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giovedì 10 gennaio 2019

Il caso dello psicologo Luigi Corvaglia: gli «anti-sette» sono attendibili o manipolano l’informazione?

Tra le figure attualmente più in vista nel chiacchierato sottobosco italiano delle associazioni «anti-sette», oggigiorno in auge è indubbiamente Luigi Corvaglia, psicologo dipendente dell’ASL di Bari nonché presidente del chiacchierato CeSAP, il «centro studi» improntato alla lotta contro i nuovi movimenti religiosi fondato dalla sua amica e collaboratrice Lorita Tinelli; oltre a dirigere un «SerT», Corvaglia si fregia altresì del ruolo di membro del comitato direttivo della controversa organizzazione europea FECRIS, mentre da ateo conclamato (e apertamente anticlericale, se non addirittura antireligioso tout-court) assieme a un prete (don Aldo Buonaiuto) è parte integrante della struttura che fa da sfondo ideologico al discutibile operato della «Squadra Anti-Sette» (SAS) del Ministero dell’Interno. Qui una sua foto recentissima.


Di Luigi Corvaglia e della tattica «anti-sette» (ormai conclamata) di sfruttare il cancan mediatico ai danni dei movimenti religiosi «alternativi» per procurare vantaggi economici e popolarità per le categorie dei presunti esperti (dalla difficile credibilità), dei «documentaristi» improvvisati, dei giornalisti compiacenti o degli ex membri vendicativi con lampanti secondi fini, abbiamo già dato conto più volte in precedenza.

Avevamo anche documentato l’inesattezza e la tendenziosità insiste nel tentativo compiuto da Luigi Corvaglia di difendere la teoria «anti-sette» del «lavaggio del cervello», ormai ampiamente screditata dalla comunità accademica. Rilievi, i nostri, che non solo si sono rivelati corretti, ma sono stati addirittura confermati in pieno dai successivi colloqui «virtuali» intercorsi online proprio con lo psicologo leccese.

A quello scambio di commenti sulla pagina Facebook del nostro blog, fra la fine di ottobre e l’inizio di novembre dello scorso anno, ne seguì un ulteriore in cui Luigi Corvaglia da un lato mostrò l’indubbio pregio (alquanto fuori dal comune fra i suoi colleghi «anti-sette» più estremisti) di non sottrarsi alle nostre critiche e di rendersi disponibile ad un contraddittorio, dall’altro lato non riuscì a dare spiegazioni e risposte tali da permetterci di modificare le nostre conclusioni; al contrario, non poté che fornirci delle conferme definitive che a certe nostre obiezioni non vi è alcun’altra risposta se non la constatazione della (triste) realtà delle stesse. Due punti, fra tutti quelli toccati in quel frizzante «carteggio» pubblico online, li riportiamo qui per esemplificare a dovere l’esito delle nostre osservazioni.

Avevamo contestato allo psicologo Luigi Corvaglia di essere in un certo senso venuto meno ai suoi stessi principi epistemologici nel momento in cui afferma, quali «verità indiscusse», i soliti elementi dell’ideologia «anti-sette» ai danni dei nuovi movimenti religiosi. La sua risposta fu l’ammissione (certamente condivisibile) che «le conoscenze scientifiche sono SEMPRE discusse e MAI definitive. Non sono verità di fede. È per questo che le teorie sulla manipolazione mentale - la stragrande maggioranza delle quali non condivido io stesso - sono scientifiche, proprio perché popperianamente falsificabili». Dieci e lode. Peccato, però, che quando poi va in TV per pubblicizzare il CeSAP e la propria attività di psicologo per «curare» le ipotetiche «vittime» di presunte «sette», ciò che ne risulta siano i soliti, triti e ritriti «dogmi» e anatemi tipici della sua ideologia:


L’altra profonda contraddizione è quella relativa alla succitata FECRIS: insistentemente abbiamo rimarcato che il ruolo di Luigi Corvaglia quale dirigente di tale organizzazione «anti-sette» europea dovrebbe farlo riflettere profondamente sulle modalità e sulle conseguenza della propaganda portata avanti da quell’ente e da tutte le associazioni ad esso (e quindi a lui medesimo) collegate o subordinate. Le sue risposte sono variate da un iniziale «non è neppure vero che io presieda addirittura “un blocco di associazioni”», salvo poi confermare appieno il proprio «ruolo ufficiale (…) di componente del comitato direttivo», passando per un «io potrò anche parlare a nome di altri proprio per quel minimo di rappresentatività che ho (e che lei esagera), ma altri non parlano a nome mio», per approdare al traballante alibi «al 99 per cento non conosco (…) le persone che costituiscono il "blocco di associazioni" che dovrei presiedere». Quando però gli sono stati fatti nomi e cognomi di una dozzina di militanti con cui collabora, non ha potuto che ammettere di sapere perfettamente chi siano e ribadire di «riconoscermi nella filosofia e nelle azioni di FECRIS, rappresentata in Italia da cesap e favis». E stando a quanto egli stesso pubblica su Facebook, non potrebbe mai negare di trovarsi spesso allo stesso tavolo con vari esponenti «anti-sette» europei e di frequentarli anche al di là degli appuntamenti «professionali».

