mercoledì 4 aprile 2018

Ancora sull’inquisizione «anti-sette»: don Aldo Buonaiuto



Setta
Dal Latino “secta”, propr. “sèguito”, da “sectus”, ant. p.p. di “sequi”, “seguire”, per “secutus”.
(1) Insieme di persone che seguono una dottrina filosofica, religiosa o politica che si distacca e dissente da una dottrina già diffusa e affermata.
(2) Società segreta.
[Tratto dal “Dizionario Garzanti della Lingua Italiana” di Garzanti Editore – Milano, 1983]

Già Iacopone Da Todi e il sommo Dante Alighieri, nel XIV secolo, utilizzavano il termine «setta» per indicare, rispettivamente, vuoi una data fazione vuoi un gruppo religioso.

Ad onta della storia d’Italia e del suo glorioso idioma, convegno dopo convegno, trasmissione dopo trasmissione, articolo scandalistico dopo articolo scandalistico, gli «anti-sette» hanno instillato nel substrato socio-culturale del bel paese un concetto del vocabolo «setta» che comporta un’accezione fortemente dispregiativa, fino ad arrivare ad una definizione completamente nuova e tendenziosa.

La definizione riportata qui di seguito, per esempio, è tratta dal glossario accluso al libro “Le mani occulte” scritto da don Aldo Buonaiuto, prete cattolico già indagato (nel 2003) per pedofilia, ma scagionato nel 2004; di lui in pochi hanno avuto il coraggio di occuparsi in modo indipendente.


Si noti come, al ramo più alto dell’iperbole, l’accezione del termine indicata con “nell’uso sociale” rappresenti in buona sostanza un’etichettatura di presunta illegalità o comunque di malvagità.

In altri termini, un radicale mutamento del significato di un termine che Dante adoperava per identificare semplicemente una congregazione religiosa.

Tutto ciò non è affatto casuale e, temiamo, è tutt’altro che ingenuo o dovuto a semplice ignoranza.

Come si è riferito nel post in cui abbiamo smascherato la grave mistificazione degli inesistenti «Angeli di Sodoma», sono numerosi i casi un cui le pesanti accuse degli «anti-sette» sono frutto di una fervida immaginazione, quando non di morbose idiosincrasie.

Il fine allarmistico, d’altronde, è fin troppo evidente quando i toni sono questi (da una brochure di febbraio 2011 realizzata e diffusa proprio da don Buonaiuto):


Quelle accuse colpiscono individui e gruppi che gli «anti-sette» arbitrariamente (e opinabilmente) decidono di stigmatizzare come «culti distruttivi», quasi sempre senza nemmeno un adeguato supporto culturale.

Secondo loro, talune congregazioni o movimenti non hanno dignità di confessione religiosa o, peggio ancora, dovrebbero essere messi fuorilegge. Il tutto in spregio alla Costituzione della Repubblica Italiana.

Il guaio è che nella loro furia distruttiva, volta a sostanziare i loro deliranti propositi illiberali, gli «anti-sette» non si limitano solo a perseguitare con accuse sovente improbabili le minoranze religiose ma, all’occasione, non esitano a travolgere situazioni e persone che non c’entrano nulla con la religiosità: si veda ad esempio il caso di Mario Pianesi (leader di una catena di negozi di macrobiotica) del quale abbiamo parlato recentemente, ma si spazia addirittura dagli amanti della festa di Halloween fino ai network commerciali di successo come Amway passando per la corrente nutrizionistica dei vegani fino a una compagnia di giovani anticonformisti come i ragazzi di Pescara bollati da don Buonaiuto come «satanisti pericolosi».

Persone che, in molti casi, aderiscono a forme di cultura alternativa o di «contro informazione» e quindi si pongono in qualche modo a distanza dai valori tradizionali o maggioritari della società, e però assolutamente estranei a forme di delinquenza o intenti criminali.

La riflessione drammatica con cui oggigiorno occorre misurarsi è proprio questa: nessuno è al sicuro finché a figure come don Aldo Buonaiuto, Lorita Tinelli, Luigi Corvaglia, Toni Occhiello, Sonia Ghinelli o Maurizio Alessandrini è permesso di spadroneggiare, intimidire, censurare, infamare, prevaricare il prossimo con la compiacenza di alcuni rappresentanti delle istituzioni dello Stato; compiacenza e appoggi peraltro ottenuti con la menzogna e la mistificazione.

