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mercoledì 20 marzo 2019

Gli «anti-sette» e gli «anti-satanisti» fra alleanze e divorzi

di Angela

ANTI SETTE E ANTI SATANISMO
TRA ALLEANZE E DIVORZI


Uno degli sport preferiti dagli antisette è sempre stato quello di vedere satanisti o satanassi ovunque, una vera ossessione. Naturalmente questo chiodo fisso li ha portati anche a creare allarmismi sociali inesistenti tramite i media, il più delle volte basati su “statistiche” tutte da dimostrare.

Per capire la profondità culturale e la coerenza dei (presunti) esperti italiani che si occupano di “sette” e di “satanismo” dobbiamo necessariamente ricorrere, a titolo dimostrativo, a quanto accaduto al Festival di Sanremo e  alla satira di Virginia Raffaele.

La comica romana ha “invocato” per ben cinque volte il nome del “maligno” durante uno sketch umoristico sul palco del grande Festival. In realtà si è trattato di un gioco di parole unito a molti altri che facevano parte dell’esibizione, ma per il prete inquisitore don Aldo Buonaiuto si è trattato di un fatto grave.

Anzi: ha lanciato un vero e proprio appello alla Raffaele: “perché chiarisca quella che apparirebbe una gag spiritosa, ma poi stonata perché sembra non tenere conto della sensibilità di tante persone che soffrono a causa della presenza del maligno.”

La vicenda è caduta rapidamente nel ridicolo e ha prodotto un netto voltafaccia dei soliti “esperti” che da fedeli alleati dell’esorcista in tonaca, hanno rapidamente scaricato don Aldo con buona pace della propria coscienza.

Ciò è avvenuto dapprima con un comunicato stampa congiunto (questo assieme a questo) pubblicato da FAVIS e CeSAP,le associazioni antisette italiane rappresentanti in Italia della controversa sigla europea FECRIS.

In contemporanea hanno mosso delle critiche al vetriolo, come mostra questo post di Sonia Ghinelli (sempre attiva dal suo controverso profilo anonimo):


Ne hanno fatto dell’ironia:


E in conclusione lo hanno scaricato definitivamente:


Ma ricordiamo che fino a poco prima c’era una grande vicinanza (di fatto, una stretta collaborazione) fra le due frange militanti degli antisette.

Per esempio, lo scorso settembre il presidente FAVIS, il ragioniere in pensione Maurizio Alessandrini, ha addirittura invitato don Aldo Buonaiuto al convegno organizzato con l’associazione Penelope Scomparsi (evento del quale avevamo parlato in un precedente post):

 


C’erano anche stati scambi di proposte, dato che Maurizio Alessandrini è stato poi invitato a intervenire a Roma al convegno organizzato per Novembre 2018 alla LUMSA proprio da don Aldo Buonaiuto.

Comunque è lampante che FAVIS in precedenza ha appoggiato a spada tratta la campagna anti satanista di don Aldo Buonaiuto:



A cosa è dovuto questo improvviso voltafaccia? Si potrebbero formulare diverse ipotesi, eventualmente da sviluppare e documentare un po’ alla volta in post successivi.

Ma tornando a don Aldo Buonaiuto, a parte alcune voci politiche che lo hanno sostenuto per mero protagonismo, in realtà ha fatto una magra figura anche nei confronti di altri sacerdoti come Paolo Farinella, studioso di religioni e attivo in progetti sociali: basti leggere il suo commento sul Fatto Quotidiano.

Il giudizio di don Farinella è inflessibile: “A vedere il filmato, una persona psicologicamente equilibrata non vi riscontra alcuna invocazione o peggio, alcun sottinteso satanismo della povera attrice comica che s’impegna con qualche fatica a fare un po’ di satira…”

Quindi, secondo Farinella, don Buonaiuto sarebbe praticamente equiparabile a uno squilibrato.

“Se il prete esorcista fosse rimasto zitto, tutto sarebbe passato nel dimenticatoio... Ora, per un’esclamazione che non è affatto invocazione, perché è evidente 'il contesto' satirico e ridanciano, si sta facendo una guerra escatologica da Armageddon.”

Quel che più colpisce è che don Aldo Buonaiuto è considerato un referente chiave dal Ministero dell’Interno in materia non solo di satanismo, ma di “sette” in generale. Com’è possibile che nel 21mo secolo abbiamo un “esorcista” che si prende la briga di catalogare e sentenziare su fenomeni sociali che molto probabilmente nemmeno comprende (o quanto meno non ha mai studiato a fondo come ci si aspetterebbe, conseguendo un titolo accademico nel settore)? Una persona talmente immersa nel proprio contraddittorio fanatismo, da ritrovarsi sconfessata “pubblicamente” persino dai suoi stessi alleati.

Citiamo il comunicato degli antisette:

“CeSAP e FAVIS, affiliate alla ‘Federazione Europea dei Centri di Ricerca e Informazione su Culti e Sette’ (FECRIS) prendono una chiara e netta distanza dalle dichiarazioni di Don Aldo Buonaiuto, presentato dalla stampa come ‘coordinatore’ del ‘forum anti-sette’ sullo sketch della soubrette Virgilia Raffaele sul palco di Sanremo per il quale egli ha parlato di ‘rituale satanico’. Riteniamo fondamentale che l’opinione pubblica sappia che il sacerdote esprime interpretazioni e opinioni personali e non condivise dal movimento che contrasta le derive settarie in Italia.”

Peccato che sinora il sacerdote “scaricato” abbia loro fatto comodo in molteplici occasioni.

Evidentemente non hanno alcuna remora a sputare nel piatto nel quale hanno mangiato finora.

E inoltre, da che pulpito viene la predica? Questi personaggi in realtà non fanno altro che sparare sentenze e opinioni campate per aria, come più volte s’è dimostrato in questo blog.

sabato 29 dicembre 2018

Pseudoscienza «anti-sette», l’inquietante convegno del 9 novembre 2018 presso l’università «LUMSA»: don Aldo Buonaiuto e la «Squadra Anti-Sette» (SAS) promuovono la «libertà di calunnia»?

Il 9 novembre 2018 scorso si è tenuto un convegno presso l’università «LUMSA» (acronimo di «Libera Università Maria Santissima Assunta», presentata come «il secondo ateneo più antico di Roma»), dal titolo «La trappola delle sette», nel quale è stato dato ampio spazio alle teorie «anti-sette» ed ai racconti di presunte vittime di ipotetici «culti abusanti» o simili. L’evento, organizzato dalla Polizia di Stato, è stato promosso da don Aldo Buonaiuto sotto l’egida della Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII ed ha visto la partecipazione di Elisabetta Mancini e Francesca Romana Capaldo in rappresentanza della SAS (la controversa «Squadra Anti-Sette» del Ministero dell’Interno) oltre che di alcuni giornalisti e (verso la fine) anche la comparsata del Vicepremier e Ministro dell’Interno, Matteo Salvini.