Vi sarebbe altresì spazio per l’asserto secondo cui a Luigi Corvaglia non piacciono gli attacchi basati «sulla demolizione della persona più che alle idee, sul dileggio più che sull’argomento»: basterebbe ricordare alcuni suoi post come quelli su Madre Teresa di Calcutta per non parlare di certe violenze verbali da parte della sua amica e collega Lorita Tinelli (ampiamente documentate nel nostro e in altri blog e siti Web), ma sospendiamo un momento questo punto per riprenderlo fra poco.

In altri termini, fra gli «anti-sette» regna una costante contraddittorietà, documentata ormai da una miriade di elementi concreti (e principalmente desunti dalle loro stesse dichiarazioni ed esternazioni) che può trovare una spiegazione valida solamente nella finalità che legano assieme soggetti tanto diversi: il lucro, il profitto, il vantaggio personale.

Poco importa a Luigi Corvaglia se il verbo propagato dalla Chiesa Cattolica è quanto di più lontano potrebbe esserci dalle sue vedute: tutto fa brodo, se grazie a don Aldo Buonaiuto la «Squadra Anti-Sette» è diventata ormai un prodotto mediatico per la «grande distribuzione» dei talk-show da «TV spazzatura».

Poco importa se accanto al CeSAP c’è un’associazione diretta da due o tre facinorosi come AIVS, il cui presidente Toni Occhiello coglie occasioni a più non posso per infamare senza ritegno la religione di cui ha fatto parte per trent’anni.

Poco importa se la screditata teoria della «manipolazione mentale» viene invocata per fare pressione sul parlamento affinché ripristini il reato fascista di «plagio»: chi come Luigi Corvaglia si definisce «un libertario» (convinto di «una irriducibile sovranità individuale che non può essere violata da alcun potere o pretesa del singolo o della collettività») dovrebbe insorgere come fecero gli intellettuali di cinquant’anni fa e battersi a spada tratta per difendere i propri valori (sacrosanti, oseremmo dire) da un’iniziativa liberticida.

Tutto ciò non avviene per un fatto alquanto semplice: pecunia non olet, è più conveniente infischiarsi dei principi asseriti pubblicamente come propri e insindacabili, ma operativamente traditi in pieno.

Tale spiegazione e il movente che abbiamo così individuato risultano fra l’altro illuminanti anche come chiave di lettura di un ulteriore elemento che riteniamo completi il quadro. Lo citiamo ricordando quell’emblematico assunto secondo cui Luigi Corvaglia disdegna gli attacchi «ad hominem».

Si noti come a più riprese lo psicologo pugliese prenda di mira un (vero) esperto di religioni e sette, il prof. Massimo Introvigne. Citiamo ad esempio solo l’ultima delle sue critiche, risalente alla scorsa settimana:


Se si fosse documentato almeno un pochino invece di abbandonarsi a quella che ha tutta l’aria di essere mera invidia, lo psicologo Luigi Corvaglia non solo non si sarebbe «perso», ma avrebbe facilmente trovato quanto noi abbiamo rinvenuto con una semplice ricerca in Internet, ossia questo articolo de «La Stampa» in cui il diretto interessato dichiara quanto segue:

Non ho nessuna difficoltà a confessare di essermi sbagliato. Come molti altri, vedevo i buoni frutti della congregazione dei Legionari di Cristo e avevo difficoltà a convincermi che potessero venire da una radice perversa. Sapevo anche che il beato Giovanni Paolo II – come il film non manca di ricordare – credeva all’innocenza di padre Maciel. Avevo torto io, e aveva ragione il cardinale Ratzinger che invece fin dall’inizio riteneva colpevole il fondatore dei Legionari di Cristo. Mi è già capitato di fare ammenda – in pubblico, con una lettera letta al congresso dell’International Cultic Studies Association tenuto a Montreal nel 2012 – per una posizione sbagliata che può avere arrecato dolore ad autentiche vittime dei crimini di padre Maciel.

Per inciso: l’articolo andrebbe peraltro letto integralmente per capire non solo come la piaga della pedofilia nel clero sia un tema profondamente sentito e all’attenzione in Vaticano perché i suoi effetti devastanti non potranno mai essere negati da alcuno, ma anche come la propaganda mediatica contro la Chiesa Cattolica sia talvolta tanto strumentale e maliziosa da somigliare parecchio a quella regolarmente messa in atto contro i nuovi movimenti religiosi.

Ma tornando al post di Luigi Corvaglia, nei commenti si osserva una chiosa che elimina qualsiasi dubbio sul fatto che lo psicologo del «SerT» abbia sottoposto il proprio giudizio a una qualche forma di riesame:


Si noti il commento di Lorita Tinelli, che non perde l’occasione per dimostrare la propria inattendibilità: non solo le scuse di cui parla si sono verificate diversi anni or sono, ma se si parla di onestà e di umiltà qualcuno dovrebbe soppesare con estrema cautela le proprie parole per non rischiare di venire clamorosamente smentito.

E qui si apre un ulteriore siparietto, che mostra come la manipolazione delle informazioni ad opera dei dirigenti del CeSAP finisca per tradursi nella diffusione di «fake news» da parte dei loro adepti.

