domenica 3 giugno 2018

Gli «anti-sette» di AIVS e l’apologia della belligeranza e dell’odio

In alcuni post recenti abbiamo riferito del discutibile operato di AIVS e dei suoi militanti sotto vari aspetti (la privacy, le richieste di denaro, le minacce di azioni giudiziarie cadute nel vuoto e le incongruenze su quelle invece effettivamente intraprese, le infamie, le intimidazioni, ecc.

Abbiamo potuto constatare che mai una volta alcuno dei responsabili di AIVS ha messo in discussione in modo serio e coscienzioso le modalità d’azione della propria associazione o dei propri colleghi.

Al contrario, le uniche reazioni degne di nota sono state quelle contro coloro che (come noi, ma non solo, anche degli utenti stessi della loro comunità Facebook) hanno osato muovere delle critiche.

Adesso, di fronte agli eccessi ed all’intemperanza di una delle più facinorose attiviste di AIVS (quella Paola Moscatelli di cui parliamo in post precedenti),  che ha suscitato più d’una reazione avversa nei seguaci di Toni Occhiello, si è assistito all’ennesima difesa dell’indifendibile.

Ecco infatti cosa scrive il 23 maggio scorso Francesco Brunori alias Italo, amico di Occhiello e co-amministratore dei gruppi Facebook legati ad AIVS:


In altri termini, stando a quanto dichiara Brunori, pare che se si è iscritti ad AIVS e se ci si mette la propria faccia esponendo una propria testimonianza, allora ci si possa permettere di offendere, diffamare e violare la privacy altrui. Questo, almeno, sembrano voler dire le parole di Brunori.

Significativa infatti la risposta di un utente simpatizzante AIVS e facente parte della dozzina dei più astiosi:


Nonostante l’inevitabile il «disclaimer» di carattere prudenziale («ma non si può purtroppo»), l’affermazione rimane vagamente minacciosa e non si può non pensare a episodi in cui simili incidenti si sono poi verificati davvero (qui un esempio non particolarmente calzante ma indicativo).

D’altronde, il giorno stesso, anche il terzo esponente di AIVS,  il romano Luciano Madon si era espresso in un’ancora più esplicita apologia del comportamento della Moscatelli:


Quindi, se mai ve ne potesse essere dubbio, Madon è ben consapevole di avere tutta l’autorità e la capacità (tecnica e non) di eliminare i contenuti che sa bene essere ai limiti del lecito quando non palesemente illeciti. Ma non lo fa, per esplicita ripicca nei confronti del movimento religioso di cui faceva parte.

Tanto è vero che gli utenti di AIVS sono consapevoli della scorrettezza di quanto avviene nel loro stessi gruppo, che persino uno di loro, fra i più incattiviti nei confronti della religione che ha abbandonato, esprime però un’opinione nettamente divergente a quella apologetica di Madon richiamando a modo suo all’ordine la Moscatelli:


Sulla parte che abbiamo evidenziato non possiamo che convenire appieno con quanto scrive quell’utente.

La replica di Madon? Inutile riportarla, basti dire che è l’ennesima giustificazione, a discarico della Moscatelli, che ricalca quanto già affermato precedentemente da lui stesso e da Brunori.

Secondo loro, è corretto che la Moscatelli scriva cose come queste:


Sarebbero invece nel torto altri utenti che di fronte a simili affermazioni s’indignano e intervengono per cercare di farla ragionare:


Forse grazie agli episodi che abbiamo raccontato in precedenza, questa volta le due utenti controcorrente non sono state messe alla porta da Occhiello, Madon e Brunori.

Ma la correttezza, il rispetto e la morigeratezza – evidentemente – latitano in maniera deplorevole nel direttivo AIVS.

lunedì 28 maggio 2018

«Anti-sette», disinformazione e fake news: manipolazione mentale di massa

Vogliamo riproporre un eccellente articolo scritto da Franco Iacch e pubblicato su Il Giornale del 22 Maggio scorso; in realtà è lo stralcio di uno studio, tuttora in corso, che Iacch sta sviluppando assieme a dei colleghi. 