Come menziona «In Terris» (la rivista online facente capo a una società commerciale di proprietà dello stesso Buonaiuto) nel suo entusiastico resoconto dell’evento, fra i saluti iniziali si è registrato quello del cardinale Giovanni Angelo Becciu, il quale – alquanto curiosamente – si occupa di tutt’altro, essendo il prefetto della «Congregazione delle cause dei santi» (sic!). Presenza, la sua, tanto più grottesca se si considera che il porporato settantenne, già segretario di stato Vaticano, è esponente di spicco dei Focolarini, movimento cattolico «di frangia» anch’esso sovente preso di mira in quanto «setta» (ovviamente dedita al «plagio» mentale dei suoi «adepti») da quella stessa intransigente, feroce propaganda ideologica contro la spiritualità «alternativa» che il convegno in oggetto ha promosso con tanta enfasi.

Stranezze pontificie a parte, l'evento ha riproposto gli usuali resoconti allarmisti e sensazionalistici di un presunto «allarme sette» che giustificherebbe l’operatività di una apposita unità di Polizia di Stato istituita in seno al Servizio Centrale Operativo (SCO) della Direzione Anticrimine Centrale (DAC), cioè proprio la «Squadra Anti-Sette» del Ministero dell’Interno, normalmente apostrofata nel nostro blog come «polizia religiosa». Ne abbiamo parlato proprio l’altra mattina per denunciare l’inquietante strumentalizzazione di un’istituzione della Repubblica da parte di un esiguo gruppo di individui e di associazioni private che ne sfruttano il potere per perseguire i propri fini e per procurarsi benefici economici e di altro genere.

Fra costoro, il primo a trarre vantaggio da un ruolo quanto mai discutibile di consulente ufficiale della Polizia di Stato è senz’altro il prete inquisitore don Aldo Buonaiuto, per l’appunto promotore del convegno organizzato dalla stessa SAS; il suo operato si è reso tristemente famoso sin dai primi anni 2000 per il clamoroso caso degli inesistenti «Angeli di Sodoma», del quale ci siamo occupati tempo addietro.

Evidentemente sentendosi forte di un ruolo di primo piano nell’evento e di un ambiente a lui particolarmente favorevole, in quest’occasione don Buonaiuto ha dato fondo al proprio livore ed alla propria veemenza nei confronti di tutto ciò che fuoriesce da una strettissima osservanza di quanto egli ritiene sia «religione», cioè una versione del cattolicesimo a nostro avviso alquanto estremista e dunque lontana dai propri principi fondanti (abbiamo analizzato tale aspetto in un precedente post). Comunque sia, don Aldo Buonaiuto esclude categoricamente che le credenze proposte e divulgate dai movimenti spirituali e filosofici più esigui ma in rapida diffusione possano essere «religiose», al contrario devono essere ritenute «criminali» e fasulle perché strumentali ad «accalappiare adepti» da sfruttare poi contro la loro volontà per i fini più deprecabili.


Una filippica dalle tinte fosche e cupe, espressa con un’emotività da militante infervorato più che da scientifico consulente, che sicuramente sortisce l'effetto di fare sensazione e di colpire in pieno petto l’ascoltatore. Quanto però alla concretezza dei dati che fornisce, non vi è nulla di più lontano dall’attendibile e dal circostanziato.

Don Aldo Buonaiuto infatti, mentre veicola la propria rabbia per trasmetterla all’uditorio, generalizza in maniera estremamente superficiale e non fornisce dati concreti o descrizioni precise di situazioni specifiche, a cominciare dalla «testimonianza» (rigorosamente anonima e non verificabile, ma dai toni ruvidi e drammatici) con cui esordisce. Non dichiara quali siano le associazioni che egli definisce «culti estremi» o «realtà criminogene», non nomina chi sarebbero i «criminali» che portano «agli inferi, negli abissi, nel vuoto, nel caos, nella disperazione, nella solitudine, nell’isolamento». Eppure ha proprio lì, al suo fianco, degli agenti della Polizia di Stato (con cui interloquisce regolarmente). Perché quindi non opera nella trasparenza informando i cittadini e le istituzioni di chi sarebbero i «cattivi» contro i quali sarebbe giusto nutrire tanto odio?

Il motto così fervidamente esclamato da don Buonaiuto «Le parole hanno un significato!», dovrebbe essere osservato proprio da lui stesso con maggiore obiettività. Perché quando si taccia qualcuno (che nemmeno viene nominato) di essere un «criminale», lo si sta giudicando colpevole ancora prima che possa aver avuto luogo una seria ed attenta disamina della sua condotta.

Vediamo allora quali dati porta il novello Bernardo di Guido che vorrebbe insegnare al vasto pubblico ed alle istituzioni della Repubblica come condurre l’odierna inquisizione:


Don Aldo Buonaiuto sostiene dunque di aver «incontrato e parlato con oltre quattordicimila persone dal 2002 a oggi» tramite il suo «numero verde anti sette» e di averne incontrate «quest’anno, a oggi, 1.403» (millequattrocentotré); non esemplifica però in alcun modo di che genere di «incontri» si sia trattato, di cosa si sia «parlato» in quelle telefonate e in quei «colloqui». Non fornisce alcun criterio di valutazione, alcun metro di misura. Solo cifre, sulla cui autenticità è peraltro lecito dubitare, anche fortemente.

Poco prima (1h40m00s), il sacerdote afferma anche che fra questi millequattrocentotré vi sono «persone invisibili» e «persone che si nascondono», ma tutti loro sarebbero «vittime delle sette» di cui lo Stato non si sta occupando. A maggior ragione, se ciò fosse vero, sarebbe logico richiedere una certa precisione nel fornire i relativi dati.

Esaminando queste cifre, si dovrebbe dare atto a don Aldo Buonaiuto di aver «incontrato e parlato», in media, con due/tre persone ogni santo giorno di ogni singolo anno dal 2002 ad oggi sull’intero territorio italiano. Ciò senza alcuna distinzione fra un incontro, una semplice conversazione telefonica degna di nota, un semplice scambio di saluti, una dissertazione sulla cosmogonia di qualche movimento, ecc. Ben si comprende dunque l’approssimazione cui una tale cifra costringe e la conseguente impossibilità di effettuare dei rilievi statistici attendibili dell’ipotetico fenomeno.

Don Buonaiuto dichiara inoltre di aver «identificato ottomila gruppi più o meno organizzati»:


Si noti lo sguardo volutamente penetrante cui fa seguito tale altisonante asserzione.

Ne abbiamo già parlato nel precedente post e non vogliamo ripeterci: è una cifra che non quadra e che, fra l’altro, confligge clamorosamente con ciò che dichiarano gli altri «anti-sette», inclusi coloro con i quali il prete inquisitore condivide i salotti dei talk-show:


Quindi i «culti estremi» e le «realtà criminogene» sono cinquecento o sono ottomila? C’è una bella differenza, la proporzione è di uno a sedici!

Non stupisce una tale imprecisione ed approssimazione, d’altronde don Buonaiuto già in passato aveva ammesso di non essere assolutamente in grado di quantificare con esattezza il presunto fenomeno:


Eppure era stato previsto sin dal novembre del 2006 che gli «anti-sette» (FAVIS e CeSAP con don Buonaiuto in prima fila) coinvolti nel «monitoraggio» delle presunte «sette» dovessero comunicare alla DAC i «contenuti delle segnalazioni ricevute»; anzi, le associazioni stesse, in teoria, si erano «offerte di trasmetterle». Così si legge nella circolare De Gennaro che istituì  ufficialmente la SAS:


A fomentare l’allarmismo «anti-sette» con i resoconti dai toni più forti in termini di scandalo e scalpore, come di consueto, è la categoria dei giornalisti. Così è stato anche in questo caso, con la presentazione dei casi di «vittime» che ovviamente colpiscono per la loro disperazione e per la drammaticità degli abusi ipoteticamente subiti.