Sì, perché il Pier Paolo Caselli al quale Corvaglia ha appena somministrato la propria «perla di saggezza» ai danni della reputazione di un esperto internazionale come il prof. Massimo Introvigne, è lo stesso soggetto di cui abbiamo parlato ai primordi del nostro blog in quanto arcinoto ammiratore di Lorita Tinelli e altrettanto arcinoto persecutore online della studiosa Simonetta Po. Teorema che non fallisce nemmeno questa volta. Infatti il ringraziamento di Caselli a Corvaglia porta l’ora delle 15:34, e appena nove minuti più tardi il cinquantacinquenne vicentino ha già riversato in forma di gossip la diceria sul gruppo di discussione Google su Scientology curato proprio dalla Po:


Si noti peraltro la modalità di relazione della «notizia»: il post di Luigi Corvaglia e la domanda di Caselli diventa «mi è stato riferito» (ma in realtà è Caselli che ha chiesto chiarimenti, perché evidentemente non ne sapeva nulla), un illustre sociologo di fama internazionale diventa «un ben noto esponente anti anti-sette», e la menzogna a proposito della «copertura» dei pedofili diventa un fatto che viene dato quasi per sottinteso.

Ma mentre a un soggetto come Caselli più di tot non si può rimproverare se non la lampante facilità con cui il suo giudizio viene fuorviato da chi secondo lui è il detentore della «verità», al contrario ben più grave è la faziosità di tale operato se a portarla avanti è l’esponente di un’istituzione europea come la FECRIS, la cui influenza si estende ben oltre il già vasto distretto della città che la finanzia (Parigi) e raggiunge zone lontane come la Russia e la Cina attraversando il vecchio continente tutto, alimentando direttamente odio e persecuzioni religiose anche violente.

venerdì 15 giugno 2018

Gli «anti-sette» fanno spendere denaro pubblico (e privato) per foraggiare i loro giornalisti?

In questo post riprendiamo una riflessione a proposito di un’ulteriore sfaccettatura del dispendio di risorse pubbliche ad opera (o in favore) degli «anti-sette» e della loro propaganda ideologica. Diciamo «ulteriore» per distinguere rispetto all’utilizzo della macchina dello stato, in qualche caso drammaticamente deleterio, che avviene invece sul piano giudiziario o sul piano della reputazione anche commerciale. Qui invece parliamo dell’aspetto squisitamente mediatico e giornalistico.


Già in precedenza e a più riprese, si è detto di come taluni giornalisti (ne elenchiamo qualche nome nella nostra pagina di riepilogo) siano palesemente schierati con qualche gruppo o esponente «anti-sette» (come Carmine Gazzanni, Andrea Sceresini e Giuseppe Borello), quando non personalmente e direttamente coinvolti in una militanza attiva (come Stefano Pitrelli e Gianni Del Vecchio) contro i «nuovi movimenti religiosi».


Di tali connivenze e collaborazioni ci informano loro stessi in post e commenti pubblici facilmente reperibili in Internet, come questo (solo per citare un esempio, ma ve ne sarebbero anche altri):


Il minimo che si possa dire di questi giornalisti è che non possono essere obiettivi: pretendono di descrivere e raccontare vita e opere di interi movimenti religiosi (parliamo di gruppi con migliaia o decine di migliaia di aderenti) basandosi sulle indicazioni di tre o quattro persone che da quei movimenti sono stati cacciati via o se ne sono andati sbattendo la porta e che quindi – come anche un demente potrebbe capire – potranno solo parlarne male o sottolinearne le caratteristiche negative. Difficile confutare tale nostra affermazione, che è ovvia di per sé.

Eppure la deontologia giornalistica di questi sedicenti «reporter d’inchiesta» li vorrebbe «fornitori di un'informazione completa, obiettiva, imparziale ed equilibrata» come afferma ampia giurisprudenza della Corte Costituzionale, particolarmente la sentenza del 24 marzo 1993 nr. 112, secondo la quale «il “diritto all'informazione” garantito dall'art. 21» si richiede che «sia qualificato e caratterizzato [...] dall'obiettività e dall'imparzialità dei dati forniti». Situazione evidentemente lontanissima dal caso di specie.


Fra l’altro, facendo qualche ricerca un po’ più approfondita su alcuni di loro, come i succitati Sceresini e Borello, si scoprono persino dei curiosi «altarini» che essi cercano di passare sotto silenzio ma qua e là affiorano grazie a siti che si occupano di «debunking» o giornalisti indipendenti che affermano di voler differenziarsi dalla corrente mediatica prevalente. Veniamo così a sapere che i giornalisti «anti-sette» mentre con una mano fanno tanto chiasso sui «culti distruttivi» e lanciano allarmi per le loro presunte nefandezze, nel frattempo manipolano la contabilità dei soldi che ricevono tramite raccolta fondi (online, quindi da parte del popolo di Internet) per finanziare le loro «inchieste», salvo poi produrre dei risultati decisamente discutibili sotto il profilo squisitamente professionale.

Andrea Sceresini

Eppure costoro vengono pubblicizzati sulla TV di stato, quella stessa RAI in cui s’intrecciano collegamenti di chiara matrice «anti-sette»; quella stessa RAI che dovrebbe operare sotto la garanzia della laicità dello stato, e invece batte la grancassa per il controverso «reato di plagio» di fascista memoria.

