri proprio per quel minimo di rappresentatività che ho (e che lei esagera), ma altri non parlano a nome mio», per approdare al traballante alibi «al 99 per cento non conosco (…) le persone che costituiscono il "blocco di associazioni" che dovrei presiedere». Quando però gli sono stati fatti nomi e cognomi di una dozzina di militanti con cui collabora, non ha potuto che ammettere di sapere perfettamente chi siano e ribadire di «riconoscermi nella filosofia e nelle azioni di FECRIS, rappresentata in Italia da cesap e favis». E stando a quanto egli stesso pubblica su Facebook, non potrebbe mai negare di trovarsi spesso allo stesso tavolo con vari esponenti «anti-sette» europei e di frequentarli anche al di là degli appuntamenti «professionali».

Vi sarebbe altresì spazio per l’asserto secondo cui a Luigi Corvaglia non piacciono gli attacchi basati «sulla demolizione della persona più che alle idee, sul dileggio più che sull’argomento»: basterebbe ricordare alcuni suoi post come quelli su Madre Teresa di Calcutta per non parlare di certe violenze verbali da parte della sua amica e collega Lorita Tinelli (ampiamente documentate nel nostro e in altri blog e siti Web), ma sospendiamo un momento questo punto per riprenderlo fra poco.

In altri termini, fra gli «anti-sette» regna una costante contraddittorietà, documentata ormai da una miriade di elementi concreti (e principalmente desunti dalle loro stesse dichiarazioni ed esternazioni) che può trovare una spiegazione valida solamente nella finalità che legano assieme soggetti tanto diversi: il lucro, il profitto, il vantaggio personale.

Poco importa a Luigi Corvaglia se il verbo propagato dalla Chiesa Cattolica è quanto di più lontano potrebbe esserci dalle sue vedute: tutto fa brodo, se grazie a don Aldo Buonaiuto la «Squadra Anti-Sette» è diventata ormai un prodotto mediatico per la «grande distribuzione» dei talk-show da «TV spazzatura».

Poco importa se accanto al CeSAP c’è un’associazione diretta da due o tre facinorosi come AIVS, il cui presidente Toni Occhiello coglie occasioni a più non posso per infamare senza ritegno la religione di cui ha fatto parte per trent’anni.

Poco importa se la screditata teoria della «manipolazione mentale» viene invocata per fare pressione sul parlamento affinché ripristini il reato fascista di «plagio»: chi come Luigi Corvaglia si definisce «un libertario» (convinto di «una irriducibile sovranità individuale che non può essere violata da alcun potere o pretesa del singolo o della collettività») dovrebbe insorgere come fecero gli intellettuali di cinquant’anni fa e battersi a spada tratta per difendere i propri valori (sacrosanti, oseremmo dire) da un’iniziativa liberticida.

Tutto ciò non avviene per un fatto alquanto semplice: pecunia non olet, è più conveniente infischiarsi dei principi asseriti pubblicamente come propri e insindacabili, ma operativamente traditi in pieno.

Tale spiegazione e il movente che abbiamo così individuato risultano fra l’altro illuminanti anche come chiave di lettura di un ulteriore elemento che riteniamo completi il quadro. Lo citiamo ricordando quell’emblematico assunto secondo cui Luigi Corvaglia disdegna gli attacchi «ad hominem».

Si noti come a più riprese lo psicologo pugliese prenda di mira un (vero) esperto di religioni e sette, il prof. Massimo Introvigne. Citiamo ad esempio solo l’ultima delle sue critiche, risalente alla scorsa settimana:


Se si fosse documentato almeno un pochino invece di abbandonarsi a quella che ha tutta l’aria di essere mera invidia, lo psicologo Luigi Corvaglia non solo non si sarebbe «perso», ma avrebbe facilmente trovato quanto noi abbiamo rinvenuto con una semplice ricerca in Internet, ossia questo articolo de «La Stampa» in cui il diretto interessato dichiara quanto segue:

Non ho nessuna difficoltà a confessare di essermi sbagliato. Come molti altri, vedevo i buoni frutti della congregazione dei Legionari di Cristo e avevo difficoltà a convincermi che potessero venire da una radice perversa. Sapevo anche che il beato Giovanni Paolo II – come il film non manca di ricordare – credeva all’innocenza di padre Maciel. Avevo torto io, e aveva ragione il cardinale Ratzinger che invece fin dall’inizio riteneva colpevole il fondatore dei Legionari di Cristo. Mi è già capitato di fare ammenda – in pubblico, con una lettera letta al congresso dell’International Cultic Studies Association tenuto a Montreal nel 2012 – per una posizione sbagliata che può avere arrecato dolore ad autentiche vittime dei crimini di padre Maciel.