È così che deve andare in uno stato laico per natura in cui ogni cittadino è libero di seguire le proprie credenze?

martedì 3 aprile 2018

Se un editorialista «anti-sette» non è nemmeno un giornalista

di Mario Casini

A fronte dell’ennesimo articolo di matrice «anti-sette» grondante di intolleranza e fautore della solita «informazione» preconcetta e a senso unico nei confronti di un movimento religioso di minoranza, mi sono attivato per metterne in luce le lacune e, quanto meno, esprimere un parere contrario.


Autore del reboante pezzo è il trentacinquenne pisano Filippo Bovo, che secondo il sito Internet dell’Ordine dei Giornalisti non è iscritto all’albo né come pubblicista né tantomeno come professionista, però si presenta come «direttore editoriale» del giornale online «L’opinione pubblica» (addirittura?)


Sarà per quella omessa qualifica che scrive ancora «qual è» con l’apostrofo?


Ma sorvolo su queste banalità, sarà stata una svista ed è solo un innocuo post su Facebook. Senz’altro ben meno grave dei pesanti giudizi espressi nel tema trattato dal suo articolo.

Questa volta, infatti, ad essere preso di mira è un gruppo spirituale di origine orientale denominato «Falun Dafa» o «Falun Gong», da tempo oggetto di una vera e propria persecuzione nel suo paese di nascita e di prevalenza, la Cina, a tratti cruenta e fratricida.

Come accade pressoché invariabilmente in questi casi, il commento che ho cercato di inserire in calce al post è stato censurato. Lo riporto qui:


Certo, il mio lessico è stato salace e i miei modi non sono certo stati blandi o improntati alla lusinga. Tutt’altro… però non ho mancato di rispetto a nessuno e, pur esprimendo un’opinione di netto contrasto alla linea dell’articolo, l’ho fatto mantenendomi nei canoni della civile convivenza.

Ma il «democratico» media che vorrebbe rappresentare la «opinione pubblica» ha creduto di censurare: nessun punto di vista divergente, nessuna voce fuori dal coro, niente dialettica… non è forse proprio questa una delle accuse classiche che dagli «anti-sette» vengono rivolte ai «culti distruttivi»?

Non che non m’aspettassi di venire censurato. Non è certo una novità: sinora il record lo detiene Lorita Tinelli, come riferivamo in un post precedente.

Così ho pensato fosse meglio manifestare il mio dissenso in privato, inviando un’e-mail alla redazione. E l’ho fatto, ribadendo all’incirca il medesimo testo del commento, soltanto integrato con un paio di link di approfondimento:


Mi ha forse risposto qualcuno, foss’anche per darmi del fesso? Macché…

Mi sono chiesto: come mai?

E mi sono risposto anche molto in fretta: è stato sufficiente dare un’occhiata a chi è questo Filippo Bovo: i suoi libri vengono pubblicati da Anteo Edizioni, che fra gli altri ha dato alle stampe anche un testo sui «deprogrammatori» e su Rick Ross, il quale non a caso viene citato quale fonte «autorevole» nell'articolo sul Falun Gong.

Non ho proseguito oltre nella mia piccola – per così dire – «indagine»; forse sarebbe interessante farlo, ma a che pro? La matrice è sempre la solita, e il risultato è sempre il medesimo: pseudo-«informazione» tendenziosa e discriminatoria strutturata in modo tale da poter giustificare una persecuzione anche violenta, come accade in Cina e come è avvenuto nel caso dei famigerati «deprogrammatori».

sabato 31 marzo 2018

Paradossi «anti-sette»: la pseudo-scienza di Lorita Tinelli

Non finiremo mai di stupirci per le assurdità che di quando in quando emergono dal torbido acquitrino pozza del controverso mondo «anti-sette».

L’altroieri Lorita Tinelli ha annunciato che il 18 Aprile prossimo terrà un «webinar» (ossia un «seminario via web») sotto l’egida dell’Ordine degli Psicologi della Lombardia e (naturalmente) parlerà di «sette».

Ecco la locandina dell’evento:


Sorvoliamo sulla citazione da «1984» e focalizziamo per bene la presentazione di questo webinar perché merita davvero di essere esaminata:


Che una siffatta prefazione venga considerata emanazione di un «centro studi» (quale il CeSAP dice di essere) e quindi contrassegno di un’adeguata qualificazione, è alquanto indicativo del tenore della campagna propagandistica in essere.

Seguendo infatti pedissequamente il ragionamento incardinato dalla Tinelli, si giunge non a delle conclusioni, ma a degli interrogativi che rimangono irrisolti.