Per cui ci domandiamo: dove finiscono i soldi dei contribuenti che lo Stato spende per sovvenzionare la RAI?

Finiscono nelle tasche dei «consulenti» di Gazzanni, come Pier Paolo Caselli (la cui assoluta inconcludenza è un fatto oramai conclamato), come Lorita Tinelli (che in fatto di religione non detiene alcuna qualifica di tipo accademico e lo si vede bene dai risultati del suo sovrabbondante eloquio) o come Sonia Ghinelli (la quale addirittura pare vantarsi della sua assoluta assenza di titoli di studio in materia di spiritualità, e infatti viene clamorosamente smentita quando discetta di «lavaggio del cervello» ed altre simili amenità)?

Finiscono nelle tasche dei «consulenti» di Pitrelli e Del Vecchio, come Toni Occhiello, Francesco Brunori (alias Italo) o Luciano Madon che sono null’altro se non degli apostati inaciditi, facinorosi e (a nostro modesto parere) degli istigatori di odio?

Quanti cittadini italiani sono soddisfatti di ritrovarsi il canone RAI da pagare «comodamente» nella bolletta della corrente elettrica per ricevere un «servizio pubblico» di tal fatta?

Non crediamo siano molti: al contrario, abbiamo fornito già in precedenza elementi concreti per dimostrare il fatto che la gran maggioranza della gente non condivide affatto l’operato degli «anti-sette» e nemmeno la loro ideologia. Tutt’altro: le persone aderiscono per lo più al principio del «vivi e lascia vivere» e al concetto che laddove vengano commessi dei reati, questi vanno accertati e giustamente sanzionati in quanto tali, senza dover montare processi alle intenzioni e creare nuove fattispecie di reato che puniscano credenze e ritualità ritenute «pericolose» da qualcuno solo sulla base di pregiudizi o lamentele.

E che dire delle aziende che acquistano spazi pubblicitari costosissimi sulle TV private? Anche loro sono d’accordo a finanziare simili attività propagandistiche? Noi non siamo affatto di quest’idea.

Tanto più che le attività «anti-sette» ledono i diritti di tutti, non solo delle minoranze religiose: la libertà di credo, la libertà di pensiero e la libertà di espressione non sono appannaggio di qualche sedicente «esperto», sono invece diritti non negoziabili di tutti i cittadini, di ogni età, razza e religione.

venerdì 30 marzo 2018

Gli «anti-sette» di AIVS: anti-religiosi, astiosi e «leoni da tastiera»

Abbiamo più volte documentato in post precedenti (come questo, questo o questo) come l’operato della più recente associazione «anti-sette», AIVS, e dei suoi tre o quattro militanti, sia palesemente improntato al turpiloquio sistematico e all’aggressione verbale nei confronti non solo della Soka Gakkai, comunità religiosa principalmente nel loro mirino, ma anche all’intolleranza verso gli altri movimenti «non convenzionali» adeguatamente demonizzati come «culti distruttivi».

I loro intenti belligeranti si palesano ad ogni occasione, con un linguaggio più che colorito e con espressioni veementi ed astiose; un vero e proprio incitamento all’odio come possiamo leggere qui in un post di febbraio 2017:


Ci sarebbe da domandare ad Occhiello se abbia mai realmente provato l’esperienza che tanto va lamentando: come si «ruba la vita» a qualcuno? Probabilmente potrebbe parlarne a ragion veduta chi abbia patito un periodo di prigionia in qualche zona di guerra, chi sia stato sequestrato da rapitori, chi sia rimasto rinchiuso in una stanza ad opera di uno squilibrato o anche chi sia finito disperso a causa di qualche sciagura dovuta a un errore umano. Quelli, sì, sono «furti di vita» dal drammatico al tragico che nessuno può mai riparare.

Ma aver aderito ad una fede ed essersi poi ricreduti e aver quindi cominciato a sputare veleno su coloro che fino a poco tempo prima erano i propri amici e compagni… questo secondo Occhiello è un «furto di vita»? No, il suo ci pare davvero un comportamento eccessivo e melodrammatico, se non grottescamente infantile.

Eppure Occhiello e i suoi compari continuano imperterriti ad addossare alla Soka Gakkai le proprie frustrazioni:


Addirittura insinuano legami con la criminalità organizzata per dare più nerbo alle proprie sparate:


Naturalmente, queste accuse sono tutte asserite e non vi è alcuna prova (o, per lo meno, se esiste non viene esibita) al di fuori di «testimonianze» palesemente tendenziose o comunque innegabilmente di parte, sulla cui attendibilità molto vi sarebbe da obiettare.

Viste le modalità espressive di Occhiello, verrebbe da pensare che le linea politica di AIVS sia quella del dialogo a tutti i costi e della libera espressione «totale», senza freni e senza censure. Macché… tutt’altro.

Finché sono Occhiello o i co-gestori di AIVS Luciano Madon e Francesco Brunori (alias Italo Brunori?) a sparare a zero contro i movimenti religiosi, tutti dovrebbero essere d’accordo con loro. Guai, invece, a levare una voce contraria (d’altronde, abbiamo raccontato noi stessi delle loro intimidazioni nei nostri riguardi, peraltro alquanto sconclusionate); guai, persino, a tentare di contattarli per farli ragionare.

