In questa breve raccolta di post, evidenziamo una volta di più (come già abbiamo fatto in precedenza, per esempio qui e qui) quanto gli esponenti «anti-sette» mostrino una lapalissiana incoerenza fra le proprie affermazioni e la propria stessa condotta.
Nel recente post (19 giugno scorso) che segue, l’associazione «anti-sette» AIVS prende spunto dal loro essere stati colti in flagrante (proprio dal nostro blog) a proposito di alcune affermazioni contro la società giapponese rivelatesi infondate ed estremamente superficiali; tuttavia, ben lungi da un serio esame di coscienza, essi ribadiscono le proprie espressioni razziste nei confronti del paese del sol levante, ovviamente raccattando consensi da parte dei soliti tre o quattro seguaci:
Ecco il commento immediato di una delle sostenitrici più livorose dei «numerosi personaggi», come amano definirsi i tre dirigenti responsabili di AIVS:
Dopo un tale sfoggio di erudizione e di approfondimento etnico comparato dei valori di una società orientale dalla storia millenaria e gloriosa come il Giappone, credevamo di aver saziato la nostra curiosità su questo filone. E invece…
... basta attendere il giorno successivo per rendersi conto del livello culturale dell’ideologia «anti-sette» di AIVS:
I francesi mangiano rane, i cinesi i gatti, gli italiani vivono con la mamma fino a quarant’anni, gli albanesi non lavorano, i turchi sono sanguinari, gli inglesi non si lavano... e i giapponesi servono balene e delfini nella zuppa. Insomma, ci si consenta un po' di ironia: la compagine di AIVS è affollata di fini pensatori e studiosi di alto livello.
Lo conferma un paio di commenti successivi:
A questo punto sarebbe lecito e comprensibile attendersi la moderazione da parte di un amministratore del gruppo, quale ad esempio lo stesso Toni Occhiello.
E invece, eccolo a soffiare sul fuoco:
Addirittura una vaga allusione, più seria che faceta, all’opportunità di bombardare ed ammazzare il tanto odiato popolo nipponico.
Ci può stare che nei commenti precedenti si stesse scherzando, seppur con un gusto alquanto discutibile e con concetti di grana grossa. Ma quest'ultimo enunciato è francamente inaccettabile per il rappresentante di un’istituzione pubblica come un’associazione che «persegue finalità di solidarietà sociale».
A noi AIVS pare in tutti i modi un gruppo che continua a fomentare odio nei confronti di minoranze religiose e di etnie diverse dalla loro; nella fattispecie, contro un’intera cultura nazionale.
Ciò che lascia sbalorditi è il fatto che, quando ad essere messi in discussione sono i capisaldi di qualche esponente «anti-sette», sono proprio loro i primi a gridare allo scandalo nei confronti di chi fomenta odio.
Ecco un esempio, niente meno che di Giovanna Balestrino (esponente piemontese del GRIS):
Si riferiva forse a Toni Occhiello e alla sua ganga?
D’altronde, giustamente l’avvocatessa acquese è convinta che non si deve fare di tutta l’erba un fascio, in particolar modo quando si parla della piaga della pedofilia nel clero cattolico:
Quando però si discetta di nuovi movimenti religiosi, allora sì che si può candidamente generalizzare e additare «culti distruttivi», riempirsi la bocca di teorie controverse e screditate come il «plagio», invocare la restaurazione di leggi liberticide, ecc.
Perché la Balestrino non interviene per ricondurre all’ordine i suoi colleghi «anti-sette» di AIVS? Eppure lei dovrebbe conoscere molto bene il diritto e, quindi, anche la cosiddetta «legge Mancino», che punisce «con la reclusione sino a tre anni chi diffonde in qualsiasi modo idee fondate sulla superiorità o sull’odio razziale o etnico, ovvero incita a commettere o commette atti di discriminazione per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi»).
Perché, quando descrivono taluni movimenti religiosi, costoro usano sempre parole grondanti di astio ed evidentemente mirate a suscitare intolleranza, mentre quando si parla di temi cari a loro si dovrebbe sempre essere rispettosi e deferenti?
D’altronde, se si parla di incoerenza, non perde occasione l’immancabile Sonia Ghinelli di dimostrarne una propria congrua quota, con questo commento scritto il 16 aprile scorso in una discussione inerente a delle presunte «sette» sataniche:
Quanto ha ragione la Ghinelli? Molta, anzi - a nostro avviso - tutta. Peccato che sia lei stessa la prima a mostrare, giorno dopo giorno, di comportarsi in modo diametralmente opposto a un tanto nobile principio.
