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sabato 15 settembre 2018

Gli «anti-sette» italiani inneggiano al totalitarismo e sostengono l’estremismo?

Si è visto più volte come certi militanti «anti-sette» denotino, non solo nel loro concreto modus operandi ma talvolta anche nelle loro stesse dichiarazioni, una certa affinità con le politiche del regime fascista o con la più recente dialettica delle fazioni di estrema destra. Basti pensare alla circolare Buffarini Guidi ed alle sue successive propaggini che tuttora permangono qua e là nell’arcipelago del «business anti-religioso» di associazioni come CeSAP (corrispondente italiana della controversa sigla franco-europea FECRIS), FAVIS, AIVS o GRIS e dei rispettivi esponenti come la psicologa Lorita Tinelli, l’ex ragioniere in pensione Maurizio Alessandrini o il prete «inquisitore» don Aldo Buonaiuto, referenti privilegiati della «polizia religiosa» SAS (la «Squadra Anti-Sette» del Ministero dell’Interno).

Abbiamo anche documentato il fatto che quegli stessi sedicenti «esperti» di spiritualità (clamorosamente privi di reali qualifiche accademiche in materia) tentano di propinare teorie controverse e screditate come il «plagio» o «manipolazione mentale», da tempo abbandonate dagli studiosi (seri) di religioni in tutto il mondo. Fatto, questo, che rappresenta non solo un «errare», ma un vero e proprio «perseverare nell’errore» del tutto deliberato, e dunque «diabolico».

Ma a quanto sembra di dover dedurre dalle loro più recenti esternazioni, non è tanto un aspetto di destra o di sinistra a distinguere dal comune essere pensante i propagandisti contro la religiosità minoritaria; piuttosto, è proprio una caratteristica di estremismo tout court. In altri termini, gli esponenti «anti-sette» sono estremisti per definizione:


Che gli «anti-sette» adottino di norma «metodi radicali» e siano «intransigenti» lo si è descritto e dimostrato un numero ormai incalcolabile di volte solo in questo blog, senza nemmeno menzionare l’abbondante materiale che si trova altrove (e non solo sul Web, ma anche nei trattati degli studiosi di religiosità).

Ma ultimamente essi promuovono anche estremismi politici nei quali l’odio sfocia nella violenza e negli abusi più tragici.

Come nel post seguente, che fu una delle prime avvisaglie, in Ottobre dell’anno scorso: Sonia Ghinelli di FAVIS acclama Luigi Corvaglia di CeSAP per la sua partecipazione ad un convegno assieme a niente meno che Alexandr Dvorkin, il kapò russo degli «anti-sette», personaggio tetro e controverso ben noto per la sua sistematica opera di fomento dell’intolleranza contro le minoranze religiose:


In quest’altro post dei primi di agosto scorso, la «fluida» Sonia Ghinelli riesce persino a far apparire «democratica» la Russia, che nel frattempo viene addirittura biasimata dall’ONU per le sue violazioni dei diritti umani in ambito religioso; e naturalmente non manca di condire il suo post con la solita tiritera sui «culti distruttivi». Talché ci domandiamo: quella dell’esponente FAVIS è ignoranza (colpevole) o disinformazione (deliberata)?


Di nuovo, ecco Sonia Ghinelli che porta avanti l’attacco del regime cinese alla Chiesa di Dio Onnipotente, e non dimentichiamo che questa gente viene deportata e incarcerata solo perché «colpevole» di pregare in maniera differente, di raccogliere numerose adesioni e di essere critica del governo.


Ancora, ecco la macchina del fango mediatica «anti-sette» all’opera, con lo pseudo-giornalista Filippo Bovo che prosegue il suo «copia/incolla» (a fini di lucro) della propaganda cinese contro le minoranze religiose fingendo di non sapere a quali soprusi e violenze essa lasci mano libera:


Tutto ciò è davvero sbalorditivo: in mezzo mondo si levano voci di protesta contro le angherie che in Cina e in Russia subiscono le minoranze religiose (ovviamente fomentate da giornalisti compiacenti con le loro «notizie» allarmistiche sui mass media relative a «casi» in cui qualcuno viene accusato del tale o talaltro fatto, sempre tutti da dimostrare), e gli «anti-sette» nostrani si fregano le mani per il battage mediatico che giustifica quegli abusi dei diritti umani. Se non è cattiveria questa…

venerdì 24 agosto 2018

Intolleranza «anti-sette»: FAVIS, censura e riqualificazione terminologica

di Mario Casini


Qualche giorno fa, ho notato un post di aprile scorso sulla pagina Facebook del FAVIS, l’associazione «anti-sette» di Maurizio Alessandrini e Sonia Ghinelli (corrispondente italiana della controversa FECRIS e referente della costosa «Squadra Anti-Sette» SAS del Ministero dell'Interno) in cui si richiede denaro ai contribuenti mediante il cinque per mille.

