venerdì 15 febbraio 2019

L’ennesima conferma delle ingiustizie «anti-sette»: ultime assoluzioni per la Comunità Shalom

È di un mese fa la notizia che sono stati finalmente assolti gli ultimi due imputati (sui quarantadue totali) nel processo per maltrattamenti a carico di gestori ed ex ospiti della Comunità Shalom di Palazzolo (Brescia), un centro per il recupero dalla tossicodipendenza profondamente ispirato alla devozione cattolica:


Come si era visto in precedenza su questo blog, la comunità assieme alla sua leader, la suora laica Rosalina Ravasio, stando ai resoconti dei media (in pieno stile «anti-sette») era diventata un «lager» nel quale si consumavano violenze e abusi di vario genere. Tutto ciò dopo oltre vent’anni di attività in favore dei più deboli, sostenuta da volontari ed acclamata da numerosi esponenti della società locale, del mondo dello spettacolo e delle autorità civili.

Tipico esempio di come la «logica» dei militanti contro i piccoli gruppi religiosi è in grado di sovvertire la realtà facendo passare per dei carnefici chi in realtà è vittima di un sistema di «informazione» malato.

Quando l’estate scorsa il primo blocco di assoluzioni ha riportato prepotentemente sotto gli occhi di tutti una verità dolce e amara al contempo, è stato infine possibile tirare le somme di quello che si era così rivelato un tentativo di linciaggio mediatico fortunatamente più fallito che riuscito.


Attendiamo di vedere se quest’ultima assoluzione sarà oggetto di ricorso da parte della pubblica accusa; un’ipotesi che al momento ci appare decisamente improbabile.

mercoledì 13 febbraio 2019

Censure e disinformazione: il libro «anti-sette» di Carmine Gazzanni e Flavia Piccinni

Mentre continua a infuriare la campagna mediatica messa in atto per pubblicizzare e vendere il libro «anti-sette» scritto da Carmine Gazzanni e Flavia Piccinni e compilato con il materiale proveniente da militanti e da facinorosi apostati descritti in questo blog, sempre più lacune e incongruenze emergono dalla loro «informazione» a senso unico.

Una «informazione» che, come s’è già visto e documentato ampiamente, di fatto è disinformazione ed è studiata artificiosamente per generare profitto.

Circa tre settimane fa è stata diffusa una interessante recensione, scritta da un esperto internazionale di spiritualità e religiosità quale il dott. Massimo Introvigne e pubblicata sulla rivista del CESNUR (l’autorevole «Centro Studi sulle Nuove Religioni»):


Sarebbe sì interessante e motivo di lustro per il nostro blog riportare l’intero testo della recensione, tuttavia riteniamo più opportuno convogliare il traffico al sito che l’ha resa pubblicamente disponibile (peraltro assieme all’intero fascicolo di cui fa parte, «The Journal of CESNUR»).

Ci limitiamo a sottolinearne un paio di passi che riteniamo siano davvero icastici, e sicuramente rappresentativi del giudizio complessivo formulato da una figura certo accademica ma pur sempre vicina al vissuto reale delle comunità religiose e spirituali che studia (incluse quelle più direttamente oggetto di repressioni violente anche ai giorni nostri):

Il libro non offre un resoconto neppure minimamente obiettivo dei gruppi che attacca come “sette”, per quattro principali ragioni (…).
Il volume esordisce con un approccio piuttosto confuso alla definizione di che cosa sia una “setta” e, arrivati alla fine del libro, ci si accorge che la confusione è aumentata.

Inoltre:

Sul tema dei nuovi movimenti religiosi il libro non è una fonte attendibile.
(…) Offre una visione parziale, distorta e inaffidabile della maggioranza dei gruppi che presenta.
Che qualche parlamentare della Repubblica si sia fondato sul libro per reclamare interventi pubblici contro le “sette” mostra che l’ignoranza sul tema non è purtroppo prerogativa solo dei giornalisti.

Come ci attendevamo, i diretti interessati non hanno avuto il benché minimo coraggio (almeno sinora) di confrontarsi con una tale recensione, né di pubblicare in modo diretto un commento o un tentativo di smentita né alcuna chiosa.