Infatti: se «una stima esatta» (del numero di adepti delle «sette») è «impossibile» e se mancano «numeri ufficiali», come si può allora dichiarare che «il fenomeno continua a crescere»? Continua a crescere rispetto a cosa? Rispetto a numeri «impossibili da stimare»?

Questa non è solo un’affermazione palesemente insostenibile e antiscientifica (come minimo nella metodologia): è un’affermazione semplicemente ridicola.

Da dove proviene l’asserto che «il fenomeno continua a crescere»? Da qualche veggente o da qualche «analista» della Squadra Anti-Sette (SAS)? Quali sono le fonti, e perché di fatto non vengono mai esplicitate?

Vista, dunque, l’incertezza (per non dire l’assoluta inconsistenza) dei dati a disposizione, su quale base la Tinelli afferma che «per chi vuole uscirne la strada è sempre più difficile»? Quali sarebbero i riscontri di una tale accusa, quando in effetti vi è parecchia gente (inclusi ex affiliati dei vari movimenti religiosi) che dice tutt’altro?

Chi, come la Tinelli, si presenta come studioso ma espone affermazioni tanto gravi (seppur vaghe e fumose) dovrebbe premurarsi di fornire cifre precise e una casistica verificabile (quanto meno dalle autorità): documenti e fatti accertabili, non sparute testimonianze pilotate e prive di contraddittorio.

Facciamo un esempio: se un criminologo dichiarasse pubblicamente che in Italia ci sono 500 gruppi organizzati di violentatori con migliaia di seguaci (quindi centinaia di migliaia di potenziali stupratori) ma non fornisse alcun dato verificabile, che cosa si aspetterebbe la gente dallo Stato? Se non gli facessero un TSO alla seconda conferenza, lo processerebbero per procurato allarme e perderebbe qualsiasi parvenza di credibilità. E allora perché questa fantasiosa ricercatrice viene ascoltata e lasciata indisturbata a smerciare proclami allarmistici senza freni né morali né professionali?

Un interrogativo interessante, il nostro, che probabilmente impone una riflessione sul tornaconto evidentemente ricercato da coloro che danno spazio a una tale pseudo-scienza.

Seguiremo con molto interesse il webinar di Lorita Tinelli per capire se le nostre tesi vengono confermate o smentite.

venerdì 30 marzo 2018

Gli «anti-sette» di AIVS: anti-religiosi, astiosi e «leoni da tastiera»

Abbiamo più volte documentato in post precedenti (come questo, questo o questo) come l’operato della più recente associazione «anti-sette», AIVS, e dei suoi tre o quattro militanti, sia palesemente improntato al turpiloquio sistematico e all’aggressione verbale nei confronti non solo della Soka Gakkai, comunità religiosa principalmente nel loro mirino, ma anche all’intolleranza verso gli altri movimenti «non convenzionali» adeguatamente demonizzati come «culti distruttivi».

I loro intenti belligeranti si palesano ad ogni occasione, con un linguaggio più che colorito e con espressioni veementi ed astiose; un vero e proprio incitamento all’odio come possiamo leggere qui in un post di febbraio 2017:


Ci sarebbe da domandare ad Occhiello se abbia mai realmente provato l’esperienza che tanto va lamentando: come si «ruba la vita» a qualcuno? Probabilmente potrebbe parlarne a ragion veduta chi abbia patito un periodo di prigionia in qualche zona di guerra, chi sia stato sequestrato da rapitori, chi sia rimasto rinchiuso in una stanza ad opera di uno squilibrato o anche chi sia finito disperso a causa di qualche sciagura dovuta a un errore umano. Quelli, sì, sono «furti di vita» dal drammatico al tragico che nessuno può mai riparare.

Ma aver aderito ad una fede ed essersi poi ricreduti e aver quindi cominciato a sputare veleno su coloro che fino a poco tempo prima erano i propri amici e compagni… questo secondo Occhiello è un «furto di vita»? No, il suo ci pare davvero un comportamento eccessivo e melodrammatico, se non grottescamente infantile.

Eppure Occhiello e i suoi compari continuano imperterriti ad addossare alla Soka Gakkai le proprie frustrazioni:


Addirittura insinuano legami con la criminalità organizzata per dare più nerbo alle proprie sparate:


Naturalmente, queste accuse sono tutte asserite e non vi è alcuna prova (o, per lo meno, se esiste non viene esibita) al di fuori di «testimonianze» palesemente tendenziose o comunque innegabilmente di parte, sulla cui attendibilità molto vi sarebbe da obiettare.