Così, mi è venuto l’uzzolo di provare a chiedere un po’ di trasparenza alla sigla riminese:


La reazione è stata non solo fortemente ostile e piccata (cosa che avrei senz’altro potuto aspettarmi), ma anche in buona parte fuori luogo. Segno evidente che (come ho poi commentato) il mio quesito ha scoperchiato un pentolone.


E infatti il nocciolo della risposta (al netto dell’attacco ad hominem nei miei confronti) si potrebbe riassumere in: «secondo la legge, non siamo tenuti a fornire alcun rendiconto, pertanto non lo abbiamo mai fatto e non intendiamo farlo».

Certo, avrei potuto chiudere la questione accontentandomi (per modo di dire) di aver avuto l’ennesima riprova del modus operandi «anti-sette».

E invece, spavaldo quale sono, ho voluto insistere:


La replica si commenta da sé: una riga per ribadire la propria lampante contraddizione in termini («siamo trasparenti, però non vogliamo fornire rendiconti siccome la legge ce lo consente») e tutto il resto per denigrare me medesimo.

A questo punto non potevo più tirarmi indietro, e così ho rintuzzato:


E qui spunta fuori la reazione stizzita e scomposta tipica di chi, messo in un angolo da argomentazioni stringenti, non ha altri mezzi se non l’attacco personale e… la propaganda.

Dice il rappresentante di FAVIS (ritengo debba essere Maurizio Alessandrini, ma potrei averlo confuso con Sonia Ghinelli, d'altronde non si firmano) che i miei commenti, in cui richiedo (con rispetto) delucidazioni e trasparenza, sono una «attività di troll».

In Internet, la parola «troll» significa «chi interviene all'interno di una comunità virtuale in modo provocatorio, offensivo o insensato, al solo scopo di disturbare le normali interazioni tra gli utenti».

Questa si potrebbe definire a tutti gli effetti «Verbal Engineering», tecnica di cui fu famigerato e malvagio maestro Joseph Goebbels nella Germania nazista.

Lo dirò senza mezzi termini: gli «anti-sette» di FAVIS, CeSAP, AIVS (e qualche altro) alterano sistematicamente le definizioni delle parole, piegandole alle proprie necessità, col solo scopo di conculcare i diritti altrui (in questo caso la libertà di parola).

A chiunque scriva cose sgradite agli «anti-sette» viene appioppato l’appellativo di «troll», in particolar modo a chi fa loro notare certe incongruenze o discrepanze. Il risultato dell'uso improprio di questo termine è che chiunque scriva qualcosa che costoro non condividono «diventa» un «troll», anche se si esprime educatamente, pacatamente e in linea con il contesto della discussione.

Somiglia un po’ a quello che spiega il noto giornalista Marcello Foa in questo video di cui riprendo qui un brevissimo stralcio:


E infatti, ecco quello che succede con un’altra commentatrice che interviene per darmi ragione:


Scatta immediatamente la censura, questa volta istantaneamente ed espressamente messa in atto proprio da Sonia Ghinelli (tramite il suo discusso profilo anonimo «Ethan Garbo Saint Germain»):


Il commento «scomodo» è stato infatti prontamente eliminato, e al suo posto rimane lo «stigma», del tutto fazioso ed ingiustificato, di «troll». Nessuna opinione divergente, nessuna voce fuori dal coro: nulla di tutto ciò viene permesso.

Al contrario, chi muove delle osservazioni e sollecita un esame di coscienza, viene messo alla porta come «troll».

È esattamente la stessa prassi che gli «anti-sette» adottano da molti anni con la parola «setta», che (come abbiamo spiegato e documentato in precedenza) per secoli non ha avuto un significato negativo. Sono stati loro ad alterarne il significato fino a ridurlo alla grottesca accezione di una sorta di «gruppo di mentecatti e malfattori che si lavano il cervello a vicenda quando non sono dediti a scannarsi a comando e a seviziare neonati».

Tornano in mente funeste dichiarazioni d’intenti atte a screditare intere etnie con devastanti conseguenze:


Tacciando di «troll» quelle che sono in effetti semplici voci fuori dal coro, gli «anti-sette» sono passati ad un inquietante livello di produzione lessicale a scopo discriminatorio. Sembrano infatti voler dire: «chi scrive commenti a sostegno di chi noi consideriamo essere un troll, è un troll egli stesso e viene eliminato».