Per inciso: l’articolo andrebbe peraltro letto integralmente per capire non solo come la piaga della pedofilia nel clero sia un tema profondamente sentito e all’attenzione in Vaticano perché i suoi effetti devastanti non potranno mai essere negati da alcuno, ma anche come la propaganda mediatica contro la Chiesa Cattolica sia talvolta tanto strumentale e maliziosa da somigliare parecchio a quella regolarmente messa in atto contro i nuovi movimenti religiosi.

Ma tornando al post di Luigi Corvaglia, nei commenti si osserva una chiosa che elimina qualsiasi dubbio sul fatto che lo psicologo del «SerT» abbia sottoposto il proprio giudizio a una qualche forma di riesame:


Si noti il commento di Lorita Tinelli, che non perde l’occasione per dimostrare la propria inattendibilità: non solo le scuse di cui parla si sono verificate diversi anni or sono, ma se si parla di onestà e di umiltà qualcuno dovrebbe soppesare con estrema cautela le proprie parole per non rischiare di venire clamorosamente smentito.

E qui si apre un ulteriore siparietto, che mostra come la manipolazione delle informazioni ad opera dei dirigenti del CeSAP finisca per tradursi nella diffusione di «fake news» da parte dei loro adepti.

Sì, perché il Pier Paolo Caselli al quale Corvaglia ha appena somministrato la propria «perla di saggezza» ai danni della reputazione di un esperto internazionale come il prof. Massimo Introvigne, è lo stesso soggetto di cui abbiamo parlato ai primordi del nostro blog in quanto arcinoto ammiratore di Lorita Tinelli e altrettanto arcinoto persecutore online della studiosa Simonetta Po. Teorema che non fallisce nemmeno questa volta. Infatti il ringraziamento di Caselli a Corvaglia porta l’ora delle 15:34, e appena nove minuti più tardi il cinquantacinquenne vicentino ha già riversato in forma di gossip la diceria sul gruppo di discussione Google su Scientology curato proprio dalla Po:


Si noti peraltro la modalità di relazione della «notizia»: il post di Luigi Corvaglia e la domanda di Caselli diventa «mi è stato riferito» (ma in realtà è Caselli che ha chiesto chiarimenti, perché evidentemente non ne sapeva nulla), un illustre sociologo di fama internazionale diventa «un ben noto esponente anti anti-sette», e la menzogna a proposito della «copertura» dei pedofili diventa un fatto che viene dato quasi per sottinteso.

Ma mentre a un soggetto come Caselli più di tot non si può rimproverare se non la lampante facilità con cui il suo giudizio viene fuorviato da chi secondo lui è il detentore della «verità», al contrario ben più grave è la faziosità di tale operato se a portarla avanti è l’esponente di un’istituzione europea come la FECRIS, la cui influenza si estende ben oltre il già vasto distretto della città che la finanzia (Parigi) e raggiunge zone lontane come la Russia e la Cina attraversando il vecchio continente tutto, alimentando direttamente odio e persecuzioni religiose anche violente.

giovedì 20 dicembre 2018

Giornalisti e mass media «anti-sette»: la controversa trasmissione «Mangiafuoco sono io»

di Mario Casini

L’ultima settimana di novembre scorso, nell’ambito della trasmissione «Mangiafuoco sono io», la principale radio di stato Radio RAI Uno ha mandato in onda un servizio in quattro puntate dedicata alla strage del Tempio del Popolo a Jonestown (Guyana), di cui era appena ricorso il quarantesimo anniversario.

Di quell’eccidio abbiamo diffusamente parlato nel nostro blog con una serie di contributi che finalmente ne descrivono la verità storica, scritti dal nostro esperto di questioni internazionali, Epaminonda. Ne riporto qui un elenco, foss’anche soltanto per rendere l’idea della quantità e qualità degli approfondimenti che si potrebbero svolgere sul tema, se si volesse indagarlo in maniera realmente obiettiva.