È a questo punto che la libertà di stampa (sacrosanta in quanto sancita dalla Costituzione della Repubblica, regolamentata dall’articolo 2 della legge n. 69 del 3 febbraio 1963 come «diritto insopprimibile») in teoria dovrebbe fondarsi su di un «obbligo inderogabile», da parte dei giornalisti, verso «il rispetto della verità sostanziale dei fatti», ma in pratica finisce per dare libero sfogo alle antipatie personali e alle vendette private.

Come nel caso di Piergiorgio Giacovazzo, giornalista che ha moderato il convegno della LUMSA: costui presenta ed acclama la «testimonianza» di una delle presunte «vittime» di un’associazione che non ha nulla a che vedere con l’ambito religioso o spirituale ma viene catalogata «setta» e identificata chiaramente con la sua denominazione completa, senza che però le venga data nessuna possibilità di replica (in un consesso pubblico!) alle accuse gravissime che le vengono mosse. Non pago di tale lampante parzialità, Giacovazzo arriva addirittura a definire i responsabili dell’associazione dei «criminali»:


Ci domandiamo se non sia un comportamento calunnioso, oltre che contraddittorio nei termini: il giornalista Giacovazzo dice che gli accusati sono sotto indagine per vari reati, e al termine della sua arringa li «giudica» già colpevoli definendoli senza troppi complimenti dei «criminali». Definirla una condotta scorretta ci pare a dir poco eufemistico.

Piergiorgio Giacovazzo dà spazio anche a Maurizio Alessandrini, presidente della controversa associazione FAVIS, pensando di fornire ulteriori «credenziali» alla teoria del convegno secondo cui esisterebbe un «allarme sette». E così finisce per fare un altro tonfo, se si considera che la figura di questo ex ragioniere in pensione è stata screditata non da qualche suo oppositore o detrattore, ma proprio da suo figlio che rappresenterebbe la ragione dell’esistenza stessa di FAVIS. Per non parlare dei molti altri punti nell’operato di questa associazione che hanno destato serie perplessità e hanno posto gravi interrogativi tuttora irrisolti.


Oltretutto, se si dovesse applicare lo stesso criterio di valutazione (quello delle «testimonianze degli ex») all’ateneo che ha ospitato il convegno, bisognerebbe dare spazio agli utenti di Internet che ne parlano malissimo e descrivono la LUMSA come un istituto particolarmente interessato ad esaminare il reddito dei propri studenti per assicurarsi di poter incassare una retta alquanto salata, e molto meno attenta a fornire loro un titolo di studio che possa avere una qualche utilità effettiva. Fra l’altro, questi utenti scontenti sono numerosi, ben di più rispetto alle tre o quattro presunte «vittime» che hanno raccontato le loro storie sensazionali durante il convegno.

Quando poi sul palco (2,01,00) sale un rappresentante delle istituzioni come Vittorio Rizzi, niente meno che il prefetto a capo della Direzione Anticrimine Centrale del Ministero dell’Interno, ci si attenderebbe un differente approccio alla materia, sicuramente improntato meno allo scandalismo e più alla scientificità ed all’equilibrio. Pochi minuti sono sufficienti per rimanere completamente disillusi e trovarsi di fronte a delle fole di proporzioni ciclopiche, a cominciare dall’attribuzione alla «mitologia classica» dei misteri eleusini che invece furono fatti inequivocabilmente storici afferenti alla ritualità iniziatica della civiltà greca sin dal VII-VI secolo a.C. e fino al IV d.C., peraltro in parte successivamente trasferiti (per lo meno sul piano semantico) alla stessa liturgia cristiana (basti ricordare il «mistero della fede»).

Da questo svarione culturale, si passa poco dopo alla riproposizione di una delle classiche «bufale» smerciate dagli «anti-sette» sin dalla fine degli anni ’70 del secolo scorso:


Come abbiamo ampiamente documentato nel nostro blog (e come, del resto, è stato rivelato da numerosi e importanti studi e inchieste giornalistiche succedutisi negli anni ai quali noi abbiamo solamente attinto), quella del «suicidio di massa» è una falsità ed è stata a più riprese smentita.

Addirittura, Rizzi colloca il tragico episodio di Jonestown nella Guyana francese, cioè a ben oltre 700 km da dove avvenne realmente (nella Guyana inglese). Su scala ridotta, sarebbe come confondere Milano con Milano Marittima. Segni evidenti che la materia non è stata approfondita, ma lo sguardo si è fermato alla superficie, dove abbonda la propaganda e le mistificazioni non si contano.

Non è tutto, perché fra le ormai ben note menzogne «anti-sette» c’è spazio per la strage di Waco e anche qui Rizzi si fa portavoce di un falso storico clamoroso, dicendo che «durante una diretta televisiva gli adepti di questa setta si diedero fuoco».


La verità, come ormai sa bene chi segue il nostro blog da qualche tempo, è che quella di Waco fu una vergognosa «strage di stato» messa in atto da un ente del governo americano fuorviato proprio da un esponente «anti-sette».

Una cantonata imbarazzante, ancora più grave se si considera che Rizzi sostiene di aver osservato quello sciagurato evento da vicino «nelle relazioni con i colleghi della polizia americana».

In chiusura del convegno si è collocato l’intervento che com’è ovvio ha maggiormente attirato i giornalisti, quello del ministro Matteo Salvini, il quale verso la fine (2h24m08s) afferma apertamente di aver conosciuto di persona don Aldo Buonaiuto e di aver apprezzato l’influenza di lui sulla campagna elettorale che ha portato alla sua vittoria:


Un sodalizio: quello fra la politica, un prete (don Aldo Buonaiuto), i giornalisti (come Piergiorgio Giacovazzo e gli altri che più si accaniscono contro i nuovi movimenti religiosi) e dei poliziotti (la SAS) che richiama in modo davvero inquietante un’istituzione del «ventennio» fascista come il «Ministero della Cultura Popolare» o MinCulPop.

Ci auguriamo di essere in errore.

sabato 15 dicembre 2018

Reazioni degli «anti-sette» alla verità: gli sfoghi di Lorita Tinelli e le eterne contraddizioni

di Mario Casini

In uno degli ultimi post di questo blog, è stata svelata la genesi dell’estremismo «anti-sette» espresso a ogni piè sospinto da Lorita Tinelli nei suoi frequenti interventi pubblici sui mass media in qualità di consulente della «polizia religiosa» SAS (la «Squadra Anti-Sette» del Ministero dell’Interno) ed esponente del CeSAP, sigla italiana corrispondente della controversa associazione europea FECRIS.

Mi aspettavo una delle sue (consuete) reazioni scomposte, e infatti non ho dovuto attendere per rilevare un suo (tipico) commento piccato e inviperito con offese vaghe e accuse nei miei riguardi né fondate né circostanziate (che lasciano il tempo che trovano). È qualcosa a cui ho fatto l’abitudine, essendo oramai oltre un anno da che amministro questo blog e ne curo buona parte del materiale.