Nemmeno i nazisti del terzo reich furono così svelti nel manipolare la terminologia modificando la definizione di appartenente alla razza giudaica e creando una categoria di «giudeo onorario» in quanto sostenitore di altri giudei. Goebbels docet.

venerdì 10 agosto 2018

I danni degli «anti-sette»: come rischiare di rovinare una vita con l’allarmismo ingiustificato

[post aggiornato il 11/08/2018 alle ore 20:11]

Nel nostro blog abbiamo documentato in numerose occasioni i danni e le conseguenze della propaganda allarmistica «anti-sette»: intere esistenze letteralmente rovinate dalla paranoia sociale indotta da associazioni e gruppi militanti (CeSAP, FAVIS, GRIS o AIVS) contro le nuove religiosità, vite irrimediabilmente segnate dall’odierna inquisizione da parte di figure discutibili come don Aldo Buonaiuto, dispendio di denaro pubblico per processi infondati, molestie sul piano legale (come le innumerevoli querele della psicologa Lorita Tinelli nei confronti dei suoi presunti avversari), e via discorrendo.

Alcuni mesi fa, nel nord Italia (per la precisione, nel bresciano), si è verificato un fatto di cronaca alquanto peculiare; curiosamente, proprio in quello stesso territorio che ha dato vita ad almeno due eclatanti vicende precedenti di persecuzione giudiziaria ai danni di associazioni di natura religiosa: il caso di Fiorella Tersilla Tanghetti e quello della Comunità Shalom.

In una piccola scuola situata in una zona collinare-campagnola nella provincia di Brescia (la località si chiama Mocasina, di fatto una frazione del già modesto comune di Calvagese della Riviera, 3.569 abitanti) un laboratorio multiculturale realizzato per una prima elementare è stato strumentalizzato a fini politici, nel solco dell’ideologia «anti-sette» che vorrebbe escludere tutto ciò che paia discostarsi da presunti valori tradizionali.

Un’esperta educatrice ed apprezzata scrittrice, la bergamasca Ramona Parenzan, è stata presa di mira e tacciata di «stregoneria», quando di fatto aveva semplicemente «osato» coinvolgere i bambini in un gioco di fantasia ispirato alle fiabe (quelle, sì – ce lo si lasci aggiungere – retaggio di una tradizione millenaria) nel quale si è adoperato del tè verde a mo’ di «pozione magica», una conchiglia a mo’ di «amuleto» portafortuna e dei simboli («cuoricini» e «stelline») a corredo della storia che veniva raccontata:


A dei genitori dotati di una qualche cultura verrebbero senz’altro in mente le favole di Esopo prima (nell’antica Grecia) e di Fedro poi (nella Roma imperiale), gli intramontabili racconti di Hans Christian Andersen, le «carte» di caratterizzazione di Vladimir Jakovlevič Propp, la splendida opera pedagogica di Gianni Rodari, le narrazioni visionarie di Italo Calvino (emblematica a tal proposito la celeberrima trilogia del Visconte Dimezzato / Barone Rampante / Cavaliere Inesistente, costellata di metafore). Si potrebbe comporre un intero trattato sulle risorse letterarie per l’educazione infantile e del simbolismo che vi è spesso contenuto. Per non parlare del valore esemplificativo e propedeutico di numerose parabole descritte nei testi sacri, dalla Bibbia nell’occidente al Mahabharata in India sino alla saga mesopotamica di Gilgamesh.


Ma l’iniziativa della Parenzan, in arte «strega Romilda», si è rivelata un’eresia imperdonabile: quando una sola (andrebbe sottolineato: una sola) fra le mamme dei bambini si è inalberata per quell’attività extracurricolare che ha stimolato l’immaginazione e la socializzazione dei piccoli in un contesto differente da quello della consueta lezione, Simone Pillon, un parlamentare eletto a Brescia e noto per la sua intransigenza cattolica (quella che noi abbiamo definito estremismo pseudo-cattolico) ha visto l’occasione per creare un caso mediatico e politico:


Si notino i toni adoperati dal senatore Pillon: «Vogliamo insegnare ai nostri bambini l’italiano, la matematica, l’arte, la musica e lasciar perdere queste porcherie? Appena insediato farò una
interrogazione parlamentare su questa vergognosa vicenda, perché è la Costituzione a garantire il diritto dei genitori, e solo dei genitori, a educare i propri figli». Addirittura un’interrogazione parlamentare, prima ancora di aver appurato la situazione ed essersi informato: proclami altisonanti e pronunciati con sussiego, ma destituiti di qualsiasi fondamento.


È sempre la medesima prassi, creare un «mostro» dal nulla e sbatterlo in prima pagina, esagerando dei fatti tutto sommato innocui (o, tutt’al più, solo marginalmente discutibili) per trasformarli in una (inesistente) «emergenza», insinuando dubbi e diffidenza, generando allarme sociale, istigando all’odio.