E purtroppo non è nemmeno sola, poiché tanto lei quanto gli altri nomi principali del panorama «anti-sette» italiano operano esattamente nella stessa maniera: «sbatti il mostro in prima pagina», e se ci si sbaglia, a chi importa?
Esattamente come è accaduto nel caso della Comunità Shalom, di cui abbiamo parlato in un nostro recente post (che tanto ha dato fastidio), e che al momento rappresenta un clamoroso caso dei risultati disastrosi della propaganda ideologica e mediatica incentivata dagli «anti-sette»:
Questo blog si propone di promuovere un'informazione puntuale e ad ampia diffusione sulle notizie e i fatti concreti che riguardano il controverso mondo dei gruppi "anti-sette" e di tutti quei soggetti ed associazioni che portano avanti un attivo contrasto a movimenti spirituali e confessioni religiose.
Visualizzazione post con etichetta giappone. Mostra tutti i post
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giovedì 12 luglio 2018
domenica 8 aprile 2018
Toni Occhiello: e le sue «notizie» allarmanti (ma fasulle) e razziste
Ci è capitato sott’occhio questo interessante e curioso commento di Toni Occhiello, che risale a Martedì scorso (3 aprile):
Siccome nessuno fra noi che gestiamo e curiamo il blog ha una competenza o una conoscenza sufficientemente approfondite della cultura nipponica, ci siamo presi un po’ di tempo per verificare queste informazioni, insospettiti da vari elementi che proprio non ci quadravano.
Ci siamo affidati a dei pareri che abbiamo potuto raccogliere da figure che riteniamo qualificate, ossia persone che hanno vissuto molti anni (decenni) in quella nazione stabilendo rapporti culturali e commerciali con la popolazione giapponese, oppure che l’hanno studiata a livello accademico per molto tempo approfondendone i lati più riposti.
Di due in particolare (che preferiamo restino anonimi onde evitare ritorsioni ai loro danni, visti i comportamenti che abbiamo denunciato proprio ultimamente) riportiamo qui di seguito una sintesi del responso. Il primo dei due interpellati è docente universitario presso un ateneo della capitale, orientalista e profondo conoscitore della società giapponese presso la quale ha soggiornato per otto anni; il secondo è referente di una stimata associazione culturale italo-nipponica, laureato in lingue e letterature orientali, ha vissuto in Giappone per ben otto lustri ed è stato decorato dal Consolato Generale del Giappone a Milano con un’onorificenza «per l’impegno profuso nella promozione della comprensione e conoscenza del Giappone in Italia».
Segue il sunto dei loro pareri.
Nell’atteggiamento dei giapponesi nei confronti di chi è diverso, disabile o sfortunato non si nota qualcosa di granché differente da quello che si può riscontrare presso altri popoli.
Per fare un esempio, presso un’azienda manifatturiera di Kyoto (la «Taiyo no ie - Omron») lavorano circa 150 disabili anche gravi e alcuni di loro gestiscono funzioni importanti della fabbrica; in quello stabilimento è esposto un motto che così recita: «No charity but an opportunity», ossia «Non la carità, ma un’opportunità».
L’atteggiamento nei confronti degli stranieri da parte del popolo giapponese è vario, spesso fatto di curiosità, ma sempre improntato alle buone maniere anche con gli occidentali. Certamente vi sono frange della popolazione maggiormente caratterizzate dal nazionalismo, come d’altronde avviene in tutto il mondo.
Non si registrano lanci di banane verso i pullman: se Toni Occhiello potesse documentare quanto riferisce, sarebbe cosa assai gradita: difficile pensare che un episodio tanto eclatante non abbia lasciato il segno su qualche giornale o rivista o da qualche parte in Internet.
Si pensi che per le strade delle grandi città è difficile trovare un mozzicone di sigaretta o una cartaccia per terra, figurarsi delle bucce di banane.
Anche linguisticamente parlando, il commento di Occhiello è una mistificazione: la parola «gaijin»
(non «ganjin») vuol dire semplicemente «persona di fuori», quindi forestiero o straniero, ed è una contrazione di «gaikokujin» (termine più neutro) mentre «gaijin» ha effettivamente un’accezione che si può considerare anche offensiva (infatti si tenderebbe a privilegiare il vocabolo «gaikokujin» nei normali rapporti civili).
Parimenti, «scimmia» in giapponese si dice «saru»
e non «ganjin».