Ma – una volta di più – lo sbotto della psicologa Lorita Tinelli fornisce indicazioni utili a riesaminare con genuinità e senso critico quanto si è qui pubblicato a proposito dei prodromi che hanno condotto alla sua militanza «anti-sette».

La Tinelli addirittura arriva a fare quest’affermazione:

Mi hai mai visto ingaggiare, lecitamente o meno, una guerra ad personam?

Fosse per me, risponderei immediatamente e senza alcun dubbio: sì, eccome!

Io, però, potrei essere considerato «di parte» per via delle intimidazioni e delle invettive che ho ricevuto da Lorita Tinelli.

In tal caso, basterebbe provare a porre la stessa domanda ad altri studiosi e professionisti che a turno sono finiti nel mirino della psicologa pugliese. Lasciatemi fare nomi e cognomi, non certo perché si debbano (indebitamente) coinvolgere queste persone nel tormentato panorama delle ossessioni di qualcuno, ma perché a una domanda tanto diretta e – fatemelo dire – clamorosa non si può non dare risposta. Basti citare studiose come la dott.ssa Silvana Radoani, la prof.ssa Raffaella Di Marzio, la dott.ssa Simonetta Po (che fra l’altro proprio nei giorni scorsi è tornata sull’argomento), piuttosto che un ricercatore come il dott. Vito Carlo Moccia, o anche un giornalista come il dott. Camillo Maffia, e persino una esponente «anti-sette» come la (criminologa?) Patrizia Santovecchi. E molto probabilmente sto tralasciando qualche altro caso simile.

Tant’è che qui in questo commento Lorita Tinelli rammenta proprio le sue persecuzioni ai danni delle sue tanto odiate (presunte) concorrenti:


E qui dovrei aprire un’ulteriore parentesi, sulla seconda frase riguardo al «profilo anonimo» a cui sarebbe (a suo dire) sbagliato «dare un like». A me questa pare un’evidente manifestazione di ipocrisia: non è proprio Lorita Tinelli a mettere «Mi piace» ogni giorno e in continuazione al profilo (anonimo e controverso) della sua collega «anti-sette» Sonia Ghinelli di FAVIS, alias «Ethan Garbo Saint Germain»? Provasse a negare questa lampante, inconfutabile ovvietà!

Ossia: quando il profilo anonimo (e quanto mai discutibile) è di una sua amica, allora è «buono» e dice cose «giuste»; quando invece il profilo (cioè il mio) non è nemmeno anonimo (perché c’è la mia foto in bella vista) ma – caso mai – fa capo a un’identità personale sulla cui autenticità sono stati sollevati dubbi (ammessi ma non concessi), allora ciò che quell’utente scrive va considerato una «vigliaccheria»! Semplicemente assurdo, oltre che offensivo.

Ma vado oltre, non è nemmeno questo l’aspetto che desidero sottolineare nelle disarmanti reazioni di Lorita Tinelli.

Ricordiamoci che sto parlando di una psicologa (lo si noti: non di una figura accademica esperta nelle diverse forme di religiosità e spiritualità!) la quale – di fatto – esprime o diffonde in continuazione pareri profondamente ostili nei confronti di gruppi religiosi non tradizionali, e che però (parole sue!) «non si è mai posta nella condizione di giudizio» e che sin «dall’inizio del suo percorso» ha «capito che le problematiche vanno affrontate non col giudizio ma con l'ascolto».

Una psicologa che fa di tutto per porre la propria persona sul palcoscenico mediatico e sotto i riflettori, e che lavora costantemente per coltivare una propria popolarità, utile per vari scopi.

Eppure, sebbene si tratti indubitabilmente di un personaggio pubblico, per quanto mi riguarda e per quanto concerne le attività del nostro blog, non è di alcun interesse la vita privata di Lorita Tinelli. L’unica rilevanza dei suoi trascorsi sta nel fatto che lei per prima ha adombrato le vere ragioni del suo «interessamento» rispetto ai nuovi movimenti religiosi, o rispetto a quello che ella definisce il fenomeno delle «sette religiose» o dei «culti distruttivi», presentandosi come ricercatrice di un singolare «centro studi» e proponendosi come imparziale ed obiettiva, quando di fatto sta portando avanti da venticinque anni una sorta di vendetta personale.



Un vezzo, questo, che in varie forme accomuna parecchi «anti-sette»: Lorita Tinelli ha avviato il suo business di «esperta» sulle «sette» per problemi sentimentali (ma guai a dirlo con chiarezza e sincerità!); Maurizio Alessandrini afferma che suo figlio è stato «rapito» e «mentalmente manipolato» da una «santona» mentre in realtà è fuggito da un ménage familiare «degno» di un personaggio come il Marchese di Sade; e Toni Occhiello sostiene di essere stato danneggiato dal gruppo religioso di cui faceva parte, mentre in realtà chi lo ha conosciuto bene ne parla come se fosse un danno ambulante e descrive una vita dissoluta (di cui qualche traccia affiora qua e là).

In poche parole, questi signori si arrogano il diritto di invadere le vite private e libertà altrui (in qualche caso addirittura incitando a violare la privacy), ma non appena qualcuno fa notare che non la stanno raccontando giusta e che stanno mettendo a repentaglio la reputazione altrui pubblicamente e senza alcun ritegno, che fanno? Berciano, strepitano e schiamazzano in coro!

Inoltre tentano in maniera preoccupante (come già ho personalmente denunciato in precedenza) di riqualificare la terminologia: quando uno di loro diffonde con asfissiante ripetitività gossip, articoli scandalistici o testimonianze non verificate né verificabili si dovrebbe parlare di «diritto di cronaca», quando invece un cittadino come me o qualche studioso quotato fa notare (e documenta, con dovizia di particolari) le incongruenze presenti nelle loro stesse dichiarazioni, allora si deve parlare di «stalking». Un ragionamento tanto lineare che somiglia a una pentola di spaghetti appena buttati nel colapasta.

Per usare le parole della stessa Lorita Tinelli, a quanto pare gli «anti-sette» sono persone che «ragionano in termini settari, del tipo con noi o contro».


Usciranno mai costoro da questa eterna, lapalissiana contraddittorietà?

sabato 8 dicembre 2018

Paradossi «anti-sette», Maurizio Alessandrini: un abuso della professione di psicologo?

Una settimana fa il sito Internet «Ananke News» (che sembra a poco a poco divenire l’organo di stampa ufficiale della controversa associazione «anti-sette» FAVIS), ha pubblicato un articolo scritto «per la redazione» da Maurizio Alessandrini, dal significativo titolo, esposto tutto in maiuscolo, «Sul condizionamento psicologico e fisico per fini non etici: santoni, guru e culti distruttivi della personalità».

Non si dimentichi che FAVIS è, assieme al CeSAP, sigla italiana referente della discussa organizzazione europea FECRIS, nonché consulente della «polizia religiosa» SAS (la «Squadra Anti-Sette» del Ministero dell’Interno).