Le conseguenze? Per fortuna i toni si sono smorzati velocemente, ma nel frattempo la «strega Romilda» ha dovuto proteggere se stessa dalle reazioni inviperite e preoccupanti dei soliti «leoni da tastiera» che si fanno condizionare dalla propaganda «anti-sette»:


Alla educatrice bergamasca, comunque, non sono affatto mancate attestazioni di solidarietà, in effetti in numero ben superiore rispetto alle manifestazioni di intolleranza istigate dal senatore estremista e dalla macchina del fango mediatica:


Della situazione ha parlato in dettaglio, alcuni giorni dopo lo scoppio della polemica, la scrittrice Roberta De Tomi, mettendo correttamente in luce le lacune dell’etica giornalistica in situazioni come queste:


Ecco quanto è facile danneggiare la vita altrui, nel ventunesimo secolo, sfruttando la credulità popolare e portando avanti una propaganda allarmistica consolidata e costruita ad arte per mettere nel mirino fenomeni religiosi, spirituali o anche soltanto (come in questo caso) culturali.

Forse il senatore Pillon ha sentito l’influenza di una storia triste quanto antica che a tutt’oggi viene ricordata (anche in maniera plateale) nel bresciano, come testimonia un fatto di cronaca locale riferito dai media nell’aprile dell’anno scorso:


Ci riferiamo al rogo di Benvegnuda Pincinella, una donna fiera e indipendente che fu accusata di stregoneria e bruciata viva nella pubblica piazza proprio a Brescia nell’estate del 1518, esattamente 500 anni prima dell’increscioso episodio che abbiamo raccontato in questo post. E non fu, purtroppo, un episodio isolato.

In quel periodo, mentre gli anni più bui dell’inquisizione erano ormai solo un doloroso ricordo destinato a rimanere una macchia indelebile nella storia della Chiesa, al nord imperversavano le tesi di Martin Lutero e lo scisma riformista stava scuotendo la Roma apostolica fino alle fondamenta; parroci di provincia disobbedivano, il dubbio serpeggiava fra le fila del clero, frotte di fedeli passavano al protestantesimo o tornavano alle tradizioni animistiche delle campagne contadine. E l’Urbe era cosìì lontana dall’arco alpino...

Pincinella venne accusata, tra le altre, cose di libertinaggio e di aver fatto becco il marito. In realtà queste cose accadevano caso mai quando era giovane (era nata nel 1455 circa), mentre il suo arresto, tortura e rogo avvennero quando aveva sessant’anni. Restò vittima di un’esecuzione capitale che doveva evidentemente essere «esemplare» e da «monito» per tutta la «cristianità», perché il popolo «lasciasse perdere le porcherie» che ella praticava.

È forse questo il genere di «valori etici» che mirano a restaurare gli «anti-sette»?

lunedì 23 aprile 2018

Il «settarismo» degli «anti-sette» di AIVS

Come è ampiamente documentato in questo blog, l’operato di AIVS è improntato all’invettiva al vetriolo, alla critica smodata e all’offesa gratuita.

Ma vi è un ulteriore aspetto che prende forma dalle loro ultime esternazioni ed emerge sempre maggiormente dal comportamento dei principali responsabili di AIVS (Toni Occhiello, Francesco Brunori, Luciano Madon) avallato dal loro legale di fiducia, Annalisa Montanaro, di cui abbiamo parlato proprio nell’ultimo post.

È ben noto che quelli di AIVS (così come tutte le altre denominazioni dell’arcipelago «anti-sette») tacciano le minoranze religiose a loro invise (e/o di cui hanno fatto parte in precedenza) di essere delle «sette pericolose», «culti distruttivi», «gruppi abusanti» e via discorrendo.

Ma in particolare il più gettonato è senz’altro il termine «setta» (di cui parliamo più in dettaglio in questo post) con le sue diverse declinazioni: l’aggettivo «settario», il sostantivo «settarolo» (dispregiativo per «membro di setta») e la categoria del «settarismo».

Proviamo a esplorare la valenza semantica di quest’ultima parola con l’assistenza di un riferimento autorevole come il vocabolario Treccani: «settarismo» sta per «l’essere settario, cioè fazioso; accanito spirito di parte». Fra i sinonimi, troviamo «faziosità, partigianeria, parzialità, fanatismo, intolleranza, intransigenza».

Tant’è che gli «anti-sette» tendono a demonizzare interi movimenti religiosi (e quindi migliaia e migliaia di persone, se non centinaia di migliaia) sulla base di torti che essi asseriscono di avere subito in prima persona o che essi riferiscono essere stati subiti da altri i quali poi li hanno denunciati. Accuse e recriminazioni, dunque, spesso molto gravi ed espresse con parole pesanti e grondanti di odio.

Contemporaneamente, gli «anti-sette» tendono anche a rifiutare un dialogo costruttivo e soprattutto qualsiasi genere di critica (come quelle che rivolgiamo loro dalle «pagine» virtuali del presente blog), che viene spesso classificata superficialmente come «attacco» senza però che si entri mai nel merito dei contenuti posti sotto esame.