Hanno pensato i loro amici militanti «anti-sette» a mettere in atto la consueta «macchina del fango» questa volta ai danni proprio del dott. Introvigne, nel tentativo (a nostro avviso piuttosto puerile e comunque risibile) di screditarne l’autorevolezza.

Lo hanno fatto proprio coloro che sovente si esprimono a proposito dei nuovi movimenti religiosi con parole e giudizi molto, forse troppo pesanti, senza essere realmente qualificati per farlo.

Il presidente del CeSAP (nonché esponente FECRIS), lo psicologo Luigi Corvaglia ha dapprima esordito con una sorta di contro-recensione (peraltro miseramente affidata a un commento su Facebook) che si può riassumere nella disperata apologia di Steven Hassan (già fautore della deprogrammazione) per poi approdare a delle improbabili insinuazioni a proposito dell’autodisciplina e della dialettica di Introvigne.

L’amica di Corvaglia nonché fondatrice del CeSAP, Lorita Tinelli, l'ha buttata addirittura sulla «credibilità» (proprio lei… sic!) ma naturalmente senza portare elementi concreti e limitandosi ad avvalorare le dicerie altrui.

Sonia Ghinelli ha fornito un’interpretazione addirittura «complottista», un po' sconclusionata e obiettivamente contorta dell’intervento del dott. Introvigne: secondo la rappresentante di FAVIS, infatti, lo studioso avrebbe scritto una critica finalizzata a «promuovere» il libro (come se già non bastasse la roboante campagna pubblicitaria dei suoi autori) per «intorbidire le acque» e favorire dei non meglio precisati secondi fini.

Tale inesistenza o inconsistenza di repliche vere e proprie non fa che sottolineare la validità delle osservazioni di Massimo Introvigne.

E non è tutto, perché di fronte al tentativo di rendere nota la recensione di Introvigne proprio là dove essa doveva risultare di maggior interesse, ovvero sulla pagina Facebook di promozione del libro, la scure della censura «anti-sette» non ha tardato a intervenire per imbavagliare chi ha osato parlare.

Questo era infatti un post precedentemente visibile (ma ora rimosso) che era rimasto pubblicato per alcuni giorni sulla pagina Facebook del libro «Nella Setta»:



Evidentemente, anche questa volta gli «anti-sette» sono stati colti clamorosamente in fallo e non hanno potuto far altro che concentrare il loro livore su chi si è permesso di esprimere il proprio parere: chiunque, persino chi ha pieno titolo e competenza per formularlo.

mercoledì 30 gennaio 2019

La propaganda «anti-sette» è stata pensata per nascondere la cattiva reputazione degli psicologi?

Secondo un sondaggio diffuso in Ottobre del 2017, il 70% degli italiani considera inutile andare dallo psicologo. Un dato, questo, alquanto sbalorditivo se si considera che la professione di psicologo è una realtà consolidata e ratificata dallo Stato italiano da trent’anni ormai, con l’istituzione dell’Ordine di riferimento grazie all’iniziativa parlamentare del senatore Adriano Ossicini, il quale seppe conseguire un ambizioso obiettivo malgrado le molte polemiche e dopo quindici anni di battaglie e di contestazioni ricevute persino dai suoi colleghi.

Nondimeno, si sa che nei confronti della categoria gli italiani sono sempre stati piuttosto diffidenti o, comunque, poco orientati a ricorrere alle loro proposte. Le ragioni di tale forma mentis non sono state ancora spiegate esaurientemente, ma si potrebbe ipotizzare che la popolazione dello Stivale ha ancora una prevalenza di cultura popolare che conferisce una generale tendenza verso soluzioni di senso comune o verso prassi etnicamente consolidate ritenute prevalentemente valide e pertanto difficilmente messe in discussione.

In quest’ottica, si potrebbe comprendere come mai la legge Ossicini promulgata nel febbraio del 1989 sia stata vista dagli italiani come una sorta di imposizione di un’istituzione non particolarmente richiesta né desiderabile. Di certo, se a tutt’oggi oltre tre quinti della popolazione non desiderano o non ritengono di alcuna utilità farsi visitare da uno psicologo, a quel tempo forse nemmeno conoscevano l’esistenza della figura dello «strizzacervelli» o potevano averne sentito parlare a mo’ di «americanata» (come usava dire a quel tempo).