Ecco come la pensano (il post è proprio di oggi):


A quanto pare, anche il giornalista «anti-sette» Carmine Gazzanni approva questi toni e queste modalità. Fatto curioso, specie se messo in relazione con la deontologia professionale che dovrebbe seguire in qualità di giornalista. Ma è davvero tenuto a seguire quel codice? Sembra, da una prima e superficiale verifica, che il «reporter» (tanto sbandierato dal CeSAP nelle persone di Lorita Tinelli e Pier Paolo Caselli e dal FAVIS nella persona di Sonia Ghinelli) sia, di fatto, solo un pubblicista e non un giornalista professionista. Almeno così appare qui; va detto, tuttavia, che secondo voci non ancora confermate (ma piuttosto plausibili) Gazzanni deve essersi «laureato» giornalista professionista il 18 Gennaio scorso; ancora non figura nell’elenco dell’ordine dei giornalisti però dovrebbe ormai farne parte. Chissà che questo non lo induca ad una maggiore osservanza dell’etica professionale.

Di sicuro, quando scriviamo «tanto sbandierato» non stiamo esagerando: basta vedere quante volte Tinelli e Ghinelli condividono, riciclandoli, gli articoli di Gazzanni e quali puerili attestati di stima arrivino al pennivendolo molisano da parte di Caselli (il post è di gennaio 2017):


Ma… stiamo divagando, dunque torniamo all’argomento di questo post e vediamo quali sono gli effetti dell’incessante propaganda di AIVS per stimolare l’acredine nei confronti della Soka Gakkai e dei movimenti religiosi in generale.

Tanto per cominciare, esaminiamo qual è la posizione ufficiale e recente di AIVS (da un loro post del 24 marzo scorso) nei confronti di un gruppo pacifico che, stando alle stime attuali, conta fra gli 80.000 e i 90.000 membri:


Alquanto inequivocabile: qui il rispetto per l’altro da sé è andato a farsi benedire e rimane solo l’astio più rabbioso che fatica a tenersi a freno. Forse un caso da «curare», come direbbe Lorita Tinelli?

Ma vediamo ora i commenti ad un altro post, precedente di appena otto giorni:


Si spazia da meri malauguri come questo:


Alla pura e semplice offesa gratuita, tanto per non essere da meno di Toni Occhiello:


Per poi inneggiare fra il serio e il faceto ad atti violenti:


Oltretutto vi sarebbe tutta una storia da raccontare a proposito di questa utente che adopera il cognome del marito, da cui sembra però essere separata. Ma evitiamo di divagare nuovamente e stiamo in tema.

Anche questo commento la dice lunga sulla qualità ideologica delle iniziative di AIVS:


E i dirigenti di AIVS che fanno? In risposta ad un tale sfoggio di cultura (gli intenti ostili e l’inciso alquanto ambiguo), mettono dei «tag» a diversi giornalisti già in precedenza mostratisi compiacenti nei loro riguardi: Elisabetta AmbrosiRaffaella Pusceddu, e ovviamente l’immancabile succitato Gazzanni assieme alla sua fidanzata Flavia Piccinni. Tutti evidentemente interessati a cavalcare l’onda della campagna mediatica contro le minoranze spirituali.

I risultati dannosi, le conseguenze umane vere e proprie, non tardano a venire. Ecco ad esempio di cosa ci informa una delle accolite di AIVS:


Questo sì che dovrebbe far riflettere: che benefici porta questo continuo berciare contro il tale o il talaltro movimento? Litigi, contrasti e conflitti, di gradazioni certamente differenti, ma pur sempre motivo di disarmonia e agitazione.

Ci ha poi incuriosito il commento di un altro utente che, apparentemente (stando cioè alle informazioni pubbliche disponibili sul suo profilo), è impiegato presso il Ministero dell’Interno, come si può vedere da queste immagini:



Chissà in quale branca del Viminale opera questo utente della provincia di Roma: ce lo domandiamo non tanto per una banale curiosità, ma proprio perché AIVS e i suoi tre o quattro responsabili continuano imperterriti a battere il chiodo sul fatto che le «sette» commettono reati di qui, crimini di là, sono una sorta di mafia, ecc.

Ma allora ci domandiamo: se esistesse davvero un tale coacervo di illeciti, perché tali fatti non vengono semplicemente riferiti alle autorità competenti così che possano venire fatti oggetto di indagine e quindi adeguatamente sanzionati?

Perché Occhiello, Madon e Brunori non chiedono aiuto proprio a quell’utente che afferma di lavorare niente meno che al Ministero dell’Interno?

A nostro modesto avviso, a fronte di quanto abbiamo riferito e documentato nel nostro blog, ci pare di poter dire che AIVS abbia tutto l’aspetto e i tratti di una banda di facinorosi, non certo di un’associazione di pubblica utilità.