L’orizzonte degli «anti-sette», quindi, non fa che riempirsi di nemici (reali o immaginari che siano) che essi ritengono di dover osteggiare, spesso dileggiare, talvolta intimidire, in qualche caso anche perseguitare.

A poco valgono le speciose dichiarazioni d’intenti come questa di Lucio Madon (responsabile AIVS):


Perché di fatto la condotta evidenziata da AIVS è ben altra.

Come si accennava nel post di ieri, la scorsa settimana una delle più attive utenti dei gruppi Facebook di AIVS, tale Paola Moscatelli, ha pubblicato (con quale autorizzazione?) una fotografia del suo ex marito con l’attuale compagna (ci limitiamo a mostrare il post per non reiterare l’abuso):


In calce a questa foto, la Moscatelli ha inserito un commento in cui rivolge delle insinuazioni rispetto alla moralità di quella signora, per poi offenderla senza mezzi termini:


Un’altra utente, evidentemente meno assetata di vendetta e un po’ più equilibrata, fa notare che un tale modus operandi non è corretto e potrebbe addirittura rappresentare una condotta illecita:


Non l’avesse mai fatto: la signora commette l’errore madornale di osare esprimere una critica (peraltro misurata, composta e del tutto ragionevole) rispetto all’operato di Toni Occhiello e della sua banda.

Risultato: dopo un po’ di botta e risposta in cui tenta inutilmente di ribadire le proprie ragioni, si ritrova di fronte ai tentativi di Occhiello di giustificare la condotta palesemente scorretta della Moscatelli e di far ignorare l’evidente allusione da lei espressa ai danni dell’attuale compagna dell’ex marito:


E la discussione continua, con Occhiello che protrae la propria difesa a spada tratta della Moscatelli nonostante i diversi addebiti che le vengono mossi con dovizia di particolari:


Specifichiamo che quella qui riportata è solo una porzione della discussione integrale, ma già così rende bene l’idea.

Ecco infatti come va a concludersi:


Alla fine, la voce fuori dal coro viene esclusa dal gruppo.

Stessa sorte per un altro utente che si rende conto dell’evidente iniquità di trattamento e reagisce:


Idem per un’altra utente:


Dapprima Occhiello finge di non capire, ma poi (non senza una certa ampollosità), alla fine dei botta e risposta conclude come segue:


Ciò che intende dire fra le righe (senza però essere esplicito come il suo ruolo istituzionale invece richiederebbe) è che ha semplicemente messo alla porta tutti gli utenti che hanno reagito esprimendo delle critiche.

Democrazia, rispetto delle regole, riconoscimento della dignità del prossimo: sono valori tanto avulsi dal retroterra culturale di AIVS?

domenica 22 aprile 2018

Gli «anti-sette» di AIVS: niente rispetto, molta intolleranza

Una decina di giorni fa Annalisa Montanaro, avvocato di AIVS oltre che amica di Toni Occhiello ed estimatrice della «anti-sette» Lorita Tinelli, ha pubblicato sul proprio profilo Facebook un post che dapprima ci ha affascinati, poi in un secondo momento ci ha lasciati alquanto perplessi:


Basta davvero poco per trattare gli altri con rispetto: pensiero nobile, il suo, e senz’altro ampiamente condivisibile. Impossibile, però, non collegare istantaneamente tale asserto con l’operato dei suoi assistiti e colleghi, più volte documentato ed evidenziato in questo blog (ad esempio qui, qui, qui, e qui), palesemente improntato allo scherno, all’offesa e all’intimidazione; in poche parole, alla più assoluta mancanza di rispetto.

Giova specificare che la Montanaro si è qualificata come legale di AIVS in occasione della conferenza stampa tenutasi presso una sala del Senato della Repubblica (sic!) mercoledì 21 giugno 2017.


Va anche ricordato che, proprio nell’ambito di quell’evento, la Montanaro ebbe a precisare quale fosse la sua preparazione in tema di movimenti religiosi e spiritualità «non convenzionale»: sostanzialmente nessuna a parte quanto poteva averle raccontato la Tinelli nel periodo appena precedente alla conferenza stampa.

Per dirlo con le sue parole:


«(…) Io di sette e di gruppi religiosi che coercizzano il pensiero non ho mai sentito parlare prima di incontrare queste persone che oggi mi hanno coadiuvato e che mi hanno preceduto (…)»

Per inciso: impossibile non domandarsi come sia possibile, se ci si ritiene dei professionisti qualificati, saltare sul carro di una associazione che fa dell’invettiva al vetriolo, dell’attacco veemente e della critica infamante la propria regola di vita, senza nemmeno premurarsi di svolgere un po’ di ricerca obiettiva e coscienziosa, particolarmente in considerazione del fatto che quella tematica di cui si va parlando coinvolge decine di migliaia di persone.