Viste le modalità espressive di Occhiello, verrebbe da pensare che le linea politica di AIVS sia quella del dialogo a tutti i costi e della libera espressione «totale», senza freni e senza censure. Macché… tutt’altro.

Finché sono Occhiello o i co-gestori di AIVS Luciano Madon e Francesco Brunori (alias Italo Brunori?) a sparare a zero contro i movimenti religiosi, tutti dovrebbero essere d’accordo con loro. Guai, invece, a levare una voce contraria (d’altronde, abbiamo raccontato noi stessi delle loro intimidazioni nei nostri riguardi, peraltro alquanto sconclusionate); guai, persino, a tentare di contattarli per farli ragionare.

Ecco come la pensano (il post è proprio di oggi):


A quanto pare, anche il giornalista «anti-sette» Carmine Gazzanni approva questi toni e queste modalità. Fatto curioso, specie se messo in relazione con la deontologia professionale che dovrebbe seguire in qualità di giornalista. Ma è davvero tenuto a seguire quel codice? Sembra, da una prima e superficiale verifica, che il «reporter» (tanto sbandierato dal CeSAP nelle persone di Lorita Tinelli e Pier Paolo Caselli e dal FAVIS nella persona di Sonia Ghinelli) sia, di fatto, solo un pubblicista e non un giornalista professionista. Almeno così appare qui; va detto, tuttavia, che secondo voci non ancora confermate (ma piuttosto plausibili) Gazzanni deve essersi «laureato» giornalista professionista il 18 Gennaio scorso; ancora non figura nell’elenco dell’ordine dei giornalisti però dovrebbe ormai farne parte. Chissà che questo non lo induca ad una maggiore osservanza dell’etica professionale.

Di sicuro, quando scriviamo «tanto sbandierato» non stiamo esagerando: basta vedere quante volte Tinelli e Ghinelli condividono, riciclandoli, gli articoli di Gazzanni e quali puerili attestati di stima arrivino al pennivendolo molisano da parte di Caselli (il post è di gennaio 2017):


Ma… stiamo divagando, dunque torniamo all’argomento di questo post e vediamo quali sono gli effetti dell’incessante propaganda di AIVS per stimolare l’acredine nei confronti della Soka Gakkai e dei movimenti religiosi in generale.

Tanto per cominciare, esaminiamo qual è la posizione ufficiale e recente di AIVS (da un loro post del 24 marzo scorso) nei confronti di un gruppo pacifico che, stando alle stime attuali, conta fra gli 80.000 e i 90.000 membri:


Alquanto inequivocabile: qui il rispetto per l’altro da sé è andato a farsi benedire e rimane solo l’astio più rabbioso che fatica a tenersi a freno. Forse un caso da «curare», come direbbe Lorita Tinelli?

Ma vediamo ora i commenti ad un altro post, precedente di appena otto giorni:


Si spazia da meri malauguri come questo:


Alla pura e semplice offesa gratuita, tanto per non essere da meno di Toni Occhiello:


Per poi inneggiare fra il serio e il faceto ad atti violenti:


Oltretutto vi sarebbe tutta una storia da raccontare a proposito di questa utente che adopera il cognome del marito, da cui sembra però essere separata. Ma evitiamo di divagare nuovamente e stiamo in tema.

Anche questo commento la dice lunga sulla qualità ideologica delle iniziative di AIVS:


E i dirigenti di AIVS che fanno? In risposta ad un tale sfoggio di cultura (gli intenti ostili e l’inciso alquanto ambiguo), mettono dei «tag» a diversi giornalisti già in precedenza mostratisi compiacenti nei loro riguardi: Elisabetta AmbrosiRaffaella Pusceddu, e ovviamente l’immancabile succitato Gazzanni assieme alla sua fidanzata Flavia Piccinni. Tutti evidentemente interessati a cavalcare l’onda della campagna mediatica contro le minoranze spirituali.

I risultati dannosi, le conseguenze umane vere e proprie, non tardano a venire. Ecco ad esempio di cosa ci informa una delle accolite di AIVS:


Questo sì che dovrebbe far riflettere: che benefici porta questo continuo berciare contro il tale o il talaltro movimento? Litigi, contrasti e conflitti, di gradazioni certamente differenti, ma pur sempre motivo di disarmonia e agitazione.