L’articolo di Maurizio Alessandrini si propone infatti di illustrare «un breve elenco, non esaustivo, delle situazioni che producono, anche involontariamente, dei condizionamenti moralmente ammessi e socialmente accettati e condivisi» nell’ambito dei «nostri rapporti sociali» (da notare che nella frase originale è contenuta un’improprietà pronominale, un «ne» di troppo, che non può non segnalare di per sé qualcosa a proposito della preparazione dell’estensore).

Ma sorvoliamo sulle lacune linguistiche e andiamo al sodo. Afferma il presidente di FAVIS:

Il patrimonio più prezioso che l’essere umano possiede è la salute della propria mente, intesa come capacità di intendere, di volere, di autodeterminarsi, di discernere, di rapportarsi con gli altri e la realtà esterna. In Italia esiste di fatto il ‘diritto a manipolare e plagiare’ gli altri esseri umani, e non il contrario, purtroppo.

Chi non conoscesse le (non-)qualifiche e i trascorsi di Maurizio Alessandrini, potrebbe pensare che, se costui parla di salute mentale e di capacità di intendere e volere, debba essere uno psichiatra. Il disorientamento subentra invece repentino nel momento in cui, con un considerevole balzo acrobatico, l’ex ragioniere in pensione si improvvisa addirittura giurista. Che sia divenuto d’un tratto una sorta di tuttologo?

Vediamo cosa ha detto suo figlio Fabio qualche anno fa a tal proposito:


Il seguito dell’articolo ripropone le solite tesi «anti-sette», trite e ritrite, che non ci arrischieremo nemmeno a commentare poiché sono già state oggetto di ampie trattazioni e confutazioni da parte di accademici e di esperti (veri) di religioni, sette e movimenti religiosi, tanto quanto dagli analisti della fenomenologia dei movimenti «anti-sette».

Ciò che però ha carpito la nostra attenzione è come un ex ragioniere vada discettando di abusi psicologici, di integrità psichica, di personalità, di problemi relazionali, di condizionamento emozionale affettivo, di perdita della capacità critica, ecc. Tutti aspetti e fattori che afferiscono evidentemente al campo della psicologia, la quale viene definita dal vocabolario Treccani come «scienza che studia la psiche, che analizza i fenomeni e i processi psichici». Il lemma enciclopedico della medesima opera specifica ulteriormente che la psicologia tratta «i processi psichici, coscienti e inconsci, cognitivi (percezione, attenzione, memoria, linguaggio, pensiero ecc.) e dinamici (emozioni, motivazioni, personalità ecc.)».

La domanda sorge spontanea: perché la psicologa «anti-sette» Lorita Tinelli non è saltata al collo di Maurizio Alessandrini gridando all’abuso di professione di psicologo, come usa fare sin troppo spesso? E sì che l’usurpazione dell’ambito di competenza è lampante. Oppure, data l’amicizia che li lega, perché non gli ha almeno fatto pubblicamente osservazione mettendo in luce l’incongruenza del suo agire e l’impropria invasione di campo?

E perché la redazione di «Ananke News» ha lasciato correre, sebbene sia costituita da figure che possono invece accampare delle competenze specifiche nell’ambito della pedagogia e della psicologia?

Evidentemente, fa più comodo lasciar mano libera a chi non ha mai studiato seriamente i meccanismi della psiche ma vuole ammantarsi di una presunta conoscenza degli stessi per corroborare tesi controverse ai danni di gruppi minoritari.

Ulteriore menzione andrebbe fatta per il modo come l’ex ragioniere della Provincia di Rimini si improvvisa anche giureconsulto: «Dopo l’abrogazione dell’art. 600 del c.p. (Reato di plagio) avvenuta nel giugno 1981, si è creato un vuoto normativo con conseguente vuoto di tutela». A parte il fatto che l’articolo era il 603 (approvato con Regio Decreto del 19 ottobre 1930, in pieno periodo fascista) e non il 600 («riduzione in schiavitù»), il presidente di FAVIS dovrebbe spiegare con quale criterio egli ritiene se stesso superiore per capacità di valutazione a un collegio giudicante di magistrati della Corte Costituzionale (sic!) e per giunta con un’unica, lapidaria frase a fronte di un’intera, organica e argomentata sentenza. Noi non siamo riusciti a darci una spiegazione di tale sbalorditivo fenomeno.

Conclude Maurizio Alessandrini la sua trattazione con questa frase:

Nel frattempo inquirenti e investigatori debbono procedere all’individuazione dei reati – singoli o plurimi – connessi alle varie casistiche settarie.

Si riferiva forse alla condotta posta in essere da lui medesimo con quel suo articolo, che rasenta l’abuso della professione di psicologo?

Si riferiva invece al «settarismo» evidenziato dai suoi stessi compari «anti-sette»?

Si riferiva alla disinformazione e alla manipolazione dei fatti messa in atto mediante la propaganda ideologica contro individui e associazioni «non conformi» alle sue vedute?

Oppure si riferiva ai soprusi familiari raccontati proprio da suo figlio Fabio, dai quali quest’ultimo fu costretto a fuggire vent’anni fa?


Non è dato sapere a cosa si riferisse davvero: l’unica cosa evidente è la solita, certificata, disarmante contraddittorietà «anti-sette».

giovedì 15 novembre 2018

Gli «anti-sette» e la magistratura: quando la libertà dei cittadini è a rischio

Come talvolta la magistratura venga fuorviata e indotta in errori che solo in seguito si rivelano clamorosi, è un fenomeno che a più riprese abbiamo esaminato e descritto nel nostro blog. Leggerezze investigative e sbagli giudiziari e che vengono favoriti vuoi dalla propaganda vuoi dalla consulenza tendenziosa dei presunti esperti «anti-sette».

Errori che hanno conseguenze perniciose, talvolta devastanti, per singoli individui o famiglie o intere comunità. A questi danni fanno da contraltare i profitti o il ritorno d’immagine di cui nel frattempo hanno goduto militanti «anti-sette» come gli psicologi Lorita Tinelli e Luigi Corvaglia (CeSAP), l’ex ragioniere in pensione Maurizio Alessandrini (FAVIS), la quasi criminologa Patrizia Santovecchi (ONAP) o il prete inquisitore don Aldo Buonaiuto, tutti a vario titolo referenti per la controversa «polizia religiosa» SAS (la «Squadra Anti-Sette» del Ministero dell’Interno).

Così è stato in ciascuno dei seguenti casi (per citare soltanto quelli che abbiamo trattato nel nostro blog e senza uscire dal territorio italiano):
- la persecuzione ai danni di Ananda Assisi;
- gli inesistenti Angeli di Sodoma e la visionaria relazione di don Aldo Buonaiuto;
- la presunta «santona» di Prevalle (Brescia), al secolo Fiorella Tersilla Tanghetti;
- la Comunità Shalom di Palazzolo (Brescia);
- l’associazione Arkeon (basilare, qui, l’influenza del CeSAP);
- le «sette sataniche» inventate di Saluzzo e Costigliole d’Asti;
- e infine, per lo meno per quanto riguarda un processo mediatico tenutosi ancora prima che le indagini venissero concluse, il caso di Mario Pianesi e «Un Punto Macrobiotico».

Proprio su quest’ultimo caso vogliamo riflettere ancora una volta per mettere in luce un aspetto che nei precedenti non ci era risultato chiaro mentre ora si è manifestato in tutta la sua evidenza.