Questa analisi, se letta con attenzione, spiega molto bene qual è la tecnica che adoperano gli «anti-sette», da lungo tempo, sfruttando Internet e i mass media in generale per modificare la percezione della spiritualità non tradizionale da parte degli utenti dei social network e del vasto pubblico.

Vogliamo quindi utilizzare questo articolo come falsariga, riportandone i passaggi che riteniamo di maggiore rilievo, per metterli in relazione con la propaganda antisette che da alcuni mesi denunciamo e documentiamo nel presente blog.

Qui il link per leggere il testo dell’articolo in versione integrale.


sabato 26 maggio 2018

La propaganda «anti-sette» ha realmente una finalità di lucro?

Torniamo su uno degli ultimi temi trattati, riprendendo il discorso cominciato dal nostro Mario Casini appena una settimana fa nel suo post su Luigi Corvaglia del CeSAP e il movente economico degli «anti-sette».

Sono trascorsi solo pochi giorni dalla conferenza di cui relazionava quel post, ed ecco pervenire una inequivocabile conferma, tanto spettacolare quanto inquietante, che la riflessione di Casini era sostanzialmente sensata e ben motivata.

Tale conferma arriva mediante l’ennesimo articolo di grana grossa, scritto da uno dei (soliti) giornalisti del circuito «anti-sette», o per meglio dire dalla sua «metà»; nello specifico, parliamo di Flavia Piccinni, compagna del Carmine Gazzanni di cui si parlava in un post precedente (ad esempio qui).


Classe 1986, da tempo la Piccinni sta cercando di affermarsi come scrittrice e reporter assieme al meglio avviato consorte, che lei stessa ha trionfalmente ed amorosamente celebrato in Gennaio scorso quando si è qualificato come giornalista professionista (dopo anni – va detto – di articoli di qualità più che discutibile smerciati qua e là per la rete ai danni delle piccole minoranze spirituali da sempre nel mirino degli «anti-sette» militanti):


Gazzanni e Piccinni hanno collaborato, fra le altre cose, alla realizzazione del controverso e ampiamente contestato servizio televisivo «anti-sette» di RAI 3 dal titolo «Io ci credo», del quale abbiamo parlato in dettaglio in precedenza:


«Tanto orgoglio e soddisfazione» per aver contribuito alla disinformazione degli italiani con una trasmissione che si è rivelata un completo fiasco in termini contenutistici ed è stata contestata non solo da esperti di movimenti religiosi e da uomini di cultura, ma addirittura dagli stessi «anti-sette»!

Perciò, ci coglie un dubbio: che la «soddisfazione» cui accenna la Piccinni sia da interpretarsi in termini finanziari? Per essere schietti: quanto denaro avranno incassato i due romantici giornalisti per una «consulenza» così «qualificata»?

Un interrogativo con il quale tuttavia abbandoniamo tale digressione e torniamo di buona lena al filone principale di questo post.

Il 18 maggio scorso esce nelle edicole il settimanale «Gioia», che con tanto di richiamo in prima pagina lancia uno dei soliti titoloni allarmistici:


I concetti sono i soliti della trita e ritrita propaganda «anti-sette»: guai a vestirsi in modo anticonformista, guai a recitare preghiere poco conosciute, guai a non seguire le ritualità di regime o a cercare una filosofia distinta da ciò che ci hanno sempre insegnato. È pericoloso, perché si finisce per essere «manipolati», dopo di che non si può più uscirne, ecc.

Come al solito, costoro ci vorrebbero tutti vestiti in divisa e allineati per fare il saluto romano al duce, come sembrava voler intendere un’esponente «anti-sette» del GRIS di cui abbiamo parlato in precedenti post sia qui che qui. D’altronde, si sa, il controverso «reato di plagio» per il quale tanto costoro battono la grancassa, faceva parte dell’ordinamento giuridico del «ventennio».