- [16 Maggio 2018] La vera storia del «Tempio del Popolo» (un compendio)
- [6 Giugno 2018] La vera storia del «Tempio del Popolo» (il massacro comandato)
- [12 Giugno 2018] La vera storia del «Tempio del Popolo» («anti-sette» sbugiardati)
- [22 Giugno 2018] La vera storia del «Tempio del Popolo» (quale «lavaggio del cervello»?)
- [24 Giugno 2018] La vera storia del «Tempio del Popolo» (una strage politica)
- [11 Luglio 2018] La vera storia del «Tempio del Popolo» (torazina letale)
- [2 Agosto 2018] La vera storia del «Tempio del Popolo» e il falso «suicidio di massa»
- [19 Ottobre 2018] La vera storia del «Tempio del Popolo»: falliscono i tentativi di insabbiamento
- [24 Ottobre 2018] La vera storia del «Tempio del Popolo»: quarant’anni di menzogne «anti-sette»
- [30 Ottobre 2018] La vera storia del «Tempio del Popolo»: business della morte, documentario di Di Caprio
- [14 Novembre 2018] La vera storia del «Tempio del Popolo»: Jonestown strumentalizzata per scopi politici
- [22 Novembre 2018] La vera storia del «Tempio del Popolo»: Leo Ryan contro la CIA e l’MK-Ultra, un atroce esperimento di controllo mentale a Jonestown
- [10 Dicembre 2018] La vera storia del «Tempio del Popolo»: il ruolo della CIA e i legami con Jim Jones

Sebbene sin dalle battute iniziali la giornalista che lo ha presentato abbia già da subito fatto capire che avrebbe ripresentato la versione (ormai ampiamente screditata) del «suicidio di massa» (addirittura «il più grande della storia occidentale»), ho voluto ascoltare con attenzione e per intero il servizio di «Mangiafuoco sono io». In fin dei conti, a margine della stessa presentazione, un ambiguo «ma forse non è andata proprio così» mi aveva lasciato ben sperare. E invece…

Invece i giornalisti della RAI, mentre hanno dato mostra di aver tentato di documentarsi almeno un po', alla fine ci hanno propinato le solite «testimonianze» scarsamente attendibili, le solite interpretazioni degli stralci di registrazioni trapelate da Jonestown il giorno del massacro, e i soliti «ricami» di soggetti discussi e squalificati come gli esponenti «anti-sette» italiani.

Tutto sommato, un lavoro decisamente superficiale e per giunta subdolamente ammantato di una veste accademica, dato che fra un commento opinabile e l’altro degli annunciatori radiofonici (su tutti, sicuramente Claudio Vigolo), fra un’offesa e l’altra alle religioni cristiane di ceppo americano (come i Pentecostali), fra un intermezzo musicale e l’altro, viene intervistato anche il prof. Massimo Introvigne, il quale non afferma in realtà nulla che supporti la loro versione, però viene incasellato fra un contenuto e l’altro in modo tale che dia l’impressione di aver dato loro un imprimatur.

Una tattica astuta, questa di Radio RAI Uno, che però non inganna l’ascoltatore attento.

L’unico credito che va dato alla trasmissione è di aver descritto abbastanza bene lo scenario di Jonestown nel periodo precedente alla strage, e alcune delle premesse biografiche circa la figura di Jim Jones.

Tuttavia, i giornalisti RAI non trattano affatto debitamente i legami di Jim Jones con i servizi segreti e il coinvolgimento della CIA nella fondazione della comunità del Tempio del Popolo.

Allo stesso modo, quando parlano di Leo Ryan (un brillante politico statunitense che tentò di accendere i riflettori su Jonestown ma fu assassinato prima che potesse fare ritorno in patria), non viene affatto spiegato qual era stato il suo principale campo di intervento: stava proprio cercando di riformare i servizi segreti americani, CIA e FBI in prima fila!

Addirittura Ryan viene quasi sbeffeggiato (una becera mancanza di rispetto per un defunto illustre), il che mostra quanto meno lo scarso approfondimento di cui è stata oggetto la sua figura.

Nel complesso, il servizio realizzato da «Mangiafuoco sono io» risulta veramente frammentario e disorganico, incoerente, deludente e male documentato. Si vede che è mancata la materia grigia, oppure (sospetto del tutto mio personale) queste puntate (ben quattro! senza che venissero nemmeno menzionati certi aspetti fondamentali per comprendere la tragica vicenda del Tempio del Popolo), oltre ad aver rimpolpato un palinsesto, sono state del tutto funzionali a una certa propaganda che da tempo viene condotta proprio dai microfoni e dalle telecamere della RAI.