Titolare delle indagini a carico dell’associazione «Un Punto Macrobiotico» è il cinquantottenne magistrato anconetano Paolo Gubinelli, personaggio pubblico (segue foto) il cui nome avevamo notato nell’articolo di «Cronache Maceratesi» in cui si riportava l’intervista ai figli di Mario Pianesi (ne abbiamo parlato in un nostro precedente post).


Fiducioso nell’imparzialità e coscienziosità della magistratura inquirente, il nostro Mario Casini aveva provato a sensibilizzarlo a proposito del linciaggio mediatico in atto ai danni di Mario Pianesi, inviandogli un’e-mail (datata 30 Ottobre) al suo indirizzo istituzionale presso la Procura di Ancona. Nessuna risposta, d’altronde esigue erano le aspettative e non si può certo pretendere che un pubblico ministero possa riscontrare tutta la corrispondenza che gli perviene, specie se inerenti a questioni tanto delicate.


Ma qualche giorno più tardi (6 novembre scorso), Paolo Gubinelli torna sotto le luci della ribalta per una requisitoria pronunciata a conclusione di un’inchiesta a carico di un 32enne di Senigallia (Ancona) accusato di aver ridotto in schiavitù la propria fidanzata.

In quella, Gubinelli avrebbe sposato la tesi secondo cui «seppur storicamente dichiarato incostituzionale il reato di plagio, la Procura di Ancona, in questo processo sembra intraprendere una battaglia perché si crei un precedente volto a dare una risposta a tutti quei casi in cui le donne sono vittime di uomini che agiscono plagiando, manipolando, inducendo a comportamenti di sottomissione».

Un’inquietante interpretazione che sembra voler travalicare il limite del codice penale attualmente in vigore, richiamando teorie controverse e accademicamente screditate come quella del «lavaggio del cervello» nei movimenti religiosi, per riproporre la reintroduzione del «reato di plagio» di fascista memoria.

Addirittura, Paolo Gubinelli avrebbe ritenuto di intraprendere «un percorso che vuole essere innovativo (…) citando Aldo Braibanti, l’unico uomo condannato per plagio nella storia d’Italia», asserzione paradossale se si considera quanto reazionaria fu quella sentenza rispetto alle avanguardie culturali e sociali che nel 1968 si batterono strenuamente per la libertà d’opinione e di espressione, come ben descrisse in questo articolo il giornalista Giuseppe Loteta.

Infine, Gubinelli avrebbe descritto «il ritratto del plagiatore dipinto dalla psicoterapeuta Silvia Croci» (di Forlì). Il che fa cadere ogni dubbio sulle fonti da lui ritenute attendibili per valutare simili casi: basti pensare che la monografia scritta dalla Croci a proposito di «plagio» non solo si accoda palesemente alla propaganda dei militanti contro i «movimenti religiosi alternativi», ma è persino citata come riferimento sul blog dell’associazione «anti-sette» FAVIS.

Non è dunque irragionevole, purtroppo, considerare il PM Paolo Gubinelli come un magistrato schierato con gli «anti-sette»; e l’andamento mediatico dell’inchiesta a carico di «Un Punto Macrobiotico» (con le assurde accuse che si tratti di una «setta» e la feroce campagna denigratoria a carico del suo fondatore Mario Pianesi) non fa che fornire spunti a conferma di tale ipotesi.

Di conseguenza, il pronostico sui due filoni di quell’indagine non può che essere pessimistico. Lampante, infatti, è il parallelo è con l’operato del procuratore Francesco Bretone di Bari, che nelle indagini a carico di Arkeon si era basato sugli acrobatici teoremi di Lorita Tinelli e del CeSAP, poi completamente screditate in tribunale.

Sarà probabile che fra qualche anno si debba dare conto dell’ennesima ingiustizia propiziata dagli «anti-sette»: così stando le cose, la libertà dei cittadini è ancora a rischio.

sabato 6 ottobre 2018

L’influenza fuorviante degli «anti-sette»: il caso di FAVIS e associazione Penelope

di Mario Casini

Sabato 15 e domenica 16 settembre scorsi a Rimini si è tenuta una conferenza organizzata dall’associazione Penelope (S)comparsi, dal singolare titolo «Manipolazione mentale e scomparsi». Un cittadino qualunque che fosse interessato ad un argomento tanto delicato e preoccupante come le sparizione o il rapimento delle persone, sarà sicuramente rimasto perplesso dinanzi all’accostamento di due concetti tanto eterogenei come quelli dichiarati nel titolo dell’evento; ipotesi che può spiegare la scarsa partecipazione in termini di presenze (in totale una ventina di persone inclusi i relatori, stando alle foto diffuse dagli organizzatori). Infatti mentre il pomeriggio del sabato la prima porzione dell’evento si è tenuta presso la sede della Penelope, la sessione domenicale ha avuto luogo presso la «Casa delle Associazioni»:


A voler guardare più attentamente si nota subito come un programma così ambizioso (ben due giorni, in due sedi diverse) per un contesto tanto locale come la «Casa delle Associazioni» di Rimini, possa adombrare un qualche secondo fine; o, se non un secondo fine, quanto meno una sfumatura non esplicitata. Per esempio, il fatto che mentre l’ente organizzatore della conferenza è per l’appunto l’associazione Penelope (S)comparsi, di fatto la gran parte del palcoscenico era già predestinata agli «anti-sette» Maurizio Alessandrini (presidente FAVIS, gruppo laico fortemente critico della Chiesa Cattolica) e don Aldo Buonaiuto) e un prete inquisitore, entrambi accomunati dalla grottesca posizione di consulenti privilegiati della «polizia religiosa» del Ministero dell’Interno meglio nota come «Squadra Anti-Sette» o SAS, sulla cui costituzionalità sussistono ponderosi dubbi.


Non è forse questo un ossimoro che ha del visionario?

Mi spiego: «manipolazione mentale» e persone scomparse, il primo un concetto completamente aleatorio e il secondo una categoria di fatti non solo serissima e concreta, ma anche potenzialmente drammatica se non tragica. Da un lato una teoria ampiamente screditata dal mondo accademico e ormai da tempo superata, dall’altro lato degli eventi di un realismo ruvido e scioccante che quando disgraziatamente colpiscono una famiglia lasciano una traccia indelebile e possono trasformare un dato periodo nel peggiore degli incubi.

A me questo strano accostamento ha dato subito l’impressione che FAVIS abbia cercato di farsi ospitare da un’altra associazione per sfruttarne la popolarità (dovuta all’ambito benemerito in cui opera) e forse anche i fondi. Ma temo che questo interrogativo sia destinato a rimanere aperto per sempre, dal momento che (come abbiamo documentato in questo post) non è dato conoscere come spendano i fondi sociali Maurizio Alessandrini e Sonia Ghinelli (responsabili di FAVIS); al contrario, quando si domanda loro un po’ di trasparenza, reagiscono con veemenza e mettendo alla porta i malcapitati.