Non a caso riscosse enorme popolarità un film di Hollywood proprio con quel titolo, «Lo strizzacervelli» (1988) con Dan Aykroyd e Walter Matthau, per non parlare degli innumerevoli tentativi fallimentari di curare il commissario Dreyfus nell’esilarante serie dell’ispettore Clouseau («La Pantera Rosa»), acclamatissima in Italia per tutti gli anni ’70 e ’80 ed oltre.


Nei sei lustri che ci separano da allora, malgrado qua e si notino ancora un po’ di sfiducia e di cautela, non si può certo dire che lo scenario non sia mutato per il meglio.

Stando alle statistiche dell’Ente Nazionale di Previdenza ed Assistenza della categoria (ENPAP), al 31 dicembre 2016 vi erano in Italia fra i cinquanta e i sessantamila psicologi. In questo articolo si legge che nel nostro paese sono attivi 156 (centocinquantasei) psicologi ogni centomila abitanti, solo ottanta dei quali però ritenuti effettivamente praticanti perché iscritti al sindacato. Comunque, anche escludendo i non tesserati, la cifra rimane elevata se paragonata alla Francia in cui i praticanti sarebbero ottantaquattro ogni centomila abitanti oppure alla Germania in cui se ne conterebbero centonove.

Sempre secondo l’ENPAP, soltanto un terzo degli psicologi attivi raggiungerebbe i ventimila Euro annui o poco meno, mentre più di quindicimila psicologi non raggiungono i cinquemila Euro annui. Cifre, queste, che sembrerebbero collimare con il dato della domanda «di mercato» carente. Tant’è che, malgrado l’abbondanza numerica, il totale delle prestazioni erogate sarebbe molto inferiore rispetto (ad esempio) alla Francia, dove ben il 33% della popolazione si è rivolto almeno una volta ad uno psicologo per ricevere assistenza.

Infatti, secondo Avvenire sui cinquantacinquemila psicologi attivi, migliaia sono gli immatricolati ai corsi di laurea, ma solo uno su quattro
eserciterà realmente la professione; eppure: «i corsi di laurea in Psicologia negli ultimi 20 anni si sono moltiplicati, resta un'aspettativa molto elevata di laurearsi e poi esercitare la professione di psicologo, ma in realtà, i dati statistici in nostro possesso ci dicono che solo un laureato ogni 4 si avvierà alla professione di psicologo».

Il problema della reputazione, però resta sempre attuale. Infatti, benché (sempre stando al succitato articolo di Avvenire, e quindi alle dichiarazioni del vicepresidente ENPAP), il fatturato annuo della categoria sia in crescita, ciò nonostante persino i loro portavoce sentono ancora la necessità di intervenire sulla percezione della figura professionale dello psicologo da parte della popolazione generale: «Abbiamo svolto una ricerca di mercato nel 2015 rilevando con diverse metodologie il sentiment di circa 1000 fra cittadini e opinion leader, ne emerge un orientamento positivo». Sfortunatamente, l’indagine che ha decretato il dato (riferito all’inizio di questo post) del 70% degli italiani poco inclini a rivolgersi a uno psicologo è successivo a queste dichiarazioni, che i più puntigliosi detrattori non mancherebbero di definire generiche o scarsamente dettagliate.

Ma veniamo ora alla relazione perlomeno concettuale fra la becera propaganda «anti-sette» e la cattiva reputazione di cui risente la categoria degli psicologi.

Nel già citato articolo di «thevision.com» (curiosamente condiviso, qualche settimana fa, proprio dalla psicologa Lorita Tinelli), si legge: «Se in Italia una percentuale così estesa di persone considera lo psicologo alla stregua di un ciarlatano che intende soltanto rubare i soldi ad alcuni disperati creduloni in difficoltà, è perché domina un’ignoranza diffusa sul mondo della psicologia e della psicanalisi che nutre una forte presunzione di base, figlia di tutti i pregiudizi».

È quasi sorprendente rilevare come questi concetti sfavoreli, facenti parte della comune considerazione della gente rispetto agli psicologi, siano quasi sovrapponibili alle accuse rivolte proprio dagli esponenti «anti-sette» nei confronti dei nuovi movimenti religiosi!