D’altro canto, persino nell’ambiente giornalistico la trasmissione «Mangiafuoco sono io» mostra di essere controversa a causa di una certa ambiguità nella sua direzione redazionale.

Ecco qui un post su Facebook scritto da uno degli ideatori di questo format; ne riporto solo l’esordio ma ne ho incorporato il link perché lo si possa leggere per intero. Rende bene l’idea della mancanza di approfondimento e della superficialità cui gli autori vengono costretti dalla caporedattrice, per «esigenze» tutte da spiegare.


Si intuisce piuttosto chiaramente che la «caporedattrice» di cui parla il giornalista Dazieri nel post sia Angela Mariella: il suo comportamento, come viene descritto, è decisamente «settario» se ci affidiamo a un buon vocabolario per comprendere il significato della parola. Ma nemmeno questa è una novità.

Più grave ancora è la negligenza rispetto al tempo ed al lavoro che richiederebbe un adeguato approfondimento contenutistico:


Un panorama inquietante, per un media che in teoria dovrebbe rendere un «servizio pubblico».

Forse qualcuno, anche in questo caso che ho qui denunciato, ha voluto imporre una versione di regime? Caso già visto (solo per citare un esempio), con «Presa Diretta» su RAI Tre.

Nulla di nuovo sotto il sole, dunque...

lunedì 5 febbraio 2018

Cristina Caparesi e Lorita Tinelli: gli «anti-sette» cambiano idea secondo convenienza?

Alcuni mesi fa avevamo notato, non senza un certo stupore, che in occasione della trasmissione «anti-sette» su RAI 3 fortemente voluta e poi pubblicizzata da CeSAP (Lorita Tinelli, Pier Paolo Caselli) e FAVIS (Sonia Ghinelli e Maurizio Alessandrini), anche Cristina Caparesi (una delle varie ex collaboratrici della Tinelli che hanno abbandonato il CeSAP sbattendo la porta) ha esultato condividendo appieno la linea «anti-sette»:


È ben noto ormai da tempo che alcuni «anti-sette» sono anche accaniti detrattori degli studiosi di religiosità più accreditati, primo fra tutti il prof. Massimo Introvigne, il quale ha anche un incarico di docente presso un istituto romano legato proprio ai Legionari di Cristo, gruppo cattolico sovente osteggiato come «setta» alla pari di altri movimenti di estrazione completamente differente. Questo fatto può fornire una spiegazione per il supporto dato dalla Caparesi a una trasmissione tanto discutibile.

In quello stesso periodo, la psicologa friulana si accodava alla speciosa propaganda montata da Michelle Hunziker per promuovere le vendite del suo nuovo libro nonché la propria figura di soubrette strumentalizzando l’ormai trito e ritrito allarmismo «anti-sette», con grande soddisfazione da parte di Sonia Ghinelli e delle stessa Lorita Tinelli, come si può ben vedere dal seguente post.

La Ghinelli condivide un post pubblicato della Caparesi tramite la sua pagina «SOS Abusi Psicologici» in cui (peraltro in modo velato ed allusivo) viene criticata la prof.ssa Raffaella Di Marzio per un suo parere riguardante la vicenda Hunziker, esposto in un’intervista radio.


Eppure, la Caparesi dei post qui sopra riportati è la stessa che era stata «scaricata» dal CeSAP della Tinelli a suon di carte bollate:


La stessa Caparesi che a quell’intimazione aveva reagito paventando una replica sul piano legale:


Ed è ancora la stessa Caparesi che, sempre nei confronti di Lorita Tinelli e del suo entourage (in occasione della vittoria legale proprio di Raffaella Di Marzio, Marzo 2011), aveva scritto queste esplicite parole:


Insomma, altro non ci si può domandare se non: da che parte sta questa esponente «anti-sette»?

Quanto si può considerare attendibile chi prima critica in maniera asperrima una ex collega, con tanto di reciproche minacce di azioni legali, e poi si aggrega alla sua campagna mediatica?

mercoledì 27 dicembre 2017

Aggiornamento breve – Ecco cosa dicono del «plagio» i veri esperti di spiritualità e religione

Gli esponenti «anti-sette», quando vengono posti di fronte a interrogativi diretti e stringenti, non possono far altro che ammettere la lacunosità della loro preparazione in materia di religioni e di spiritualità.