Cercando se l’evento avesse avuto una qualche risonanza, ho potuto notare soltanto qua e là qualche post festoso degli organizzatori, fra cui quello che segue. Come sono solito fare, ho voluto provare a dire la mia, cogliendo l’occasione di un altro commento che era già presente e che non poteva non stimolare la mia piena approvazione:


Appena ho visto questo commento, ho subito replicato:


Pensavo di suscitare una riflessione nei responsabili di Penelope (S)comparsi, e invece l’unica reazione che c’è stata è una (sorprendente) risposta di Maria Gaia Pensieri di tenore completamente favorevole alle attività di FAVIS; a seguito di questa, avevo scritto un lungo commento di replica motivando più dettagliatamente il mio pensiero, ma purtroppo ancora quello stesso giorno (20 settembre) quel post è stato rimosso e non è più pubblicamente reperibile online come lo era prima. Segno evidente che le mie indicazioni non potevano essere adeguatamente confutate o smentite, ma al contrario avevo evidentemente fatto centro.

Mi domando se la dott.ssa Pensieri, che leggo essere laureata in scienze per l’investigazione e la sicurezza e docente  presso l’Università Popolare di Milano, abbia mai esplorato le metodologie messe in atto dagli «anti-sette» per distogliere i fedeli di movimenti religiosi dalle dottrine cui aderiscono. Tralasciando la macchina del fango costante cui costoro sottopongono quei movimenti, mi riferisco in particolar modo alla «deprogrammazione» e alle modalità coercitive con cui viene messa in atto, cioè ai limiti del lecito laddove non sia stata propriamente sanzionata come illegale.

Come già dichiaravo nel mio commento di cui ho inserito l’immagine prima, l’intento benefico e l’impegno sociale di realtà come Penelope sono indubbiamente lodevoli e degni di rispetto.

Ciò che invece del tutto stona con la nobiltà dell’operato della dott.ssa Pensieri e dei suoi collaboratori è il loro frammischiarsi con obiettivi di tutt’altra fatta ed ispirazione portati avanti da FAVIS e compagnia.

Come ricordavo nel commento, disponibile online vi è un’intervista alquanto interessante al figlio di Maurizio Alessandrini, andata in onda a Tele Rimini in ottobre 2011, nella quale costui spiega un po’ dei retroscena che hanno portato alla nascita di FAVIS e chiarisce alcuni dei punti altrimenti oscuri nella loro condotta allarmistica. Ne voglio riportare qui un breve stralcio a partire dal minuto 1’50” della seconda parte:


Laddove vengano commessi deprecabili atti illeciti quali il ratto di minori, la legge deve senz’altro intervenire, accertare e sanzionare (anche con il prezioso aiuto di organismi attivi nel sociale, quali appunto Penelope). Ma questo non autorizza nessuno (peraltro estraneo a quell’impegno concreto!) a inventare delle «piaghe» inesistenti per ritagliarsi un palcoscenico.

Bisognerebbe invece imparare a rispettare la religiosità e la spiritualità altrui, senza tacciare il tale o il talaltro gruppo di «non essere una religione ufficiale», a maggior ragione per partito preso, senza nemmeno svolgerne uno studio serio e coscienzioso.

Mi auguro davvero che un’associazione di assoluta e indiscussa utilità sociale come la Penelope orienti meglio le proprie risorse in cerca di alleati degni di fiducia e soprattutto non coinvolti in costose, sterili e deleterie lotte contro «mostri» inesistenti creati apposta per racimolare fondi qua e là o incentivare business privati.

Ecco a quale grado può giungere l’influenza fuorviante dei militanti «anti-sette».

sabato 22 settembre 2018

Maria Elisabetta Alberti Casellati e le contraddizioni della propaganda «anti-sette»

Davanti alla TV e seduti di fronte alla carta stampata dei quotidiani di una settimana fa, milioni di italiani hanno letto ed ascoltato una dichiarazione della presidentessa del Senato, Maria Elisabetta Alberti Casellati, presumibilmente annuendo ed approvandone la retorica «politicamente corretta».


Un ineccepibile ed irreprensibile intervento di prammatica, non vi è dubbio.

Ma quale coerenza per la giurista rodigina?

Poniamo un interrogativo tanto inquietante non certo per sollevare una polemica fine a se stessa, ma perché il fulcro stesso dell’intervento della Alberti Casellati confligge clamorosamente con le sue iniziative parlamentari precedenti:


In questo stralcio, la Alberti Casellati si sta particolarmente riferendo al periodo più buio dell’ultimo secolo italiano, quello del ventennio fascista. Periodo del quale abbiamo parlato anche noi di recente nei due post a proposito della circolare antireligiosa Buffarini Guidi e dei suoi diretti strascichi successivi che giungono fino ai giorni nostri con la propaganda «anti-sette».

Il binomio fra fascismo/nazismo e intolleranza religiosa (oltre che etnica) è storicamente acclarato. Andrebbe precisato che il fascismo non è l’unico estremismo politico a promuovere persecuzioni ai danni delle confessioni religiose (vedasi il funesto e purtroppo attualissimo esempio di Russia e Cina), ma in questo post vogliamo focalizzare il periodo fascista sulla scorta della rievocazione del triste anniversario delle «leggi razziali», da cui trae spunto il succitato intervento della presidentessa del Senato.

L’incoerenza di quel discorso puranco inappuntabile risiede – dicevamo – nelle iniziative parlamentari precedentemente messe in atto dalla Alberti Casellati. Non casi isolati, ma manovre ben precise dettate dal manifesto ideologico «anti-sette», del tutto in linea con l’ispirazione intollerante della «Buffarini Guidi» e, di fatto, un tentativo di continuazione di quel diktat fascista.

Correva l’anno 2001 quando in novembre l’allora senatore di Alleanza Nazionale Renato Meduri presentò il disegno di legge nr. 800 dal titolo «Norme per contrastare la manipolazione psicologica», che s’imperniava apertamente sulle controverse teorie del «lavaggio del cervello» e mirava direttamente e palesemente a restaurare il «reato di plagio», giudicato incostituzionale nel 1981.


Nostalgico del «duce», Renato Meduri era (ed è tuttora), notoriamente ed espressamente vicino alle posizioni del fascismo, come egli stesso non esita a dichiarare pubblicamente (vedasi figura seguente). Indagato e poi prosciolto per la strage dovuta all’attentato al treno Freccia del Sole a Gioia Tauro, Meduri era comunque ufficialmente una figura di riferimento delle proteste violente della destra di Reggio Calabria. Un’inclinazione  alle maniere forti e alla spavalderia che non l’ha mai abbandonato sin dai tempi del «Boia chi molla!», a giudicare dalle sue parole:


Meno di un anno più tardi, fu proprio Maria Elisabetta Alberti Casellati a formulare e presentare una proposta di legge del tutto simile, la nr. 1777 di ottobre 2002, dal titolo «Disposizioni concernenti il reato di manipolazione mentale». Come ebbe ella stessa a precisare ulteriormente in una trasmissione televisiva andata in onda a SAT2000 (ora TV2000) il 24 marzo del 2004, l’obiettivo dichiarato di quel disegno di legge erano in particolar modo le «sette religiose».