Saremo forse un po’ troppo sarcastici, ma il resto dell’articolo non aiuta certo a far salire il livello della critica.

Vediamo alcuni passaggi:


Certamente delle righe tanto patetiche (nel senso del «pathos») potranno strappare qualche lacrima al lettore che non conosce l’argomento; certamente dev’essere a quell’audience che si rivolge la Piccinni. I meglio informati, però, potrebbero solo sorridere (con amarezza) riconoscendo i fatti concreti dietro i proclami.

Le «persone e specialisti» cui accenna vagamente la giornalista sono questi, che dalla sua pagina Facebook lei stessa racconta di avere incontrato alle porte di Bari assieme al «suo» Gazzanni all’inizio di febbraio di quest’anno:

 


Lorita Tinelli sulla sinistra nella prima foto, Toni Occhiello nella seconda: ecco gli «esperti» di cui va parlando, talmente «esperti» da non essere in grado (la prima) di definire in maniera chiara e lineare che cosa sarebbe una «setta», né di adoperare (il secondo) una dialettica civile ed educata per rapportarsi con gli altri. Invece che confrontarsi con chi muove loro delle critiche, costoro reagiscono con scherno e tentativi di intimidazione, come s’è più volte (e da più parti) riferito in precedenza.

Fra gli «esperti» interpellati dalla Piccinni c’è anche Patrizia Santovecchi: un’altra figura dal passato controverso, della quale abbiamo parlato più in dettaglio in un precedente post.

Tinelli, Occhiello e Santovecchi sono «anti-sette» tutti accomunati da una stessa fondamentale caratteristica: sono tutti direttamente e profondamente influenzati da storie di apostati, oppure sono loro stessi apostati, ovvero persone che hanno professato una determinata fede per un certo tempo e poi l’hanno abbandonata

Per spiegare di che genere di individuo stiamo parlando, citiamo proprio uno dei pochi passaggi del succitato servizio di RAI 3 che, culturalmente parlando, si salva rispetto al resto delle sequenze perché riporta dei pareri autorevoli (qui il prof. Silvio Calzolari, orientalista e segretario di quella «federazione per la libertà di credo» citata dalla Piccinni):


Nel tentativo di conferire un po’ di ufficialità alla sua linea di pensiero, la Piccinni chiama in causa altri personaggi mediatici, prima fra tutte naturalmente Michelle Hunziker, la cui superficialità è stata messa in evidenza non solo sul nostro blog per la parte attinente ai nuovi movimenti religiosi, ma anche altrove per l’attendibilità alquanto discutibile della sua ricostruzione dei fatti.

C’è spazio anche per i due giornalisti «anti-sette» Stefano Pitrelli e Gianni Del Vecchio (dei quali si è detto qui e qui), che con un’ondata di autoreferenzialità arrivano a fregiarsi di essere riusciti, grazie al loro libro, a distogliere dalle loro scelte un numero non meglio precisato di devoti di movimenti religiosi. Non dicono quante persone, invece, avendo letto il loro testo o le relative recensioni, si siano convinti sempre più a portare avanti la propria fede oppure si siano interessati a questo o quel gruppo spirituale. Ma in ambo i casi siamo nell’ambito delle speculazioni, dal momento che nemmeno i due giornalisti «anti-sette» portano alcun dato verificabile e circostanziato.

Dovendo riempire la colonna, la Piccinni arriva addirittura a «riesumare» Cecilia Gatto Trocchi, una sociologa che, dopo anni di militanza contro i nuovi movimenti religiosi al fianco del GRIS e di altri «anti-sette», nel luglio del 2005 morì suicida a 66 anni dopo un periodo di conclamata instabilità mentale.