In particolar modo – fatto che, di per sé, ha davvero dello sbalorditivo – sono proprio certi psicologi facenti parte del fronte militante contro i presunti «culti distruttivi» o «abusanti» a formulare direttamente o anche a sostenere indirettamente gli attacchi nei confronti di gruppi religiosi o para-religiosi «alternativi» (il nostro blog gronda delle dimostrazioni di astio e di ostilità da parte di costoro ai danni di congregazioni tutto sommato pacifiche e il più delle volte impegnate in attività benefiche).

Ci si domanda se questo manipolo di psicologi estremisti come Lorita Tinelli (referente della SAS o «Squadra Anti-Sette» del Ministero dell’Interno) e Luigi Corvaglia (membro del direttivo della controversa organizzazione europea FECRIS), Anna Maria Giannini (amicissima di don Aldo Buonaiuto e con lui fra i relatori dell’inquietante convegno di Roma del 9 novembre scorso), Elena Melis del GRIS di Rimini, Davide Baventore in Lombardia, Martina Poggioni (in quota AIVS) in Toscana e qualche altro sparso qua e là sul territorio, non finiscano per contribuire inavvertitamente a gettare discredito sulla categoria.

Soffrendo un cospicuo affollamento di colleghi (e quindi un’inevitabile concorrenza) e dovendo pure loro sbarcare il lunario, in un mercato difficilissimo (come è quello del benessere e della salute) anche perché subissato da una miriade di proposte (si pensi solo alla feroce polemica, tuttora rovente, contro i «counselor»), nella costante necessità di procurarsi del lavoro che a volte stenta ad arrivare, sembra che certi «strizzacervelli» preferiscano accanirsi non solo contro «life coach» e simili, ma anche contro leader religiosi, guru e figure di tutt’altro genere (e che in qualche caso non hanno proprio nulla a che vedere con loro: eclatante l’esempio di «Un Punto Macrobiotico») e mettere in moto una vera e propria macchina del fango ai danni di figure rappresentative o di interi movimenti.

Una tattica atavica, descritta già fra il I e il II secolo d.C. allorché Plutarco raccontava di come un adulatore di Alessandro Magno di nome Medio «raccomandava di attaccare e mordere senza paura con calunnie sostenendo che, se anche la vittima fosse riuscita a sanare la ferita, sarebbe comunque rimasta la cicatrice».

Insomma, certi intransigenti ed intolleranti critici di presunte «sette religiose» (le quali, il più delle volte, si rivelano aggregati di persone normalissime che cercano faticosamente di professare un proprio credo o di seguire una filosofia comune) cercano di spostare la diffidenza incrostatasi nei confronti della loro categoria appioppandola ad altri.

Un discorso simile si potrebbe senz’altro fare per una figura come il già citato don Aldo Buonaiuto, prete cattolico dall’operato palesemente inquisitorio le cui vicende giudiziarie del passato sono scomparse da Internet. Ma di questo abbiamo già parlato e ci si potrà nuovamente occupare in altro post.

Tornando invece agli psicologi ed alla mordace, roboante campagna mediatica di un’infinitesima percentuale di loro contro la spiritualità alternativa, il vero quesito che rimane ad ora irrisolto è: giova davvero tutto questo odio?

lunedì 28 gennaio 2019

Propaganda «anti-sette» per discriminare gli omosessuali e devastare le famiglie?

di Mario Casini


Quando la propaganda «anti-sette» entra in una famiglia o in una comunità, sono sempre guai.

E le comunità, si sa, sono composte da singoli cittadini che a loro volta fanno parte di famiglie più o meno numerose.

In tutti i casi, l’allarmismo sulle presunte «sette» e gli anatemi contro ipotetici «culti distruttivi» finiscono sempre per ingenerare sospetto, tensione, insofferenza, discussioni, litigi, fino alle reazioni violente.

Lo abbiamo visto in molti casi e in storie alquanto diverse l’una dall’altra: si pensi al tragico caso della bassa modenese, alla persecuzione giudiziaria ai danni di Ananda Assisi, al marito che tenta di assassinare la ex moglie o a un centro religioso per il recupero dei tossicodipendenti (la Comunità Shalom) improvvisamente diventato un «lager» secondo i media, oppure una semplice scampagnata fra amici che getta nello scompiglio un’intera cittadina scozzese.