Ma anche a prescindere dalle nostre valutazioni, ci domandiamo: è dunque questa la qualità dialettica dei «consulenti» del Ministero dell’Interno assoldati dalla SAS (Squadra Anti-Sette)?

mercoledì 6 dicembre 2017

Gli «anti-sette», Michelle Hunziker e la «minestra perfetta»

Da idolo televisivo ad autrice il passo può essere assai breve, soprattutto in Italia dove c’è un pubblico sempre pronto ad accogliere con entusiasmo qualsiasi cosa provenga da una donna bella e famosa. Stiamo anche parlando di una conduttrice di Striscia la Notizia, quindi il successo editoriale è garantito.

Ma questa volta Michelle sembra aver preso un granchio. Anziché parlare dei numerosi aspetti della sua vita pubblica e privata che avrebbero sicuramente attratto il lettore italiano come la carta moschicida, si butta in un «amarcord» abbastanza nebuloso su vicende che gravitano attorno a un fenomeno che ha già regalato innumerevoli fallimenti a chi ha cercato di cavalcarlo: le «sette».

In particolare, fa testo in tal senso la conferenza stampa tenuta a Milano Domenica 19 novembre scorso presso il Museo della Scienza e delle Tecnica, con la contestuale intervistata di Michela Proietti, giornalista del Corriere della Sera. Curiosamente, quest’ultima si affretta sin da subito ad ammettere di non poter essere obiettiva perché «ammaliata» dal fascino della Hunziker.

Inutile dire che Michelle esordisce facendo di tutta un’erba un fascio e perciò ritroviamo tra i «santoni» anche i «life coach», una figura professionale molto affermata e accreditata in tutto il mondo. Che dire ad esempio di Tony Robbins? Se diamo credito alla «velina» d’importazione, trattandosi di un «life coach» che si fa persino pagare, dovrebbe essere immediatamente arrestato. Peccato che Tony Robbins abbia costruito un impero mediatico di dimensioni gigantesche e sia una delle persone meglio pagate al mondo. Un livello a cui la Hunziker non arriverà mai nonostante gli indubbi attributi di cui dispone.

Senza contare che criticando «life coach» e figure simili, indirettamente, la Hunziker taccia di delinquenza personaggi come alcuni «anti-sette», un esempio fra tutti è il Pier Paolo Caselli di cui si riferiva in un precedente post. Ecco come ne parla la soubrette:


Invoca persino una forma di censura per direttissima:


In definitiva, nel corso dell’intervista per la presentazione del suo libro sulla «tempesta perfetta», sentiamo un confuso minestrone di idee personali frammiste a racconti frammentari e dati spesso contraddittori, il tutto condito con le solite e tipiche accuse propagandistico-allarmistiche da «anti-sette»:


Ma non ha raccontato lei stessa che è grazie alla sua «setta» che ha potuto riavvicinarsi a suo padre, potendo così stargli vicino poco prima che morisse?

Ridicolo (per essere eufemistici) è il paragone con una realtà drammatica ed efferata come quella di Daesh:


Proseguendo: a queste boutade sono da aggiungere gli auspici di Ineke per una nuova legge che ripristini il reato di «plagio» (già in vigore nel codice penale di epoca fascista e giudicato incostituzionale nel 1981) e il racconto di come si sarebbero potuti risolvere i problemi fra Michelle e la sua «setta» mediante l’uso di una mazza da baseball (a noi ricorda un po’ la «dialettica erudita» di Toni Occhiello di cui ai nostri post degli scorsi 22 Novembre e 30 Novembre):


Addirittura esilarante il momento in cui Ineke, soprappensiero, pronuncia il nome vero della pranoterapeuta finita nel mirino della figlia, vittima sacrificale di una cinica trovata pubblicitaria, e Michelle, assieme alla giornalista, la zittisce:


Insomma, tutti elementi che hanno fugato anche gli ultimi dubbi, se mai ve ne fossero stati: è lapalissiano che ad alimentare (fornendo il carburante ideologico per sostanziarla) la campagna di marketing allarmistica della Hunziker e di sua madre, sono i soliti faccendieri «anti-sette».
Tant’è vero che, come peraltro si rammentava già nel nostro precedente post sul tema, già nel 2003 Ineke era in contatto con l’associazione «ARIS Toscana», ora sciolta da qualche anno ma in quel periodo piuttosto attiva nel contrastare le spiritualità alternative in collaborazione con FAVIS e CeSAP e persino con Forza Nuova.

In ultima analisi, la sequela di scivoloni logici e dialettici di Michelle mostrano chiaramente come la nostra autrice non è ben documentata e non ha capito veramente di che cosa sta parlando. Ha dovuto persino mutuare il titolo di un film che ha venduto benissimo al botteghino: più «plagio» di così! Più che una «tempesta perfetta», è una «minestra perfetta»!

Michelle racconta della sua storia con una pranoterapeuta avvenuta in tempi molto remoti, cercando di far apparire come misteriosa e inedita una vicenda di cui si sa già tutto e si è già detto tutto anche pubblicamente. La soubrette, però, ci racconta di un periodo orribile in cui il suo successo professionale e personale era sfavillante, ma ciò nonostante oscurato da ombre che non riusciamo a decifrare o identificare, nemmeno dal suo raffazzonato racconto.

Cita vagamente un rapporto difficile con un padre alcolista, da cui si era distaccata da tempo. Menziona la madre come una santa e compassionevole donna finora tenuta all’oscuro di questa vicenda devastante (i cui contorni sono però quanto mai indefiniti ed evanescenti). Insomma, sembra il racconto di una bambina viziata che ha avuto tutto dalla vita e che ora tenta di emergere come autrice senza alcuna reale preparazione nella materia che sta discutendo.