Emblematico un riquadro laterale: sapendo che nel nostro blog abbiamo cominciato a smentire (con fatti e documenti) certe favole «anti-sette», la Piccinni porta ad esempio il controverso caso di Waco (del quale pure ci occuperemo) e non parla, invece, del Tempio del Popolo, una storia solitamente molto gettonata da costoro.

A conti fatti, ben lungi dall’apportare dei contenuti propri, tutto l’articolo della Piccinni risulta essere una réclame degli «anti-sette» e dei loro «prodotti editoriali» o «servizi personalizzati»: in concreto, una sorta di spot pubblicitario finalizzato a portare clienti ai suoi amici psicologi come Lorita Tinelli o Luigi Corvaglia, piuttosto che a creare un interesse (e quindi una futura domanda commerciale) per il libro che sta scrivendo assieme al suo compagno Gazzanni, o per quello della Hunziker, o anche per le prossime trasmissioni televisive che sicuramente verranno imbastite sul tema dei «culti distruttivi».

Infatti, dulcis in fundo, ecco il «gran finale»:


Ci asteniamo dal commentare i virgolettati della Tinelli riportati in questo riquadro, perché lo fanno già egregiamente da sé, rimanendo sulla stessa linea dialettica della pseudoscienza già relazionata in post precedenti come questo o questo. Ci soffermiamo invece sulla chiusa, in cui vengono appunto pubblicizzate le associazioni facenti parte della rete «anti-sette» italiana.

Diventa, insomma, sempre più evidente che gli «anti-sette» stanno fomentando, ormai da anni, una campagna mediatica fondata su tesi di grande superficialità, su resoconti di dubbia attendibilità e in generale su una pseudoscienza che usurpa la sociologia delle religioni, sfruttando la credulità popolare e generando allarme, allo scopo di generare profitti per una ristretta cerchia di persone, vuoi con prodotti editoriali vuoi con prestazioni professionali a pagamento. Forse non sempre tale attività genera utili finanziari in senso stretto, ma comunque, porta inconfutabilmente agli esponenti «anti-sette» un ritorno di immagine, una certa reputazione e una visibilità mediatica che, di conseguenza, li conduce a una qualche forma di guadagno personale, per loro altrimenti irrealizzabile.

Va anche rilevato che sono sempre gli stessi nomi e sempre gli stessi gruppi a portare avanti la campagna propagandistica contro le minoranze religiose «non convenzionali» e a dirigere in forma organizzata le attività infamanti descritte in questo blog.

Ecco dunque il vero movente degli «anti-sette»: il lucro.

martedì 22 maggio 2018

Gli «anti-sette» di AIVS commettono continue violazioni della privacy?

Torniamo nuovamente sull’operato di AIVS (l’associazione «anti-sette» nata più di recente, luglio 2016, ed alleata con il CeSAP di Lorita Tinelli e Luigi Corvaglia), perché qualche loro discussione degli ultimi tempi ci ha indotto a focalizzare l’aspetto della privacy di coloro che essi hanno nel mirino.

Il 5 maggio scorso, su uno dei gruppi Facebook di AIVS compare questo post pubblicato da un’attivista (i nomi completi sono stati nascosti per rispetto degli interessati):


Lo Stefano Martella di cui parla è un apostata dei Testimoni di Geova abbastanza conosciuto perché militante da una ventina d’anni fra le fila di coloro che osteggiano il movimento (infatti il suo nome l’abbiamo lasciato perché già trattasi di personaggio pubblico e d’altronde lo avevamo citato in un precedente post oltre ad averlo inserito nella pagina con l’elenco degli esponenti «anti-sette»).

In buona sostanza, la Bertulu di AIVS ha notato il suo ingresso nel gruppo Facebook dell’associazione e si domanda se abbia qualcosa a che fare con dei devoti della Soka Gakkai di sua conoscenza.