Ci ha poi incuriosito il commento di un altro utente che, apparentemente (stando cioè alle informazioni pubbliche disponibili sul suo profilo), è impiegato presso il Ministero dell’Interno, come si può vedere da queste immagini:



Chissà in quale branca del Viminale opera questo utente della provincia di Roma: ce lo domandiamo non tanto per una banale curiosità, ma proprio perché AIVS e i suoi tre o quattro responsabili continuano imperterriti a battere il chiodo sul fatto che le «sette» commettono reati di qui, crimini di là, sono una sorta di mafia, ecc.

Ma allora ci domandiamo: se esistesse davvero un tale coacervo di illeciti, perché tali fatti non vengono semplicemente riferiti alle autorità competenti così che possano venire fatti oggetto di indagine e quindi adeguatamente sanzionati?

Perché Occhiello, Madon e Brunori non chiedono aiuto proprio a quell’utente che afferma di lavorare niente meno che al Ministero dell’Interno?

A nostro modesto avviso, a fronte di quanto abbiamo riferito e documentato nel nostro blog, ci pare di poter dire che AIVS abbia tutto l’aspetto e i tratti di una banda di facinorosi, non certo di un’associazione di pubblica utilità.

Ma anche a prescindere dalle nostre valutazioni, ci domandiamo: è dunque questa la qualità dialettica dei «consulenti» del Ministero dell’Interno assoldati dalla SAS (Squadra Anti-Sette)?

martedì 27 marzo 2018

I danni degli «anti-sette»»: la verità sugli «Angeli di Sodoma»

In precedenza abbiamo denunciato l’operato degli «anti-sette» nel triste, clamoroso e deleterio caso giudiziario degli inesistenti «Angeli di Sodoma».

Un’inchiesta penale, scatenatasi con titoloni sensazionalistici come «Riti sui bambini, blitz polizia a Pescara» (ADN Kronos, 15 ottobre 2002), «Bambini drogati e violentati per riti satanici / I ragazzini venivano adescati a scuola e in spiaggia» (Corriere della Sera, 15 ottobre 2002), «Pedofili e satanisti, quattro arresti / Cannibalismo e scarnificazione i loro riti prevedevano la morte» (Repubblica, 16 ottobre 2002), «Gli «angeli di Sodoma» forse preparavano il sacrificio di un bimbo» (Il Tirreno, 16 ottobre 2002), «Riti satanici e droghe giovani adescati nei locali» (Repubblica, 18 febbraio 2003); addirittura il comunicato della Polizia di Stato il 15 ottobre 2002 recitava «Riti satanici: bimbi violentati e drogati, 4 arresti della Polizia di Stato di Pescara».

Quegli articoli scandalistici sono poi finiti per fare da foraggio a libri di testo sul «satanismo», non solo come «Le mani occulte» (2005) dello stesso don Aldo Buonaiuto (diretto responsabile di quel sopruso), ma anche «L’abisso del sé – satanismo e sette sataniche» (2011), «L'Indagine Investigativa - Manuale Teorico-Pratico» (2015), «Satanismo, sette religiose e manipolazione mentale» (2015), «Criminologia Esoterica» (2016), e si potrebbe continuare.

Ultima ma non meno importante, addirittura una proposta di legge (la nr. 3770 del marzo 2003 a firma di Roberto Alboni (agente di commercio, diplomato, al tempo in forza ad Alleanza Nazionale) citò ad esempio il «caso» degli «Angeli di Sodoma», con parole inquietanti come queste:

«Basti ricordare la raccapricciante scoperta avvenuta lo scorso 16 ottobre ad opera della polizia di Pescara di reati efferati compiuti dalla setta "angeli di Sodoma". In questo antro degli orrori in cui si consumavano messe nere e riti satanici, venivano perpetrate nei confronti di minori, spesso prelevati fuori dalle scuole e ridotti in schiavitù con l'impiego di sostanze stupefacenti, violenze di ogni tipo, comprese quelle sessuali. Si predicava un odio sviscerato nei confronti dei bambini e la necessità della loro purificazione attraverso atti di vampirismo umano, capaci di "purificarli".»

Sbalorditi da come un simile caso di «fake news» possa essere diventato niente meno che un elemento tanto «importante» da sostanziare un progetto di legge parlamentare, abbiamo ripreso in mano l’argomento.

Ci siamo interessati ulteriormente a questo caso e abbiamo raccolto informazioni più dettagliate sulle ragioni che hanno portato a un caso tanto clamoroso di ingiustizia di matrice «anti-sette» ai danni di un gruppo di ragazzi abruzzesi finiti nel mirino di don Aldo Buonaiuto e di quella che in seguito sembra essere diventata la «polizia religiosa» della Repubblica Italiana… uno stato laico per natura (sic!).