E il vespaio già si leva: Roberto Simioli, il compagno della madre che ha vissuto con loro negli anni in cui la carriera di Michelle prendeva il via, ha creato un blog in cui mostra di poter sbugiardare tanto Michelle quanto la madre Ineke definendole come opportuniste pronte a calpestare chiunque pur di garantirsi notorietà. Ecco le sue parole: «Tu poi Michelle, da buona opportunista, come qualcuno dei veri Hunziker, che avete innata questa prerogativa, che esiste nel vostro D.N.A.  per non affogare, hai sempre tolto il salvagente ad altri...»

Simioli promette una battaglia senza quartiere anche sul nuovo libro e apre con una salva che fa tremare il castello di carte della nostra Michelle d’importazione:
«Ribadisco che ciò che scrive la signora è solo una bella favola, è dal 2002 che io racconto la vera storia, molto è già stato scritto sul mio libro, uscito nel 2010. Smonterò il suo libro, indicando, punto per punto, le parti romanzate, e quelle nascoste... mi permetto di soffiare su quel castello costruito con le carte da gioco, impilato dalla Hunziker e far cadere quel maniero, che non ha fondamenta, ma è solo sostenuto da menzogne, menzogne che hanno arrecato danni non solo a me, anche ad altre persone».

Ma perché allora la Hunziker si accanisce nei confronti di personaggi ormai dimenticati e si trasforma in una matrigna virtuale di una causa persa da sempre? Che cosa la spinge a farlo?

Simioli ci promette di scoprirlo: «Oltre a ciò che leggo nel suo libro, devo assistere al teatrino di dichiarazioni fasulle, interviste pilotate, omissione di nomi, gossip a tutto campo, si intuiva già il clamore che avrebbe prodotto  il libro, ciò che non era intuibile, il perché Michelle ha omesso i nomi, già  PERCHE' ? Visto che la vicenda è arcinota, così pure i personaggi, credo che la spiegazione, sia abbastanza semplice, esiste senz'altro una ragione. Quale, potrebbe essere?».

Perciò scopriremo quale potrebbe essere il movente che ha spinto Michelle Hunziker a cavalcare quest’onda di fango che rischia di farla affogare. Capiremo perché si espone al ridicolo davanti a tutti con affermazioni che vengono immediatamente smentite, come quella in cui dichiara che la madre Ineke era una manager quando in realtà, stando a Simioli, che dovrebbe ben conoscerla, era semplicemente una venditrice porta a porta.

Ma Simioli ha le idee chiare e dice che il motto delle due Hunziker è risaputo ed ha profonde radici storiche: «Riferito sempre alle due furbe, madre e figlia, Hunziker, il 22 luglio del 2013 pubblicai il post, ‘Michelle, Ineke Hunziker e il loro motto Mors tua, vita mea’ (visibile in questo blog) dove anticipavo le stronzate che stanno contraddicendo adesso, glissando, celando. Travisando».

E quindi ci troviamo improvvisamente esposti a un nuovo volto di Michelle. Non più angelico, ma calcolatore. Non più simpatico, ma fasullo e cinico. Una carriera iniziata con un celeberrimo «fondo schiena» (famosissimo lo spot dell’intimo che tanto la rese famosa e desiderata dai maschietti di mezza Italia)… che rischia di finire all’insegna della medesima parte anatomica.

Forse Michelle dovrebbe recitare, a mo’ di mantra, proprio lo slogan di quella pubblicità: «Per stare così bene davanti, bisogna avere una bella storia dietro». Le servirebbe la guida e da monito, come del resto lei stessa ci ricorda...

martedì 21 novembre 2017

Pier Paolo Caselli e le eterne contraddizioni degli «anti-sette»

Si era già citato il vicentino Pier Paolo Caselli in uno degli ultimi post.

Era balzato all’occhio, quale lapalissiana contraddizione, il sostegno dato da questo illustre nessuno (sostenitore della psicologa barese) ad una «guaritrice spirituale» dedita a dispensare consigli gratuiti su come conseguire tale qualifica, possibilmente retribuita.

Non contento, Caselli ora s’impegna in una delle attività più osteggiate dagli «anti-sette», con Lorita Tinelli e Sonia Ghinelli in prima fila, proprio quella di «counselor» o «life coach».

Ecco infatti cosa pubblicizza Caselli dal suo profilo Facebook:


E non manca la réclame del suo sito in cui si propone come «counselor»:


Tenendo presente che Caselli ha raccontato più e più volte (e con diffusione sui mezzi di comunicazione pubblica), di avere seriamente considerato di suicidarsi, ci si domanda come fa a proporsi ora quale figura idonea a consigliare ad altri il modo migliore di vivere.

Con che qualifica, poi? È iscritto all’albo degli psicologi? Ha qualche attestato professionale in materia di formazione o consulenza?