Invece, i veri esperti esistono e svolgono un’attività continua di informazione e di promozione della cultura del rispetto per le diversità e dell’interazione fra le differenti culture ed etnie.

In data 22 Novembre scorso, nell’ambito di una conversazione pubblica sulla nostra pagina Facebook, Sonia Ghinelli (sempre sotto lo pseudonimo del suo controverso profilo Facebook «Ethan Garbo Saint Germain») messa di fronte a una domanda senza fronzoli, risponde ammettendo chiaramente che non ha alcuna qualifica di merito (ovvio che poi fa tutto un peana per accampare pretese sulla giustezza del suo operato, ma il fatto resta):


Similmente, appena qualche giorno fa Giovanni Ristuccia ha altrettanto pubblicamente ammesso (senza che nemmeno glielo domandassimo, ma tant’è) di essere privo di qualifiche accademiche:


Veramente sbalorditivo: Ristuccia non ha mai conseguito titoli «cattedratici» (che forse, con un italiano migliore, più che «cattedratici» avrebbe definito «accademici»), però siccome ha molta «esperienza» (qualità alquanto impalpabile se non si producono numeri, circostanze e prove concrete) si professa «esperto». Bontà sua, con tutto il rispetto non può che definirsi una competenza completamente autoreferenziale.

Discorso non dissimile per la figura di don Aldo Buonaiuto sul quale, come invece citavamo in un recente post, è intervenuto niente meno che Massimo Introvigne (in questa intervista), chiosando come quel prete «anti-sette» sia evidentemente «un militante, non uno studioso», infatti nel suo curriculum non potrà mai elencare «centinaia di pubblicazioni su riviste internazionali, o presso case editrici accademiche, che le sottopongono al vaglio rigoroso della (…) recensione anonima da parte di colleghi universitari», come invece possono fare i veri esperti che si sono dati la pena di esaminare a fondo e in modo obiettivo le spiritualità più disparate e i gruppi religiosi più distanti dalla nostra tradizione.

Qualcuno potrà interrogarsi sulla ragione per cui siamo tanto insistenti a proposito dei titoli di studio: certamente un abito non fa il monaco e non è detto che si debba avere una laurea per concretizzare delle buone intenzioni, tuttavia quando si esprimono giudizi tanto forti e categorici (come fanno Sonia Ghinelli, Maurizio Alessandrini, Giovanni Ristuccia, Lorita Tinelli, don Aldo Buonaiuto, ecc., i principali militanti «anti-sette» italiani) nei confronti di gruppi spirituali o di meditazione, confessioni religiose, minoranze, ecc., si dovrebbe essere come minimo preparati. Inoltre, più severo è il giudizio che si formula o il provvedimento che si adotta, maggiore ci si aspetterebbe che fosse la competenza in materia. Per fare un paragone, non si affiderebbe mai la costruzione di un viadotto a qualcuno che abbia «studiato ingegneria» e che abbia «lavorato per vent’anni nel settore» (magari vendendo attrezzature); no davvero: una tale opera sarebbe da affidare (tanto per cominciare) a un ingegnere iscritto all’albo, e che possa sfoggiare referenze di tutto rispetto e qualifiche certificate! E questo è un concetto talmente banale, che mette in luce in modo ancora più lampante l’assurdità dei discorsi di Ghinelli, Ristuccia e compagnia quando tentano di difendere l’indifendibile.

Non hanno affrontato studi seri e completi in materia, eppure si lanciano in teoremi fantasiosi su vari aspetti del complesso mondo della spiritualità alternativa e dei movimenti religiosi, tanto quanto sul famigerato concetto di «plagio» o «lavaggio del cervello» o «manipolazione mentale» che dir si voglia.

Ed eccoci finalmente al tema proposto nel titolo del presente post: un brevissimo ma interessante video della prof.ssa Raffaella Di Marzio, docente universitaria e studiosa di religioni, sette e spiritualità:


D’altronde, sul controverso (proprio ad opera degli «anti-sette») argomento della «manipolazione mentale» proprio il succitato prof. Introvigne ebbe a scrivere un intero saggio, dall’eloquente titolo «Il lavaggio del cervello: realtà o mito?». Maggiori informazioni a proposito della controversia sul «plagio» si possono trovare in questa pagina.