Qui di seguito relazioniamo ciò che abbiamo scoperto: per rispetto di chi è stato rovinato dalla macchina del fango «anti-sette» e dal conseguente tritacarne giudiziario, non citeremo nomi in chiaro né espliciteremo le fonti; tuttavia, il materiale (la parte non di pubblico dominio) è disponibile e viene custodito da un professionista di fiducia.



Chi erano i componenti della «setta degli Angeli di Sodoma»

Il principale indiziato è G.C., un pescarese che all’età di trentun anni si ritrova sbattuto sulle prime pagine dei giornali come «mostro» di turno, per la fantomatica vicenda degli «Angeli di Sodoma»: è l’ottobre del 2002.

Vicenda che, tuttavia, si riferisce a fatti che risalgono a un arco di tempo fra il 1996 e il 1998, ovvero quattro/cinque anni prima. In quel periodo, G.C. viveva appunto a Pescara, sua città natale.

Ventisettenne, i genitori deceduti prematuramente, una sorella trasferita in un’altra città per motivi di studio, il giovane G.C. era rimasto da solo in un ampio appartamento arredato; in breve tempo la sua casa divenne luogo di incontro della sua compagnia di amici, tutti amanti della musica rock e dell’arte figurativa. Fra l’altro, G.C. componeva poesie e questo dettaglio è tutt’altro che superfluo, come si capirà in seguito.


L’inchiesta della magistratura accertò la presenza di stupefacenti

Forse si potrebbe definirli errori di gioventù, i più intransigenti li classificheranno come comportamenti riprensibili da sanzionare in nome della legge.

Di fatto, in occasione di qualche compleanno ogni tanto gli amici di quella compagnia pescarese consumavano tutti insieme piccole quantità di droga: un po’ di fumo, qualche «striscia» di coca, qualche pasticca… si parla di piccole quantità che i giovani goliardi acquistavano in gruppo mettendoci un po’ di soldi ciascuno.

Si parla senz’altro di serate o feste un po’ «trasgressive», ma va detto che saranno state in tutto non più di una decina nell’arco di un paio d’anni e non vi è prova alcuna che sia mai accaduto nulla di veramente grave; tant’è che nemmeno in sede giudiziaria è stato accertato alcun fatto criminoso degno di nota, con l’unica eccezione che tratteremo più avanti.

In seguito (seconda metà del 1998) G.C., proprietario di quell’abitazione, si trasferisce in un’altra città per seguire un corso di sceneggiatura: i contatti fra i componenti di quella compagnia si diradano progressivamente fino ad esaurirsi.

Ecco dunque che quei divertimenti «sopra le righe» si concludono nel corso dell’anno 1998: l’ampio appartamento arredato non era più a disposizione e ognuno di quegli amici aveva scelto una propria strada.

È solo in seguito che parte l’inchiesta della magistratura, quando oramai quelle situazioni appartenevano già al passato.

I media parlarono di stupefacenti con titoli ad effetto, sicché tutti chiaramente pensarono allo spaccio, ma non fu così nemmeno in termini processuali: G.C. venne infatti condannato per «cessione di stupefacenti» che è ben diversa dallo «spaccio», anche perché non prevede un fine lucrativo.

Ma non solo: il fascicolo giudiziario dimostra che durante le varie perquisizioni a carico degli indagati non fu mai trovato nemmeno un singolo spinello; fatto, questo, che si può leggere come una conferma della tesi difensiva del «consumo di gruppo», ben lontano dalla «cessione» e ancor più dallo «spaccio». Tanto che l'avvocato di G.C. ebbe a commentare, ironizzando, che s'era trattato di un caso di «droga parlata».


L’intervento della magistratura e la «perizia» di don Aldo Buonaiuto: cherchez la femme!

Scavando nei ricordi di chi quella vicenda l’ha vissuta, si scopre che la denuncia da cui è partito tutto venne sporta da una ragazza che frequentava regolarmente quella casa nel periodo dei divertimenti «sopra le righe».

Una ragazza con cui almeno due frequentatori stabili di quella compagnia avevano avuto brevi relazioni che s'erano concluse in modo un po’ burrascoso.

Ed ecco svelato il «segreto di Pulcinella»: tutta la storia degli (inesistenti) «Angeli di Sodoma» deriva proprio da quella denuncia, una vendetta tardiva di una giovane donna respinta, che decide di trascinare in tribunale due suoi ex amanti quando le frequentazioni erano oramai interrotte già da un paio d’anni.