Questa volta, a finire nel tritacarne dell’odio istigato dalla disinformazione e da «cose che tutti sanno» ma che provengono da fonti nascoste e del tutto tendenziose, sono due giovani donne omosessuali. Due ragazze che si sono scoperte innamorate e che, con la «lieta furia» dei loro vent’anni, hanno deciso di sposarsi malgrado le pressioni per rompere la loro unione.


Parlo della storia di Denise e Deborah che è stata raccontata su Canale 5 a «C’è posta per te» qualche giorno fa.

Vi sono indubbiamente degli aspetti relazionali che hanno acuito il conflitto, degli errori e delle incomprensioni. Tuttavia, mi hanno molto colpito alcuni stralci della ricostruzione emersa dai racconti di tutti gli interessati, cioè le due giovani stesse e i familiari di una delle due (Denise).

Per esempio questo:


mi hanno detto che molto probabilmente ero stata plagiata, che era soltanto una cosa passeggera …

Lo stesso, identico genere di «persuasione» che viene adoperata ai danni di chi ha abbracciato un movimento religioso contro il quale è stata messa in moto la macchina del fango della propaganda «anti-sette». E non è nemmeno detto che debba essere per forza un «culto alternativo», potrebbe persino essere un gruppo di tutt’altro genere, come è il caso di «Un Punto Macrobiotico».

Insulti (dai propri stessi familiari!), umiliazione, limitazione della libertà personale, sorveglianza speciale: tutto questo può subire chi ha fatto una scelta inaspettata o non condivisa. Lo sgomento è tale (anche a causa dell’incomprensione che si viene a creare) che i genitori, imbevuti dalle «notizie» che hanno inevitabilmente sentito o letto qua e là in TV o su Internet, sono già «indottrinati» a «sapere» che quando avvengono certe cose il proprio figlio deve aver subito il «lavaggio del cervello».



ricominciano a insultarla, a dirle che lei sta appartenendo ad una setta, che le hanno fatto il lavaggio del cervello …

Per riprendere un articolo del quale abbiamo parlato nel nostro post «Anti-sette», disinformazione e fake news: manipolazione mentale di massa: «il costante ed immediato flusso di informazioni (verificate e non) tende ad annullare la capacità di analisi critica dell’utente (…). Le informazioni non verificate ma ritenute veritiere dagli utenti influenzano la percezione e la comprensione generale degli eventi».

Ed è esattamente quello che è capitato a questa famiglia, in cui il germe del pregiudizio e dell’odio hanno ammorbato i rapporti umani di una mezza dozzina di persone, conducendole sul punto di una frattura insanabile (o quasi).

Tanto è vero che persino il fratello di Denise mostra come sia stato dato ormai per assodato che il presunto «plagio mentale» di Deborah ai suoi danni sia stato tale da privarla addirittura della libertà e della facoltà di «esprimere le proprie opinioni».


è molto succube ... non è libera di esprimere nessuna opinione …

Quindi Deborah, giovane innamorata di Denise, deve essere una sorta di novella Mesmer e aver ipnotizzato l’amata fino a convincerla a cambiare il proprio orientamento sessuale?

Un’idea talmente antiscientifica che è persino inutile commentarla.

Eppure è sempre la stessa tecnica che ho già citato in un precedente post, ben illustrata da un giornalista di lungo corso come Marcello Foa (ora massimo dirigente RAI) in un video di cui avevo ripreso un brevissimo stralcio:


Il caso di Denise e Deborah, con l’omosessualità condannata quale risultato di una «manipolazione mentale», non può non far correre il pensiero a quel caso clamoroso che cinquant’anni fa vide un intellettuale di sinistra dichiaratamente (anzi, per quei tempi, coraggiosamente) gay messo sotto accusa sulla base del reato di plagio, rimasuglio stantio del codice penale del periodo fascista. Parlo ovviamente di Aldo Braibanti, un professore che finì per essere l’unico uomo condannato per plagio nella storia d’Italia. Senza aggiungere altro a quella triste storia, cito quale fonte questo articolo del giornalista Giuseppe Loteta, che quella stagione di battaglie sociali la visse sulla propria pelle in difesa dei diritti di tutti.