Ecco, dunque, quanto è netta la distinzione fra i veri esperti (studiosi qualificati) e i facinorosi militanti «anti-sette».

venerdì 22 dicembre 2017

STORIA / 3. Ancora sulle devastanti conseguenze della propaganda «anti-sette»

Torniamo sull’argomento dei danni cagionati dall’intolleranza «anti-sette» per descrivere un caso emblematico che, anche dopo il lungo tempo ormai trascorso, rende bene l’idea di quanto devastanti possono essere le conseguenze delle campagne mediatiche e delle persecuzioni giudiziarie montate dai presunti o sedicenti «esperti» di movimenti religiosi.

Il caso degli «Angeli di Sodoma» è stato sotto le luci della ribalta mediatica nell’autunno del 2002.

Ecco con quale tenore drammatico le cronache nere del periodo descrivevano la situazione: «L’orrore abitava in una casa qualunque, alla periferia di una piccola città stretta fra le colline e il mare. Lì approdavano ragazzi troppo fragili, attirati da un mondo che avevano imparato a conoscere attraverso le suggestioni della musica. Il mondo del satanismo, delle messe nere, dei riti foschi partoriti da menti malate. “Angeli di Sodoma”, così il loro messia voleva si chiamassero. Charles Bukowski era il loro idolo. G. C., il cupo sacerdote».

Con un’ingenuità quasi naif, degna del miglior film d’azione americano anni ’80, i giornalisti «ben informati» proseguivano nei loro racconti di come i «buoni» avevano sgominato i «cattivi»: «La polizia ha chiesto aiuto alla comunità di don Oreste Benzi, che ha messo a disposizione don Aldo Buonaiuto, un giovane sacerdote esperto di satanismo. E don Buonaiuto, nominato sul campo ufficiale di polizia giudiziaria, ha guidato i poliziotti nei meandri oscuri dei riti dedicati al demonio».

A molti commentatori, osservatori e studiosi parve subito singolare che proprio un prete cattolico venisse considerato una fonte autorevole per giudicare un fenomeno criminoso che qualcuno aveva presupposto potesse essere caratterizzato da aspetti religiosi o esoterici. Eppure, le dichiarazioni individuali di quel sacerdote finirono per sostanziare un ordine di carcerazione preventiva per quattro ragazzi, la cui unica colpa pareva essere il praticare una loro filosofia completamente avulsa dalla forma mentis della società in cui si trovavano. Tanto che qualcuno ebbe a gridare ad una nuova «caccia alle streghe», praticata «con metodi feroci e sistematici». Dal canto loro, gli interessati, dall’isolamento in prigione si proclamavano innocenti e «vittime di una montatura».

L’esito dell’inchiesta che ebbe luogo nei tre anni successivi? Eccolo qua:


Ma come è tristemente consueto nell’ambito degli «anti-sette», purtroppo, in attesa di un giudizio organico due dei quattro imputati poi assolti «perché il fatto non sussiste», sono stati «sbattuti nelle prima pagine dei giornali e nei titoli dei telegiornali e additati come mostri e facenti parti di una setta satanica». Le loro vite sono state segnate per sempre da un inevitabile disonore e dalla disapprovazione dell’opinione pubblica, a prescindere dal fatto che dopo tre anni la giustizia ha ritenuto infondate buona parte delle accuse.

Similmente a quanto è accaduto qualche tempo dopo con il «caso Arkeon», mentre la gogna mediatica ha condannato gli imputati ancora prima che si celebrasse il processo e senza possibilità alcuna di ricorso, la giustizia ordinaria ha sanzionato una condotta illecita legata alla droga, ma per converso ha dissolto completamente il teorema della «setta satanica pericolosa», ovvero quella sorta di cortina fumogena sparsa ovunque dagli «anti-sette», con don Buonaiuto in prima fila.

Nel «caso Arkeon», il «teorema Tinelli» aveva paventato l’esistenza di una «psico-setta» distruttiva e aveva descritto tutta una serie di reati gravi che però il tribunale (tre gradi di giudizio, fino alla Corte di Cassazione) hanno accertato esistere soltanto nella fervida immaginazione della psicologa pugliese e di coloro che, assieme alla Tinelli, avevano raccontato delle «storie di abusi» rivelatesi inconsistenti.