A giudicare da questo sito (qui il link*), deve trattarsi di qualifiche ben definite e cospicue, se si parla di «ruolo di formatore e professionista»:

[*] NOTA IMPORTANTE del 01 Febbraio 2018: la pagina linkata, di cui viene qui di seguito riportata un’istantanea, è stata modificata nei giorni scorsi dalla gestrice del relativo sito. In fondo al presente post abbiamo pubblicato una precisazione e rettifica.



Lo stesso vale per la pagina Facebook aperta proprio nelle ultime ore dal «resiliente» Caselli, ancora (e addirittura!) come «formatore»:



E dire che persino Michelle Hunziker, ben fiancheggiata dai soliti «anti-sette», proprio in questi giorni, si sta scagliando contro chiunque voglia portare avanti un’attività di «counseling» o «Life Coach» e simili; attività tanto osteggiate da psicologi come le citate Lorita Tinelli e Sabrina Camplone.

Per dirla tutta, la Hunziker e la madre sono su tutti i media nazionali per quella che riteniamo sia un’evidente operazione di marketing: promuovere il proprio libro e sfruttare l’allarmismo generato dagli «anti-sette» per convogliare audience e realizzare maggiore profitto.

Ma a parte questo – saremo prevenuti? – abbiamo il forte, inquietante sospetto che nessuna segnalazione alle autorità competenti sia stata inoltrata in proposito né da Lorita Tinelli, né da Michelle Hunziker, né da Sabrina Camplone, né da Maurizio Alessandrini, né da altri giustizialisti «anti-sette» che vedono ovunque concorrenti da annichilire…




venerdì 17 novembre 2017

Gli «anti-sette» a Rai 3 miravano ai Legionari di Cristo e Opus Dei?

Proclami trionfali da parte del solito gruppetto di «anti-sette» per una mezz’oretta di trasmissione («Report») su Rai 3 andata in onda in prima serata Lunedì 13 Novembre scorso.

In apparenza, l’ostentata soddisfazione di Lorita Tinelli, Maurizio Alessandrini, Sonia Ghinelli e del loro giullare di corte Pier Paolo Caselli, la «vittima di Scientology», è dovuta al fatto che in quella mezz’ora è stata presentata l’anteprima di un documentario realizzato da due giovani giornalisti freelance, Giuseppe Borello e Andrea Sceresini, contro la nota organizzazione americana colpevole di aver aperto un enorme, sfavillante tempio a Milano.



Ma anche in questo caso, come sempre, l’apparenza inganna.

Infatti, da un lato la «serietà» del Caselli già ad una prima rapida occhiata sembra fare acqua da tutte le parti: basti pensare che da un lato si scaglia con critiche al vetriolo (e parole molto pesanti, quando non addirittura minacciose) contro Scientology e le loro ritualità e metodologie, dall’altro batte la grancassa per altri «guaritori spirituali». Da una parte cannoneggia la presunta «concorrenza» della sua psicologa preferita, Lorita Tinelli, dall’altro reclamizza figure similari che sarebbero decisamente da approfondire in termini di qualifiche professionali. E come se non bastasse, proprio lui che si scaglia con tanta veemenza contro le richieste finanziarie di Scientology ai suoi seguaci (i quali, tutto sommato, saranno o no consapevoli di dove spendono i loro soldi?), appena girato l’angolo difende a spada tratta il diritto della «guaritrice spirituale» a richiedere una parcella:



D’altronde, non è da oggi che Caselli mette in mostra pubblicamente la sua adesione a pratiche filosofico-spirituali che trovano tutt’altro che appoggio proprio presso gli «anti-sette» dei quali lui si è fatto da anni fedele servitore:



Facendo il verso a Lorita Tinelli e a Sabrina Camplone (un’altra psicologa «anti-sette»), ci domanderemmo: questo Marco Zecca è iscritto all’ordine degli psicologi?

Qui invece Caselli (forse dalla disperazione?) si è buttato sulle consulenze a buon mercato via Facebook:



Per poi ripiegare su Gesù Cristo e derivazioni varie:




Ma tornando a Rai 3 e a «Report» di qualche giorno fa, l’intento che emerge dai roboanti quanto contraddittori proclami degli «anti-sette» è ben più subdolo.

Ecco, infatti, a chi mirava davvero il servizio integrale andato in onda sulla TV di stato, come ben mostra questo post di Cristina Caparesi (ebbene sì, la stessa ex socia del CeSAP ed ex subalterna di Lorita Tinelli, sorprendentemente riavvicinatasi alla sua rivale – fatto, questo, che meriterà adeguati approfondimenti):



Manco a dirlo, Lorita Tinelli la segue a ruota:



E dalla pagina Facebook di «Report» non è mancato il lavorio per sollecitare odio e animosità nei confronti delle congregazioni cristiane come appunto i Legionari di Cristo e l’Opus Dei:




Prontamente, il giorno successivo, la congregazione dei Legionari di Cristo ha pubblicato un comunicato stampa a rettifica di quanto dichiarato da «Report»: breve e sintetico, tale documento smantella l’impianto della rutilante e chiassosa «indagine giornalistica».

D’altronde, è un fatto consolidato e già in parte documentato in questo blog che gli «anti-sette» in generale (e il CeSAP con Lorita Tinelli in particolare) prendano di mira tutte le minoranze religiose, anche i Pentecostali:



Qual era, quindi, il vero obiettivo degli «anti-sette»?