Si tenga conto che i visitatori stranieri in Giappone stanno aumentando vertiginosamente: anche gli italiani nel solo mese di febbraio 2018 sono aumentati dell’8% e sarà facile raggiungere i 40 milioni di visitatori stranieri per il 2020, anno delle Olimpiadi di Tokyo.
In merito poi all’interpretazione data da Occhiello del concetto di karma, non si può che definirla fuorviante e riduttiva, e tutt’al più una spiegazione di quel genere la si potrebbe collegare alle dottrine dell’India, non certamente al Giappone.
Quanto è attendibile Toni Occhiello? Impossibile non domandarcelo in considerazione di tutto il materiale sul suo conto riportato nel presente blog.
Quanto è attendibile l’AIVS?
Siccome nessuno fra noi che gestiamo e curiamo il blog ha una competenza o una conoscenza sufficientemente approfondite della cultura nipponica, ci siamo presi un po’ di tempo per verificare queste informazioni, insospettiti da vari elementi che proprio non ci quadravano.
Ci siamo affidati a dei pareri che abbiamo potuto raccogliere da figure che riteniamo qualificate, ossia persone che hanno vissuto molti anni (decenni) in quella nazione stabilendo rapporti culturali e commerciali con la popolazione giapponese, oppure che l’hanno studiata a livello accademico per molto tempo approfondendone i lati più riposti.
Di due in particolare (che preferiamo restino anonimi onde evitare ritorsioni ai loro danni, visti i comportamenti che abbiamo denunciato proprio ultimamente) riportiamo qui di seguito una sintesi del responso. Il primo dei due interpellati è docente universitario presso un ateneo della capitale, orientalista e profondo conoscitore della società giapponese presso la quale ha soggiornato per otto anni; il secondo è referente di una stimata associazione culturale italo-nipponica, laureato in lingue e letterature orientali, ha vissuto in Giappone per ben otto lustri ed è stato decorato dal Consolato Generale del Giappone a Milano con un’onorificenza «per l’impegno profuso nella promozione della comprensione e conoscenza del Giappone in Italia».
Segue il sunto dei loro pareri.
Nell’atteggiamento dei giapponesi nei confronti di chi è diverso, disabile o sfortunato non si nota qualcosa di granché differente da quello che si può riscontrare presso altri popoli.
Per fare un esempio, presso un’azienda manifatturiera di Kyoto (la «Taiyo no ie - Omron») lavorano circa 150 disabili anche gravi e alcuni di loro gestiscono funzioni importanti della fabbrica; in quello stabilimento è esposto un motto che così recita: «No charity but an opportunity», ossia «Non la carità, ma un’opportunità».
L’atteggiamento nei confronti degli stranieri da parte del popolo giapponese è vario, spesso fatto di curiosità, ma sempre improntato alle buone maniere anche con gli occidentali. Certamente vi sono frange della popolazione maggiormente caratterizzate dal nazionalismo, come d’altronde avviene in tutto il mondo.
Non si registrano lanci di banane verso i pullman: se Toni Occhiello potesse documentare quanto riferisce, sarebbe cosa assai gradita: difficile pensare che un episodio tanto eclatante non abbia lasciato il segno su qualche giornale o rivista o da qualche parte in Internet.
Si pensi che per le strade delle grandi città è difficile trovare un mozzicone di sigaretta o una cartaccia per terra, figurarsi delle bucce di banane.
Anche linguisticamente parlando, il commento di Occhiello è una mistificazione: la parola «gaijin»
(non «ganjin») vuol dire semplicemente «persona di fuori», quindi forestiero o straniero, ed è una contrazione di «gaikokujin» (termine più neutro) mentre «gaijin» ha effettivamente un’accezione che si può considerare anche offensiva (infatti si tenderebbe a privilegiare il vocabolo «gaikokujin» nei normali rapporti civili).
Parimenti, «scimmia» in giapponese si dice «saru»
e non «ganjin».
Si tenga conto che i visitatori stranieri in Giappone stanno aumentando vertiginosamente: anche gli italiani nel solo mese di febbraio 2018 sono aumentati dell’8% e sarà facile raggiungere i 40 milioni di visitatori stranieri per il 2020, anno delle Olimpiadi di Tokyo.
In merito poi all’interpretazione data da Occhiello del concetto di karma, non si può che definirla fuorviante e riduttiva, e tutt’al più una spiegazione di quel genere la si potrebbe collegare alle dottrine dell’India, non certamente al Giappone.
Quanto è attendibile Toni Occhiello? Impossibile non domandarcelo in considerazione di tutto il materiale sul suo conto riportato nel presente blog.
Quanto è attendibile l’AIVS?
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