Ma tornando al tema espresso nel post evidenziato all’inizio, il profondo interrogativo che le andrebbe rivolto e sul quale sarebbe davvero interessante ricevere una risposta dall’avvocatessa tarantina, è se comparando quel suo pensiero elevato e nobile alle azioni svolte ogni giorno dai soci di AIVS non le sia venuto qualche dubbio morale.

Occhiello e i suoi sembrano motivare le proprie azioni con una sorta di «legge del taglione» la cui ragion d’essere risiederebbe nei devastanti torti subiti (dicono) dall’organizzazione religiosa di cui hanno rispettivamente fatto parte fino a qualche tempo fa.

Dacché in Italia la libertà di espressione fortunatamente sopravvive, essi avrebbero ed hanno tutto il diritto di manifestare il proprio dissenso nei riguardi di qualsivoglia gruppo spirituale o confessione religiosa.

Ma il rispetto nei confronti anche di coloro che hanno identificato quali acerrimi nemici, noi proprio non lo scorgiamo.

Ne rileviamo l’esatto opposto, invece, in commenti come questo, scritto da tale Paola Moscatelli una delle più attive utenti del gruppo Facebook di AIVS e riportato in calce a una fotografia del suo ex marito con l’attuale compagna (foto pubblicata, peraltro, con quale autorizzazione?):


Tralasciamo il seguito della discussione perché ce ne occuperemo in un altro post.

Ci limitiamo a mettere in luce il tenore e la qualità dell’operato di AIVS, interrogandoci: dov’è finito il rispetto?

Chissà se l’avvocato Montanaro si sarà accorta di una tanto grave discrepanza.

venerdì 30 marzo 2018

Gli «anti-sette» di AIVS: anti-religiosi, astiosi e «leoni da tastiera»

Abbiamo più volte documentato in post precedenti (come questo, questo o questo) come l’operato della più recente associazione «anti-sette», AIVS, e dei suoi tre o quattro militanti, sia palesemente improntato al turpiloquio sistematico e all’aggressione verbale nei confronti non solo della Soka Gakkai, comunità religiosa principalmente nel loro mirino, ma anche all’intolleranza verso gli altri movimenti «non convenzionali» adeguatamente demonizzati come «culti distruttivi».

I loro intenti belligeranti si palesano ad ogni occasione, con un linguaggio più che colorito e con espressioni veementi ed astiose; un vero e proprio incitamento all’odio come possiamo leggere qui in un post di febbraio 2017:


Ci sarebbe da domandare ad Occhiello se abbia mai realmente provato l’esperienza che tanto va lamentando: come si «ruba la vita» a qualcuno? Probabilmente potrebbe parlarne a ragion veduta chi abbia patito un periodo di prigionia in qualche zona di guerra, chi sia stato sequestrato da rapitori, chi sia rimasto rinchiuso in una stanza ad opera di uno squilibrato o anche chi sia finito disperso a causa di qualche sciagura dovuta a un errore umano. Quelli, sì, sono «furti di vita» dal drammatico al tragico che nessuno può mai riparare.

Ma aver aderito ad una fede ed essersi poi ricreduti e aver quindi cominciato a sputare veleno su coloro che fino a poco tempo prima erano i propri amici e compagni… questo secondo Occhiello è un «furto di vita»? No, il suo ci pare davvero un comportamento eccessivo e melodrammatico, se non grottescamente infantile.

Eppure Occhiello e i suoi compari continuano imperterriti ad addossare alla Soka Gakkai le proprie frustrazioni:


Addirittura insinuano legami con la criminalità organizzata per dare più nerbo alle proprie sparate:


Naturalmente, queste accuse sono tutte asserite e non vi è alcuna prova (o, per lo meno, se esiste non viene esibita) al di fuori di «testimonianze» palesemente tendenziose o comunque innegabilmente di parte, sulla cui attendibilità molto vi sarebbe da obiettare.

Viste le modalità espressive di Occhiello, verrebbe da pensare che le linea politica di AIVS sia quella del dialogo a tutti i costi e della libera espressione «totale», senza freni e senza censure. Macché… tutt’altro.

Finché sono Occhiello o i co-gestori di AIVS Luciano Madon e Francesco Brunori (alias Italo Brunori?) a sparare a zero contro i movimenti religiosi, tutti dovrebbero essere d’accordo con loro. Guai, invece, a levare una voce contraria (d’altronde, abbiamo raccontato noi stessi delle loro intimidazioni nei nostri riguardi, peraltro alquanto sconclusionate); guai, persino, a tentare di contattarli per farli ragionare.