Persino l’idea, del tutto indiziaria, che si trattasse di una «setta» (come riportato nella «perizia» di don Aldo Buonaiuto) proviene da una raccolta di poesie che G.C. stava scrivendo ed era contenuta in una cartellina che gli fu sequestrata dagli inquirenti.

Di fatto, non è mai esistito alcun gruppo organizzato denominato «Angeli di Sodoma», nemmeno tacitamente.


La condanna penale per droga

Nel corso del processo, l’avvocato degli imputati (e in particolare di G.C., il principale accusato) ha sostenuto in tutti i gradi di giudizio la tesi secondo cui non solo non esisteva alcuno spaccio, ma nemmeno la «cessione di stupefacenti» dal momento che vi era stato caso mai un «consumo di gruppo» che, se moralmente può essere discutibile, sotto il profilo legale però non è illecito.

A quanto si capisce, però, la polizia aveva messo sotto torchio tutti i frequentatori di quella casa e tutti coloro che potevano avere qualcosa da riferire al riguardo, e – come è facilmente comprensibile – alcuni di loro, per trarsi d’impaccio senza conseguenze fornirono delle versioni «compatibili» con l’indagine in corso e utili per confermare che la droga la forniva G.C. gratuitamente. Un fatto che, di per sé, probabilmente oggigiorno non sarebbe nemmeno più sanzionabile in sede penale, ma che secondo le leggi allora in vigore condusse ad una condanna per «cessione di stupefacenti» per la quale in primo grado venne comminato il massimo della pena (6 anni + 1).


La perizia di don Aldo Buonaiuto era basata sul nulla?

Nel nostro blog abbiamo più volte sottolineato su che genere di «notizie» spesso si fondano le dichiarazioni degli anti-sette.

In realtà qualche elemento utile a sostenere la tesi di don Aldo Buonaiuto (prete cattolico arbitrariamente nominato consulente del Ministero dell’Interno) esisteva: nel corso delle indagini venne raccolto un vecchissimo teschio umano. Dalla nostra piccola indagine abbiamo scoperto che quel teschio era stato regalato a G.C. da alcuni amici che l’avevano trovato in un vecchio cimitero ormai in disuso e in completa rovina, in un paesino nei dintorni di Pescara (stando a chi vide quel camposanto, le tombe erano usurate dal tempo e le ossa addirittura affioravano dal terreno). Insomma, un regalo un po’ particolare per una persona con dei gusti (per così dire) atipici. D’altronde, secondo un antico adagio, «sui gusti non si discute».

Ma grazie alla «perizia» di don Buonaiuto e al clima di terrore generato dai media, quei semplici gusti divennero illeciti e si trasformarono in una condanna per «profanazione di tomba» e «sottrazione di parti di cadavere» (altri due anni con i quali si arriva al totale dei nove anni della sentenza di primo grado). Reati che, protestò G.C., egli non aveva mai commesso e per i quali l’unica «prova» fu quel teschio ricevuto in regalo.

Se è un crimine essere attratti dall’immaginario gotico, dall’horror e dall’occulto, ci si lasci dire che persone come Stephen King dovrebbero essere condannate all’ergastolo!


Produzione e diffusione di materiale pedopornografico

Anche di questo furono accusati gli «Angeli di Sodoma», ma pure qui c’è una verità molto semplice e lineare.

In quella compagnia di amicizie uno degli interessi condivisi era la fotografia, nelle sue diverse declinazioni fra le quali una certa passione era dedicata al nudo artistico. Si pensi al fatto che quei ragazzi erano sì adulti ma ancora piuttosto giovani, dunque l’approccio alla materia era sicuramente amatoriale. Amici e amiche che dunque di quando in quando posavano per fotografie che senz’altro un prete non può che condannare come «oscene»; se poi si tratta di don Aldo Buonaiuto, la cui intransigenza si traduce in feroce intolleranza, meglio si comprende come si è arrivati ad un’accusa tanto pesante.

Tuttavia, con grande scorno dei giustizialisti «anti-sette», semplicemente non c’era materiale pedopornografico nemmeno a cercarlo col lanternino, infatti quelle accuse caddero completamente nel vuoto già in primo grado per assoluta insussistenza del presunto fatto criminoso.

Ma intanto le accuse erano state formulate e sui media si erano letti titoli pruriginosi come «Riti satanici – giovani adescati nei locali» (Repubblica, 18 Febbraio 2003).