Un amministratore di AIVS interviene, correttamente, precisando che si tratta di un’omonimia. Lo stesso non fa però un’altra attivista del gruppo «anti-sette» con sede a Potenza, la romana Paola Moscatelli più volte citata di recente perché senza dubbio la più veemente nelle sue esternazioni contro la religione che ha professato per anni (un esempio in questo post). Ecco la sua uscita (anche qui nome e luogo sono stati oscurati):


Che ci azzecca la citazione di una persona che nulla ha a che vedere con il nuovo arrivato Stefano Martella? A che pro? Si vuole solo fare sfoggio di conoscenze di singoli individui «colpevoli» di professare (assieme a molti altri) un certo credo religioso o – per definirlo come la signora di Roma – delle «porcate»? Che diritto ha la Moscatelli di offendere le convinzioni di un’altra persona, citandola con nome e cognome su Facebook e indicando la sua appartenenza religiosa?

Non si dimentichi che tale informazione ricade completamente sotto l’intestazione di «dati sensibili» in base alla normativa sulla privacy. E ciò che a nostro parere dovrebbe far riflettere è che non vi è alcuna ragione per una tale menzione da parte della Moscatelli, ha invece tutta l’aria di una rappresaglia emotiva.

Forse perché consapevole dell’imbarazzo di tipo legale, interviene Toni Occhiello:


«Era ora!» avremmo detto: sarebbe stata infatti la prima volta di un intervento deciso da parte di Occhiello per moderare uno dei suoi gruppi Facebook, sempre gonfi di volgarità, cattiverie e malauguri.

Ma il commento non è stato rimosso. A distanza di ben oltre due settimane, sia il post sia il commento qui sopra riportati sono ancora dov’erano prima.

A nulla sono valse le perplessità espresse persino da altri accoliti di AIVS, come questa utente della quale sentiamo di condividere completamente il parere:


La ragione? L’intervento pubblicato due giorni più tardi da un altro amministratore delle pagine di AIVS, Luciano Madon, che la pensa così:


Il «ragionamento» è: gli altri rispettano la privacy? Siccome noi siamo contro di loro, allora facciamo l’opposto.

Sarebbe come dire: «siccome noi siamo interisti e ce l’abbiamo a morte con gli juventini, mentre loro si astengono dal venire alle mani, noi invece li massacriamo di botte; e ci riteniamo legittimati in pieno perché i cattivi sono loro!».

Si può considerarlo un modo di ragionare adulto e coscienzioso? A nostro parere, decisamente no.

Quasi a voler dimostrare che la politica di AIVS è di mettere in piazza i fatti privati degli altri, ecco che all’indomani della dichiarazione d’intenti di Madon viene pubblicato un post di un fedele della Soka in cerca di conforto spirituale e amicale per un grave infortunio dal quale si sta riprendendo:


Inutile dire che i commenti al post sono per la maggior parte all’insegna dello scherno e del disprezzo.

I più puntigliosi obietteranno che è stato l’interessato il primo a mettere su Facebook la propria foto e certamente non si potrebbe dar loro torto. Ma chi autorizza AIVS (un’associazione che fa della pubblicità una delle proprie attività principali) a riprendere il suo post e a pubblicarlo senza alcun consenso e (quel che è peggio) con l’aggiunta di offese e infamie varie nei suoi confronti e nei confronti della sua congregazione?

Ma d’altronde: «Noi facciamo l’esatto contrario [del rispettare] la privacy!», aveva dichiarato Madon.

Tant’è che spifferare i fatti altrui sembra essere diventata un’attività prevalente. Lo stesso giorno di quel «manifesto AIVS contro la riservatezza dei dati» veniva caricato su YouTube l’intervista amatoriale alla stessa Moscatelli, che informazioni private non ne lesina affatto (curiosità: notare come il post viene subito condiviso da Giovanni Ristuccia, esponente «anti-sette» di Novara):


E infatti la condotta di altri membri AIVS conferma in pieno quanto dichiarato da Madon, e si potrebbe dire a 360 gradi, come mostra per esempio questo post scritto da uno dei più recenti amministratori di quello stesso gruppo Facebook:


Anche le informazioni di carattere sanitario e psichiatrico sono da considerarsi «dati sensibili», ma l’attivista che ha scritto quel post ne fa sfoggio quasi fossero un vanto.