I due progetti di legge (Meduri e Casellati) vennero assegnati alla Commissione Giustizia del Senato, la quale il 3 febbraio 2004 dispose l’assorbimento del nr. 800 nel testo del nr. 1777. Le due proposte di legge, così accorpate, proseguirono nell’iter ma non si spinsero oltre la fine della legislatura (27 aprile 2006) e non giunsero nemmeno al vaglio dell’assemblea parlamentare. Un’iniziativa legislativa che, come ebbe a commentare l’esperto di religioni Massimo Introvigne («sulla base di vent’anni [oggi quasi trentacinque] di esperienza nello studio delle cosiddette “sette”») in un articolo su «Il Foglio» del 19 marzo 2004, altro non fu se non un «capriccio liberticida della Casa per le libertà», un’iniziativa «pericolosa (…) e insieme inutile per gli scopi che si propone di raggiungere».

Ma nonostante i pareri accademici, gli appetiti «anti-sette» della Alberti Casellati, evidentemente, non si erano placati. Infatti, dieci anni più tardi (26 febbraio 2014) la senatrice pronunciò un’interrogazione parlamentare che riprendeva il discorso contro i nuovi movimenti religiosi da dove l’aveva lasciato, riproponendo l’allarmismo e la fanfara mediatica contro fantomatiche (ma mai chiaramente specificate) «organizzazioni all’origine delle derive settarie» e «gruppi a carattere religioso, esoterico o spirituale». Come sempre, guai a chi è anticonformista.

Fra i pochi cofirmatari di quella interrogazione parlamentare troviamo Pietro Liuzzi, già più volte citato nel presente blog, concittadino ed amico personale di Lorita Tinelli del CeSAP.

Non è affatto un caso: nel testo presentato dalla Alberti Casellati vengono infatti portate a riferimento le associazioni «anti-sette» corrispondenti della controversa organizzazione europea FECRIS, quindi sia il succitato CeSAP, sia la FAVIS e il suo presidente Maurizio Alessandrini.

Naturalmente, il testo non manca di presentare come «necessaria» la controversa unità della Polizia di Stato nota come SAS o «Squadra Anti-Sette», che verrebbe meglio descritta come una «polizia religiosa».

Tutti elementi che, assieme ai molti altri segnali dell’estremismo di destra che caratterizza gli «anti-sette», richiamano in tutto e per tutto la repressione religiosa in atto nel periodo fascista.


Con quale memoria storica, dunque, è un «obbligo morale fare i conti»?

venerdì 24 agosto 2018

Intolleranza «anti-sette»: FAVIS, censura e riqualificazione terminologica

di Mario Casini


Qualche giorno fa, ho notato un post di aprile scorso sulla pagina Facebook del FAVIS, l’associazione «anti-sette» di Maurizio Alessandrini e Sonia Ghinelli (corrispondente italiana della controversa FECRIS e referente della costosa «Squadra Anti-Sette» SAS del Ministero dell'Interno) in cui si richiede denaro ai contribuenti mediante il cinque per mille.

Così, mi è venuto l’uzzolo di provare a chiedere un po’ di trasparenza alla sigla riminese:


La reazione è stata non solo fortemente ostile e piccata (cosa che avrei senz’altro potuto aspettarmi), ma anche in buona parte fuori luogo. Segno evidente che (come ho poi commentato) il mio quesito ha scoperchiato un pentolone.


E infatti il nocciolo della risposta (al netto dell’attacco ad hominem nei miei confronti) si potrebbe riassumere in: «secondo la legge, non siamo tenuti a fornire alcun rendiconto, pertanto non lo abbiamo mai fatto e non intendiamo farlo».

Certo, avrei potuto chiudere la questione accontentandomi (per modo di dire) di aver avuto l’ennesima riprova del modus operandi «anti-sette».

E invece, spavaldo quale sono, ho voluto insistere:


La replica si commenta da sé: una riga per ribadire la propria lampante contraddizione in termini («siamo trasparenti, però non vogliamo fornire rendiconti siccome la legge ce lo consente») e tutto il resto per denigrare me medesimo.

A questo punto non potevo più tirarmi indietro, e così ho rintuzzato:


E qui spunta fuori la reazione stizzita e scomposta tipica di chi, messo in un angolo da argomentazioni stringenti, non ha altri mezzi se non l’attacco personale e… la propaganda.

Dice il rappresentante di FAVIS (ritengo debba essere Maurizio Alessandrini, ma potrei averlo confuso con Sonia Ghinelli, d'altronde non si firmano) che i miei commenti, in cui richiedo (con rispetto) delucidazioni e trasparenza, sono una «attività di troll».

In Internet, la parola «troll» significa «chi interviene all'interno di una comunità virtuale in modo provocatorio, offensivo o insensato, al solo scopo di disturbare le normali interazioni tra gli utenti».

Questa si potrebbe definire a tutti gli effetti «Verbal Engineering», tecnica di cui fu famigerato e malvagio maestro Joseph Goebbels nella Germania nazista.

Lo dirò senza mezzi termini: gli «anti-sette» di FAVIS, CeSAP, AIVS (e qualche altro) alterano sistematicamente le definizioni delle parole, piegandole alle proprie necessità, col solo scopo di conculcare i diritti altrui (in questo caso la libertà di parola).

A chiunque scriva cose sgradite agli «anti-sette» viene appioppato l’appellativo di «troll», in particolar modo a chi fa loro notare certe incongruenze o discrepanze. Il risultato dell'uso improprio di questo termine è che chiunque scriva qualcosa che costoro non condividono «diventa» un «troll», anche se si esprime educatamente, pacatamente e in linea con il contesto della discussione.

Somiglia un po’ a quello che spiega il noto giornalista Marcello Foa in questo video di cui riprendo qui un brevissimo stralcio:


E infatti, ecco quello che succede con un’altra commentatrice che interviene per darmi ragione:


Scatta immediatamente la censura, questa volta istantaneamente ed espressamente messa in atto proprio da Sonia Ghinelli (tramite il suo discusso profilo anonimo «Ethan Garbo Saint Germain»):


Il commento «scomodo» è stato infatti prontamente eliminato, e al suo posto rimane lo «stigma», del tutto fazioso ed ingiustificato, di «troll». Nessuna opinione divergente, nessuna voce fuori dal coro: nulla di tutto ciò viene permesso.

Al contrario, chi muove delle osservazioni e sollecita un esame di coscienza, viene messo alla porta come «troll».

È esattamente la stessa prassi che gli «anti-sette» adottano da molti anni con la parola «setta», che (come abbiamo spiegato e documentato in precedenza) per secoli non ha avuto un significato negativo. Sono stati loro ad alterarne il significato fino a ridurlo alla grottesca accezione di una sorta di «gruppo di mentecatti e malfattori che si lavano il cervello a vicenda quando non sono dediti a scannarsi a comando e a seviziare neonati».

Tornano in mente funeste dichiarazioni d’intenti atte a screditare intere etnie con devastanti conseguenze:


Tacciando di «troll» quelle che sono in effetti semplici voci fuori dal coro, gli «anti-sette» sono passati ad un inquietante livello di produzione lessicale a scopo discriminatorio. Sembrano infatti voler dire: «chi scrive commenti a sostegno di chi noi consideriamo essere un troll, è un troll egli stesso e viene eliminato».

Nemmeno i nazisti del terzo reich furono così svelti nel manipolare la terminologia modificando la definizione di appartenente alla razza giudaica e creando una categoria di «giudeo onorario» in quanto sostenitore di altri giudei. Goebbels docet.