Allarmismo infondato e interpretazioni strumentali

In fin dei conti, quell’allarmismo risultò completamente infondato: la «setta», il «cannibalismo» e le «orge con adolescenti» furono fantasie senza costrutto. Tuttavia, certi titoli in cui si dava la notizia della pesante condanna di primo grado fecero pensare che ci fosse stato chissà quale narcotraffico.

Ma non solo: nella «perizia» di don Aldo Buonaiuto si parlava di un non meglio accertato «desiderio di uccidere un bambino» e di un appetito per la «carne di bambina cucinata». Non sono altro che un paio di frasi che vennero estrapolate dal proprio contesto e combinate con le intercettazioni telefoniche che furono fatte ai tempi, ricamate in modo artificioso da don Buonaiuto per avvalorare una presunta cattiveria nei confronti dei bambini. Anche in questo caso, prove concrete non ve n’erano: fu invece una macchinazione, e lo si comprende meglio leggendo le trascrizioni integrali (e ben diversamente comprensibili, se lette nella loro completezza).

Per esempio, in una di queste ci si imbatte nella seguente conversazione telefonica tra G.C. e l’amico G.D.C. – descritto, ai tempi, come il «braccio destro», si noti la terminologia che fu adoperata; si trattava semplicemente di due amici, ma li vollero dipingere come una specie di banda di delinquenti prima ancora che venissero processati. La scena si svolge in Giugno, G.D.C. stava a Catania e chiamava dalla spiaggia:

- G.D.C.: “Gia’, non ci crederai, sta passando un bambino ciccione bruttissimo tutto vestito di jeans. Cappellino di jeans, camicia di jeans, pantaloni di jeans e pure le scarpe di jeans.”

G.C.“Inguardabile! Da sparargli a vista!”

È ovviamente una battuta, tutt’al più un’uscita infelice se proprio si fosse costretti a commentarla, eppure è diventata la dimostrazione che vi era un sotteso «desiderio di uccidere un bambino», secondo la relazione del solerte don Aldo Buonaiuto. Eppure qualunque persona con un briciolo di raziocinio si renderebbe conto che si è trattato di una semplice, estemporanea boutade telefonica tra due amici e non dell’espressione di una volontà omicida.

Situazione simile per la faccenda del «cannibalismo»: furono stralci di conversazioni interpretate in modo tendenzioso.


Condanna ridotta, ma nel silenzio generale

Nel secondo grado di giudizio, la pena venne più che dimezzata. Ma ben si guardarono i giornali e le TV dal diffondere la notizia tanto quanto avevano strombazzato i roboanti titoloni nel corso dell’inchiesta. Solo un trafiletto su un giornale locale, da tutti gli altri un «silenzio assordante».

Nel frattempo, gli indiziati avevano dovuto vivere un inferno: anche coloro (tutti tranne uno) che furono completamente assolti dovettero sottostare alla gogna mediatica.

La pena definitiva per G.C., sebbene in secondo grado fosse stata ridotta, alla fine fu di quattro anni e tre mesi. A questi andava sottratto un anno che, in sede di indagine, aveva già espiato tra carcere e domiciliari. In galera, in fin dei conti, solo per delle feste trasgressive fra amici in casa sua.

Sofferenze, fra l’altro, che non terminano quando si esce dal carcere o quando la pena è estinta: ci sono dei postumi, c’è la difficoltà di ricostruire una vita normale, senza nemmeno contare le perdite economiche e la flagellazione del proprio nome, intaccato da accuse tanto infamanti quanto fasulle.

Accuse scaturite da una «perizia» commissionata (con soldi pubblici!) a don Aldo Buonaiuto, una sorta di «prete inquisitore» del terzo millennio che vorrebbe mandare al rogo tutti i seguaci di realtà religiose diverse dalla sua, quasi si fosse tornati nel tredicesimo secolo.

Se lo scandalo c’è, allora è quello dei gruppi «anti-sette» che continuano a cercare di costruire «casi» pompando delle notizie più o meno veritiere per invocare la reintroduzione del reato fascista di plagio.

Sebbene i fatti del recentissimo periodo non sembrino auspicare alcunché di buono, nondimeno ci auguriamo che un domani non troppo lontano questi soprusi possano cessare e la Repubblica Italiana torni ad essere il «libero Stato» in cui ognuno ha il diritto di avere i propri gusti e le proprie passioni, senza dover temere la perniciosa, inquisitoria persecuzione dei faccendieri «anti-sette».