Insomma, per l’ennesima volta ravvisiamo in questa associazione «anti-sette» un comportamento a nostro parere non solo ai limiti del lecito, ma anche beffardamente e spavaldamente vantato come tale.

Ci auguriamo che coloro i cui diritti stanno venendo lesi in tal senso, ne intraprendano la tutela presso le opportune sedi.

domenica 20 maggio 2018

Il business «anti-sette»: Luigi Corvaglia, il CeSAP e la ricerca di potenziali clienti

di Mario Casini

Modificando un po' l'abitudine del blog, in questo post partirò dal quesito conclusivo: il CeSAP è davvero un «centro studi» oppure è una sorta di associazione «di facciata» che opera a livello mediatico e propagandistico per generare una domanda commerciale e poi passare i potenziali clienti ai propri associati e partner che erogheranno loro delle prestazioni a pagamento?

Una domanda insolita?

Qualcuno sarà forse rimasto sbalordito, qualcun altro indignato, chi più di spalle larghe, invece, indifferente.

Eppure quest’interrogativo che da un po’ ci stiamo ponendo (si vedano ad esempio questo, questo o questo post, oppure i post su Michelle Hunziker), e che gli «anti-sette» non ci stanno affatto aiutando a fugare, si fa largo in modo sempre più ingombrante nella nostra visuale del grottesco teatrino di gruppi che osteggiano le piccole minoranze religiose.

Sin dall’inizio dei lavori di questo blog mi sono domandato: cui prodest? Perché costoro fanno tutto ciò? Perché diffondere odio e allarmismo ogni santo giorno? Perché sfruttare qualunque occasione possibile per stigmatizzare il tale o talaltro movimento religioso non convenzionale e quindi portare avanti la controversa e sbugiardata teoria del «lavaggio del cervello» o «manipolazione mentale» e continuare a fare pressione sulla politica perché ripristini il reato fascista di plagio? Perché seguitare a parlare di «culti distruttivi» quando di fatto gli unici casi accertati di reato riguardano fattispecie già ben presenti e consolidate nell’ordinamento giuridico e individui che (ahimè) si macchiano di determinati fatti criminosi a prescindere dalle proprie asserite convinzioni spirituali?

Ebbene: più andiamo avanti a denunciare le incongruenze e incoerenze degli «anti-sette», più li osserviamo con attenzione, più seguiamo i loro interventi pubblici, più conferme troviamo della nostra teoria (che comunque – è doveroso precisarlo – non possiamo ancora considerare completamente confermata).

Solo ultimo in ordine cronologico, è stato un seminario che abbiamo visto pubblicizzare a più riprese da Luigi Corvaglia e Lorita Tinelli del CeSAP e, seguenti a ruota, da Sonia Ghinelli di FAVIS, questo:


Tralasciamo il fatto che il seminario ha visto una partecipazione abbastanza scarsa (circa 25-30 persone a in totale, inclusi gli amici dei relatori e gli organizzatori, a fronte di una capienza complessiva della sala di almeno il doppio dei posti) da parte della popolazione locale (la città di Lecce conta poco meno di 95.000 abitanti, circa 800.000 con la provincia) e concentriamoci sui contenuti, così come sono stati relazionati da una TV locale:


La solita minestra: lavaggio del cervello, tecniche di persuasione, sette abusanti, ecc. Nient’altro se non il trito e ritrito repertorio «anti-sette» riproposto anche in quest’occasione.

La giornalista, nel servizio, parla di una «visione nuova, inedita e laica» ma evidentemente nemmeno lei (tanto quanto il direttivo del Cefass) ha approfondito alcunché dei temi presentati e delle tesi portate avanti dal CeSAP, che sono in fin dei conti sempre le stesse.