Nel caso degli «Angeli di Sodoma», la condotta realmente criminosa (sanzionata come tale a seguito degli accertamenti da parte della magistratura) è stato lo spaccio di droga assieme alla profanazione di tomba, mentre il castello di carte montato (questa volta) da don Aldo Buonaiuto si è rivelato di una falsità tanto accanita quanto maliziosa.

Si potrebbe pensare che si sia trattato di un caso isolato, magari dovuto al fatto che don Buonaiuto era alle prime esperienze della sua crociata contro i «culti distruttivi». Non è così, e a questo proposito citiamo un frizzante ma incisivo articolo pubblicato su «Agenzia Radicale», a firma di Camillo Maffia:



D’altronde, che don Buonaiuto non sia realmente un esperto di «sette» ma affermi solo di esserlo, risulta palese anche da altri elementi. In questa intervista, per esempio, uno dei massimi studiosi di movimenti religiosi e di spiritualità a livello mondiale, il prof. Massimo Introvigne, definisce così il prete «anti-sette» consulente della polizia di stato: «Non solo la vicenda dei presunti Angeli di Sodoma, ma anche i suoi libri a mio avviso permettono di concludere che ci troviamo di fronte a un militante, non a uno studioso. Naturalmente don Buonaiuto potrebbe sostenere che anch’io, e tanti miei colleghi, siamo “militanti”, nel nostro caso in favore della libertà religiosa delle cosiddette “sette”. La differenza però è che io, come altri studiosi accademici, ho al mio attivo centinaia di pubblicazioni su riviste internazionali, o presso case editrici accademiche, che le sottopongono al vaglio rigoroso della “peer review”, cioè alla recensione anonima da parte di colleghi universitari. Con tutto il rispetto, mi pare che questo appunto manchi nel curriculum di don Buonaiuto».

Infatti, va anche precisato che la conclamata mancanza di fondamento delle «notizie» riferite da don Buonaiuto a proposito della presunta «setta degli Angeli di Sodoma» è stata in seguito più volte ricordata non solo da un illustre sociologo come il prof. Introvigne, ma anche da persone di estrazione completamente differente (quali ad esempio lo scrittore Amedeo Longobardi), come mostrano molti commenti qua e là per la Rete (quelli in calce a questo articolo solo per citarne alcuni).

Infine, sarebbe opportuno precisare che dopo quella sentenza (ottobre 2006) ce n’è stata una seconda, di appello, con la quale i reati inizialmente sanzionati sono stati alquanto ridimensionati fino ad un dimezzamento della pena. Ma se in quel gruppetto di giovani anticonformisti c’era stato dello spaccio di stupefacenti e qualche altro illecito, giusto e dovuto è stato fermare e sanzionare l’illegalità; ciò detto, che bisogno c’era di assassinare la loro reputazione per sempre e di istigare un’indagine giudiziaria su aspetti del tutto inesistenti? Di nuovo, come in molti altri casi, un inutile dispendio di denaro pubblico e una vita rovinata per i quattro imputati che sono stati tacciati delle nefandezze più raccapriccianti, tutte frutto dell’orrida, oscena e morbosa immaginazione di un esponente del clero cattolico, referente della controversa «Squadra Anti-Sette» del Ministero dell’Interno.

D’altronde, non è strano che le vicissitudini giudiziarie di Arkeon e degli «Angeli di Sodoma» (e di altre che qui non abbiamo menzionato ma delle quali si potrebbe e forse si dovrà parlare) siano scaturite entrambe dalla stessa prassi scellerata, quella di strumentalizzare il potere dello stato contro le minoranze, tant’è che i già citati don Buonaiuto (prete cattolico) e Lorita Tinelli (psicologa) si dichiarano referenti della SAS («Squadra Anti-Sette») esattamente come Sonia Ghinelli del FAVIS, e tutti loro adottano il medesimo modus operandi.

A tal proposito, sui metodi della SAS (una sorta di «polizia spirituale» dalle fosche tinte orwelliane), molto è stato scritto e denunciato dal sito Internet «Libero Credo».

C’è da augurarsi che, caso dopo caso, lo Stato si ravveda e riconsideri la distribuzione delle proprie risorse per destinarle ad attività serie di contrasto al crimine… con il bisogno che ce n’è!