Ecco come la pensano (il post è proprio di oggi):


A quanto pare, anche il giornalista «anti-sette» Carmine Gazzanni approva questi toni e queste modalità. Fatto curioso, specie se messo in relazione con la deontologia professionale che dovrebbe seguire in qualità di giornalista. Ma è davvero tenuto a seguire quel codice? Sembra, da una prima e superficiale verifica, che il «reporter» (tanto sbandierato dal CeSAP nelle persone di Lorita Tinelli e Pier Paolo Caselli e dal FAVIS nella persona di Sonia Ghinelli) sia, di fatto, solo un pubblicista e non un giornalista professionista. Almeno così appare qui; va detto, tuttavia, che secondo voci non ancora confermate (ma piuttosto plausibili) Gazzanni deve essersi «laureato» giornalista professionista il 18 Gennaio scorso; ancora non figura nell’elenco dell’ordine dei giornalisti però dovrebbe ormai farne parte. Chissà che questo non lo induca ad una maggiore osservanza dell’etica professionale.

Di sicuro, quando scriviamo «tanto sbandierato» non stiamo esagerando: basta vedere quante volte Tinelli e Ghinelli condividono, riciclandoli, gli articoli di Gazzanni e quali puerili attestati di stima arrivino al pennivendolo molisano da parte di Caselli (il post è di gennaio 2017):


Ma… stiamo divagando, dunque torniamo all’argomento di questo post e vediamo quali sono gli effetti dell’incessante propaganda di AIVS per stimolare l’acredine nei confronti della Soka Gakkai e dei movimenti religiosi in generale.

Tanto per cominciare, esaminiamo qual è la posizione ufficiale e recente di AIVS (da un loro post del 24 marzo scorso) nei confronti di un gruppo pacifico che, stando alle stime attuali, conta fra gli 80.000 e i 90.000 membri:


Alquanto inequivocabile: qui il rispetto per l’altro da sé è andato a farsi benedire e rimane solo l’astio più rabbioso che fatica a tenersi a freno. Forse un caso da «curare», come direbbe Lorita Tinelli?

Ma vediamo ora i commenti ad un altro post, precedente di appena otto giorni:


Si spazia da meri malauguri come questo:


Alla pura e semplice offesa gratuita, tanto per non essere da meno di Toni Occhiello:


Per poi inneggiare fra il serio e il faceto ad atti violenti:


Oltretutto vi sarebbe tutta una storia da raccontare a proposito di questa utente che adopera il cognome del marito, da cui sembra però essere separata. Ma evitiamo di divagare nuovamente e stiamo in tema.

Anche questo commento la dice lunga sulla qualità ideologica delle iniziative di AIVS:


E i dirigenti di AIVS che fanno? In risposta ad un tale sfoggio di cultura (gli intenti ostili e l’inciso alquanto ambiguo), mettono dei «tag» a diversi giornalisti già in precedenza mostratisi compiacenti nei loro riguardi: Elisabetta AmbrosiRaffaella Pusceddu, e ovviamente l’immancabile succitato Gazzanni assieme alla sua fidanzata Flavia Piccinni. Tutti evidentemente interessati a cavalcare l’onda della campagna mediatica contro le minoranze spirituali.

I risultati dannosi, le conseguenze umane vere e proprie, non tardano a venire. Ecco ad esempio di cosa ci informa una delle accolite di AIVS:


Questo sì che dovrebbe far riflettere: che benefici porta questo continuo berciare contro il tale o il talaltro movimento? Litigi, contrasti e conflitti, di gradazioni certamente differenti, ma pur sempre motivo di disarmonia e agitazione.

Ci ha poi incuriosito il commento di un altro utente che, apparentemente (stando cioè alle informazioni pubbliche disponibili sul suo profilo), è impiegato presso il Ministero dell’Interno, come si può vedere da queste immagini:



Chissà in quale branca del Viminale opera questo utente della provincia di Roma: ce lo domandiamo non tanto per una banale curiosità, ma proprio perché AIVS e i suoi tre o quattro responsabili continuano imperterriti a battere il chiodo sul fatto che le «sette» commettono reati di qui, crimini di là, sono una sorta di mafia, ecc.

Ma allora ci domandiamo: se esistesse davvero un tale coacervo di illeciti, perché tali fatti non vengono semplicemente riferiti alle autorità competenti così che possano venire fatti oggetto di indagine e quindi adeguatamente sanzionati?

Perché Occhiello, Madon e Brunori non chiedono aiuto proprio a quell’utente che afferma di lavorare niente meno che al Ministero dell’Interno?

A nostro modesto avviso, a fronte di quanto abbiamo riferito e documentato nel nostro blog, ci pare di poter dire che AIVS abbia tutto l’aspetto e i tratti di una banda di facinorosi, non certo di un’associazione di pubblica utilità.