Forse l’unico asserto un po’ diverso dai soliti è il fatto che le persone facenti parte dei «movimenti religiosi alternativi» (o delle «sette», per usare il termine tanto caro a chi ha buon gioco ad infangarli) portano avanti «due vite»: sembra quasi vogliano dare a intendere che chi segue un credo «non tradizionale» abbia una «doppia vita» (concetto che naturalmente richiama tinte fosche e attizza fantasie morbose). Sarà anche una «visione nuova, inedita e laica», ma a me pare solo l’ennesima trovata buona a mettere in cattiva luce chi non la pensa come loro.

Ma ciò che desidero focalizzare nel presente post, è un passaggio dell’intervista a Luigi Corvaglia:


Ecco spuntare fuori il filone del business.

Per parafrasare in modo schietto e un po' umoristico:
Sei un «Arancione»? allora sei malato, vieni da me così ti curo.
Reciti ogni mattina per mezz’ora un mantra buddista? stai mettendo a dura prova i tuoi neuroni, devi farti vedere da uno specialista.
Frequenti dei seminari full-immersion per l’autostima con il guru di una disciplina olistica? fa’ attenzione, sei a rischio di plagio e presto verrai isolato dal mondo intero! fissa subito un appuntamento con il CeSAP per una consulenza.

Francamente lo trovo patetico: queste persone non stanno facendo nient’altro che sfruttare la notorietà sempre crescente e dilagante dei nuovi movimenti religiosi per carpire la loro luce riflessa, identificare la loro presenza come allarmante e pericolosa, spaventare più possibile la gente con casi di reato (veri o presunti) che con la religione o la spiritualità hanno ben poco a che fare, stabilire un legame fra i fatti criminosi e quei movimenti, e poi piazzarsi sotto i riflettori proponendosi come «soluzione al problema».

Per raggiungere un tanto subdolo obiettivo, manipolano le statistiche e forniscono cifre incongruenti, ripropongono teorie screditate al limite della pseudoscienza, conducono campagne sui media tanto sistematiche quanto fuorvianti e sfruttano episodi del passato gravissimi e sconcertanti (ma di sicuro appeal psicologico) come l’eccidio del Tempio del Popolo senza però raccontarne tutte le verità storiche.

Ecco quello che fanno in realtà: cercano di procurarsi clienti.

E nel caso di Corvaglia, ciò apre un ulteriore panorama di interrogativi, se teniamo conto che lo psicologo del CeSAP è anche un dipendente dell’ASL di Bari. Ma di questo ci si occuperà prossimamente.

Consapevole di tutto ciò, subito dopo aver visto il servizio televisivo in questione, sono stato preso dal disappunto per una così sonora caduta di stile di un centro studi che all’apparenza sembrava tanto stimato ed apprezzato dai suoi utenti.

Ho quindi voluto esprimere il mio parere in proposito lasciando una recensione sulla loro pagina Facebook:


Per tutta risposta, mi sono ritrovato poche ore più tardi un messaggio alla mia pagina Facebook che, al di là della comprensibile e più che legittima contestazione del mio parere da parte del Cefass, si concludeva con la solita, immancabile minaccia velata di ritorsioni legali (che vorrei tanto pubblicare ma non faccio solo perché si tratta di un messaggio privato e quindi, per rispetto, mi astengo).

Tutto ciò non fa che concorrere ad avvalorare la mia impressione che gli «anti-sette» stiano semplicemente cercando di «tutelare» (come una bestia feroce fa con la propria preda) il proprio business, in quanto psicologi o consulenti, da presunti «rivali» che essi riterrebbero di individuare in persone, come me e molte altre, che esprimono la propria opinione (contraria alla loro) o che portano avanti un messaggio differente e non tendenzioso, come i principali studiosi di religiosità alternativa.