Il reato di plagio fu giudicato incostituzionale nel 1981 dalla celebre sentenza nr. 96 della Corte Costituzionale datata 8 giugno 1981, dopo che a finire sotto accusa era stato un sacerdote cattolico, don Emilio Grasso, accusato di aver messo in atto un «lavaggio del cervello» ai danni di alcuni giovani della borghesia  romana per persuaderli ad abbandonare i loro propositi di studio e di carriera per seguirlo nelle sue attività sociali.

La storia ci insegna che il processo per plagio a carico di Aldo Braibanti si concluse con un’impietosa condanna.

Questa volta, per lo meno, la vicenda di una famiglia devastata ha visto un timido lieto fine.


giovedì 24 gennaio 2019

Business «anti-sette»: ecco come Carmine Gazzanni e Flavia Piccinni lucrano sull’odio

Carmine Gazzanni e Flavia Piccinni, giornalisti «anti-sette» recentemente autori del libro «Nella Setta» che stanno pubblicizzando accanitamente su tutti i media del paese inclusa Internet, non hanno mai confutato i nostri rilievi a proposito del loro movente economico. Al contrario, con attacchi personali piuttosto che spiegazioni hanno mostrato di non avere argomenti per negare quella che noi abbiamo riscontrato essere l’evidenza dei fatti e abbiamo quindi raccontato come tale, peraltro a partire da ben prima che il loro libro vedesse la luce.

Beninteso, non c’è nulla di male nello svolgere un’attività professionale a scopo di lucro. E ci mancherebbe! Ciò che stona (e che finisce per far trasparire una certa malafede) è l’intento dissimulato. Ovvero: di fatto è un’operazione commerciale in piena regola, però viene condita con leziose dichiarazioni di intenti di natura assistenziale o culturale o addirittura di utilità sociale.

Una «minestra perfetta» come quella già vista appena un anno prima per la soubrette «anti-sette» Michelle Hunziker: stesso obiettivo (il denaro), stesse modalità (la creazione di un nemico immaginario da propinare al popolo credulone seminando allarmismo e infamando chi aiuta davvero la gente o chi non ha altre colpe se non portare avanti un propria fede diversa da quella della maggioranza).

Operazione di marketing, quella architettata dalla showgirl svizzera, che dev’essere stata presa ad esempio proprio da Carmine Gazzanni e Flavia Piccinni: infatti, a chi ha osservato con attenzione l’exploit mediatico «anti-sette» della Hunziker dell’autunno 2017 non è sfuggito che il suo periodo di onnipresenza sui media nazionali le ha fatto da viatico per l’ingaggio a cinque zeri al festival di Sanremo e per quello successivo a «Striscia la Notizia». Quindi, se i proventi del libro pubblicato ai danni della pranoterapeuta che l’aveva accolta molti anni prima presunta non saranno stati granché, i veri soldi li ha poi guadagnati grazie al clamore destato per mezzo di quel lancio editoriale.

In maniera tutt’altro che dissimile, ai loro amici giornalisti che li intervistano Carmine Gazzanni e Flavia Piccinni mostrano la facciata di chi vorrebbe farsi paladino degli indifesi e portabandiera di un cambiamento normativo (è la solita, vexata quaestio del ripristino del «reato di plagio» di fascista memoria, alias «manipolazione mentale»):


Fatta la tara alle fesserie giuridiche e all’allarmismo gratuito (anzi, a pagamento), quello che rimane sono esultanze come questa:


Ma Gazzanni e Piccinni sapranno sicuramente spiegarci come i «diritti cinematografici e televisivi già venduti» si traducano in un beneficio per le presunte «vittime» di ipotetici «culti abusanti», oltre che per le loro tasche.

Si veda anche questo post che festeggia le vendite del libro:



Per non parlare delle molteplici affermazioni di giubilo sulla notorietà acquisita, dalla quale ovviamente si traggono ulteriori vantaggi economici e che, evidentemente, rappresenta il loro vero obiettivo commerciale: la popolarità mediatica nel loro settore vale oro; Gazzanni e Piccinni questo lo sanno molto bene. E sfruttano la situazione, anche se la loro facciata vorrebbe essere di tutt’altro genere.

Ecco qui un altro esempio, solo uno sui numerosi:


Provino ora a smentirci, Carmine Gazzanni e Flavia Piccinni, quando sosteniamo che lucrano sull’odio.

Finora, a distanza di mesi, di repliche argomentate nemmeno l’ombra.

Forse che non siamo affatto in errore?