Ma anche a prescindere dalle nostre valutazioni, ci domandiamo: è dunque questa la qualità dialettica dei «consulenti» del Ministero dell’Interno assoldati dalla SAS (Squadra Anti-Sette)?

giovedì 22 marzo 2018

Gli «anti-sette»: lamentele, incoerenza e intolleranza contro tutti

Come s’è già visto numerose volte in precedenza, il controverso mondo degli «anti-sette» è una sorta di miniera d’oro quando si tratta di ricercare discrepanze, discordanze e assurdità che spaziano dall’esilarante al grottesco.

Ultimamente, la propaganda mediatica «anti-sette» si è intensificata e sta raggiungendo livelli che rammentano inquietanti periodi storici e tragici eventi del passato.

Sebbene facciano della maldicenza il loro pane quotidiano, talvolta gli «anti-sette» mostrano persino una tracotanza tale da riuscire a lamentarsi per le critiche che subiscono o, peggio, per gli atteggiamenti propagandistici altrui.

Ecco un esempio. Qui una rappresentante del GRIS (il cattolicissimo «Gruppo di Ricerca e Informazione Socio-Religiosa», già «Gruppo di Ricerca e Informazione sulle Sette») e amica della controversa SAS (la «Squadra Anti-Sette») Giovanna Ballestrino, si lagna perché Marcello Veneziani, giornalista e scrittore, ha avuto parole non del tutto compiacenti nei confronti di Papa Bergoglio e soprattutto ha travisato un suo discorso a proprio uso e consumo.


Lamentela più che comprensibile e giustificata, nel principio che esprime; nettamente meno comprensibile se arriva proprio da coloro che di tale espediente hanno fatto un modus operandi consolidato, quando si tratta di criticare e osteggiare i «nuovi movimenti religiosi».

Non solo: la Balestrino sembra addirittura comprendere quanto è vero che «le parole sono pietre», per citare un celeberrimo pensiero letterario.


Ma allora è logico domandarsi: perché quando oggetto delle critiche è il Santo Padre dei cattolici occorre misurare le parole, e invece quando ad essere presi di mira sono decine di migliaia di fedeli dei gruppi spirituali di minoranza allora tutto è «lecito», a cominciare dal turpiloquio?

Persino un seguace di Toni Occhiello come Luciano Madon, pur sempre mettendo in mostra la sua dabbenaggine con le solite dicerie trite e ritrite sulle «sette», si ritrova a dover fare dietro front quando a venire messa sotto torchio è una corrente di pensiero che incontra le sue simpatie. Nella fattispecie, il post in questione riportava un post fortemente critico nei confronti di Zecharia Sitchin, studioso azero che seppur deceduto nel 2010 è tuttora un nome di primissimo piano per i numerosi appassionati della cosiddetta «archeologia eretica» e delle teorie che mettono in collegamento gli UFO con la storia dell’antichità:


Insomma, se si è cultori della «archeologia eretica» si è autorizzati a «credere a ciò che si vuole»; se invece si è fedeli della Soka Gakkai, devoti di Sai Baba o cittadini di Damanhur, allora no, si è «manipolati» ed è giusto vedere il proprio credo dileggiato e messo alla berlina e la propria organizzazione calunniata con le accuse più raccapriccianti.

Questo è l’AIVS-pensiero, evidentemente, tenendo conto che Madon è un amicissimo di Toni Occhiello e un attivista della sua associazione.

E non è affatto strano, se si pensa che il presidente della consociata di AIVS, Luigi Corvaglia del CeSAP, addirittura sta cominciando a parlare di network commerciali come di «culti», e per lui (ben si sa) ogni culto è «distruttivo»:


Quindi se si vende Amway adesso tocca pure venire sospettati di essere dei terroristi (ma Corvaglia ha anche un ruolo come investigatore per l’Interpol, o parla solo per sentito dire?).

Esattamente come, se si è malati di tumore e si commette l’errore di cercare conforto in una disciplina «non convenzionale» come i Fiori di Bach, «naturalmente» il proprio decesso deve essere attribuito a quest’ultimo fattore e non alla tragica fatalità di una malattia dalla quale solo una data percentuale di pazienti riesce a guarire. Così pare sostenere Sonia Ghinelli del FAVIS, alleata di Corvaglia e soprattutto della sua stretta collaboratrice Lorita Tinelli:


La Tinelli, però, mentre da un lato spara a zero contro Mario Pianesi e il suo network di ristoranti macrobiotici, dall’altro promuove la nutrizione come terapia (sic!):


Probabilmente la Tinelli fa così perché ricerca un proprio tornaconto di carattere politico o in termini di popolarità.

A noi sembra solo di ravvisare la massima incoerenza, come di consueto del resto.